The Escape

 

recensione del film:
THE ESCAPE

Regia:
Dominic Savage

Principali interpreti:
Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller, Montserrat Lombard, Jalil Lespert, Laura Donoughue – 105 min. – Gran Bretagna 2017

Una coppia come tante in una villetta a schiera, fra il verde, nei dintorni di Londra. Lei è Tara (Gemma Arterton), giovane, bella e triste; lui è Mark (Dominic Cooper), giovane uomo in carriera; con loro vivono i due figlioletti, belli e capricciosi, soprattutto il maschietto, che vorrebbe la mamma tutta per sé, proprio come il suo papà. Anche Mark, infatti vorrebbe Tara tutta per sé: a lei affida il compito di organizzare il ménage tenendo a mente le esigenze di tutti e soprattutto le sue, perché, come afferma, chi lavora tutto il santo giorno ed è carico di responsabilità non può preoccuparsi anche del bucato da stendere, delle camicie da stirare o del latte in frigo; d’altra parte, conosce altri modi per dimostrarle la permanenza, nel tempo, dell’ attrazione che li aveva legati!  Tara, però, sta attraversando un brutto momento e non gradisce più quelle attenzioni riservate solo a lei: sta male, piange, vorrebbe uscire dall’ abitudine e anche dagli obblighi che la legano e la soffocano. Colpisce che non sappia dirlo a lui, come se non trovasse più le parole per metterlo a parte dei suoi problemi… In realtà le mancano progetti alternativi per il proprio futuro (un lavoro? riprendere gli studi?), nonché probabilmente gli strumenti culturali per realizzarli.
Nel momento più difficile avrebbe messo in atto un velleitario tentativo di fuga a Parigi, seguìto da una bella notte d’amore con Philippe, fascinoso fotografo un po’ bugiardo, incontrato per caso al Museo di Cluny (galeotti i sei arazzi della Dame à la licorne e in modo particolare il sesto, l’allegoria del desiderio).
Sarebbero quindi arrivati i sensi di colpa, sollecitati e acuiti dagli appelli lanciati via smartphone della famigliola abbandonata e sgomenta; la solitudine; il vagabondaggio senza meta in una città sconosciuta e infine il suo ritorno mesto e triste: Mark non le avrebbe chiesto nulla, cosicché, presumibilmente, nulla sarebbe cambiato: un capriccio momentaneo.
Lui e lei vivranno infelici e scontenti per il resto dei loro giorni? Io credo di sì!

È una storia triste, trattata con delicata partecipazione dal regista, poco noto in Italia e in Europa, più conosciuto per alcune regie televisive. È anche un bel ritratto di donna, con le sue angosce, le sue contraddizioni, la sua inadeguatezza: non poco, quasi una provocazione in un mondo che pare aver perso la coscienza del dolore. Gemma Arterton è sublime interprete, di coinvolgente espressività, ma anche gli altri attori sono ben calati nei loro personaggi. Da vedere!

A Quiet Passion

recensione del film:
A QUIET PASSION

Regia:
Terence Davies

Principali interpreti:
Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May, Emma Bell, Duncan Duff, Joanna Bacon, Eric Loren, Benjamin Wainwright, Annette Badland, Rose Williams – 126 min. – Gran Bretagna, Belgio, USA 2016.

IIl film ricostruisce la vita di Emily Dickinson (1830-1886), ovvero di una delle più grandi voci della poesia americana dell’Ottocento, che il regista Terence Davies evoca con cura meticolosa, attento a rendere storicamente credibile e cinematograficamente interessante una storia molto difficile, nella quale contano anche i più più minuti particolari, essendo stata la vicenda umana della poetessa poverissima di eventi di rilievo. La sua esistenza si era infatti svolta quasi sempre in famiglia e all’interno delle mura domestiche della casa di Armherst nel Massachusetts, dalla quale, dopo il rientro dal College, non si era quasi mai allontanata, per consapevole scelta personale, sentendosi solo in quel luogo e solo nella propria stanza completamente libera di coltivare e perfezionare la sua passione di sempre per la scrittura letteraria e la poesia. Il regista, soprattutto nella prima parte del film, col minimalismo raffinato che ne contraddistingue lo stile, indugia su alcuni episodi della giovinezza di Emily (Emma Bell; in seguito Cynthia Nixon) che aiutano a comprenderne la singolarità: dall’isolamento subìto, per motivi di dissenso religioso, nel College da cui fu costretta a ritirarsi, all’evidente fastidio durante la visita alla zia di Boston (indimenticabile il piano sequenza che segue l’incrociarsi significativo dei diversi sguardi), al rapporto sempre dialettico, ma quasi sempre affettuoso col padre, ricco avvocato e politico (Keith Carradine), a sua volta tenero con lei e acuto nel percepirne le qualità speciali, tanto da concederle il permesso di scrivere durante le ore notturne, ciò che non si era mai visto in quella casa, da sempre rigidamente organizzata secondo l’alternarsi della luce naturale e del buio. Alle conoscenze paterne si sarebbe ancora appellata la giovane Emily per pubblicare le sue prime poesie, presso un editore col quale ebbe in seguito discussioni molto accese sulla letteratura “al femminile”, cui seguirono la rottura e la decisione, sempre più ferma, di continuare a scrivere sfruttando il grande privilegio del proprio isolamento e della propria indipendenza, per la quale aveva rinunciato all’amore e al matrimonio. In vita fu circondata dall’affetto di tutti i suoi familiari, che la accettarono ma che mai la compresero del tutto e che non sempre gradirono le sue intemperanze, poiché Emily, invecchiando, accentuava la propria rigidità morale, che era diventata quasi una forma di intolleranza severa, impermeabile a qualsiasi compromesso, provocando, per questa ragione, anche la crisi del proprio rapporto con Austin, l’amato fratello che aveva combattuto per gli Unionisti durante la guerra civile americana.

Il film è condotto con grande eleganza ed è allietato, si può ben dire, dalla lettura fuori campo di alcune sublimi liriche della poetessa, che con la loro leggera semplicità scandiscono, quasi senza soluzione di continuità, il percorso breve della sua esistenza di donna fragile, amaramente consapevole della propria grandezza, di cui con acume percepì l’inattualità, affidando la propria memoria all’amore e alla comprensione dei posteri.
Pellicola importante e secondo me, consigliabile soprattutto a chi conosce e ama la poesia della Dickinson, per evitare che l’indagine insieme evocativa e suggestiva di Terence Davies, per sua stessa dichiarazione intenzionato con questa sua fatica a rendere a Emily quella giustizia e quell’omaggio riconoscente che non ebbe in vita, venga liquidata frettolosamente come una noiosa opera cinematografica senza storia, il che sarebbe un vero peccato.
Magnifica interpretazione degli attori e, in particolare di Cynthia Nixon (la poetessa da adulta perfettamente calata nel personaggio), e di Keith Carradine, nel difficile ruolo di un padre combattuto fra la tenerezza e il dissenso più doloroso.

A beautiful Day

recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Dapprima aveva subìto la violenza di un padre arrogante e manesco fino al sadismo; poi quella barbarica e devastante delle guerre americane: con questa storia personale di paure, di odio e di sensi di colpa, Joe (Joaquin Phoenix) stava continuando a fare i conti, irrobustendo il proprio corpo per temprarlo al dolore più acuto, senza riuscire, però, a indurire il proprio cuore. Al suo ritorno dall’ultima campagna militare, reduce quasi miracolato dal destino, aveva ritrovato la madre (Judith Roberts), della cui sopravvivenza economica ora si prendeva cura volentieri, perché l’amava teneramente, ma aveva fatto fatica a riconciliarsi con se stesso, né gli era bastata l’assistenza psicologica che lo stato americano aveva assicurato a tutti i soldati che come lui avevano portato a casa la pelle. Le spaventose cicatrici disseminate sul suo corpo parevano perciò riflettere soprattutto i mali dell’anima, che si manifestavano durante la notte, percorsa da incubi e paure, dai tormenti che sempre lo riconducevano alle proprie terribili esperienze, in una così claustrofobica coazione a ricordare da togliere il fiato e anche la voglia di vivere. Si manteneva, adesso, con un’attività da investigatore e, all’occorrenza, da sicario professionale infallibile nel colpire e nell’occultarsi rapidamente, interessato soprattutto  a vendicare le vittime degli innumerevoli abusi che colpivano i più deboli. Dopo aver “punito” in modo atroce, su commissione, alcuni delitti sordidi, legati al sottobosco dei pedofili, Joe era stato contattato, perché fornisse la sua opera, da un esponente politico che stava contendendo a un rivale corrotto e vizioso, capo di un’organizzazione mafiosa per lo sfruttamento della prostituzione minorile, la carica di governatore. Costui infatti aveva sicuramente fra le mani Nina (Ekaterina Samsonov) l’irrequieta figlia adolescente, fuggita di casa. Il padre affranto gli affidava l’investigazione, nonché la punizione di tutti i colpevoli, dai manovali del crimine all’illustre organizzatore dello squallido giro di ninfette. Coinvolto in un dramma intessuto anche di trame politiche, Joe stava giocando, in realtà, la partita che avrebbe deciso in ogni caso della propria vita o della propria morte, che egli avrebbe affrontato senza viltà e senza compromessi.

Dopo aver presentato alquanto sommariamente le linee generali del quadro entro il quale si muove Joe, il protagonista del film, voglio aggiungere che si tratta sicuramente di un film molto autoriale della regista scozzese Lynne Ramsay, la stessa che nel 2011 aveva diretto il bellissimo e cupo …E ora parliamo di Kevin. A lei, dunque, dobbiamo ancora una volta la meditazione dolorosa sul male, sul suo insediarsi nell’uomo attraverso percorsi tortuosi e condizionamenti ambientali e sociali difficili da evitare e rimuovere. Del romanzo di Jonathan Ames, che dà il titolo alla versione originale del film, You Were Never Really Here, la regista ha scritto la sceneggiatura che, sebbene premiata dalla giuria di Cannes lo scorso anno, costituisce, a detta di molti critici (assai divisi nel merito), l’aspetto meno convincente del film, costruito più sulla fotografia che sulla scrittura. Grazie alla sua antica passione fotografica, la regista lavora infatti accostando e raccordando, con gusto sopraffino, colori e sfumature, cosicché raffredda in una spettacolare composizione visiva gli effetti splatter più truci e repellenti. Il colore del sangue diventa una sfumatura appena più cupa dei rossi tramonti di Manhattan mentre l’oscurità, puntinata dalle mille malferme luci della notte di NewYork, diventa lo sfondo degli incubi di Joe in cui realtà e immaginazione ossessivamente si alternano e si confondono in un dormiveglia insopportabilmente oppressivo, in cui il presente perde i propri contorni e lascia lo spazio alle allucinazioni e alle angosce. Lo spettatore stesso viene coinvolto in questo incerto susseguirsi di realtà e di immaginazione, ciò che comporta, alla fine del film, una notevole incertezza sulla consistenza verosimile di ciò che ha visto e soprattutto di ciò che ha capito. Non per nulla una parte della critica internazionale ha giudicato severamente questo film, nonostante alcuni pregi innegabili, come la colonna sonora azzeccatissima di Jonny Greenwood e l’interpretazione eccelsa di Joaquin Phoenix, irsuto e imbruttito come non mai, premiato con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. Film abbondantemente citazionista ed evocativo di altro cinema (da Scorsese di Taxi driver all’ Anderson di The master, addirittura al Dillinger di Marco Ferreri chiaramente citato in una scena importante, in cui due cuscini che coprono un volto presentano l’inconfondibile traccia insanguinata dello sparo assassino). Che dire? I difetti rilevati ci sono, ma forse non sono sufficienti a dissuadere un cinefilo dal consigliarne la visione. Era migliore il film precedente, forse, ma questo è intrigante e anche un po’ insolito. Da vedere!

Maria Maddalena

recensione del film:
MARIA MADDALENA

Titolo originale:
Mary Magdalene

Regia:
Garth Davis.

Principali interpreti:
Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiwetel Ejiofor, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Tawfeek Barhom, Uri Gavriel, Zohar Shtrauss, Hadas Yaron, Tsahi Halevi, Michael Moshonov, Ariane Labed, Sarah-Sofie Boussnina, Ryan Corr, Lubna Azabal, Lior Raz – 120 min. – Gran Bretagna 2018.

Ambientato nella Palestina del I secolo, più precisamente nel 33, anno a cui si fa risalire la crocifissione di Cristo, il film ci racconta la storia di Maria (Rooney Mara), figlia ribelle di una altolocata famiglia ebrea di Magdala che l’aveva destinata al matrimonio contro la sua volontà. La giovane, che per questa ragione era fuggita dalla propria casa, era entrata a far parte dei discepoli di un predicatore, Gesù di Nazareth (Joaquin Phoenix), che con loro, che lo chiamavano Rabbi (Maestro della legge), attraversava terre, deserti e villaggi, con l’obiettivo di raggiungere il tempio di Gerusalemme nella settimana della celebrazione della Pasqua ebraica.
La folla dei seguaci, uomini e donne, si infittiva durante il viaggio, grazie alla semplicità suggestiva di quella predicazione, alla fiducia suscitata da quel messaggio d’amore e di pace e alle guarigioni miracolose con le quali Gesù accompagnava le  parole, conforto e incoraggiamento per le popolazioni di ebrei  smarriti e incerti, dopo che i governatori romani avevano cominciato a perseguitarli per la loro fede monoteistica, creando paure e divisioni.
Maddalena, che era stata la prima donna a seguire il Maestro, aveva la comprensione e il rispetto di tutti, ma soprattutto era prediletta da lui, poiché meglio di altri ne aveva colto l’importanza profetica rivoluzionaria, capace di mutare il cuore degli uomini mitigandone la rabbia e il desiderio di vendetta e di guerra.
Il film, che si vede con piacere, essendo narrato in modo molto asciutto e teso ed essendo (soprattutto) privo di quella retorica compunta a cui l’argomento religioso potrebbe prestarsi, è ricco di altri pregi. Fra questi va ricordata in primo luogo l’ottima prova dei due principali attori, sempre molto controllati e pacati nell’espressione e nell’accettazione del dolore. Molto apprezzabile, poi, il ritratto di Maria Maddalena, donna cosciente di sé, ben decisa a difendere, con dolce fermezza, il messaggio cristiano di cui era diventata convinta mediatrice, nella certezza della sua necessità, così come è molto interessante la rappresentazione degli apostoli, umanissimi nelle incertezze, nelle fragilità e nelle paure; non sempre pronti a cambiare il loro sentire, ancora troppo turbato dai risentimenti, dai rancori o dai ricordi familiari che non avevano del tutto abbandonato per seguire il Maestro: questo (forse) potrebbe non essere accettabile sul piano della dottrina, ma li rende umanamente molto simili a noi, che li vediamo con simpatia fraterna. Bellissima, infine, la fotografia dei volti e del paesaggio, che è quello dell’Italia meridionale, continentale e siciliana, scelta come location dell’intero film.

Una Maddalena insolita, dunque, diversa dall’immagine della prostituta redenta da Gesù Cristo diffusa dalla tradizione cristiano-cattolica, consolidata dal papa Gregorio Magno, che nel calendario liturgico unificò nella sola persona di Santa Maria di Magdala tre presenze femminili del Nuovo Testamento.* Il cinema si era già ripetutamente occupato di lei, attraverso alcune opere famose fra le quali ricordo soltanto L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, che pur accogliendo, senza mettere in discussione, la decisione di papa Gregorio, aveva introdotto nella sua pellicola alcuni elementi eterodossi, in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, ciò che aveva destato violentissime proteste nel mondo cattolico più conservatore e guai infiniti a lui.
Il regista di questo film, invece, pare orientato a una ricostruzione basata sulla tradizione dei Vangeli Apocrifi, fra cui principalmente Il Vangelo di Filippo e il cosiddetto Vangelo di Maria, giunti a noi attraverso frammenti molto lacunosi, che, come i quattro Vangeli canonici, sono principalmente mirati all’interpretazione del messaggio cristiano, piuttosto che alla narrazione storica della vita di Gesù e testimoniano perciò soprattutto le divisioni interne al mondo cristiano dei primi secoli, cui posero fine, come sappiamo, le decisioni dell’imperatore Costantino al termine del concilio di Nicea (325).

———
* Maria di Magdala, Maria di Betania e la Peccatrice senza nome che si era lasciata convincere dalla forza delle parole di Gesù. Da allora Maddalena, ufficialmente, era stata presentata come l’ex peccatrice che per essersi affidata al Cristo, e per averlo seguito fino ai piedi della Croce, era stata santificata.

 

 

In Bruges-La coscienza dell’assassino

recensione del film:
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

La mia valutazione molto positiva di Tre manifesti a Ebbing- Missouri mi ha spinta a rivedere e ad analizzare i due lungometraggi precedenti del regista.

In Bruges-La coscienza dell’assassino, presentato nelle nostre sale nel maggio del 2008, ebbe un notevole successo di pubblico: costituiva per gli spettatori del cinema il primo incontro con Martin McDonagh, l’inglese di origini irlandesi affermato soprattutto come regista teatrale, molto apprezzato nel Regno Unito e in altri paesi anglofoni. Alla sua uscita, questa sua pellicola aveva destato in molti di noi un’ottima impressione, anche per lo scenario nel quale si ambientava la vicenda raccontata: una Bruges incantevole, insolita nel cinema e anche negli itinerari del nostro turismo, nonostante la qualità del suo assetto urbanistico, dei suoi palazzi gotici e tardo-gotici, dei suoi monumenti, nonché delle opere custodite nei suoi musei.
Il film, però, non era solo una bella cartolina da Bruges, anche se questo aspetto non andrebbe sottovalutato, per la dichiarata volontà del regista, che, innamorato della città, aveva voluto utilizzarne vie, canali, ponti, chiese e piazze quali sfondi straordinari del suo racconto (persino l’allora sindaco della città aveva trovato una collocazione secondaria fra i personaggi); quella pellicola è. infatti, la nerissima storia di una coppia di killer professionali, Ken (Brendan Gleeson)  e Ray (Colin Farrell), che lì avevano dovuto rifugiarsi dopo l’ultima loro sciagurata impresa londinese.
Era accaduto che gli spari del fucile di Ray avessero ucciso un prete in chiesa (come gli era stato ordinato), ma che avessero anche causato la morte di un bambino in preghiera, celato alla vista dal massiccio corpo dell’assassinato. I due complici, cui la polizia stava dando la caccia in conseguenza dell’orribile misfatto, avrebbero dovuto starsene lontani da Londra per un po’ di tempo, seguendo le indicazioni di Harry (Ralph Fiennes), il boss, che per il momento aveva deciso che raggiungessero Bruges. Per Ray, al suo primo omicidio, il battesimo del fuoco si era trasformato in un’imprevista tragedia; col rimorso nel cuore aveva seguito mal volentieri Ken in terra fiamminga, sperando di rientrare, quanto prima, sul suolo britannico….

In Bruges, però, non si limita alla cronaca, umoristicamente narrata, della fuga dei due malfattori: è il racconto di un soggiorno inquieto e strano, che Harry, uomo nevrotico e crudele aveva imposto, dal suo cottage, ai due malavitosi, segregandoli in una stanza d’albergo, in attesa di… Godot, ovvero di una sua telefonata. Per questa ragione, nel corso del film non si vedono molte scene movimentate, come ci si attenderebbe: quelle poche di solito nascono dal nervosismo di Ray, che se ne va in giro, col suo onnipresente senso di colpa, attraverso la città, i suoi bar e i suoi locali equivoci alla ricerca di avventure e di “paradisi artificiali” che ne plachino la rabbia e il rimorso. Egli lascia che sia Ken, più adulto e più maturo di lui, a scoprire la vecchia città, per lui decisamente poco attraente. Seguiremo, perciò nel corso del film, a fasi alterne, il percorso dei due personaggi, che non sempre si comportano da pacifici cittadini, perché, anche in questo fascinoso angolo di mondo, le occasioni per venire alle mani non mancano… Alla fine, però, inseguimenti movimentati, sparatorie e fughe rocambolesche compenseranno ampiamente chi se le aspettava fin dall’inizio.
Il film è sorprendentemente, invece, anche una meditazione semi-seria sul passato e sul suo lascito contraddittorio fatto di dolore, di saggezza e di bellezza, che potrebbe aiutarci ad accettare i nostri errori e le nostre contraddizioni: parrebbe quasi un racconto di formazione. Potrebbe esserlo, in qualche misura, se consideriamo separatamente i due personaggi protagonisti: Ken appare pacificato e rasserenato (ha elaborato il lutto per la morte violenta della moglie amatissima), poiché la bellezza della città gli ha offerto, forse, la chance che cercava per comprendere il senso della vita, grazie all’incanto suggestivo degli angoli segreti, all’ampio panorama dall’alto delle torri, alla visione del cigno bellissimo che emerge dalle acque scure e anche alle riflessioni sull’inquietante trittico di Jeronymus Bosch. Ray è un personaggio più restio ad accettare se stesso e a meditare: è impulsivo, violento e rozzo, ma è ancora molto giovane e una seconda chance probabilmente arriverà anche per lui, aiutato dall’amore di una donna, che il finale, aperto, del film lascerebbe intuire.

Pur nella diversità dell’intreccio, ritengo che sia i percorsi accidentati e talvolta inverosimili attraverso i quali si fa strada un filo di speranza, sia il tema dell’attesa (inutile?), sia le ultime scene del film che rendono esplicita l’dea della “seconda chance” ci portino a Ebbing, insieme ai modi “pulp” del racconto che scorre davanti ai nostri occhi e alla nostra mente.

 

Io, Daniel Blake

schermata-2016-10-22-alle-00-59-18recensione del film:
IO, DANIEL BLAKE

Titolo originale:
I, Daniel Blake

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner, Sharon Percy, Kema Sikazwe, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Bryn Jones, Mick Laffey, John Sumner – 100′ – Gran Bretagna, Francia 2016.

Si chiamava Daniel Blake (Dave Johns), viveva a Newcastle ed era un anziano falegname sopravvissuto a un infarto che l’aveva colpito mentre era impegnato nei lavori di carpenteria di un cantiere edile; ora si trovava involontariamente a essere protagonista di una serie di avventure grottesche e dolorose per ottenere quello che, fino a qualche anno prima, sembrava un diritto elementare: sopravvivere dopo una malattia così invalidante da impedirgli di tornare al lavoro. Il povero Daniel Blake era del tutto ignaro che la sua giusta richiesta di sussidio implicasse l’uso del computer e del mouse, né sapeva che la spedizione delle risposte al questionario su cui aveva apposto le crocette dovesse essere fatta esclusivamente per via telematica, né immaginava che per ottenere l’ascolto di un impiegato esperto, al quale esporre il proprio problema, avrebbe dovuto aspettare ore al telefono, perché gli impiegati erano spariti dagli uffici (privatizzati) del lavoro, sostituiti dalle voci registrate di un call center, dalle quali era difficile farsi comprendere e aiutare. Presto Daniel avrebbe constatato che la precarietà stava diventando la condizione comune di una quantità di giovani e anziani nell’universo britannico (britannico?) in cui si continuava a parlare di welfare, ma di fatto si distruggeva ogni forma di assistenza sociale, presentata all’opinione pubblica come insopportabile fonte di spesa e di tasse. La sua storia era destinata a incrociarsi perciò con quella di altri sventurati come lui o come la giovane Kattie (Hayley Squires), arrivata da Londra senza casa (gliela avevano venduta), senza lavoro e con due figli ancora piccoli da far crescere, vittima a sua volta del disumano sistema che stava facendo piazza pulita dei diritti e della sicurezza sociale.

Il film tratta un tema fra i più tipici del regista presentandoci uomini e donne che, come spesso nei suoi lavori, si arrabattano e lottano per ottenere giustizia. La pellicola, tuttavia, almeno secondo me, non è una stanca ripetizione del “solito” Ken il rosso, l’ottantenne socialista d’antan un po’ ripetitivo. No, il film, miracolosamente, ci presenta una bella storia poetica e lieve nella sua fluidità narrativa, sorretta da una perfetta sceneggiatura, che, senza mai annoiare, riesce a rendere interessanti e veri gli ambienti, le vicende e i anche i personaggi che mantengono, nonostante le sventure, una grande voglia di vivere, di aiutarsi, di raccontarsi, di progettare e che trovano nella solidarietà tollerante e nella loro mite dignità il senso della loro esistenza di perdenti che non si rassegnano alla durezza della sorte.
Giusta o no che fosse la Palma d’oro di Cannes* (la seconda della lunga carriera del regista), l’ambitissimo e prestigioso premio è andato, in ogni caso, a un film molto bello, capace di parlare con semplicità non banale al cuore degli spettatori. Chi ha visto il film in sala avrà certamente notato come me una commozione insolita che, al termine della visione, si è manifestata apertamente anche attraverso il desiderio di condividere inquietudini e preoccupazioni con accorate parole di commento, tanto profonda era stata l’identificazione con i personaggi della storia. Non capita spesso! Da vedere!

* Se si sia trattato di un premio giusto, lo sapremo solo quando vedremo (speriamo che succeda presto), anche in Italia, i film più  apprezzati e innovativi che per ora, a parte Ma Loute, non si sono visti.

l’adultera (Anna Karenina)

Schermata 03-2456357 alle 22.54.01recensione del film:

ANNA KARENINA

Regia:

Joe Wright

Principali interpreti:

Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFadyen, Domhnall Gleeson, Ruth Wilson, Alicia Vikander, Olivia Williams, Emily Watson,Holliday Grainger, Michelle Dockery, Alexandra Roach, Bill Skarsgård, Eros Vlahos, Raphaël Personnaz, Kenneth Collard, Tannishtha Chatterjee, Kostas Katsikis, Emerald Fennell, Hera Hilmar, Max Bennett, Guro Nagelhus Schia – 130 min. – Gran Bretagna 2012 –   

Pare che questo sia il trentaseiesimo adattamento cinematografico del romanzo tolstoiano, che è anche ispiratore di innumerevoli fiction e serial televisivi. Qui assistiamo al tentativo, abbastanza originale, di individuare, nella miniera sterminata di argomenti contenuti in quel capolavoro, due temi che costituiscano la struttura portante della pellicola: il primo è quello, scontato, dell’adulterio di Anna, sullo sfondo della pettegola e perbenista società dell’alta borghesia di Pietroburgo e di Mosca; il secondo è quello della contrapposizione città-campagna, che si evidenzia nella organizzazione di una società secondo princìpi di giustizia e di uguaglianza, nella proprietà agricola di Konstantin Levin che, respingendo il modello proprietario delle “anime morte”, costruisce, insieme alla moglie Kitty, una piccola comunità utopica, in cui famiglia e società trovino nei valori della cristiana solidarietà il fondamento della loro saldezza. Il pensiero tolstoiano emerge, abbastanza coerentemente grazie all’originale impianto scenico del film: sullo sfondo delle quinte di un teatro si recita la commedia dell’ipocrisia della vita cittadina, dove uomini e donne non vivono “secondo natura”, dove i matrimoni vengono combinati in base a calcoli di convenienza e si è giudicati non per ciò che si è, ma per ciò che si mostra di sé. La finzione teatrale appare particolarmente adatta, perciò, alla rappresentazione di un ambiente in cui ciascuno si esibisce su un proscenio di  cui cambiano soltanto i quadri che fanno da sfondo. Qui la nobiltà feudale e quella delle cariche ministeriali, a Mosca come a Pietroburgo, si esibisce nelle danze, nei ricevimenti e nei pettegolezzi. All’alta  società russa appartengono Anna, suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin e anche l’uomo amato da lei,  Aleksej Wronskij, così come le dame titolate, che vedono e condannano senza appello le violazioni delle regole non scritte dell’appartenenza a quel mondo. La passione amorosa di Anna e Wronski, fin dall’inizio connotata da sinistri e simbolici presagi (l’uomo sotto il treno, la morte della bella e delicata cavalla Frou Frou, stremata dai colpi di Wronskij), si sviluppa fra la generale riprovazione del comportamento soprattutto di lei, che non vorrebbe nascondersi e rivendica la libertà di amare alla luce del sole; sarà costretta, invece, a ritirarsi in un luogo isolato per portare a termine la nuova gravidanza, mentre il marito cerca di impedirle di rivedere il bambino nato dal loro matrimonio. Manca, rispetto al romanzo tolstoiano, l’analisi del processo di  trasformazione inevitabile dell’amore passionale, che invano Anna vorrebbe mantenere intatto**. Nel film, pertanto, si parla molto dell’adulterio di lei, ma poco delle sue complesse e contraddittorie inquietudini, cosicché l’immagine della donna, pur con le già menzionate novità, non si discosta troppo da quella di molti  stereotipati racconti cinematografici precedenti. Il secondo tema, sviluppato dal romanzo, risulta, in ogni caso, molto schiacciato dal primo e ha come protagonista Levin, amico d’infanzia di Stiva,fratello di Anna.

Il giovane Levin è presente a una festa danzante, durante la quale inutilmente spera di ottenere la mano di Kitty, umiliata e offesa dal ballare scandaloso e interminabile di Anna con Wronskij, col quale avrebbe dovuto fidanzarsi. Levin si allontana velocemente e alquanto disgustato e, appena fuori, si imbatte nella cruda e ingiusta realtà del fratello miserabile e malato, che vive con la giovane ex prostituta che lo cura, nel disprezzo generale. A questa realtà fatta di dolore, di fame e di degrado, Levin intende allora dedicarsi con tutto se stesso, per combatterla e per riportare, almeno dentro la sua proprietà agricola, quei principi di giustizia e di uguaglianza che soli possono giustificare il possesso della terra, trovando in Kitty, che finalmente riesce a sposare, una tenace e convinta alleata. Nella realtà della campagna nessuno recita: tutti, proprietari compresi, partecipano col loro lavoro al progetto di rigenerazione sociale del quale sono pienamente convinti. Qui, allora, il film viene girato all’aria aperta, nella bellezza della campagna, dato che la vita secondo natura è incompatibile con l’artificio e non conosce menzogne, perbenismi, tradimenti.

Il film tenta, perciò, una operazione culturale complessa, cercando di avvicinare gli spettatori ai temi più interessanti del pensiero tolstoiano. Che il regista ci sia sempre e pienamente riuscito è da discutere. Lo spettacolo si vede, comunque, volentieri e può avere una funzione propedeutica, per chi non conosce ancora il romanzo che è, in ogni caso, di una ricchezza straordinaria e perciò da leggere, rileggere e meditare. Un cast di ottimi attori, ben diretti da Joe Wright, riesce a coinvolgere il pubblico che è molto numeroso, almeno qui a Torino.

**rifiutando la realtà più prosaica della vita quotidiana e non accettando la routine simile a quella matrimoniale, Anna, nel romanzo, diventa una donna possessiva, sospettosa, gelosa non solo di eventuali rivali, ma della vita stessa di Vronskij, rendendosi odiosa ai suoi occhi e rendendogli odiosa anche la casa-gabbia dorata in cui si sente intrappolato.

il ritorno di Ken il Rosso (La parte degli angeli)

Schermata 12-2456276 alle 23.56.09recensione del film:

LA PARTE DEGLI ANGELI

Titolo originale:

Angel’s Share

Regia:

Ken Loach

Principali interpreti:

Paul Brannigan, John Henshaw, William Ruane, Gary Maitland, Jasmine Riggins, Siobhan Reilly, Roger Allam, Daniel Portman, David Goodall, John Joe Hay, Finlay Harris, Barrie Hunter, Lorne MacFadyen – 106 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia 2012.

I giovani che nelle periferie urbane si sono fatti le ossa per sopravvivere sono dappertutto considerati ad alto rischio, e dappertutto visti con diffidenza, dato che la loro vita irregolare è fatta di risse, di furti, di violenza, che vivano a Milano, a Parigi o a Glasgow, come i quattro protagonisti di questo film. I tentativi di far accettare a questi ragazzi un lavoro socialmente utile e un modo di vivere più civile spesso si scontrano con la loro ignoranza profonda e con la loro tendenza a scambiare il coraggio con l’aggressività, la giustizia con la vendetta. Qualche volta, però, basta la fiduciosa e generosa  comprensione di qualcuno per sloccare situazioni senza apparenti vie d’uscita.

Questo è accaduto a Robbie, il ragazzo scozzese che, fra i balordi del film, appare come il più disperatamente irricuperabile, per i reati gravi che ha già commesso e che gli hanno fatto precocemente conoscere la galera: le prime scene, ambientate proprio nell’aula del tribunale di Glasgow, quando giudice e avvocati decidono oltre che del destino di disgraziati come lui, anche del suo, ci descrivono subito il personaggio. E’ impulsivo, violento, viene volentieri alle mani , sia per le provocazioni che gli arrivano da una banda del quartiere che lo ha preso di mira, sia perché è così di suo, per storditaggine: spesso, strafatto di cocaina, scambia per realtà i suoi fantasmi e le sue paure e mena colpi all’impazzata, provocando ferite vere e dolori profondi. Ha però, a differenza dei suoi compagni del programma di recupero, motivazioni forti per cambiare la propria vita: ama una ragazza per bene, che ora lo ha reso padre di un bambino: per loro, per la responsabilità che ora finalmente sente, è disposto forse a lasciarsi guidare. Il lavoro cui è stato condannato, sostitutivo di una durissima pena, non sarà forse socialmente utilissimo, ma lo mette a contatto con realtà positive, con ambienti diversi da quelli cui è abituato e con persone diverse, come Harry, l’operatore assistente che lo accetta com’è e prova per lui compassione vera: ne intuisce il dramma e vuole aiutarlo.

La sorpresa del film, che diversamente sarebbe un film triste e, come dice il grande regista, molto prevedibile, sta nell’aver introdotto un elemento bizzarro nella narrazione, il vero deus ex machina capace di sciogliere i nodi del racconto: il wisky, il vero wisky scozzese, quello delle Highlands, torbato e salino nel sapore, quello che, prodotto con cura nelle distillerie, diventa con gli anni, dopo aver perso l’elemento iperalcoolico che lo renderebbe imbevibile (la parte che evapora, quella degli angeli, appunto) un nettare prezioso, che il nostro Robbie, raffinando i propri sensi impara rapidamente a riconoscere e apprezzare, bella metafora allusiva dello sgrezzarsi dell’animo e del raffinarsi del suo sentire.

Gli occorrono però, oltre a un lavoro, che troverà sfruttando la propria nuova competenza di insuperabile sommelier, anche i denari per mettersi in salvo, lontano da Glasgow e dalla guerra per bande della sua periferia. Per questo organizzerà, a fin di bene, con i suoi compagni balordi, un ultimo colpo, che si svolge fra difficoltà e rocamboleschi accadimenti, secondo una struttura presa a prestito dalle favole (peripezie dei personaggi per arrivare a  un oggetto molto prezioso in grado di mutare, per il suo valore, la vita di chi riuscirà a impadronirsene) che imprime un vivace e interessante sviluppo a tutta la narrazione e che, pur legandosi molto bene alla narrazione precedente (eccellente la sceneggiatura di Paul Laverty) fa assumere all’intero film un bel carattere fiabesco e ottimistico, che mi ha ricordato un po’ il nostro Pasolini di Una vita violenta. Questo è, secondo me,  un felicissimo ritorno di Ken Loach  alle sue opere migliori, dopo le precedenti, L’altra verità e Il mio amico Eric che non mi avevano convinta.

Bentornato al vecchio Ken, alla sua ispirazione da socialista umanista e tollerante. Bentornati gli attori di strada che hanno interpretato benissimo soprattutto se stessi.

il medico delle donne (Hysteria)


recensione del film.
HYSTERIA

Regia:

Tanya Wexler

Principali interpreti:
Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.
– 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Germania 2011

Il film non è un capolavoro, ma è divertente ed è altra cosa da quanto ci viene proposto dal trailer e dai numerosi “prossimamente” delle sale, il che mi fa pensare che le promozioni cinematografiche presentino ogni nuova pellicola al peggio, poiché solleticano più le curiosità morbose e pruriginose del pubblico che il suo gusto o la sua cultura (alla larga da questi oggetti misteriosi, per carità!). Il risultato è che un film come questo, che con grazia e garbo ricostruisce accuratamente alcuni aspetti importanti della Londra di fine Ottocento, attira molti spettatori che, illudendosi di vedere scene particolarmente osé, cominciano a ridere sguaiatamente ancor prima che gli attori aprano bocca o si muovano. Nonostante tutto ciò, è piacevole vedere questo lavoro, che è ben costruito, e ci restituisce la verità storica della Londra “fin de siècle”, quando in pieno vittorianesimo puritano e ipocrita, emersero le importantissime lotte sociali condotte dalle suffragette per il diritto femminile al voto, nonché per l’emancipazione delle donne e dei loro bambini dall’indigenza e dall’ignoranza. A questa importante missione si dedica nel film, anima e corpo, Charlotte, una delle figlie del dottor Dalrymple, cioè di colui che curava le signore borghesi di Londra, infelici e depresse per la presunta malattia isterica (prima che gli studi di Freud chiarissero le vere origini di questo disturbo femminile, si pensava che malinconia, tristezza e depressione dipendessero dall’ utero particolarmente irrigidito). Nel corso del film si alternano intrecciandosi le vicende di due mondi paralleli: quello dei quartieri miseri e sordidi di Londra, nei quali si svolge l’opera filantropica di Charlotte, e quello della ricca casa – studio di suo padre, che ne detesta le bizzarrie umanitarie, consolandosi con la tranquilla presenza dell’altra figlia, la più giovane, Emily, tutta casa, pianoforte e studi frenologici. Quando il vecchio Darlymple decise di lasciare il proprio studio, trasmise al suo designato successore, il giovane medico, appena licenziato dall’ospedale dei poveri, Mortimer Grenville, i segreti della cura grazie alla quale era riuscito a “guarire” l’isteria delle sue pazienti: un massaggio esercitato con pressione crescente sulla vulva delle signore, fino al “parossismo”, termine che, secondo la terminologia medica del tempo, avrebbe dovuto indicare l’avvenuto ammorbidimento dell’utero, ma vero e proprio orgasmo, in realtà. Il lavoro di Mortimer ebbe immediato successo, ma gli causò gravi dolori alla mano deputata al massaggio: le invenzioni di un amico, col pallino delle applicazioni elettriche agli oggetti di uso quotidiano, gli diede l’idea di aiutarsi con uno strumento costruito appositamente, un vibratore, che venne dapprima, fra mille cautele, utilizzato in studio, ma che successivamente divenne uno strumento portatile, fonte per lui di guadagno e di indipendenza dal vecchio Darlymple, ciò che gli permise di dedicare le proprie attenzioni a Charlotte e alla sua causa, lasciando al suo destino la sdolcinata Emily. Non voglio aggiungere altro: il film va visto, perché diverte con intelligenza, talvolta maliziosa, non è mai volgare, come lascerebbe immaginare l’argomento trattato. La regista, Tanya Wexler, americana di Chicago e residente a New York, non proprio esordiente, ma poco nota presso il grande pubblico, potrebbe aver trovato l’occasione giusta per farsi apprezzare.

sesso e solitudine (Shame)

recensione del film:
SHAME

Regia:
Steve Mc Queen

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware,Lucy Walters, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Jay Ferraro, Mackenzie Shivers, Alex Manette, Briana Marin, Frank Harts, Kate Dearing, Wenne Alton Davis, Eric Miller, Stephane Nicoli, Carl Low, Neal Hemphill, Mari-Ange Ramirez, Rachel Farrar
Gran Bretagna, 2011 – 99 minuti
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Di Brandon (Michael Fassbender), giovane di origine irlandese, della sua storia e dei suoi trascorsi familiari e amorosi, il film non ci dice nulla, perché il regista entra immediatamente “in medias res” e ci presenta il personaggio nella sua dimora newyorkese, alle prese con le operazioni quotidiane fra il risveglio, la doccia e l’ufficio. Più avanti incontreremo la sorella, la graziosa Sissy (Carey Mulligan), cantante nei locali della notte newyorkese, inquieta e insicura, che si rifugia a casa di Brandon, non sapendo dove andare per un incontro amoroso. Sapremo da lei di un primo soggiorno nel New Jersey, e del successivo stabilirsi a New York, breve tragitto, ma indizio di una posizione sociale certamente migliorata. Di fatto l’appartamento di Brandon è bello e luminoso, con vista sulla metropoli davvero bellissima, così come è bellissimo il panorama della città dai piani alti dell’edificio dove Brandon lavora: una fra le città più affascinanti del mondo.
Lo scenario è però anche quello delle tragedie personali di Sissy e di Brandon, persone fondamentalmente sole, alle prese con i loro problemi: la piccola Sissy, porta, nelle numerosissime cicatrici sulle braccia, i segni di un più volte reiterato tentato suicidio; il giovane Brandon nasconde sotto il bel volto, apparentemente sereno, l’ossessione che, come una droga che ha ormai prodotto assuefazione, lo spinge in modo incontrollabile alla ricerca del piacere sessuale, senza badare al come, al dove, al quando, al con chi. La conseguenza di questa irrefrenabile foia è il degrado nei rapporti umani e sociali, che affiora alla coscienza, soprattutto quando alcuni fondamentali episodi lo portano a provare vergogna di sé e dei suoi comportamenti, poiché contribuiscono a isolarlo dalla sorella, dalla gente dell’ufficio, nel quale egli occupa una posizione eminente, nonché da ogni vero rapporto d’amore, per il quale la sua esuberanza sessuale si mostra per quello che è, cioè miserabile e insufficiente. La condanna alla solitudine più profonda e l’infelicità crescente vengono sottolineate dal colore sempre più livido della pellicola, dal prevalere della NewYork notturna dei locali malfamati e ancora una volta frequentati in un crescente “cupio dissolvi” senza sbocco.
Il regista racconta con l’eleganza e la freddezza necessarie a un soggetto così scabroso la discesa agli inferi del protagonista, avvalendosi della stupenda recitazione di tutti gli attori, soprattutto di Michael Fassbender, perfetto nella difficilissima parte dell’erotomane sempre più turbato e della tenera Carey Mulligan, brava anche come cantante (come è struggente sentirla in NewYork, NewYork!), che ha compreso come attraverso il corpo si possano trasmettere, se si vuole, parole di solidarietà accogliente e di affetto, quelle proprio che vorrebbe sentire intorno a sé.