L’ETA’GIOVANE

 

 

 

 

La mia recensione del film:
L’ETA’GIOVANE

per la regia di
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/167015/l-eta-giovane/recensioni/965794/#rfr:film-167015

 

CAST:
Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson,Othmane Moumen, Amine Hamidou, Madeleine Baudot, Marc Zinga – 84 min. – Belgio 2019

Titolo originale:
Le Jeune Ahmed

 

GIRL

 

 

 

 

la mia recensione del film
GIRL

per la regia di
Lukas Dhont

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/157439/girl/recensioni/934451/#rfr:film-157439

 

 

 

CAST:
Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen – 105 min. – Belgio 2018.

 

LE FIDELE

 

 

 

 

La mia recensione del film
LE FIDELE

per la regia di
Michaël R. Roskam

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/117291/le-fidele/recensioni/934265/#rfr:film-117291

CAST:
Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos, Jean-Benoît Ugeux, Eric de Staercke, Nathalie Van Tongelen, Sam Louwyck,  – 120 min. – Belgio, Paesi Bassi, Francia 2017

 

IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

 

 

 

 

la mia recensione del film
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

per la regia di
Martin McDonagh

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/38201/in-bruges-la-coscienza-dell-assassino/recensioni/915057/#rfr:film-38201

 

CAST:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

 

LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

 

 

 

 

la mia recensione del film
LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

Regia:

Robin Pront

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/81402/le-ardenne/recensioni/897595/#rfr:film-81402

 

 

CAST:
Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, Sam Louwyck, Peter Van den Begin, Eric Godon, Nico Sturm, Brit Van Hoof, Uwamungu Cornelis – 96 min. – Belgio 2015

Titolo originale:
D’Ardennen

*”Volevo esplorare grazie al triangolo le zone intermedie tra bene e male e chiedermi perché le persone sono come sono e fanno quello che fanno”.

MARYLAND

 

 

 

 

la mia recensione del film
MARYLAND

Regia:
Alice Winocour

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/73929/disorder-la-guardia-del-corpo/recensioni/897079/#rfr:film-73929

 

CAST:
Matthias Schoenaerts, Diane Kruger, Jean-Louis Coulloc’h, Paul Hamy, Victor Pontecorvo, Philippe Haddad, Franck Torrecillas, Michael Dauber, Percy Kemp, Zaïd Errougui-Demonsant, Chems Eddine – 100 min all’incirca – Francia, Belgio 2015

 

 

 

UN RE ALLO SBANDO

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la mia recensione del film
UN RE ALLO SBANDO

per la regia di 
Peter Brosens, Jessica Woodworth

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/86762/un-re-allo-sbando/recensioni/884003/#rfr:user-71012

 

 

 

CAST:
Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen – 94 min. – Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.


Titolo originale:
King of the Belgians

questa recensione è stata collocata tra le 150 External Reviews a questo film di Internet Movie Data Base.

 

DOPO L’AMORE

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la mia recensione del film
DOPO L’AMORE

per la regia di
Joachim Lafosse

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/84475/dopo-l-amore/recensioni/881513/#rfr:film-84475

 

 

 

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens – 100 min. – Francia, Belgio 2016

Titolo originale:
L’économie du couple

 

LA RAGAZZA SENZA NOME

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La mia recensione del film:
LA RAGAZZA SENZA NOME

per la regia di
Luc e Jean-Pierre Dardenne

 

Si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/81728/la-ragazza-senza-nome/recensioni/874663/#rfr:film-81728

CAST:
Adele Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil – 113 min. – Belgio 2016.

Titolo originale:
La fille inconnue

 

SAINT AMOUR

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la mia recensione del film
SAINT AMOUR

per la regia di
Benoît Delépine, Gustave Kervern

 

si trova QUI:

 

 

https://www.filmtv.it/film/83137/saint-amour-la-strada-del-vino-verso-l-amore/recensioni/874397/#rfr:film-83137

CAST:
Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette, Gustave Kervern, Andrea Ferreol, Chiara Mastroianni, Izia Higelin, Ana Girardot, Michel Houellebecq – 101 min. – Francia, Belgio 2016

 

Dio esiste e vive a Bruxelles

Schermata 2015-11-30 alle 21.16.48recensione del film.
DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Titolo originale:
Le Tout Nouveau Testament

Regia:
Jaco Van Dormael

Principali interpreti:
Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière, Didier de Neck, Marco Lorenzini, Romain Gelin, Anna Tenta, Johan Heldenbergh – 113 min. – Lussemburgo, Francia, Belgio 2015

Giacomo Leopardi, ponendosi il problema del dolore nel mondo, si era chiesto se gli dei dell’Olimpo non ne fossero i crudeli responsabili, quando, per vincere la noia della loro esistenza oziosa, avevano deliberato di godersi, dal cielo, lo spettacolo dei nostri travagli e delle nostre sofferenze. Non credo che il regista di questo film ne sia stato ispirato, ma i versi famosi* del nostro poeta mi sono tornati alla mente all’inizio della mia visione.

Il dio di questo film, forse lontanamente identificabile con quello del Vecchio Testamento, vive a Bruxelles in una casa di poche stanze, una delle quali è solo sua: un agghiacciante luogo claustrofobico, che tra le pareti, arredate con cassetti inaccessibili pieni delle memorie millenarie delle sue malefatte, ospita il computer, grazie al quale egli progetta le peggiori catastrofi per l’umanità,  quelle che, in seguito, per divertirsi, osserverà alla TV, davanti alla quale passa le sue giornate. Egli è un dio molto strano, trasandato e sporco, prepotente e dispettoso, oltre che terribilmente maschilista: dopo aver creato il mondo, egli aveva plasmato l’uomo a propria immagine e gli aveva affiancato una donna, col compito di sottometterla, come aveva fatto lui con sua moglie, una casalinga infelice, obbligata a ubbidirgli, sempre e comunque, senza alcun diritto, né sindacale, né di parola. Gli aveva dato due figli quella poveretta: un maschio, JC, che se n’era andato per agire di testa propria (infatti, con l’aiuto degli Apostoli si era permesso di scrivere un Nuovo Testamento) e una femmina, ancora piccola ma con idee ben chiare, ribelle e riottosa, di nome Ea. Anche la piccina vorrebbe fuggire come JC; ci terrebbe, anzi, ad aggiornare il Nuovo Testamento: a questo scopo si era impadronita di soppiatto delle chiavi della stanza paterna, dalla quale, via sms, aveva inviato a ciascun uomo la comunicazione anticipata della data di morte, dopo di che, in modo avventuroso, seguendo un disagevole percorso, era arrivata, come Alice, dall’altra parte del suo (fortunatamente perduto) paradiso. Non le sarebbe stato difficile trovare gli apostoli (parecchie le donne), che col racconto della loro vita le avrebbero permesso di mettere insieme il Nuovo Nuovo Testamento.

Il film procede accumulando personaggi e situazioni: ogni nuovo evangelista ha una storia da raccontare, nonché un lasso di tempo più o meno breve per continuare a vivere: conoscendone la scadenza, si organizzerà al meglio, sotto gli occhi benevoli di Ea, che, in quanto donna, è mite (!) e intende lasciare al mondo un messaggio di giustizia e di compassione. Il grande tema del dolore sembra dunque risolversi in una rappresentazione leggera e ironica, quasi stemperandosi in una favola natalizia per adulti graziosa e a tratti assai divertente. Gli aspetti dissacranti sono lontani da qualsiasi blasfemia, nonostante qualche citazione di Buñuel, il cui corrosivo e graffiante agnosticismo rimane, comunque, molto esterno al film. Le invenzioni argute e brillanti non mancano e neppure gli sprazzi di intelligente osservazione che, pur  rendendo il film assai gradevole, non ne fanno un capolavoro. La sua innegabile piacevolezza è dovuta in gran parte alla grande e spiritosa interpretazione degli ottimi attori, fra i quali spiccano una invecchiata e ancora bellissima Catherine Deneuve, nella parte dell’evangelista sposa di un tenero gorilla, nonché l’eccellente Benoît Poelvoorde, nella parte di Dio.
————–

*Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl’infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?

(Leopardi: Bruto minore vv: 49-51. – dicembre 1821)

DUE GIORNI; UNA NOTTE

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la mia recensione del film:
DUE GIORNI, UNA NOTTE

per la regia di
Luc Dardenne e Jean – Pierre Dardenne

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/60810/due-giorni-una-notte/recensioni/991878/#rfr:firme

CAST:
Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salé, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil – 95 min. – Belgio  2014

Titolo originale:
Deux Jours, Une Nuit

Alabama Monroe – una storia d’amore

Schermata 05-2456787 alle 21.19.08recensione del film:

ALABAMA MONROE – Una storia d’amore

Titolo Originale:

The Broken Circle Breakdown Regia: Felix Van Groeningen

Principali interpreti: Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Van Rampelberg, Nils De Caster,Robbie Cleiren, Bert Huysentruyt, Jan Bijvoet, Blanka Heirman – 100 min. – Belgio 2012.

Film magnifico, che ne ricorda un altro, francese, dal tema simile: La guerra è dichiarata, nel quale la regista raccontava una vicenda terribile, autobiografica. Qui la storia è invece tratta da un testo teatrale, il cui autore e regista è Johan Heldenbergh che di questo film è diventato l’attore principale, nonché l’ottimo sceneggiatore, avendo completamente riscritto per il cinema la sua pièce. E’ stato il film che ha conteso a La grande bellezza l’Oscar di quest’anno come migliore film straniero. Ha tuttavia ricevuto molti prestigiosi riconoscimenti, fra i quali il César, massimo premio cinematografico francese.

Didier (Johan Heldenbergh ) vive nei pressi di Gand, dove è il selvatico proprietario di una grande casa di campagna, che, per diventare un’abitazione confortevole, avrebbe bisogno di essere ristrutturata a fondo. A lui, individualista e un po’ orso, però, importa poco di trasformarla e abbellirla: si accontenta di vivere nella vecchia roulotte parcheggiata davanti a quella dimora: magari meno spaziosa, ma più adatta a lui, visto che si sente a proprio agio solo se immerso nella natura, vicino agli animali e alle piante. Didier si esibisce con successo in un complessino di amici, suonando il banjo e cantando la musica folk americana nota come bluegrass, quella del repertorio di Bill Monroe. L’incontro decisivo della sua vita, però, avviene in città,  presso un centro di tatuaggi dove conosce Elise (Veerle Baetens), la bella tatuatrice, che ha inciso sulla propria pelle molti eleganti disegni, grazie ai quali è possibile leggere la sua storia personale, gli amori che sono finiti, di cui ha ricoperto le tracce, nonché le date e i ricordi, di cui ha voluto mantenere la memoria. I due si piacciono da subito e molto: è amore a prima vista e grande passione  esclusiva. Arriva poi la gravidanza di Elise, lo sgomento di lui, la ristrutturazione della vecchia casa e la nascita di una bimba bellissima, Maybel, accolta in questo mondo dal complesso dei cantanti folk al gran completo, amici inseparabili della coppia, fra i quali anche Elise, con la sua bellissima voce, si era da tempo inserita. In queste scene, flashback che si snodano lungo tutta la narrazione, si stempera il durissimo addensarsi della tragedia che si abbatte sui due giovani e innamorati genitori: la leucemia di Maybel e la sua successiva e straziante uscita di scena. Il film non è, infatti, costruito secondo una narrazione lineare, ma attraverso l’ intersecarsi continuo dei piani temporali*, che allentando l’atmosfera pericolosamente avviata verso il melodramma cupo e lacrimoso, rendono più sopportabile a noi l’infittirsi di situazioni terribili, che, dopo la morte di Maybel, finiranno per far traballare l’unità della coppia.

Il fatto è che di fronte a una tragedia così grave e inspiegabile, senza un perché plausibile, come la morte di un figlio ancora piccolo e pieno di voglia di vivere, è difficile che l’amore resista come elemento di coesione fra i genitori: avranno la meglio, purtroppo, gli immotivati sensi di colpa, la rabbiosa ed esplosiva disperazione, il desiderio di farsi molto male, nonostante l’amore sia ancora, paradossalmente, in entrambi molto profondo. Il regista fiammingo di questo film, che pure termina con un finale assai tragico (che, naturalmente, non rivelerò), evita le trappole della narrazione strappalacrime, poiché, facendo di continuo  riemergere le immagini felici del passato, sposta su queste la nostra attenzione permettendoci la decantazione delle emozioni più violente, cosicché la pellicola mantiene lungo la sua durata una convincente compostezza. Grandissima importanza, a questo scopo, ha anche la bellissima musica folk, che accompagna le sequenze più significative del racconto. Notevole davvero la recitazione dei due attori principali.

*Questo modo della narrazione richiama alla memoria un altro bellissimo film, Blue Valentine, costruito in modo abbastanza simile.

più tango per tutti (Tango libre)

Schermata 02-2456702 alle 21.30.42recensione del film:
TANGO LIBRE

Regia:

Frédéric Fonteyne

Principali interpreti:
François Damiens, Anne Paulicevich, Sergi López, Jan Hammenecker, Zacharie Chasseriaud – 98 min. – Francia, Belgio, Lussemburgo 2012.

Uno strano film, con alcuni personaggi abbastanza insoliti: due uomini (Fernand e Dominic), entrambi in carcere nella stessa cella, innamorati della stessa donna, la graziosa Alice (Anne Paulicevich), infermiera in ospedale e madre di Anton (Zacharie Chasseriaud), ragazzino quasi adolescente.
Fernand (Sergi Lopez) è il marito di lei ed è al corrente che Dominic (Jan Hammennecker) ne è l’amante, eppure i due sono amici e, se non fossero stati condannati (Dominic a una pena più alta) per una rapina finita in omicidio, continuerebbero a vivere d’amore e d’accordo sotto lo stesso tetto con lei e con Anton, figlio di uno di loro, ma da entrambi amato teneramente e, per amore di lei, considerato da ciascuno dei due un vero figlio.
La donna vive, ora, organizzandosi fra i turni all’ospedale, le cure al figlio, le visite ai suoi due uomini e le lezioni di tango, momento di libertà tutto suo, da poco tempo, però, poiché la sua vecchia aspirazione a imparare bene questa danza non aveva trovato udienza in Fernand, cosicché lei ci aveva rinunciato. Sarà Jean Christophe (François Damien), la guardia carceraria, ad assumersi involontariamente il compito di diventare il suo ballerino. Jean Christophe era un uomo bello, biondo e di gentile aspetto. Egli condivideva la propria solitudine con un vecchio pesce rosso e, dopo i turni di sorveglianza, frequentava le lezioni di tango, di cui era appassionato. Solo quando gli avevano affidato il compito di assistere ai colloqui in parlatorio aveva scoperto che la sua partner, quella di cui si stava segretamente innamorando, era la donna di due carcerati: era stato preso dal panico e si era ripromesso di evitare da quel momento qualsiasi rapporto con lei, ma ne era troppo attratto per farlo davvero. A loro volta Fernand e Dominic non avevano tardato a scoprire tutto del tango, di Alice e dei suoi rapporti con J.C., quantomeno sconvenienti nella sua situazione. Da questo bizzarro incrocio dei destini di ciascuno si sviluppa tutta la vicenda di questo film, che il regista racconta senza utilizzare i flashback, ma facendoci scoprire a poco a poco tutto quello che dei singoli personaggi occorre sapere per comprendere la situazione e i suoi sviluppi.
E’ la parte migliore dell’intera pellicola: appare da subito evidente che la famiglia “allargata” di Alice, trattata in modo non programmatico né ideologico, si presenta come un elemento interessante, così come era stato in Jules et Jim in cui la singolarità della situazione era resa del tutto accettabile dal carattere di verità e quasi di necessità del triangolo amoroso.
Questo modo di raccontare la vicenda connota anche la narrazione dell’ambiente carcerario, che poco concede agli stereotipi di genere ed è invece attenta a dare il quadro di una poetica rappresentazione soprattutto quando, su richiesta di Fernand, le lezioni di tango verranno introdotte anche nel carcere, evocando, grazie alla misteriosa sensualità che si irradia da quella danza, amori e passioni perdute, ma forse ancora ricuperabili, nonché il senso della libertà possibile in un futuro più o meno lontano, per uomini, capaci di muoversi ora con leggerezza e grazia, secondo il ritmo suggerito dalle dolci note che conferiscono un senso al tempo immutabilmente vuoto della pena.

Le vicende successive, invece, testimoniano una innegabile difficoltà a inventare il finale della complessa narrazione, difficoltà che è insieme stilistica e narrativa: il film si perde nell’accumulo incessante di nuovi elementi, dalle crisi edipiche di Anton, all’amore che si trasforma in melodramma per J.C., al tentato suicidio di Dominic, e avanti aggiungendo, fino a rendere alquanto improbabile la conclusione dell’intera storia. Un vero peccato!

La sorgente dell’amore

recensione del film:
LA SORGENTE DELL’AMORE

Titolo originale:
La source des femmes

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Leïla Bekhti, Hafsia Herzi, Biyouna, Sabrina Ouazani, Saleh Bakri, Hiam Abbass, Mohamed Majd, Amal Atrach
– 125 min. – Belgio, Italia, Francia 2011.

E’ sempre interessante il cinema di Radu Mihaileanu, anche quando è lontano dai temi più legati alle sue origini ebraico-orientali, come Train de vie o Il concerto. Questo lavoro non è forse all’altezza di quelli, ma contiene numerosi spunti di riflessione, oltre ad alcuni pregi non secondari: splendore della fotografia; suggestivo ed evocativo senso del colore, pastoso e ricco; ottima direzione delle scene di massa; attenzione all’ aspetto folklorico, ma non folkloristico, dei canti, delle danze e dei costumi, elementi vitali e costitutivi della civiltà del villaggio in festa, cui uomini e donne concorrono col loro originale apporto.
Forse non è inutile sapere che il progetto del film è stato ispirato al regista da un fatto di cronaca, avvenuto in Turchia nel 2001, ma che è stato anche finalizzato a entrare in contatto con un mondo poco conosciuto, per capire il quale Mihaileanu ha ottenuto di vivere per qualche mese in alcuni villaggi arabi e di poter girare tutto il film nel dialetto locale.
La vicenda non è nuova neppure per il mondo occidentale: lo sciopero del sesso, portato avanti dalle donne, per rivendicare diritti conculcati dalla popolazione maschile, è presente nella nostra cultura, dai tempi di Aristofane, fino alla “vulgata” di Celentano; insolito è però lo scenario in cui si muove il mondo femminile, stanco di vessazioni, che proclama quel tipo di sciopero. Siamo in un imprecisato luogo del Maghreb, in un villaggio tra i monti, dove da tempo gli uomini vivono della gloria conquistata durante la guerra contro le potenze coloniali. Mentre infatti la popolazione maschile combatteva con eroismo e, come dice qualcuno che ama la retorica “, con sprezzo del pericolo”, la popolazione femminile mandava avanti la vita del luogo, provvedendo, forse con minore enfatica risonanza, ma certo con uguale durezza, alla vita quotidiana delle famiglie, svolgendo compiti molto faticosi, quali trasportare i carichi del fieno destinati agli animali o attingere l’acqua alla sorgente sui monti, raggiungibile attraverso un sentiero accidentato e sdrucciolevole. Più di una donna infatti era scivolata, cadendo e talvolta compromettendo la propria gravidanza per svolgere questo compito necessario. La fine del colonialismo e della guerra non aveva posto fine, però, alle fatiche femminili, perché i maschietti locali avevano continuato a gloriarsi degli onori militari e a considerare le donne come animali da fatica, che possono essere comprati o venduti (pardon, ripudiati!) perché proprietà personale del padrone di casa, col compito di riprodurlo e servirlo. Che cos’hanno a che fare il Corano, l’Islam, la religione con tutto ciò? Sembra non molto, almeno a sentire Leila, giovane e bellissima donna, venuta da fuori (e perciò vista con diffidenza nel villaggio) per sposare l’uomo che amava. Leila sapeva leggere e scrivere e si avvaleva di ciò anche per leggere il Corano, che, come tutti i libri sapienziali, può prestarsi a molte letture, poiché contiene affermazioni contraddittorie che variamente si possono interpretare. La lettura degli uomini del villaggio era dunque di comodo e doveva essere combattuta e contrastata. Lo stesso Imam, confutato da Leila, Corano alla mano, ne converrà, conferendo alle coraggiose scioperanti una specie di tardivo riconoscimento, mentre un sonoro ceffone farà tacere le pretese integralistiche del giovanotto fanatico e intransigente. Il clamore dello sciopero convincerà il governo locale a dotare il villaggio della condotta necessaria per fare arrivare l’acqua. La contrapposizione di genere, per il momento, può pertanto cessare: la lotta per l’acqua, in fondo, non era contro qualcuno, ma era lotta per la vita di cui l’acqua è simbolo da sempre e di cui le donne, per amore e non per costrizione, sono fiere di essere portatrici.

EMOTIVI ANONIMI

 

 

 

 

la mia recensione del film
EMOTIVI ANONIMI

per la regia di
Jean-Pierre Améris

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/45186/emotivi-anonimi/recensioni/971430/#rfr:film-45186

 

 

 

 

CAST:
Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud.
Francia, Belgio, 2010 – 80 minuti

 

Titolo originale :
Les emotifs anonymes