Girl

recensione del film:
GIRL

Regia:
Lukas Dhont

Principali interpreti:
Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen – 105 min. – Belgio 2018.

Era Victor, alla nascita, ma quel nome non lo voleva e aveva voluto “ribattezzarsi” Lara, cosicché Lara era diventata, per tutti, persino per la sua carta d’identità.
Era giovanissima Lara; l’avresti detta un’adolescente in boccio, se non fosse stato per quel corpo legnoso, dalle ossa troppo grandi, e soprattutto per quell’appendice insopportabile del suo sesso che non riusciva proprio a nascondere, nonostante ci provasse, schiacciandoselo stoicamente sul corpo col nastro adesivo. Certo non era facile trasformare, come le sarebbe piaciuto, quell’involucro di carne e ossa, di cui si sentiva prigioniera, in un corpo femminile morbidamente aggraziato, anche se l’impresa non era impossibile: avrebbe potuto contare sul sostegno affettuoso di suo padre che, per aiutarla, aveva trasferito l’abitazione, la scuola dell’altro figlio nonché la propria attività di taxista dal Belgio francofono ad Anversa, nei pressi dell’ospedale dove alcune equipes specializzate ne avrebbero seguito il percorso fino alla conclusione, quando, finalmente sarebbe stata la creatura femminile che da sempre sentiva di essere; per ora doveva accontentarsi delle cure ormonali massicce che, inibendo lo sviluppo maschile, lentamente le avrebbero dato l’apetto di una ragazza, la Girl del titolo del film.

Lara, dunque, era un’adolescente transgender che forse stava vivendo nel migliore dei mondi possibili, senza saperlo, però, tutta presa com’era dal suo problema, e dall’impazienza di vederlo risolto, ciò che era acuito anche dalla volontà di non sfigurare nella prestigiosa Scuola Reale di Danza classica che l’aveva ammessa ai suoi corsi, accettandone la diversità, così come le sue compagne, che mostravano, per la verità, qualche maliziosa curiosità di troppo, violandone il doloroso pudore, ma senza vera intenzione di ferirla.
Se è vero che l’adolescenza è un momento cruciale della crescita di ciascuno, per Lara, alla disperata ricerca di un corpo che testimoniasse la propria identità femminile, l’adolescenza stava diventando una tortura insopportabilmente prolungata: l’affannosa e continua ricerca davanti allo specchio di qualche traccia di mutamento non dava alcun risultato; molte invece erano le tracce sanguinanti delle ferite che infliggeva continuamente a quel corpo nel tentativo di essere come le altre, cosicché quel corpo così odiato e, si direbbe, inutilmente vessato avrebbe presto reclamato i propri diritti, mettendo in evidenza la difficoltà durissima di quella sua condizione, anche in una società civile e tollerante e in una famiglia intelligente e comprensiva.

Grazie all’uso attento della camera che segue Lara alla sua altezza, il regista, al suo primo lungometraggio, ci offre lo splendido ritratto di una creatura per la quale la ricerca dell’identità sessuale stava diventando una penosa ossessione, rendendoci partecipi e consapevoli del suo tormento e delle sue contraddizioni, senza nascondere, sotto un velo di ipocrisia, i momenti crudi del sangue e delle infezioni che ne devastavano il corpo, immagini simboliche dello strazio profondo dell’animo e del cuore.

Non mancano alcuni difetti, perdonabili, tuttavia, in un’opera prima, data anche la giovane età del regista appena ventisettenne: l’insistita ripetitività delle scene di danza; un certo compiacimento estetico un po’ languido nel colore dorato della luce diffusa negli ambienti in cui si muove Lara, dalla scuola di danza all’ospedale. Si tratta di difetti lievi, che non hanno impedito l’assegnazione della prestigiosa Caméra d’or di Cannes, lo scorso maggio, (Un certain regard) al film scelto come Migliore Opera Prima, prestigioso e indiretto riconoscimento alla direzione di Lukas Dhont. Anche la magnifica e prodigiosa interpretazione di Victor Polster nel ruolo di Lara ha ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio al migliore interprete maschile.

Film da vedere sicuramente.

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Le fidèle

recensione del film:
LE FIDELE

Regia:
Michaël R. Roskam

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos, Jean-Benoît Ugeux, Eric de Staercke, Nathalie Van Tongelen, Sam Louwyck,  – 120 min. – Belgio, Paesi Bassi, Francia 2017

Gino, detto Gigi, e Benedicte, detta Bibi, si erano conosciuti al termine di un raid automobilistico: lei, di famiglia alto borghese, era pilota di una vettura in gara; lui, spettatore, si trovava lì per interesse professionale: si occupava (o almeno così le aveva fatto credere) di import-export di automobili. Era nata dopo questo incontro la loro irresistibile attrazione, sfociata subito nell’amore più appassionato, quello che cambia la vita e le dà un senso. Per lui avrebbe potuto anche diventare l’occasione per lasciare alle spalle il proprio penoso passato da orfano, quello che dall’adolescenza gli aveva insegnato a difendersi con feroce determinazione, insieme al gruppo di amici con i quali aveva condiviso le strade delle periferie fiamminghe e la solidarietà violenta, unica difesa di chi vive abbandonato dal mondo. Con loro era diventato adulto e con loro aveva accuratamente progettato e organizzato numerose rapine a mano armata che avevano assicurato all’intera banda di che sopravvivere per qualche tempo. Della sua vita segreta, da sbandato delinquente, aveva accennato a Bibi, che dapprima non l’aveva preso molto sul serio, ma che aveva dovuto presto prendere atto della realtà quando, dopo l’ultima audacissima rapina, fallimentare, era arrivato il carcere e la loro forzata separazione. La fortuna ora sembrava aver abbandonato Bibi; l’azienda paterna era finita sotto il controllo della mafia albanese, mentre la sua salute era compromessa irreparabilmente: non era riuscita a portare a termine la gravidanza a lungo desiderata e la sua stessa vita era in pericolo, né al ritorno dopo la condanna, Gigi avrebbe potuto rivederla…

Preceduto da una fama discreta, presentato lo scorso anno a Venezia, quindi al Film Festival Internazionale di Toronto, interpretato da attori di tutto rispetto, sotto la direzione di Michaël R. Roskam, giovane e talentuoso regista fiammingo al suo terzo lungometraggio*, questo film è, per me, nel suo insieme, molto deludente. Eppure l’attesa di un buon film sembra all’inizio realizzarsi: molto promettente il flashback rapido dell’infanzia di Gino mentre scorrono i titoli di testa; molto bella la successiva narrazione dell’amore nascente e dei primi incontri appassionati fra Gino  e Benedicte (rispettivamente Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos, entrambi ottimamente calati nella parte). A questi momenti rapidi e folgoranti (di quelli che non si dimenticano facilmente, grazie al racconto brioso e veloce, spesso ellittico, e subito molto coinvolgente), che occupano all’incirca la prima parte del film, fa seguito la violentissima rappresentazione delle sciagurate imprese di lui, e l’incupirsi progressivo dell’intera seconda parte sotto i colpi delle disgrazie che, con effetto cumulativo, travolgono lei, il suo desiderio di maternità, il suo amore per la vita, nonché l’aspirazione a rivedere lui, ciò che trasforma la loro bella storia d’amore in un mélo noir dal crescendo così banale da annullare l’aspetto tragico della vicenda. Che peccato!

* (QUI la mia recensione molto positiva della sua precedente pellicola)

In Bruges-La coscienza dell’assassino

recensione del film:
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

La mia valutazione molto positiva di Tre manifesti a Ebbing- Missouri mi ha spinta a rivedere e ad analizzare i due lungometraggi precedenti del regista.

In Bruges-La coscienza dell’assassino, presentato nelle nostre sale nel maggio del 2008, ebbe un notevole successo di pubblico: costituiva per gli spettatori del cinema il primo incontro con Martin McDonagh, l’inglese di origini irlandesi affermato soprattutto come regista teatrale, molto apprezzato nel Regno Unito e in altri paesi anglofoni. Alla sua uscita, questa sua pellicola aveva destato in molti di noi un’ottima impressione, anche per lo scenario nel quale si ambientava la vicenda raccontata: una Bruges incantevole, insolita nel cinema e anche negli itinerari del nostro turismo, nonostante la qualità del suo assetto urbanistico, dei suoi palazzi gotici e tardo-gotici, dei suoi monumenti, nonché delle opere custodite nei suoi musei.
Il film, però, non era solo una bella cartolina da Bruges, anche se questo aspetto non andrebbe sottovalutato, per la dichiarata volontà del regista, che, innamorato della città, aveva voluto utilizzarne vie, canali, ponti, chiese e piazze quali sfondi straordinari del suo racconto (persino l’allora sindaco della città aveva trovato una collocazione secondaria fra i personaggi); quella pellicola è. infatti, la nerissima storia di una coppia di killer professionali, Ken (Brendan Gleeson)  e Ray (Colin Farrell), che lì avevano dovuto rifugiarsi dopo l’ultima loro sciagurata impresa londinese.
Era accaduto che gli spari del fucile di Ray avessero ucciso un prete in chiesa (come gli era stato ordinato), ma che avessero anche causato la morte di un bambino in preghiera, celato alla vista dal massiccio corpo dell’assassinato. I due complici, cui la polizia stava dando la caccia in conseguenza dell’orribile misfatto, avrebbero dovuto starsene lontani da Londra per un po’ di tempo, seguendo le indicazioni di Harry (Ralph Fiennes), il boss, che per il momento aveva deciso che raggiungessero Bruges. Per Ray, al suo primo omicidio, il battesimo del fuoco si era trasformato in un’imprevista tragedia; col rimorso nel cuore aveva seguito mal volentieri Ken in terra fiamminga, sperando di rientrare, quanto prima, sul suolo britannico….

In Bruges, però, non si limita alla cronaca, umoristicamente narrata, della fuga dei due malfattori: è il racconto di un soggiorno inquieto e strano, che Harry, uomo nevrotico e crudele aveva imposto, dal suo cottage, ai due malavitosi, segregandoli in una stanza d’albergo, in attesa di… Godot, ovvero di una sua telefonata. Per questa ragione, nel corso del film non si vedono molte scene movimentate, come ci si attenderebbe: quelle poche di solito nascono dal nervosismo di Ray, che se ne va in giro, col suo onnipresente senso di colpa, attraverso la città, i suoi bar e i suoi locali equivoci alla ricerca di avventure e di “paradisi artificiali” che ne plachino la rabbia e il rimorso. Egli lascia che sia Ken, più adulto e più maturo di lui, a scoprire la vecchia città, per lui decisamente poco attraente. Seguiremo, perciò nel corso del film, a fasi alterne, il percorso dei due personaggi, che non sempre si comportano da pacifici cittadini, perché, anche in questo fascinoso angolo di mondo, le occasioni per venire alle mani non mancano… Alla fine, però, inseguimenti movimentati, sparatorie e fughe rocambolesche compenseranno ampiamente chi se le aspettava fin dall’inizio.
Il film è sorprendentemente, invece, anche una meditazione semi-seria sul passato e sul suo lascito contraddittorio fatto di dolore, di saggezza e di bellezza, che potrebbe aiutarci ad accettare i nostri errori e le nostre contraddizioni: parrebbe quasi un racconto di formazione. Potrebbe esserlo, in qualche misura, se consideriamo separatamente i due personaggi protagonisti: Ken appare pacificato e rasserenato (ha elaborato il lutto per la morte violenta della moglie amatissima), poiché la bellezza della città gli ha offerto, forse, la chance che cercava per comprendere il senso della vita, grazie all’incanto suggestivo degli angoli segreti, all’ampio panorama dall’alto delle torri, alla visione del cigno bellissimo che emerge dalle acque scure e anche alle riflessioni sull’inquietante trittico di Jeronymus Bosch. Ray è un personaggio più restio ad accettare se stesso e a meditare: è impulsivo, violento e rozzo, ma è ancora molto giovane e una seconda chance probabilmente arriverà anche per lui, aiutato dall’amore di una donna, che il finale, aperto, del film lascerebbe intuire.

Pur nella diversità dell’intreccio, ritengo che sia i percorsi accidentati e talvolta inverosimili attraverso i quali si fa strada un filo di speranza, sia il tema dell’attesa (inutile?), sia le ultime scene del film che rendono esplicita l’dea della “seconda chance” ci portino a Ebbing, insieme ai modi “pulp” del racconto che scorre davanti ai nostri occhi e alla nostra mente.

 

Le Ardenne-Oltre i confini dell’amore

recensione del film:
LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

Titolo originale:
D’Ardennen

Regia:
Robin Pront

Principali interpreti:
Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, Sam Louwyck, Peter Van den Begin, Eric Godon, Nico Sturm, Brit Van Hoof, Uwamungu Cornelis – 96 min. – Belgio 2015

Opera prima del regista belga Robin Pront, presentata con lusinghieri giudizi al Noir in Festival di Courmayeur due anni fa, è arrivata ora, senza fretta, nelle nostre sale, aggiungendosi alla serie di noir di  buona qualità che caratterizza questa offerta estiva avarissima di buoni film.

Kennet (Kevin Janssens) e Dave (Jeroen Perceval) fratelli, legati da profonda solidarietà familiare erano stati complici di scelleratezze, fino a che, dopo una rapina finita male, Kennet era stato catturato.
Avrebbe pagato, lui solo, con sette anni di carcere, senza tirare in ballo suo fratello e Sylvie (Veerle Baetens), la sua fidanzata, che li attendeva in auto e che era riuscita a mettersi in salvo, insieme a Dave.
Dopo quattro anni, però, quando era era arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della sua scarcerazione anticipata, molte cose erano cambiate: Dave e Sylvie si erano innamorati e avevano cercato di tirarsi fuori dal crimine abbandonando, con enormi sacrifici, alcool e droga, fiduciosi che sarebbe stato per entrambi possibile costruire una vita diversa, forse banale, ma pulita.
Kennet non ne era stato informato: in galera aveva ricevuto costantemente le visite del fratello mentre da due anni lei non si era fatta vedere; ora egli era intenzionato a ritrovarla e a riprendere quel rapporto inspiegabilmente interrotto, né sembrava facile per Dave e Sylvie metterlo al corrente della nuova situazione, poiché ne temevano la violenza incontrollabile.

La prima parte del film, ambientata nei sobborghi di Anversa ci presenta, sullo sfondo del piovoso e tristissimo paesaggio delle Fiandre, gli attori del dramma che sta per compiersi, con una ineluttabilità quasi archetipica*, nelle Ardenne, ovvero tra le colline alle quali erano legati i sereni ricordi infantili dei due fratelli. La fatalità catastrofica del finale è, tuttavia, assai sorprendente, perché è preparata con cura attenta, in un crescendo di orrore che rivela una malvagità senza fondo, in un panorama di miseria materiale e culturale, ben sottolineato dalla cupa fotografia in cui prevalgono tutti i toni del grigio e del verde, mai come in questo caso ossessivo colore mortuario delle cose, del paesaggio e delle persone che vi si aggirano.

Il film che è tratto da una pièce teatrale scritta da Jeroen Perceval, ovvero dallo stesso attore che interpreta Dave, è raccontato con estrema durezza, senza alcuna concessione mélo che pure sarebbe possibile (c’è una vigilia di Natale, c’è una madre, c’è un amore vero e c’è un bambino in arrivo) e non è separabile dalla martellante techno-music estremamente funzionale a tutto il racconto. Originale noir, molto accurato nella realizzazione, di un regista giovane e colto, in cui l’interesse sociologico è unito all’eterno interrogarsi circa le origini del male nel cuore dell’uomo.

Da vedere se si è capaci del necessario distacco per reggere, fino alla fine, il crescendo di efferatezze: è un noir nerissimo!

 

*”Volevo esplorare grazie al triangolo le zone intermedie tra bene e male e chiedermi perché le persone sono come sono e fanno quello che fanno”.

Maryland

recensione del film:
MARYLAND

Regia:
Alice Winocour

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Diane Kruger, Jean-Louis Coulloc’h, Paul Hamy, Victor Pontecorvo, Philippe Haddad, Franck Torrecillas, Michael Dauber, Percy Kemp, Zaïd Errougui-Demonsant, Chems Eddine – 100 min all’incirca – Francia, Belgio 2015

Vincent (Matthias Schoenaerts*) aveva combattuto in Afghanistan e, ora che era tornato in Francia, non era più la stessa persona. Il suo paese, che lo aveva mandato a fare la guerra, adesso ne certificava l’inidoneità poiché alla visita era risultato affetto da disturbi di varia natura tutti riconducibili alla sindrome da “stress post traumatico”, diffusa fra chi ogni giorno aveva messo a rischio, come lui, la propria pelle. Per questa ragione, prima sarebbero venute le cure e gli esercizi per rimettersi in forma, poi se ne sarebbe riparlato.  Fra il prima e il poi, però, la prospettiva di un lungo periodo di inattività, senza soldi e senza riferimenti, lo aveva indotto ad accettare l’offerta di alcuni amici: l’impiego provvisorio, ma ben retribuito, nel team addetto alla security  di Maryland, ovvero della lussuosissima villa di un nababbo libanese, uomo implicato in uno sporco traffico internazionale di armi. In occasione di uno sfarzoso party, solo, con i suoi incubi, dunque, Vincent aveva affrontato un nuovo e singolare battesimo del fuoco, cercando inutilmente di impedire l’ingresso a Maryland all’auto di un tizio violento, non compreso nella lista degli invitati.
Di lì a poco, l’improvviso e inatteso allontanamento del libanese alla volta della Svizzera avrebbe reso ancora indispensabile il suo lavoro: questa volta gli si affidava la sicurezza di Jessica (Diane Kruger) e del piccolo Alì (Zaïd Errougui-Demonsant), rispettivamente la bellissima moglie e il figlioletto del padrone di casa.

La regista, Alice Winocour, al suo secondo lungometraggio, costruisce con abilità un film complesso, che oscilla fra il thriller, che in un crescendo di tensione descrive ciò che accadeva intorno a quella madre e a quel bimbo affidati alla sorveglianza di Vincent, e il racconto delle ansie di quest’ultimo, uomo dalla sensibilità esasperata, turbato dalle proprie angosce e dalle ferite dell’anima, non facilmente cicatrizzabili, tragico lascito della guerra.
Mi è sembrato che la regista abbia privilegiato soprattutto il ritratto di Vincent, vera figura centrale del film, raccontandone sia l’ingombrante  fisicità sia i tormenti: le ossessioni insonni, la difficoltà a rientrare nella “normalità” della vita e a relazionarsi con gli amici e con Jessica, che pure molto gli assomiglia, nella profonda solitudine, e che molto lo attrae. Ne è risultato un personaggio cupo, disturbato ai limiti della paranoia, ma anche fragilissimo, che silenziosamente soffre sia per non essere troppo creduto (quasi che i rischi per la famiglia che gli era stata affidata fossero fantasmi partoriti dalla sua psicosi), sia per l’emarginazione umiliante di cui gli sembra di essere  vittima nella villa lussuosa da cui si sente respinto.

Un buon film, presentato a Cannes nel 2015 nella speciale Sezione Un certain regard e ora, finalmente, dopo un inspiegabile ritardo, visibile in qualche sala anche da noi.

 

*già protagonista di Un sapore di ruggine e ossa

Un re allo sbando

schermata-2017-02-13-alle-15-16-49recensione del film:
UN RE ALLO SBANDO

Titolo originale:
King of the Belgians

Regia:
Peter Brosens, Jessica Woodworth

Ptincipali interpreti:
Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen – 94 min. – Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.

Una tempesta elettromagnetica di proporzioni inusitate e del tutto imprevedibile aveva scombinato i piani per il rientro in Belgio dalla Turchia (dove si trovava in missione diplomatica) del re Nicolas III (Peter Van den Begin), anche se l’emergenza gli imponeva di tornare al più presto. Era accaduto, infatti, che, mentre egli stava svolgendo il proprio compito, il Belgio si fosse diviso: i Valloni non avevano più voluto condividere le proprie sorti con i Fiamminghi e avevano proclamato la propria indipendenza. Purtroppo, le onde elettromagnetiche impazzite non permettevano né i voli aerei, né le telefonate internazionali, né la navigazione satellitare con cui si muoveva l’attrezzatissima limousine del re e del suo seguito. Un bel guaio, per quel re spilungone e incolore, grigio nell’abito e nel comportamento, così poco popolare da aver indotto la regina, a lanciare una campagna mediatica che lo riavvicinasse ai sudditi, cogliendo proprio l’occasione di quel viaggio in Turchia. Gli era stato messo al seguito, a questo scopo, un giornalista inglese con passato da cineasta (Pieter van der Houwen), tale Duncan Lloyd, col compito di ridisegnarne l’immagine sbiadita, rendendola più accettabile e più umana. Nicolas III, però, non avrebbe potuto concludere la sua missione, non rappresentando più il Belgio, ormai inesistente, e neppure avrebbe potuto continuare nel suo viaggio. Da questo momento ha inizio il racconto delle peripezie del re e del suo seguito per rientrare in patria, sotto la guida di Duncan Loyd che conosceva la realtà dell’Europa dell’Est, avendone seguito le vicende dalla caduta del muro di Berlino.


Il film è quindi uno strano Road Movie, che in seguito diventerà un Boat Movie per il perdersi nel nulla di molte strade in seguito alle guerre balcaniche: erano diventati introvabili persino i mezzi di fortuna (trattori, furgoni, tagliaerba) che il gruppo del re aveva usato, tappa per tappa, perciò la barca era diventata il necessario mezzo per raggiungere l’Italia e finalmente Bruxelles (onde elettromagnetiche permettendo).

Seguire le peripezie del gruppo significa ripercorrere l’anomala odissea di dignitari e sovrano alla ricerca di un modo per riannodare i rapporti interrotti dall’impazzimento generale, che, come le strade balcaniche, non stava portando da nessuna parte, ma che per un certo tempo aveva permesso a ciascuno, in primo luogo al re, di non vergognarsi della propria umana fragilità, ma di riconoscerla, ritrovando se stesso e le ragioni della propria esistenza, liberandosi dei formalismi insopportabili di riti monarchici vetusti e improponibili. Si trattava per lui, allora, probabilmente di ricuperare in modo credibile l’“etica della responsabilità”, di weberiana memoria: al raggiungimento di questo scopo Nicolas, sempre più metafora del potere nello stato moderno, fondato sull’ascolto, sulla condivisione dei problemi, e sul consenso non solo mediatico, si sarebbe dedicato, finalmente, con piena convinzione.
Il film, molto applaudito al festival veneziano in cui era stato presentato nella sezione Orizzonti, procede in modo alquanto sgangherato e, al di là di ogni altra plausibile lettura, oscilla fra registri narrativi abbastanza incerti, ciò che appesantisce spesso il racconto, che pure è interessante e intelligente, e che spesso, a tratti, è spiritoso e divertente.
Da vedere, se la distribuzione lo permetterà.

P.S. Comunico ai miei lettori, con vanitoso piacere, che questa recensione è stata collocata tra le 150 External Reviews a questo film di Internet Movie Data Base.

 

Dopo l’amore

schermata-2017-01-20-alle-18-04-57recensione del film:
DOPO L’AMORE

Titolo originale:
L’économie du couple

Regia:
Joachim Lafosse

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens – 100 min. – Francia, Belgio 2016

La fine di un matrimonio, forse (come lascerebbe intendere il titolo italiano come al solito alquanto arbitrario) dopo una storia d’amore. Il fatto è che, quand’anche ci fosse stata, nel film non se ne vede che una pallidissima traccia, subito cancellata dal ritorno del sentimento predominante nella moglie, Marie (la bella e brava Bérénice Bejo), ovvero l’odio. Marie, infatti, non solo non ama più Boris (Cédric Kahn), ciò che sarebbe comprensibile e che capita spesso anche nelle migliori famiglie, ma lo detesta, non sopporta la sua presenza e gli vomita addosso contumelie di ogni tipo, con l’obiettivo di fargli perdere ogni dignità, e di umiliarlo davanti agli amici, ai parenti e persino alle due figliolette, le deliziose gemelline che assistono sempre più sgomente alle scenate fra i genitori, che amano entrambi, con una leggera predilezione per il padre, certamente più paziente con loro, più disponibile a condividerne i giochi, a raccontare qualche favola prima che si addormentino, ad assecondarne gusti e predilezioni. Le ragioni del livore di lei sono probabilmente profonde e non vengono dette, anche se Marie non fa che parlare di soldi: dalle loro parole si comprende che Boris ha una storia di immigrazione dalla Polonia alle spalle e che ha avuto e continua ad avere difficoltà a trovare lavoro. È costretto perciò, il poveretto, a convivere con lei in una bella casa, acquistata da lei (che a quanto si capisce è di famiglia ricca) e ristrutturata con gusto e competenza da lui, che ne rivendica, perciò,  la proprietà in misura paritaria.

Il film che è un Kammerspiel condotto con piglio asciutto, senza alcuna indulgenza sentimentale, per un’ora e mezza procede accumulando dispetti e cattiverie, mortificazioni e ripicche né lascia intravedere soluzioni possibili se non quella che in genere viene adottata in ogni paese civile: il ricorso a un giudice che decreti la separazione legale di una coppia irrimediabilmente scoppiata. Ci voleva tanto?
Si esce dalla sala con la sgradevole sensazione di aver assistito senza volere e quasi dal buco della serratura a una interminabile serie di velenosissime accuse e controaccuse fra coniugi, alle quali non si capisce perché si debba in qualche misura partecipare.
Si può anche non vedere.

La ragazza senza nome

schermata-2016-10-31-alle-13-54-02recensione del film:
LA RAGAZZA SENZA NOME

Titolo originale:
La fille inconnue

Regia:
Luc e Jean-Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Adele Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil – 113 min. – Belgio 2016.

Nello studio medico della dottoressa Jenny Davin (Adele Haenel), alla periferia di Liegi, un giovane stagista fa del suo meglio per imparare il mestiere non facile di curare i malati. Jenny mal ne sopporta l’eccessiva emotività, poiché è convinta che il medico dovrebbe imparare a non farsi coinvolgere dalla sofferenza dei pazienti, dal momento che solo un giusto distacco mantiene lucidi e attenti alle loro necessità. Jenny è severa e rigida con lui, ma lo è anche con se stessa: è questo il suo modo di essere, che va ben oltre la vita professionale. Per chi vede il film, infatti, questo è l’unico elemento che ne connota la personalità  dall’inizio alla fine: la giovane dottoressa si sposta dentro e fuori Liegi; avvicina uomini e donne degli ambienti più diversi; si incontra e spesso si scontra con personaggi ambigui, omertosi, minacciosi, senza mai abbandonare l’ imperativo categorico della coerenza con i propri princìpi che le dettano il comportamento. Di lei non si sa niente all’infuori di ciò che accade sotto i nostri occhi, durante tutto lo sviluppo del racconto: i due registi non parlano del suo vissuto familiare, né di quello sentimentale; non esiste un prima o un dopo rispetto alla narrazione che scorre sullo schermo; esiste lei, creatura cinematografica inseparabile dalla sua coscienza morale, che è rappresentata con insistenti primi piani del suo volto e dei suoi occhi, che indagano, interrogano, scrutano, cercano di leggere e interpretare altri sguardi per ricostruire i piccoli frammenti di verità che possano finalmente darle pace. Il suo tormento nasce dal senso di colpa, per non aver aperto (mentre ancora era lì), un’ora dopo il termine dell’orario di visita, il proprio studio a una donna che la polizia avrebbe trovato morta, forse di morte violenta, il giorno successivo. Non era una sua paziente; era una prostituta nera di difficile identificazione, che forse aveva cercato di fari aprire sentendosi inseguita. Forse, sarebbe bastato farla entrare per salvarle la vita.
Al rimorso per essersi negata a lei, Jenny unisce una profonda volontà di espiazione: si sarebbe assunta il compito di cercarne l’identità per offrirle almeno una targhetta al cimitero, perché potesse vivere nella memoria di qualcuno.

Come fossero andate le cose, si saprà solo alla fine del film, che assume a poco a poco le connotazioni di un noir molto teso, perché il mistero intorno a quella morte diventa presto una detection che Jenny conduce, anche a proprio rischio, negli ambienti più squallidi e sordidi delle periferie delle città belghe, in un mondo popolato da ambigui figuri che hanno interesse a tacere, che fingono di non sapere o che mentono per non compromettere la loro rispettabilità, in famiglia o nell’ambiente di lavoro. La voglia di chiarezza di Jenny, così come la sua fermissima determinazione di andare fino in fondo all’indagine che ha intrapreso, lasciano emergere perciò squarci di marginalità periferiche, di squallore e di povertà nei quali è ben riconoscibile la griffe dei fratelli Dardenne, come sempre molto attenti a non isolare i loro personaggi dal contesto sociale in cui si muovono. La pellicola, forse, si è giovata del taglio di sette minuti che i due registi le hanno apportato, riconoscendo implicitamente la validità di alcune osservazioni critiche che erano state mosse nei loro confronti dopo la proiezione di Cannes, che non era stata proprio un successo. Nell’insieme, ora è visibile un buon film, raccontato in modo scabro e lineare, ottimamente interpretato da una magnifica Adele Haenel.

Saint Amour

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recensione del film:
SAINT AMOUR

Regia:
Benoît Delépine, Gustave Kervern

Principali interpreti:
Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette, Gustave Kervern, Andrea Ferreol, Chiara Mastroianni, Izia Higelin, Ana Girardot, Michel Houellebecq – 101 min. – Francia, Belgio 2016

Il padre è Jean (Gérard Depardieu); il figlio è Bruno (Benoît Poelvoorde); il taxista è Mike (Vincent Lacoste): sono i tre protagonisti di questo film che ci porta in giro per la Francia nelle terre del vino, dalla Borgogna a Bordeaux, ricordandoci, sia pure molto da lontano, Sideways (2004) di Alexander Payne. I rapporti fra il padre, che è un agiato allevatore di tori, e il figlio, che lavora nella sua azienda, sono difficili, poiché Bruno, con la contrarietà del padre, non vorrebbe continuare quell’attività e, ora che è in vacanza, vorrebbe passare una settimana fra libagioni e donne, con le quali non riesce però a stabilire un rapporto decente: pieno di complessi e privo di autonomia, sembra non essersi mai liberato dell’ingombrante (in tutti i sensi) presenza del padre, che è invece sicuro di sé e realizzato. Jean, però, nonostante l’aspetto “autorevole” è a sua volta un uomo fragile, che trova la sua sicurezza solo comunicando i propri problemi, attraverso il cellulare, alla moglie defunta, fingendo di continuare un impossibile dialogo affettuoso con lei. Mike, il taxista, sembra essere dei tre l’unico personaggio davvero contento di stare al mondo: è, infatti, un giovane belloccio, che racconta di essere felicemente sposato con una donna di cui ha conquistato il cuore, ciò che gli permette di dispensare i propri consigli a Bruno, affinché, imparando dal suo esempio, smetta di affliggersi e trovi finalmente l’amore che desidera. In realtà, le sue frequenti deviazioni dalla strada principale ce lo mostrano alle prese con ragazze che di lui conservano un pessimo ricordo tanto che, non appena lo riconoscono, lo aggrediscono senza troppi complimenti.
La verità che ciascuno di loro cela accuratamente diventerà chiara dopo che Venus (Céline Sallette) una bella donna-amazzone, quasi una divinità boschereccia, li ospiterà nel proprio agriturismo riuscendo a ottenere da ciascuno di loro la piena confessione delle rispettive debolezze, nonché la piena realizzazione del desiderio che più profondamente la tormenta. Nel film si susseguono, pertanto, situazioni spiazzanti e sorprendenti, che movimentandolo dovrebbero tenere desta la nostra attenzione. Non accade sempre, però, perché alle sorprese gli spettatori fanno presto l’abitudine e di solito le prevedono agevolmente.

Una doppia regia, già sperimentata e collaudata in alcuni film precedenti e anche una produzione multinazionale per un road movie demenzial-popolare che, personalmente, ho trovato qualche volta gradevole, ma più spesso noioso. Il finale, poi, mi è parso una specie di mega-spot del Fertility day. Si può vedere, ma non è fondamentale! Ottimi (ma c’è bisogno di dirlo?) Gérard Depardieu e Benoît Poelvoorde

Dio esiste e vive a Bruxelles

Schermata 2015-11-30 alle 21.16.48recensione del film.
DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Titolo originale:
Le Tout Nouveau Testament

Regia:
Jaco Van Dormael

Principali interpreti:
Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière, Didier de Neck, Marco Lorenzini, Romain Gelin, Anna Tenta, Johan Heldenbergh – 113 min. – Lussemburgo, Francia, Belgio 2015

Giacomo Leopardi, ponendosi il problema del dolore nel mondo, si era chiesto se gli dei dell’Olimpo non ne fossero i crudeli responsabili, quando, per vincere la noia della loro esistenza oziosa, avevano deliberato di godersi, dal cielo, lo spettacolo dei nostri travagli e delle nostre sofferenze. Non credo che il regista di questo film ne sia stato ispirato, ma i versi famosi* del nostro poeta mi sono tornati alla mente all’inizio della mia visione.

Il dio di questo film, forse lontanamente identificabile con quello del Vecchio Testamento, vive a Bruxelles in una casa di poche stanze, una delle quali è solo sua: un agghiacciante luogo claustrofobico, che tra le pareti, arredate con cassetti inaccessibili pieni delle memorie millenarie delle sue malefatte, ospita il computer, grazie al quale egli progetta le peggiori catastrofi per l’umanità,  quelle che, in seguito, per divertirsi, osserverà alla TV, davanti alla quale passa le sue giornate. Egli è un dio molto strano, trasandato e sporco, prepotente e dispettoso, oltre che terribilmente maschilista: dopo aver creato il mondo, egli aveva plasmato l’uomo a propria immagine e gli aveva affiancato una donna, col compito di sottometterla, come aveva fatto lui con sua moglie, una casalinga infelice, obbligata a ubbidirgli, sempre e comunque, senza alcun diritto, né sindacale, né di parola. Gli aveva dato due figli quella poveretta: un maschio, JC, che se n’era andato per agire di testa propria (infatti, con l’aiuto degli Apostoli si era permesso di scrivere un Nuovo Testamento) e una femmina, ancora piccola ma con idee ben chiare, ribelle e riottosa, di nome Ea. Anche la piccina vorrebbe fuggire come JC; ci terrebbe, anzi, ad aggiornare il Nuovo Testamento: a questo scopo si era impadronita di soppiatto delle chiavi della stanza paterna, dalla quale, via sms, aveva inviato a ciascun uomo la comunicazione anticipata della data di morte, dopo di che, in modo avventuroso, seguendo un disagevole percorso, era arrivata, come Alice, dall’altra parte del suo (fortunatamente perduto) paradiso. Non le sarebbe stato difficile trovare gli apostoli (parecchie le donne), che col racconto della loro vita le avrebbero permesso di mettere insieme il Nuovo Nuovo Testamento.

Il film procede accumulando personaggi e situazioni: ogni nuovo evangelista ha una storia da raccontare, nonché un lasso di tempo più o meno breve per continuare a vivere: conoscendone la scadenza, si organizzerà al meglio, sotto gli occhi benevoli di Ea, che, in quanto donna, è mite (!) e intende lasciare al mondo un messaggio di giustizia e di compassione. Il grande tema del dolore sembra dunque risolversi in una rappresentazione leggera e ironica, quasi stemperandosi in una favola natalizia per adulti graziosa e a tratti assai divertente. Gli aspetti dissacranti sono lontani da qualsiasi blasfemia, nonostante qualche citazione di Buñuel, il cui corrosivo e graffiante agnosticismo rimane, comunque, molto esterno al film. Le invenzioni argute e brillanti non mancano e neppure gli sprazzi di intelligente osservazione che, pur  rendendo il film assai gradevole, non ne fanno un capolavoro. La sua innegabile piacevolezza è dovuta in gran parte alla grande e spiritosa interpretazione degli ottimi attori, fra i quali spiccano una invecchiata e ancora bellissima Catherine Deneuve, nella parte dell’evangelista sposa di un tenero gorilla, nonché l’eccellente Benoît Poelvoorde, nella parte di Dio.
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*Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl’infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?

(Leopardi: Bruto minore vv: 49-51. – dicembre 1821)