Aquarius

schermata-2016-12-17-alle-22-42-29recensione del film:
AQUARIUS

Regia:
Kleber Mendonça Filho

Principali interpreti:
Sonia Braga, Maeve Jinkings, Irandhir Santos, Humberto Carrão, Fernando Teixeira,
Jeff Rosick, Julia Bernat, Carla Ribas, Rubens Santos
– 140 min. – Brasile 2016.

Alle soglie della vecchiaia, dopo la morte del marito e la “diaspora” dei figli, ciascuno per la propria strada, Clara (Sonia Braga)  vive da sola a Recife, in un condominio un tempo ideato per ospitare la buona borghesia locale e denominato Aquarius. Nell’alloggio di sua proprietà, affacciato sulla bella spiaggia brasiliana, essa custodisce gelosamente le testimonianze e i ricordi  di trent’anni della propria storia: sono gli oggetti che parlano della sua brillante carriera professionale di giornalista musicologa (i vinili stipati sugli scaffali fino al soffitto, insieme ai ritagli di giornali e alle fotografie in compagnia di famosi musicisti); sono anche gli arredi, muti testimoni delle gioie del periodo felice del suo matrimonio e della maternità, nonché dei dolori della malattia che l’aveva colpita ancora molto giovane (un cancro al seno, superato grazie a una crudele amputazione, alle pesanti cure che le avevano fatto perdere per qualche tempo i bellissimi capelli, e grazie anche alla propria caparbia volontà di vivere). Ora la bella dimora, carica di memorie, è insidiata da una società di immobiliaristi, molto potente in Brasile, che ha già acquistato tutti gli alloggi del condominio ed è decisa ad acquistare anche il suo, con le buone maniere in un primo tempo (offerte molto vantaggiose, sempre rifiutate) e adesso con le cattive (minacce, dispetti e intimidazioni di ogni tipo), per attuare la colossale speculazione edilizia destinata a mutare l’aspetto di Recife e della sua prestigiosa spiaggia, ormai poco fruibile, essendo la balneazione resa rischiosa dagli squali che infestano le acque della bellissima baia di Pernambuco. Il film è il racconto della lotta sorprendente intrapresa da Clara, quasi da sola, con pervicace ostinazione, per difendere insieme alla sua proprietà, se stessa e la propria dignità.

La vicenda, anche se per alcuni aspetti ricorda un bel film dagli accenti quasi dickensiani di Mike Leigh del 1988, High Hopes (la faccia più spietata della speculazione edilizia a Londra durante il governo di Margaret Thatcher), si colloca in modo originale e nuovo, nei suoi sviluppi e nella imprevedibile conclusione, ai nostri giorni per il ritratto moderno e inquieto di Clara, che vive l’ultima fase della vita non come una cadente vecchietta, ma rivendicando il giusto rispetto per le sue esigenze: il suo corpo, pur gravemente offeso, è ancora in grado di esprimere vitale sensualità; la sua mente è ancora lucidissima e presente a se stessa e intende mantenere intatta la memoria di un passato di rivendicazioni femministe, che, proseguendo una tradizione di famiglia, Clara aveva vissuto fra le mille contraddizioni e lacerazioni che soffrono tutte le donne, combattute fra il desiderio della propria affermazione personale e quello fortissimo di essere vicine ai propri figli. Non mancano nella narrazione del regista Kleber Mendonça Filho momenti di tensione penosa e talvolta struggente, soprattutto quando proprio dai figli arriva la pressante richiesta di cedere e di accettare di andarsene, dimostrando che essi hanno a cuore più la propria tranquillità che le ragioni di una madre fiera che non intende arretrare né svendere ciò che il denaro non può risarcire in alcun modo. Stupenda e perfetta l’interpretazione di Sonia Braga, in un film non certo privo di difetti (un po’ troppo lungo, forse), ma molto interessante e sicuramente da vedere.

Presentato in concorso a Cannes nello scorso aprile.

 

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E’ arrivata mia figlia

Schermata 2015-06-07 alle 16.50.51recensione del film:
E’ ARRIVATA MIA FIGLIA

Titolo originale:
Que horas ela volta

Regia:
Anna Muylaert

Principali interpreti:
Regina Case, Michel Joelsas, Camila Márdila, Karine Teles,  Lourenço Mutarelli – 114 min. – Brasile 2015.

E’ noto che libertà e uguaglianza non sempre vanno d’accordo, e che, anche negli stati democratici meglio organizzati, con difficoltà si conciliano i principi della libertà individuale con quelli della giustizia, in modo da garantire almeno pari opportunità a tutti i cittadini.
E’ evidente anche ai nostri giorni che le differenze di classe sono una realtà e non il parto delle malsane elucubrazioni di Karl Marx e di Friedrich Engels, così come è altrettanto evidente che le ingiustizie nella distribuzione del reddito, nelle società più avanzate di oggi, stridono con i fondamenti stessi della democrazia e producono tensioni e mutamenti profondi, talvolta drammatici, nelle abitudini e nei comportamenti collettivi. Nel film della regista Anna Muylaert, che descrive il Brasile democratico di Lula e dei suoi successori come un paese in rapidissima espansione economica, l’argomento è affrontato analizzando gli sconquassi sociali provocati nell’organizzazione delle famiglie dallo sviluppo impetuoso dell’economia, che mette in discussione persino il più elementare dei sentimenti, l’amore materno. Le sole donne che, nella società brasiliana della competizione e del “progresso”, sembrano in grado di dare ai bambini l’affetto incondizionato di cui hanno bisogno per crescere, infatti, sono le “tate”, immigrate dal nord povero del paese, chiamate a rimpiazzare le madri vere, troppo indaffarate e in carriera per poter badare ai loro piccoli. Lo spostamento delle tate verso le grandi città, dove la loro opera è indispensabile, non è stato indolore: per lo più esse hanno lasciato i propri figli per occuparsi di quelli altrui, e per inviare ai luoghi d’origine quel denaro necessario a farli studiare e a garantire loro un futuro meno povero.
Può accadere, però, come ci racconta questo film ambientato a San Paulo, che una fedele tata di nome Val (Regina Case), che si è allevata un bambino non suo, Fabinho (Michel Joelsas), accontentandosi della modestissima sistemazione nella stanza più piccola e malandata della grande casa padronale, venga raggiunta dalla figlia Jessica (Camila Márdila) che non vede da dieci anni e che ora è diventata una bella ragazza, intelligente e acculturata, che a San Paulo si accinge a sostenere l’esame per l’ ammissione alla facoltà di Architettura. Il suo arrivo sconvolge  profondamente l’equilibrio dell’intera famiglia, perché le stesse cose che erano state imposte dai padroni di casa e accettate come del tutto naturali da Val sono incomprensibili alla giovane per la quale non è affatto naturale che la bellissima e vuota stanza degli ospiti non possa servire a lei, costretta a dividere con la madre la stanzuccia in cui non ha spazio per studiare, né è naturale che non possa mangiare alla stessa tavola dei padroni, né che non possa servirsi del gelato di Fabinho, che è diverso da quello della servitù, né le pare giusto che le sia vietato, in primo luogo dalla madre, l’uso della piscina in quella casa lussuosa. Jessica, rivendicando il diritto a essere accolta con l’amicizia e con la civiltà dovuta agli ospiti, difende non solo la propria dignità, ma anche quella della madre Val, da troppo tempo schiacciata e umiliata dai suoi ricchi padroni, aperti, progressisti, nonché (chi l’avrebbe mai detto?) democratici.

Attraverso questo piccolo film, che è quasi un apologo, la regista Anna Muylaert ci ricorda con grazia e leggerezza alcune verità sui rapporti di classe che da tempo il cinema ignorava, quasi che avessero perso di importanza nella interclassista corsa al benessere: ci ricorda infatti che l’ingiustizia non nasce dalla natura; che le classi sociali sopravvivono anche al crollo del comunismo; che senza il duro lavoro degli immigrati le società affluenti non potrebbero sopravvivere; che lo sfruttamento del lavoro è ingiusto e inaccettabile, e infine, che il conflitto fra le classi è necessario per riportare un po’ di giustizia fra gli uomini.
Bel film, recitato splendidamente e presentato con successo al festival di Berlino di quest’anno e al Sundance Film Festival, dove ha ottenuto rispettivamente il premio del pubblico come miglior film, e il premio speciale della giuria.