Happy End

recensione del film:
HAPPY END

Regia:
Michael Haneke

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Fantine Harduin, Dominique Besnehard,  Nabiha Akkari, Jack Claudany, Hassam Ghancy, Jackee Toto, Franck Andrieux – 110 min. – Francia 2017.

Con questo titolo, piuttosto sorprendente per chi lo conosce, Haneke ha presentato il suo film in concorso a Cannes quest’anno. In realtà, egli non ha ammorbidito né il suo nihilismo sconsolato, né l’analisi spietata delle manifestazioni del male nel cuore dell’uomo: è rimasto fedele a se stesso, cosicché se ogni tanto ci strappa, durante il film, qualche sorriso, questo nasce dall’amarissima riflessione sulla realtà del vivere e sull’ipocrisia che spinge uomini e donne a offrire di sé un’apparenza accettabile, per minimizzare le contraddizioni della propria coscienza nonché i conflitti nei rapporti umani e sociali.
Calais è lo scenario di quest’ultima fatica dell’ormai anziano regista austriaco: il luogo in cui si accalcano gli uomini e le donne che, giunti dall’Africa nera, sono in attesa di trovare, al di là della Manica, migliori condizioni per il futuro. Il grande tema sociale e politico, tuttavia, è appena sfiorato dal racconto del film, che è tutto focalizzato sulle vicende più recenti di un’importante famiglia locale, che aveva costruito le proprie ricchezze e la propria condizione di potere, grazie all’impresa edilizia condotta un tempo dal nonno Georges Laurent (Jean Louis Trintignant), alla quale era stata affidata la realizzazione di grandiose opere pubbliche: allora, quando molti cantieri si erano aperti e molte offerte di lavoro avevano aumentato il giro di denaro nella zona, il vecchio patriarca aveva saputo salvaguardare gli interessi della sua famiglia aumentandone prestigio e ricchezze e permettendo ai figli di studiare secondo le proprie inclinazioni. Era accaduto perciò che Thomas avesse voluto diventare medico e si fosse spostato a Lille, dove aveva messo su famiglia: degli affari dell’azienda ora si occupava Anna, l’altra figlia, donna tenace e spregiudicata (Isabelle Huppert, come sempre bravissima), qualità non sufficienti, però, a salvaguardare l’impresa dall’imminente rovina, accelerata da un increscioso incidente. Si era aperta, infatti, una voragine franosa sotto un grande cantiere che, oltre ad aver provocato la morte di un lavoratore, aveva mosso le indagini della magistratura, ciò che gettava ombre e sospetti sulla credibilità complessiva dell’impresa. Anna ora cercava di arginare il crollo, trattando con alcune banche inglesi qualche forma di finanziamento, mentre sperava di ottenere l’appoggio alle proprie decisioni da parte del del fratello Thomas e del figlio, giovane disturbato e ribelle, legato a lei da un’oscura e inconfessabile attrazione. Il vecchio Georges, insieme alla piccola Eve, la depressa figlia tredicenne di Thomas (ritratto magnifico di un’adolescente che vive in una solitudine terribile i suoi problemi, nonché i sospetti forse ingiusti dai quali è circondata), benché esclusi da qualsiasi decisione, sono le persone più lucidamente consapevoli dei vizi privati dei componenti di quella famiglia, ora nuovamente riunita per volontà di Anna, animata dalla ferma volontà di offrirne un’immagine unitaria, anche se le tensioni e gli impulsi, ipocritamente imbrigliati dalla sua diplomazia, non sembrano promettere molto di buono…
Non intendo dire altro, perché il finale del film, aperto alla nostra interpretazione, non può in alcun modo essere anticipato. Aggiungo invece che il mio avarissimo racconto si riferisce alla sola seconda parte del film, a cui Haneke arriva dopo aver presentato in modo volutamente frammentario (che più tardi diventerà pienamente comprensibile) alcuni fatti molto importanti, apparentemente slegati fra loro. Si tratta di narrazioni che, con differente ampiezza, compaiono dall’inizio del film nell’inedito e singolare “formato” dello schermo di uno smartphone, sul quale si alternano alle pagine di Facebook quelle di di altri social network, nonché una chat, di cui non si conoscono gli interlocutori, ma che molto di inquietante ci racconta di alcune vicende che costituiscono l’antefatto drammatico di ciò che vedremo.

Il meraviglioso Jean-Louis Trintignant, è Georges, il grande vecchio reso invalido da un incidente che ne ha limitato la mobilità, ma non volontà di morire, poiché egli non si rassegna all’orrore del proprio degrado e della propria sofferenza. Il suo personaggio volutamente riecheggia il protagonista di Amour, non solo perché porta il suo stesso nome, ma per la citazione esplicita dell’atto che per pietà e per amore in quel film aveva compiuto, dando la morte alla donna che più amava al mondo. Il richiamo, così emotivamente sconvolgente, non lascia alcun dubbio sul persistere del profondo pessimismo di Haneke, sul significato sarcastico del titolo-ossimoro di questo suo ultimo lavoro, sulla buia prospettiva che ci attende alla fine del nostro percorso, oltre il quale il nulla indistinto e insensato ci inghiottirà. Un film crudele e bellissimo.

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la vita e le illusioni (Amour)

recensione del film:

AMOUR

 Titolo originale:

Amour

 Regia:

Michael Haneke

 Principali interpreti:

Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Rita Bianco, Laurent Capelluto – 105 min.  Francia, Austria, Germania 2012

Il film, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, ci racconta subito “come va a finire”: in un appartamento parigino viene ritrovato il corpo di una anziana donna, circondato dai fiorellini  primaverili, dei quali il marito aveva voluto adornarla, in un estremo gesto d’amore, prima del definitivo abbandono. La storia che successivamente ci viene narrata è quella di un’anziana coppia di coniugi, i quali, da molti decenni insieme e pienamente soddisfatti della loro convivenza, si sono improvvisamente scoperti vecchi. Un oscurarsi istantaneo della coscienza della donna, durante la colazione del mattino, allarma immediatamente lui; ne seguirà un’operazione alla carotide e la paralisi che progressivamente ridurrà le sue  capacità di movimento e muterà forzatamente le abitudini consolidate, nonché i rispettivi ruoli. In questo modo irrompe, nella bella e spaziosa casa parigina di Anne (Emanuelle Riva) e Georges (Jean-Louis Trintignant), la malattia  che progressivamente devasterà il corpo e forse anche la mente di lei, mentre il marito cercherà di alleviarne le sofferenze più penose. Haneke, il grande regista austriaco che impassibilmente aveva esplorato gli aspetti oscuri dell’animo umano nei precedenti, bellissimi film (ricordo, in particolare Il nastro bianco), si interroga, questa volta, con un’indagine altrettanto dura e spietata, sul senso dell’invecchiare, e, indirettamente, sul senso della vita. Quella che per tutti e due era stata un’esistenza ricca di cultura, conoscenze, letture, viaggi, ora si è ridotta dentro lo spazio angusto della sedia a rotelle di Anne e infine sarà confinata nel letto di casa, scenario di tutte le operazioni che le servono per sopravvivere dolorosamente, senza alcuna speranza di migliorare. Georges, che vorrebbe davvero esserle di conforto e di aiuto, amandola profondamente, agisce nella piena consapevolezza che “andrà sempre peggio”, e cerca almeno di limitare, senza molto successo, i danni che infermiere e badanti, nella loro rozzezza, le procurano, poiché alla umiliazione per dipendere da loro, si somma per  Anne quella che le arriva dal loro agire superficiale, e anche dalla garrula crudeltà di troppe parole, pronunciate senza  alcuna vera compassione. Il film indugia senza infingimenti consolatori, anche sui più crudi particolari di questa condizione degradata, che mette in luce l’insensatezza di ogni progetto, essenza stessa della vita di coppia: perdono importanza non solo le cose belle e amate, come i libri, la casa raffinata e arredata con cura, il pianoforte e la musica stessa che entrambi avevano apprezzato e coltivato, ma anche i rapporti con le persone che pure avevano occupato tanta parte della loro vita: il discepolo cui Anne aveva insegnato ad amare la musica di Schubert e che ora ha trovato la sua strada lontano da lei, nonché la stessa figlia Eva (Isabelle Huppert), anche lei lontana ed estranea ormai alla tragedia che vivono soltanto i due anziani coniugi consumando nella inquieta solitudine dell’attesa della fine le loro ultime giornate. La crudele bellezza di questo film è nella grande capacità di dar voce allo sgomento esistenziale di fronte al destino dell’uomo, che purtroppo ci riguarda tutti, quale che sia il nostro immediato futuro. “All’apparir del vero” resta l’incubo della voragine scura (il vano dell’ascensore che si spalanca sul vuoto nel sogno di Georges) e l’onnipresenza dell’acqua, quella che scorre  dal rubinetto, non a caso subito prima dell’incidente di Anne, nonché quella della pioggia (“il tempo fatto acqua” avrebbe detto Montale), che accompagna la caduta (forse volontaria) di Anne presso la finestra dell’ingresso e quella che riempie a poco a poco il bell’appartamento (sempre nel sogno di Georges e che non a caso ricompare verso la fine del film)  simbolo, a mio avviso, come spesso nelle culture orientali, (che credo il regista conosca almeno attraverso Schopenhauer) dell’elemento indistinto ed eterno in cui tutte le gocce confluiscono perdendo la loro individuabilità.

NOTE:

La citazione montaliana è tratta dalla lirica Notizie dall’Amiata (Le occasioni);

“All’apparir del vero” è citazione leopardiana dalla lirica A Silvia (I Canti)

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le macerie della guerra di Bosnia (Il sentiero)

recensione del film:
IL SENTIERO

Titolo originale:
Na putu

Regia:
Jasmila Zbanic

Principali interpreti:
Zrinka Cvitesic, Leon Lucev, Ermin Bravo, Mirjana Karanovic, Marija Kohn, Nina Violic, Sebastian Cavazza, Jasna Beri, Izudin Bajrovic, Jasna Zalica, Luna Mijovic – 100 min. – Bosnia-Herzegovina, Austria, Germania, Croazia 2010
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Amar e Luna sono due giovani che lavorano all’aeroporto di Sarajevo: lui come controllore di volo, lei come hostess. Belli e innamorati, desiderano un figlio che non arriva; pur di averlo, Luna decide di sottoporsi all’inseminazione artificiale. Improvvisamente, Amar viene sospeso dal lavoro per sei mesi, essendo stato scoperto mentre consumava, in servizio, bevande alcooliche. Un fortuito piccolo incidente d’auto, durante una gita fuori porta, gli fa ritrovare un commilitone della guerra di Bosnia: Bahrija, che quasi stenta a riconoscere: si è lasciato crescere la barba e ha un copricapo che gli cela parzialmente la fronte, è diventato un rigido musulmano wahabita ed è accompagnato da una donna velata, il cui manto nero le lascia scoperti solo gli occhi. Bahrija si farà vivo con lui per offrirgli un lavoro a tempo, che gli occuperà proprio il vuoto dei sei mesi lontano dall’aeroporto: dovrà insegnare l’uso del computer ai wahabiti che vivono in un villaggio di tende, su un bel lago bosniaco. Amar, dunque, lascerà la sua donna, resa inquieta dal presentimento che il distacco non sia provvisorio: teme che l’indottrinamento religioso trovi più di un varco nel cuore di Amar. Egli, infatti, umiliato e prostrato dalla terribile guerra etnica che l’ha privato di un fratello, si rivelerà sensibile al richiamo della fede identitaria, professata nella sua integrale purezza dai confratelli del villaggio. La guerra, che anche in questo film costituisce lo sfondo imprescindibile del racconto della regista, ha decimato la popolazione bosniaca musulmana, e ha sedimentato odi e dolori incancellabili nel cuore dei sopravvissuti. Qualcuno ha reagito guardando davanti a sé, immaginando e progettando un futuro diverso, rinunciando alla vendetta e ricominciando a vivere. E’ il caso di Luna e dei pochi superstiti della sua famiglia: la casa dell’infanzia e dei ciliegi è lontana: si può rimpiangere, ma la vita che continua richiede nuovi affetti, nuovi spazi e nuove prospettive. La strada che intende ora percorrere Amar è diversa: è quella della rivendicazione orgogliosa dell’appartenenza identitaria, in una prospettiva di allontanamento dalla storia dell’occidente e dalle conquiste dei diritti civili; è la strada indicata da una fede rigida e totalizzante che non potrà che separarlo dolorosamente dalla bellissima Luna e da qualsiasi progetto con lei. Il film è condotto con sicurezza ed equilibrio e aiuta anche lo spettatore a capire la complessità dei comportamenti umani di fronte alle ingiustizie e alla sofferenza. Di grande rilievo la recitazione di tutti gli attori, in modo particolare della bellissima ed espressiva Zrinka Cvitesic nella parte di Luna.

Revanche – Ti ucciderò

Recensione del film:
REVANCHE – TI UCCIDERO’

Titolo originale:
Revanche

Regia:
Götz Spielmann

Principali interpreti:
Johannes Krisch, Ursula Strauss, Andreas Lust, Irina Potapenko, Johannes Thanheiser, Hanno Poschl, Magdalena Kropiunig, Toni Slama, Elisabetha Pejcinoska, Aniko Bärkanyi, Annamaria Haytö, Nicoletta Prokes, Rainer Gradischnig, Haris Bilajbegovic, Aleksander Reljic-Bohigas
– 121 min. – Austria 2008

Come spesso succede, i titoli tradotti in italiano sono più attenti all’effetto sensazionale che alla verità dei film, il che sarà magari utile al botteghino, ma non allo spettatore. Il titolo Ti ucciderò, infatti, crea l’aspettativa di un film duro, cattivo, incentrato sulla violenza, mentre la pellicola in questione è in realtà la storia della lenta maturazione di Alex, della presa di coscienza che nel dolore per la morte di Tamara, la prostituta ucraina che egli aveva profondamente amato, non è solo, avendo quella morte provocato anche lo sconvolgimento della vita di chi gliel’ha involontariamente uccisa, per inesperienza e incoscienza, durante un drammatico incidente fra “guardie e ladri”. Se è questo il senso del film, allora il ritmo del racconto deve rispettare tempi e modi che poco hanno a che fare con propositi di sanguinose ritorsioni, ma molto invece con il lento scorrere delle stagioni in un ambiente naturale bello e pacifico, quello della campagna viennese nella quale si svolge appunto il mutamento di Alex. In questo “luogo dell’anima” egli si rifugia infatti per sottrarsi alle ricerche della polizia e lì trova un vecchio parente che lo accoglie. Per puro caso, scopre che il poliziotto responsabile della morte di Tamara non abita a molta distanza: è un giovane, Robert, con un matrimonio in crisi, ora anche tormentato dai sensi di colpa per la morte della ragazza. Ucciderlo per vendicare Tamara diventa allora una delle possibilità che Alex prospetta a se stesso, ma direi che in tutto il film non esiste un solo momento in cui un evento del genere acquisti credibilità, perché il dolore di Alex è troppo grande per trovare risposta in una specie di legge del taglione. La pistola lanciata nello stagno dopo il colloquio con Robert, acquista perciò secondo me un significato di pacificazione, ma anche il senso di una pagina della vita che si chiude, così come i cerchi provocati dall’oggetto caduto nell’acqua torneranno a ricomporsi perché la vita riprenda con i ritmi che le sono propri.