THE ESCAPE

 

 

 

 

 

la mia recensione del film:
THE ESCAPE

per la regia di
Dominic Savage

 

si trova  QUI:

https://www.filmtv.it/film/139175/the-escape/recensioni/927371/#rfr:film-139175

 

CAST:
Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller, Montserrat Lombard, Jalil Lespert, Laura Donoughue – 105 min. – Gran Bretagna 2017

 

A QUIET PASSION

 

 

 

 

la mia recensione del film
A QUIET PASSION

per la regia di 
Terence Davies

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/84377/a-quiet-passion/recensioni/927049/#rfr:film-84377

CAST:
Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May, Emma Bell, Duncan Duff, Joanna Bacon, Eric Loren, Benjamin Wainwright, Annette Badland, Rose Williams – 126 min. – Gran Bretagna, Belgio, USA 2016.

 

A BEAUTIFUL DAY

 

 

 

 

La mia recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

per la regia di
Lynne Ramsay

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/139779/a-beautiful-day/recensioni/923499/#rfr:film-139779

CAST:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Titolo originale:
You Were Never Really Here

MARIA MADDALENA

 

 

 

 

la mia recensione del film
MARIA MADDALENA

per la regia di
Garth Davis.

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/129736/maria-maddalena/recensioni/919917/#rfr:film-129736

 

CAST:
Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiwetel Ejiofor, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Tawfeek Barhom, Uri Gavriel, Zohar Shtrauss, Hadas Yaron, Tsahi Halevi, Michael Moshonov, Ariane Labed, Sarah-Sofie Boussnina, Ryan Corr, Lubna Azabal, Lior Raz – 120 min. – Gran Bretagna 2018.

Titolo originale:
Mary Magdalene

 

IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

 

 

 

 

la mia recensione del film
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

per la regia di
Martin McDonagh

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/38201/in-bruges-la-coscienza-dell-assassino/recensioni/915057/#rfr:film-38201

 

CAST:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

 

Io, Daniel Blake

schermata-2016-10-22-alle-00-59-18recensione del film:
IO, DANIEL BLAKE

Titolo originale:
I, Daniel Blake

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner, Sharon Percy, Kema Sikazwe, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Bryn Jones, Mick Laffey, John Sumner – 100′ – Gran Bretagna, Francia 2016.

Si chiamava Daniel Blake (Dave Johns), viveva a Newcastle ed era un anziano falegname sopravvissuto a un infarto che l’aveva colpito mentre era impegnato nei lavori di carpenteria di un cantiere edile; ora si trovava involontariamente a essere protagonista di una serie di avventure grottesche e dolorose per ottenere quello che, fino a qualche anno prima, sembrava un diritto elementare: sopravvivere dopo una malattia così invalidante da impedirgli di tornare al lavoro. Il povero Daniel Blake era del tutto ignaro che la sua giusta richiesta di sussidio implicasse l’uso del computer e del mouse, né sapeva che la spedizione delle risposte al questionario su cui aveva apposto le crocette dovesse essere fatta esclusivamente per via telematica, né immaginava che per ottenere l’ascolto di un impiegato esperto, al quale esporre il proprio problema, avrebbe dovuto aspettare ore al telefono, perché gli impiegati erano spariti dagli uffici (privatizzati) del lavoro, sostituiti dalle voci registrate di un call center, dalle quali era difficile farsi comprendere e aiutare. Presto Daniel avrebbe constatato che la precarietà stava diventando la condizione comune di una quantità di giovani e anziani nell’universo britannico (britannico?) in cui si continuava a parlare di welfare, ma di fatto si distruggeva ogni forma di assistenza sociale, presentata all’opinione pubblica come insopportabile fonte di spesa e di tasse. La sua storia era destinata a incrociarsi perciò con quella di altri sventurati come lui o come la giovane Kattie (Hayley Squires), arrivata da Londra senza casa (gliela avevano venduta), senza lavoro e con due figli ancora piccoli da far crescere, vittima a sua volta del disumano sistema che stava facendo piazza pulita dei diritti e della sicurezza sociale.

Il film tratta un tema fra i più tipici del regista presentandoci uomini e donne che, come spesso nei suoi lavori, si arrabattano e lottano per ottenere giustizia. La pellicola, tuttavia, almeno secondo me, non è una stanca ripetizione del “solito” Ken il rosso, l’ottantenne socialista d’antan un po’ ripetitivo. No, il film, miracolosamente, ci presenta una bella storia poetica e lieve nella sua fluidità narrativa, sorretta da una perfetta sceneggiatura, che, senza mai annoiare, riesce a rendere interessanti e veri gli ambienti, le vicende e i anche i personaggi che mantengono, nonostante le sventure, una grande voglia di vivere, di aiutarsi, di raccontarsi, di progettare e che trovano nella solidarietà tollerante e nella loro mite dignità il senso della loro esistenza di perdenti che non si rassegnano alla durezza della sorte.
Giusta o no che fosse la Palma d’oro di Cannes* (la seconda della lunga carriera del regista), l’ambitissimo e prestigioso premio è andato, in ogni caso, a un film molto bello, capace di parlare con semplicità non banale al cuore degli spettatori. Chi ha visto il film in sala avrà certamente notato come me una commozione insolita che, al termine della visione, si è manifestata apertamente anche attraverso il desiderio di condividere inquietudini e preoccupazioni con accorate parole di commento, tanto profonda era stata l’identificazione con i personaggi della storia. Non capita spesso! Da vedere!

* Se si sia trattato di un premio giusto, lo sapremo solo quando vedremo (speriamo che succeda presto), anche in Italia, i film più  apprezzati e innovativi che per ora, a parte Ma Loute, non si sono visti.

l’adultera (Anna Karenina)

Schermata 03-2456357 alle 22.54.01recensione del film:

ANNA KARENINA

Regia:

Joe Wright

Principali interpreti:

Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFadyen, Domhnall Gleeson, Ruth Wilson, Alicia Vikander, Olivia Williams, Emily Watson,Holliday Grainger, Michelle Dockery, Alexandra Roach, Bill Skarsgård, Eros Vlahos, Raphaël Personnaz, Kenneth Collard, Tannishtha Chatterjee, Kostas Katsikis, Emerald Fennell, Hera Hilmar, Max Bennett, Guro Nagelhus Schia – 130 min. – Gran Bretagna 2012 –   

Pare che questo sia il trentaseiesimo adattamento cinematografico del romanzo tolstoiano, che è anche ispiratore di innumerevoli fiction e serial televisivi. Qui assistiamo al tentativo, abbastanza originale, di individuare, nella miniera sterminata di argomenti contenuti in quel capolavoro, due temi che costituiscano la struttura portante della pellicola: il primo è quello, scontato, dell’adulterio di Anna, sullo sfondo della pettegola e perbenista società dell’alta borghesia di Pietroburgo e di Mosca; il secondo è quello della contrapposizione città-campagna, che si evidenzia nella organizzazione di una società secondo princìpi di giustizia e di uguaglianza, nella proprietà agricola di Konstantin Levin che, respingendo il modello proprietario delle “anime morte”, costruisce, insieme alla moglie Kitty, una piccola comunità utopica, in cui famiglia e società trovino nei valori della cristiana solidarietà il fondamento della loro saldezza. Il pensiero tolstoiano emerge, abbastanza coerentemente grazie all’originale impianto scenico del film: sullo sfondo delle quinte di un teatro si recita la commedia dell’ipocrisia della vita cittadina, dove uomini e donne non vivono “secondo natura”, dove i matrimoni vengono combinati in base a calcoli di convenienza e si è giudicati non per ciò che si è, ma per ciò che si mostra di sé. La finzione teatrale appare particolarmente adatta, perciò, alla rappresentazione di un ambiente in cui ciascuno si esibisce su un proscenio di  cui cambiano soltanto i quadri che fanno da sfondo. Qui la nobiltà feudale e quella delle cariche ministeriali, a Mosca come a Pietroburgo, si esibisce nelle danze, nei ricevimenti e nei pettegolezzi. All’alta  società russa appartengono Anna, suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin e anche l’uomo amato da lei,  Aleksej Wronskij, così come le dame titolate, che vedono e condannano senza appello le violazioni delle regole non scritte dell’appartenenza a quel mondo. La passione amorosa di Anna e Wronski, fin dall’inizio connotata da sinistri e simbolici presagi (l’uomo sotto il treno, la morte della bella e delicata cavalla Frou Frou, stremata dai colpi di Wronskij), si sviluppa fra la generale riprovazione del comportamento soprattutto di lei, che non vorrebbe nascondersi e rivendica la libertà di amare alla luce del sole; sarà costretta, invece, a ritirarsi in un luogo isolato per portare a termine la nuova gravidanza, mentre il marito cerca di impedirle di rivedere il bambino nato dal loro matrimonio. Manca, rispetto al romanzo tolstoiano, l’analisi del processo di  trasformazione inevitabile dell’amore passionale, che invano Anna vorrebbe mantenere intatto**. Nel film, pertanto, si parla molto dell’adulterio di lei, ma poco delle sue complesse e contraddittorie inquietudini, cosicché l’immagine della donna, pur con le già menzionate novità, non si discosta troppo da quella di molti  stereotipati racconti cinematografici precedenti. Il secondo tema, sviluppato dal romanzo, risulta, in ogni caso, molto schiacciato dal primo e ha come protagonista Levin, amico d’infanzia di Stiva,fratello di Anna.

Il giovane Levin è presente a una festa danzante, durante la quale inutilmente spera di ottenere la mano di Kitty, umiliata e offesa dal ballare scandaloso e interminabile di Anna con Wronskij, col quale avrebbe dovuto fidanzarsi. Levin si allontana velocemente e alquanto disgustato e, appena fuori, si imbatte nella cruda e ingiusta realtà del fratello miserabile e malato, che vive con la giovane ex prostituta che lo cura, nel disprezzo generale. A questa realtà fatta di dolore, di fame e di degrado, Levin intende allora dedicarsi con tutto se stesso, per combatterla e per riportare, almeno dentro la sua proprietà agricola, quei principi di giustizia e di uguaglianza che soli possono giustificare il possesso della terra, trovando in Kitty, che finalmente riesce a sposare, una tenace e convinta alleata. Nella realtà della campagna nessuno recita: tutti, proprietari compresi, partecipano col loro lavoro al progetto di rigenerazione sociale del quale sono pienamente convinti. Qui, allora, il film viene girato all’aria aperta, nella bellezza della campagna, dato che la vita secondo natura è incompatibile con l’artificio e non conosce menzogne, perbenismi, tradimenti.

Il film tenta, perciò, una operazione culturale complessa, cercando di avvicinare gli spettatori ai temi più interessanti del pensiero tolstoiano. Che il regista ci sia sempre e pienamente riuscito è da discutere. Lo spettacolo si vede, comunque, volentieri e può avere una funzione propedeutica, per chi non conosce ancora il romanzo che è, in ogni caso, di una ricchezza straordinaria e perciò da leggere, rileggere e meditare. Un cast di ottimi attori, ben diretti da Joe Wright, riesce a coinvolgere il pubblico che è molto numeroso, almeno qui a Torino.

**rifiutando la realtà più prosaica della vita quotidiana e non accettando la routine simile a quella matrimoniale, Anna, nel romanzo, diventa una donna possessiva, sospettosa, gelosa non solo di eventuali rivali, ma della vita stessa di Vronskij, rendendosi odiosa ai suoi occhi e rendendogli odiosa anche la casa-gabbia dorata in cui si sente intrappolato.

il ritorno di Ken il Rosso (La parte degli angeli)

Schermata 12-2456276 alle 23.56.09recensione del film:

LA PARTE DEGLI ANGELI

Titolo originale:

Angel’s Share

Regia:

Ken Loach

Principali interpreti:

Paul Brannigan, John Henshaw, William Ruane, Gary Maitland, Jasmine Riggins, Siobhan Reilly, Roger Allam, Daniel Portman, David Goodall, John Joe Hay, Finlay Harris, Barrie Hunter, Lorne MacFadyen – 106 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia 2012.

I giovani che nelle periferie urbane si sono fatti le ossa per sopravvivere sono dappertutto considerati ad alto rischio, e dappertutto visti con diffidenza, dato che la loro vita irregolare è fatta di risse, di furti, di violenza, che vivano a Milano, a Parigi o a Glasgow, come i quattro protagonisti di questo film. I tentativi di far accettare a questi ragazzi un lavoro socialmente utile e un modo di vivere più civile spesso si scontrano con la loro ignoranza profonda e con la loro tendenza a scambiare il coraggio con l’aggressività, la giustizia con la vendetta. Qualche volta, però, basta la fiduciosa e generosa  comprensione di qualcuno per sloccare situazioni senza apparenti vie d’uscita.

Questo è accaduto a Robbie, il ragazzo scozzese che, fra i balordi del film, appare come il più disperatamente irricuperabile, per i reati gravi che ha già commesso e che gli hanno fatto precocemente conoscere la galera: le prime scene, ambientate proprio nell’aula del tribunale di Glasgow, quando giudice e avvocati decidono oltre che del destino di disgraziati come lui, anche del suo, ci descrivono subito il personaggio. E’ impulsivo, violento, viene volentieri alle mani , sia per le provocazioni che gli arrivano da una banda del quartiere che lo ha preso di mira, sia perché è così di suo, per storditaggine: spesso, strafatto di cocaina, scambia per realtà i suoi fantasmi e le sue paure e mena colpi all’impazzata, provocando ferite vere e dolori profondi. Ha però, a differenza dei suoi compagni del programma di recupero, motivazioni forti per cambiare la propria vita: ama una ragazza per bene, che ora lo ha reso padre di un bambino: per loro, per la responsabilità che ora finalmente sente, è disposto forse a lasciarsi guidare. Il lavoro cui è stato condannato, sostitutivo di una durissima pena, non sarà forse socialmente utilissimo, ma lo mette a contatto con realtà positive, con ambienti diversi da quelli cui è abituato e con persone diverse, come Harry, l’operatore assistente che lo accetta com’è e prova per lui compassione vera: ne intuisce il dramma e vuole aiutarlo.

La sorpresa del film, che diversamente sarebbe un film triste e, come dice il grande regista, molto prevedibile, sta nell’aver introdotto un elemento bizzarro nella narrazione, il vero deus ex machina capace di sciogliere i nodi del racconto: il wisky, il vero wisky scozzese, quello delle Highlands, torbato e salino nel sapore, quello che, prodotto con cura nelle distillerie, diventa con gli anni, dopo aver perso l’elemento iperalcoolico che lo renderebbe imbevibile (la parte che evapora, quella degli angeli, appunto) un nettare prezioso, che il nostro Robbie, raffinando i propri sensi impara rapidamente a riconoscere e apprezzare, bella metafora allusiva dello sgrezzarsi dell’animo e del raffinarsi del suo sentire.

Gli occorrono però, oltre a un lavoro, che troverà sfruttando la propria nuova competenza di insuperabile sommelier, anche i denari per mettersi in salvo, lontano da Glasgow e dalla guerra per bande della sua periferia. Per questo organizzerà, a fin di bene, con i suoi compagni balordi, un ultimo colpo, che si svolge fra difficoltà e rocamboleschi accadimenti, secondo una struttura presa a prestito dalle favole (peripezie dei personaggi per arrivare a  un oggetto molto prezioso in grado di mutare, per il suo valore, la vita di chi riuscirà a impadronirsene) che imprime un vivace e interessante sviluppo a tutta la narrazione e che, pur legandosi molto bene alla narrazione precedente (eccellente la sceneggiatura di Paul Laverty) fa assumere all’intero film un bel carattere fiabesco e ottimistico, che mi ha ricordato un po’ il nostro Pasolini di Una vita violenta. Questo è, secondo me,  un felicissimo ritorno di Ken Loach  alle sue opere migliori, dopo le precedenti, L’altra verità e Il mio amico Eric che non mi avevano convinta.

Bentornato al vecchio Ken, alla sua ispirazione da socialista umanista e tollerante. Bentornati gli attori di strada che hanno interpretato benissimo soprattutto se stessi.

sesso e solitudine (Shame)

recensione del film:
SHAME

Regia:
Steve Mc Queen

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware,Lucy Walters, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Jay Ferraro, Mackenzie Shivers, Alex Manette, Briana Marin, Frank Harts, Kate Dearing, Wenne Alton Davis, Eric Miller, Stephane Nicoli, Carl Low, Neal Hemphill, Mari-Ange Ramirez, Rachel Farrar
Gran Bretagna, 2011 – 99 minuti.

Di Brandon (Michael Fassbender), giovane di origine irlandese, della sua storia e dei suoi trascorsi familiari e amorosi, il film non ci dice nulla, perché il regista entra immediatamente in medias res e ci presenta il personaggio nella sua dimora newyorkese, alle prese con le operazioni quotidiane del risveglio, la doccia e l’ufficio.
Più avanti incontreremo la sorella, la graziosa Sissy (Carey Mulligan), cantante nei locali della notte newyorkese, inquieta e insicura, che si rifugia a casa di Brandon, non sapendo dove andare per un incontro amoroso. Sapremo da lei di un primo soggiorno nel New Jersey, e del successivo stabilirsi a New York, breve tragitto, indizio di una posizione sociale certamente migliorata.
L’appartamento di Brandon è elegante e luminoso, con vista sulla metropoli meravigliosa, che appare affascinante anche dai piani alti dell’ufficio di Brandon: una fra le città più belle del mondo.
Lo scenario è però anche quello delle tragedie personali di Sissy e di Brandon, persone fondamentalmente sole, che la splendida – gelida – metropoli lascia alle prese con i rispettivi problemi: la piccola Sissy porta, nelle numerosissime cicatrici sulle braccia, i segni di un più volte reiterato tentato suicidio; il giovane Brandon nasconde sotto il bel volto, apparentemente sereno, l’ossessione che, come una droga che ha ormai prodotto assuefazione, lo spinge in modo incontrollabile alla ricerca del piacere sessuale, senza badare al come, al dove, al quando, al con chi.
La conseguenza di questa irrefrenabile foia è il degrado dei rapporti umani e sociali, che affiora alla coscienza soprattutto quando alcuni fondamentali episodi lo portano a provare vergogna di sé e dei propri comportamenti, poiché contribuiscono a isolarlo dalla sorella, dalla gente dell’ufficio, nel quale egli occupa una posizione eminente, nonché da ogni vero rapporto d’amore, per il quale la sua esuberanza sessuale si mostra per quello che è, ovveromiserabile e insufficiente. La condanna alla solitudine più profonda e l’infelicità crescente vengono sottolineate dal colore sempre più livido della pellicola, dal prevalere della New York notturna e oscura dei locali malfamati e ancora una volta frequentati in un crescente cupio dissolvi senza via d’uscita.

Il regista racconta con l’eleganza e la freddezza necessarie a un soggetto così scabroso la discesa agli inferi di Brandon, avvalendosi della magnifica recitazione di Michael Fassbender, perfetto nella difficilissima parte dell’erotomane sempre più turbato, nonché disegnando, grazie al sensibile apporto di Carey Mulligan, un tenero personaggio femminile, che ha compreso come attraverso il corpo si possano trasmettere, se si vuole, parole di solidarietà accogliente e di affetto, quelle proprio che vorrebbe sentire intorno a sé (che meraviglia quella New York New York spezzata dai singhiozzi!)