Il mio capolavoro

recensione del film:

IL MIO CAPOLAVORO

Titolo originale:
Mi Obra Maestra

Regia:
Gastón Duprat

Principali interpreti:
Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio, María Soldi, Mónica Duprat, Santiago Korovsky – 100 min. – Spagna, Argentina 2018

Gaston Duprat, l’apprezzato regista che, insieme al suo inseparabile compagno di regia Mariano Cohn (entrato questa volta nella produzione del film), nel 2016 ci aveva presentato il bellissimo Il cittadino illustre, mette al centro di questo lavoro ancora una riflessione sull’arte e sull’artista nel mondo d’oggi, raccontando le vicende di Renzo Nervi (bravissimo Luis Brandoni), pittore che nella prima parte del film efficacemente incarna la diffusa convinzione secondo la quale l’artista è inevitabilmente inattuale, incapace di accettare i mutamenti della società del proprio tempo e di occuparsi della quotidianità.

Vive a Buenos Aires il nostro Renzo, nell’ alloggio-atiélier un po’ da rigattiere e un po’ da creativo, molto, in realtà, da genio e sregolatezza, stereotipo convenzionale dell’artista maudit che un tempo andava di moda. Egli non potrebbe sopravvivere, però, senza l’aiuto del gallerista Arturo da Silva (Guillermo Francella, davvero eccellente), suo grande estimatore e amico da lunga data, promotore della sua materica pittura, espressione la più genuina del comune radicamento nel paese sudamericano. Arturo Da Silva è un intellettuale cui non mancano gusto, cultura e fiuto per gli affari: qualche anno prima, quando le opere di Renzo si vendevano molto bene, la sua galleria era andata a gonfie vele; ora che i suoi quadri sembrano troppo vecchi per incontrare i gusti dei giovani compratori, Arturo sente il dovere di aiutarlo, ma è costretto ad assecondare le volubili preferenze dei collezionisti e a collocare perciò al fondo della sua  galleria le opere dell’amico.

Ai due amici, che sono i principali personaggi del film, il regista affianca Alex (Raúl Arévalo, molto credibile nella parte dell’ingenuo un po’ tonto), giovane di recente diplomato, aspirante pittore e ammiratore di Renzo Nervi, al quale vorrebbe inutilmente carpire i segreti professionali. Alex è soprattutto un ingenuo che ignora tutto del mondo e degli uomini, ma vorrebbe cambiare e migliorare l’uno e gli altri; ha molta fiducia nel pittore, che non lo stima affatto e lo sfrutta per riordinare e ripulire l’appartamento in cui vive.

Un incidente stradale imprevisto, il ricovero in ospedale di Renzo in gravissime condizioni, la sua sparizione misteriosa e l’impennarsi del valore delle sue opere in seguito alla notizia della sua morte danno ad Alex la certezza che Arturo abbia ordito un piano diabolico per eliminare l’amico pittore e guadagnare sulle opere rimaste in galleria e su quelle che un esercito di falsari sta immettendo sul mercato.

Il giovane ha con ogni evidenza capito molte cose sul funzionamento del mercato delle opere d’arte e sul loro “valore”, ma è quanto mai lontano dalla verità, molto più semplice di ogni logica complottistica e del tutto in linea con la natura degli uomini, non certo immacolata come la sua coscienza, ma molto spesso, purtroppo, incline a trasgredire clamorosamente alcune leggi morali.

Ci sarà pure un giudice a Buenos Aires, però!  C’è, infatti, ma l’ultima parola l’avrà ancora il mercato, cosicché le opere di Renzo (vere o false?) continueranno a rivalutarsi.

Evito altre rivelazioni che guasterebbero il piacere della visione di questo film che per l’originalità, la ricchezza dei colpi di scena che ribaltano continuamente le attese, la coerenza della narrazione, mi pare bene collocarsi all’interno di una tradizione argentina del racconto di truffe e raggiri grottesco, spiazzante e molto divertente che ha avuto in Fabián Bielinsky (penso a Nove regine e all’altro suo film, El Aura ), precocemente scomparso, uno dei più interessanti registi.

Il film ha lo sviluppo di una giocosa commedia che talvolta, verso la fine, sembra colorarsi di giallo, ma è in realtà anche un gran bel film sulla lealtà che mai si incrina nel rapporto fra gli amici, oltre che una pungente satira del mercato dell’arte contemporanea e dei critici d’arte ai quali la rete sembra offrire insperate possibilità di manipolazione della pubblica opinione. Da vedere!

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Il presidente

recensione del film:
IL PRESIDENTE

Titolo originale:
La cordillera

Regia:
Santiago Mitre

Principali inrerpreti:
Ricardo Darín, Dolores Fonzi, Erica Rivas, Elena Anaya, Daniel Giménez Cacho, Alfredo Castro, Gerardo Romano, Paulina García, Christian Slater, Manuel Trotta – 114 min. – Argentina, Francia, Spagna 2017

 

Un Summit segretissimo.
Un cast molto importante per questo ambizioso film del regista Santiago Mitre, grande speranza del cinema argentino poco noto dalle nostre parti. Al centro del suo racconto un Summit dei presidenti degli stati sudamericani, ospitato dall’omologa presidente cilena (Paulina Garcia) presso un inaccessibile edificio monastico sulle Ande che ha mantenuto l’aspetto cupo e claustrofobico del convento che era stato. L’uso delle risorse energetiche autoctone (il petrolio) e la ricerca di fonti alternative; l’ambiente e la sua salvaguardia; i rapporti con gli scomodi vicini nord americani, sono i temi dell’incontro, affidati a pochi politici (tutti maschi, tranne la cilena, neutrale, come si conviene all’ospite) che decidono la sorte dei popoli dell’intero continente nella massima segretezza, per evitare, nel tempo della rete e delle fake news, la diffusione di bufale o di tutto quanto possa favorire manipolazioni, interessate, della pubblica opinione, creando ai loro governi gravi difficoltà nel momento storico che, anche fuori dal continente latino-americano, tutti stiamo attraversando.

Il Presidente e lo psicanalista

Protagonista del Summit e del film è l’argentino Hernán Blanco (Riccardo Darin), Per la sua carriera politica e per il paese che rappresenta, il Summit è di decisiva importanza: pochi lo conoscono per ora, avendo egli appena conquistato la Casa Rosada, contro ogni previsione, grazie alla campagna elettorale abilmente condotta all’insegna del populismo (peronismo?), sostenuto dall’indispensabile segretaria, efficientissima nel costruire la sua immagine  di politico idealista, che, non avendo nulla da nascondere, si muove nell’interesse del suo popolo, con trasparenza e secondo giustizia.
Alla vigilia del meeting però uno scandalo avrebbe potuto mettere in discussione la sua figura di uomo probo e disinteressato: stava tramando contro di lui l’ex genero, un po’ pazzoide e un po’ drogato, che Marina (Dolores Fonzi), la fragile e infelice sua figlia, molto amata, aveva abbandonato in attesa del divorzio.
Si inserisce, a questo punto, un secondo filone narrativo: Marina e le sue crisi di nervi diventano, infatti, le imbarazzanti compagne del soggiorno cileno di Hernán Blanco, tanto da rendere indispensabile l’intervento di un medico-psicanalista-ipnotista (Alfredo Castro) per seguirla giornalmente, nell’intento di portare alla luce le ragioni di tanto turbamento. Tutta questa parte  è interessante di per sé, ma non riesce, a mio avviso, a trovare un modo convincente per innestarsi organicamente nel complesso della vicenda politica, a sua volta estremamente interessante.
L’impressione che ne ho ricavato è che ci troviamo di fronte a un film che, nell’intento del regista, vorrebbe rappresentare la tortuosità dell’agire politico, ribadito attraverso il ricorso frequente alle immagini della lunga strada serpeggiante che porta all’ex convento, o a quelle degli oscuri corridoi dell’albergo dove soggiornano Hernán, Marina e tutto lo staff, ma che in realtà non raggiunge quello scopo.
Chiarissima è infatti la preoccupazione (giustificata?) del politico per ciò che la figlia potrebbe rivelare attraverso l’ipnosi; meno chiaro è il rapporto fra l’oscurità presunta della sua vita privata e l’abilità indubbia che, durante il Summit, gli permetterà di intuire lucidamente il gioco delle parti e degli interessi e di agire di conseguenza, evitando trappole e tranelli a vantaggio della propria visione politica.
Un politico abile non è necessariamente un cattivo politico, così come un uomo che non vuole rendere pubblici i propri problemi familiari non è necessariamente un malvagio. Molte sono le questioni non banali che il regista sottopone al nostro giudizio, ciò che rende il film, nonostante lasci l’impressione un po’ deludente del non completamente risolto, soprattutto nel finale, consigliabile.

 

Neve nera

recensione del film:
NEVE NERA

Titolo originale:
Nieve Negra

Regia:Martin Hodara

Principali interpreti:
Laia Costa, Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias, Javier Kussrow, Iván Luengo, Federico Luppi, Biel Montoro, Liah O’Prey – 90 min. – Argentina, Spagna 2017

Tornato in Patagonia, alla casa di famiglia, con le ceneri del padre, Marcos (Leonardo Sbaraglia), accompagnato dalla giovane moglie incinta, Laura (Laia Costa), era deciso ad affrontare col fratello Salvador (Riccardo Darin) le questioni dell’eredità paterna, proprio ora che un’importante impresa mineraria canadese aveva offerto una cifra strabiliante per entrare in possesso – prendere o lasciare – dell’intera proprietà. Si comprende da subito quanto la questione fosse complessa: Salvador era anziano e non intendeva lasciare quel territorio che gli dava da vivere in modo per lui soddisfacente e a cui lo legava un passato doloroso, che non intendeva dimenticare. Era morto lì, infatti, Juan (Ivan Luengo), il fratello piccolo, caduto durante una battuta di caccia, colpito involontariamente dal suo fucile, fatto atroce all’origine della pazzia di Sabrina  (Dolores Fonzi), la giovane sorella ora relegata in un ospedale psichiatrico. Come si vede, sulla famiglia di Marcos sembrava essersi accanito un destino tragico che aveva reso, per forza di cose,  intrattabile e aggressivo Salvador, e che (nonostante l’apparente serenità del suo presente con Laura) si ripresentava negli incubi di Marcos, nelle sue paure, nelle angosce tormentose di ogni giorno, soprattutto dopo il suo ritorno in Patagonia. A poco a poco nel corso del film apprenderemo le cose che non erano state dette della morte di Juan, i segreti inconfessabili sepolti nel suo cuore, nonché la natura sordida dei rapporti tra i fratelli, in un crescendo di orrore disgustoso, che rende discutibile la conclusione del film, girato certamente con molta maestria, e con una velleitaria attenzione ai problemi della colpa e del “peccato”, rapidamente risolti, però, dal sorprendente cinismo che, in vista della cospicua eredità, trasforma completamente il sistema dei valori su cui sembrava fondarsi la coppia, tutto amore e tenerezza, in attesa del bebè.

I pregi dell’ottima fotografia, che nel cupo paesaggio invernale era sembrata annullare con un continuo flashback ogni distanza temporale, nonché la pregevole prova di tutti gli attori si infrangono sulla banalità superficiale e sull’impudicizia (in tutti i sensi) esibita dell’ultima parte del film. Peccato!

 

Il cittadino illustre

schermata-2016-11-26-alle-22-12-13recensione del film:
IL CITTADINO ILLUSTRE

Titolo originale:
El ciudadano ilustre

Regia
Gastón Duprat, Mariano Cohn

Principali interpreti:
Oscar Martínez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Belén Chavanne, Nora Navas, Iván Steinhardt, Marcelo D’Andrea, Manuel Vicente – 117′- Argentina/Spagna 2016

Gli avevano dato il Nobel per la letteratura, ma Daniel Mantovani (Oscar Martinez), scrittore argentino per nascita e spagnolo di Barcellona per elezione, non sembrava averlo molto gradito, stando, almeno, al discorso pronunciato col quale avrebbe dovuto ringraziare tutti, dai giurati al re di Svezia, che forse ci erano rimasti un po’ male! Aveva sostenuto, infatti, Daniel, con un accento di verità non privo di snobismo, che i premi, e il Nobel in modo particolare, sanciscono la fine della carriera di qualsiasi scrittore, poiché, suggellando meriti e pregi di un’opera ormai conclusa e gradita al pubblico e fissandone rigidamente i contorni, gli rendono molto difficile, se non impossibile, imboccare nuovi percorsi, per quanto promettenti. Era accaduto, infatti, che dopo quel premio Daniel non avesse più scritto alcunché: aveva perso l’ispirazione, assediato da inviti per incontri, conferenze, convegni in ogni parte del mondo. Aveva sempre rifiutato, però, in quanto detestava i riti della sovraesposizione mediatica, gli autografi sui libri, la mondanità presenzialista, gli incontri con le autorità. Aveva invece accettato, dopo cinque anni dal premio, la proposta di tornare a Salas, la piccola città argentina che gli aveva dato i natali e che ora intendeva festeggiarlo. Anche se di lì se n’era andato da quarant’anni, in fondo quella lontana località aveva ispirato i suoi racconti e, forse, ora gli avrebbe fatto ritrovare l’antica voglia di scrivere e raccontare.
Erano stati pochi giorni da dimenticare, invece, vissuti in un clima da incubo vieppiù angoscioso, durante i quali aveva chiarito prima di tutto a se stesso che non la realtà di quei luoghi, ma l’elaborazione mitica del suo ricordo lontano, che ne aveva trasformato paesaggio, case, e abitanti, era stata all’origine della sua narrazione e della sua arte. Ora, quella realtà gli appariva in tutta la sua brutalità violenta e gretta: le antiche baruffe da ragazzo esigevano risposte; le vecchie rivalità amorose erano conti da regolare; il suo successo era sfruttabile per gli scopi più diversi; il suo distacco rispetto ai problemi locali era vissuto come un vero tradimento.

I registi ci raccontano queste cose e molte altre alternando l’ironia e l’umorismo tagliente e spietato della descrizione di Salas, con la tensione crescente di alcune drammatiche scene, verso la fine, quando il film è ormai un noir teso poiché Daniel rischia di diventare la  vittima dell’invidia, dell’ignoranza diffusa e delle contraddizioni di un piccolo paese e dei suoi meschini abitanti. Molto bella la riflessione finale, che compendia lo spirito del film, che è anche un piccolo racconto filosofico sull’arte, sui rapporti dell’arte con la verità, e sulla necessità per l’artista di far prevalere l’interpretazione sulla rappresentazione, negando ogni consistenza alla cosiddetta realtà. Oscar Martinez ha più che meritato la Coppa Volpi che quest’anno a Venezia gli è stata assegnata come miglior attore. Film bello e originale, molto sorprendente e consigliabile.

una donna e la sua bambina (Las acacias)

Schermata 10-2456572 alle 21.54.44recensione del film:

LAS ACACIAS

Regia:
Pablo Giorgelli

Principali interpreti:
German de Silva, Nayra Calle Mamani, Hebe Duarte – Argentina – Spagna 2011 – Durata 85 minuti.

Dal 2011 avremmo potuto vedere questo film, apprezzato dalla giuria internazionale del festival di Cannes (gli fu assegnata la Camera d’oro 2011, quella che premia le migliori opere prime), ma non dalla distribuzione, che ora, finalmente, per gentile concessione, ce lo lascia guardare, finalmente!
Certo il film, girato a basso costo, non ha le caratteristiche che tanto piacciono al mondo degli appassionati di effetti speciali, o di kolossal: neppure una colonna sonora, poche le parole, una trama tenue. Verrebbe da far notare che esiste anche chi si appassiona di cinema perché ama riflettere, pensare oltre che emozionarsi per la tensione “adrenalinica” come si sente dire con brutto neologismo: ebbene sì, ci siamo e, nonostante tutte le insidie e le volgarità del mercato, cerchiamo di sopravvivere, un po’ come i panda! Stiamo per diventare una specie protetta?


L’acacia è una pianta strana: piccole foglie e fiore profumato sembrano indizi della sua fragilità; in realtà è una pianta robustissima (come testimonia anche il suo legno molto compatto), pronta a cacciar fuori di nuovo dalle radici, largamente diffuse nel terreno, nuovi getti, polloni, gemme e fronde, quasi difendendo tenacemente il proprio diritto a vivere ancora, anche se il suo tronco è stato tagliato dagli uomini. Il quadro da cui muove la vicenda è una foresta paraguayana, dove, fra l’assordante stridore delle seghe elettriche, le scintille e il fumo, proprio un buon numero di queste piante viene abbattuto fin quasi alla radice: i tronchi, a loro volta ridotti in dimensioni che ne rendano praticabile il trasporto, saranno caricati e legati sui camion, per raggiungere la loro destinazione. Ruben è uno dei trasportatori in attesa di partire: deve andare come sempre a Buenos Ayres, col suo carico di legname ma, questa volta, su richiesta del padrone del veicolo che guida, dovrà portare con sé una donna che raggiungerà alcuni parenti di Buenos Ayres. Ecco quindi comparire Jacinta, alta, giovane bruna, che porta con sé, inaspettatamente, oltre a due borsoni da viaggio, una bimba di cinque mesi, Anahi, più ingombrante di qualsiasi bagaglio, più esigente di qualsiasi viaggiatore. La piccola, infatti, coinvolgerà con i suoi problemi anche il riluttante camionista, costretto a fermarsi più volte controvoglia: i suoi pianti esprimono esigenze elementari, che non è possibile ignorare, essendo impellenti come la fame, il cambio del pannolino, il fastidio per il fumo. Ruben è un uomo inselvatichito da lunghi anni di solitudine e, probabilmente, da molte delusioni che gli hanno indurito il cuore: non ama parlare di sé, riaprendo vecchie ferite; ma altrettanto riserbo esprime Jacinta, che dice però una cosa con chiarezza: “Anahi non ha un padre”, lasciando intendere una storia dolorosa alle sue spalle di cui non intende parlare. Furtivamente, Ruben la vedrà piangere amaramente mentre telefona a qualcuno nella cabina di una stazione di servizio, ma il suo aspetto sereno, al ritorno, blocca sul nascere qualsiasi curiosità di lui, semmai ci fosse stata. Questo è un film silenzioso, in cui l’espressione degli occhi e la mimica contano più delle parole: grazie al silenzio si percepiscono i rumori della natura, del lavoro umano, dello scorrere della strada e si comprendono anche le ragioni di Anahi, che sono quelle della vita che si afferma prepotentemente, come è giusto che sia. Il silenzio aiuta a capire, forse, che quell’uomo e quella donna hanno preteso troppo da se stessi e che potrebbero, lasciandosi alle spalle i dolori del passato, percorrere ancora un po’ di strada insieme, ricominciando da capo, come l’acacia quando si rinnova dalle radici. Forse.

Film bello e poetico, il cui segreto è nel montaggio eccellente, che, alternando alle poche parole i lunghi ma eloquenti silenzi, diventa funzionale al racconto pudico di due vite difficili, che con difficoltà tentano di uscire dalla solitudine dolorosa che sembra loro connaturata. Eccezionale l’interpretazione dei due attori protagonisti; stupenda la piccola Anahi.

la difficile infanzia di Juan (Infanzia clandestina)

Schermata 08-2456536 alle 17.44.34recensione del film:
INFANZIA CLANDESTINA

Titolo originale:
Infancia clandestina

Regia:
Benjamin Avila

Principali interpreti:
Natalia Oreira, Ernesto Alterio, César Troncoso, Cristina Banegas, Teo Gutierrez Moreno – Spagna, Argentina, Brasile 2012 –
112 min.

Argentina 1979: la dittatura del generale Videla (che terminerà nel 1983) continuava nella feroce repressione di qualsiasi forma di dissenso politico, cosicché nuove leve di combattenti rientrarono dall’esilio cubano, un po’ alla volta, sotto falso nome e con falsi documenti, per rimpiazzare gli oppositori caduti. Essi portavano con sé non solo il materiale di propaganda e tutto quanto sarebbe servito a proseguire la lotta contro la giunta militare, ma anche i figli, per dare al loro nuovo insediamento una parvenza di normalità. Così, dunque, avviene che il dodicenne Juan, la cui storia viene ricostruita dal regista di questo film, largamente autobiografico, diventi, con la sorellina ancora in fasce, un piccolo clandestino, il che rende più complicato il vivere quotidiano apparentemente normale dei suoi genitori e dello zio Beto. Juan aveva dovuto abbandonare la nonna materna, che fino a quel momento si era presa amorevolmente cura di lui e che continuava a rivendicare il diritto del bambino a vivere serenamente con lei, e aveva seguito la famiglia, assumendo un’identità fittizia: nella casa periferica di Buenos Aires aveva appreso di chiamarsi Ernesto e di provenire da Cordoba, così come aveva imparato a conoscere la casa e i suoi nascondigli segreti, e si era anche abituato, dubbioso e stupefatto, a quegli strani amici dei genitori, che ogni tanto vedeva aggirarsi nelle stanze di casa, sempre molto rigidi, severi e corrucciati. Solo lo zio Beto sembrava aver capito i suoi problemi di bambino ed era riuscito a comunicare davvero con lui, trovando il linguaggio più adatto e mostrando anche un volto tollerante e indulgente nei confronti delle sue piccole, ma profonde e reali, esigenze. Da quando aveva ripreso a frequentare la scuola, infatti, Juan – Ernesto aveva scoperto quanto gli sarebbe piaciuto coltivare l’amicizia dei suoi compagni, festeggiare con loro il proprio compleanno, o condividere con loro un periodo di campeggio; aveva anche scoperto che esistono le bambine, per una delle quali, Maria, aveva mostrato interesse, tanto che se n’era innamorato, sognando con lei di fuggire in Brasile. Il suo bisogno di socialità, di amicizia, così come il nascere del primo amore stavano provocando, però, una tensione insostenibile in famiglia, dove i suoi genitori erano troppo preoccupati della segretezza del loro agire per aprire le porte di casa ai suoi amici, e troppo tenevano anche alla riuscita del loro progetto rivoluzionario per occuparsi davvero di lui. Ad aiutarlo era stato ancora una volta Beto, destinato però, dalla furia sanguinaria dei generali a una morte prematura e drammatica: destino analogo toccherà anche a tutti gli altri membri della sua famiglia.

Il regista mette in scena dunque la storia della propria infanzia rubata, rivivendola con gli occhi del bambino, per parlarci delle paure, degli slanci, della tenerezza, dei delicati moti del cuore che comincia ad aprirsi all’amore, della voglia frustrata di vita normale, indagando con delicata attenzione nel groviglio di contraddittorie emozioni che nascono dalla particolare condizione di una vita infantile connotata dalla doppiezza, e utilizzando la tecnica del disegno per rappresentare le scene di violenza più insostenibili, che paiono quasi essere rielaborate con infantile distacco. Insolito e bellissimo film, la cui visione mi sento di raccomandare vivamente, anche per comprendere quali furono i riflessi drammatici sulla vita quotidiana di quell’ orribile e buio momento della storia dell’Argentina.

A questo link troverete un’intervista al regista, su due pagine, da non perdere!

il caso e le coincidenze (Cosa piove dal cielo?)

recensione del film:
COSA PIOVE DAL CIELO?

Titolo originale:
Un Cuento Chino

Regia:
Sebastián Borensztein

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana, Enric Rodriguez, Ivan Romanelli, Javier Pinto.
– 93 min. – Argentina, Spagna 2011.

Sono poche davvero le probabilità che, in seguito a un incidente, alcune mucche russe precipitino da un aereo piovendo su un’imbarcazione che placidamente sta navigando lungo un ampio fiume cinese, contornato da belle montagne. Eppure, non solo questo bizzarro evento si verifica, ma travolge, insieme alla barca l’amore dei due fidanzati che la occupano, uccidendo la donna.
Questo è narrato all’inizio del bel film, Un Cuento Chino, orribilmente tradotto in Italiano in Che cosa piove dal cielo, del regista Sebastián Borensztein.
Immediatamente dopo la rappresentazione dello sprofondamento della barca, col suo carico di sogni, ci troviamo di fronte a una scena capovolta in cui si materializza, alla lettera, il capovolgimento delle aspettative del protagonista, attraverso il suo riemergere a testa in giù nella quotidianità, che a poco a poco si ricolloca secondo le consuete convenzioni del sotto e del sopra. Il linguaggio metaforico, secondo le migliori tradizioni della letteratura fantastica, si è inverato presentandoci gli “antipodi”, appunto: un mondo altro, rispetto a quello della Cina.
Siamo ora a Buenos Ayres, dove il giovane Jun riprenderà a vivere, cercando di incontrare l’unica persona della famiglia che ancora gli è rimasta al mondo, lo zio il cui indirizzo argentino egli porta tatuato sul braccio a caratteri latini. Il modo del suo approdo è alquanto brusco: un taxista infuriato lo scaraventa fuori dalla vettura senza troppi complimenti, davanti al negozio di un ferramenta, Roberto de Cesare, bizzarro signore di mezza età, che si prenderà cura di lui.
Roberto, splendidamente interpretato da Ricardo Darin, è il personaggio più interessante del film. Vive una vita solitaria e senza affetti, nel culto di una madre che non ha mai conosciuto, visto che è morta dopo averlo partorito, e nel ricordo di un padre pacifista, oriundo italiano (e abbonato negli anni ’80 all’Unità!).
Lo caratterizza un comportamento di chiusura diffidente verso il prossimo: teme Mari, la donna che lo ama; odia i clienti fatui e superficiali che frequentano la sua bottega, nonché i fornitori che gli inviano quantità, approssimate per difetto, di merci: immancabilmente, il conto dei chiodi, meticoloso e pignolo, non torna! E’, inoltre, collezionista di notizie buffe e strane, che ritaglia accuratamente dai giornali di tutto il mondo, conservandole in un bel dossier, quasi per dimostrare a se stesso che la vita è un insieme senza alcun senso di fatti assurdi, che sembrano quasi ridicoli, ma che ci dovrebbero indurre a diffidare da qualsiasi forma di coinvolgimento. Eppure sarà proprio lui a occuparsi di Jun, facendosi davvero coinvolgere, alla ricerca di quel famoso zio, in una serie di avventure in parte buffe e in parte drammatiche, grazie alle quali le sue incrollabili certezze sull’assurdità della vita paiono sgretolarsi, poiché sempre più si avvicinerà al giovane, che, da buon orientale, sembra convinto, invece, che il caso abbia una sua logica, capace di collegare quelle che a noi tutti paiono assurde e improbabili coincidenze: in fondo anche le mucche hanno un loro perchè, che presto capirà anche lui, scontroso e solitario ferramenta!
Un bel film, insolito e interessante, capace di tenere ben viva l’attenzione fino alla sorprendente conclusione della storia, meritatamente premiato alla Festa internazionale di Roma 2011 dalla critica e anche dal pubblico.

Il segreto dei suoi occhi

Recensione del film:
IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI

Titolo originale:
El Secreto de Sus Ojos

Regia:
Juan José Campanella

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Soledad Villamil, Guillermo Francella, José Luis Gioia, Pablo Rago, Javier Godino, Carla Quevedo, Rudy Romano, Mario Alarcón, Alejandro Abelenda, Sebastián Blanco, Mariano Argento, Juan José Ortíz, Kiko Cerone, Fernando Pardo, Bárbara Palladino
– 129 min. – Argentina, Spagna 2009

La vicenda racconta in parallelo due storie d’amore impossibili: quella di un marito, che ha mantenuto nel tempo la fedeltà alla memoria della moglie Liliana (stuprata e assassinata vent’anni prima) e quella di Benjamin, funzionario investigativo del tribunale di Buenos Ayres, che, a suo tempo incaricato di risolvere il caso dell’efferato delitto, aveva segretamente amato Irene, affascinante giovane donna da poco suo capufficio. Fra i due, in realtà, nessuna storia era nata, nonostante la reciproca attrazione, e questo rimane, a mio avviso, il vero mistero non chiarito del corso film. L’altro mistero, quello dello stupratore assassino, verrà presto chiarito, grazie all’abilità investigativa di Benjamin, del suo aiutante, ma grazie soprattutto all’intuito femminile di Irene, che aveva condotto nei confronti del sospettato Gomez, un interrogatorio spregiudicato e molto audace, scommettendo sull’esibizionismo sessuale del feroce assassino. A vent’anni dai fatti, Benjamin ormai in pensione, nel tentativo di scrivere un romanzo sul caso di Liliana, ripercorre i fatti e rivede molti di coloro che ne erano stati coinvolti direttamente (come il marito) o indirettamenre (come lui e Irene). Nel frattempo, però, tutto è mutato in Argentina: allora la dittatura militare stava per imporre la sua ferocia al paese, i magistrati si erano messi al suo servizio e molti dei delinquenti più feroci, Gomez compreso, erano stati liberati per creare i famigerati squadroni della morte. Ora, finita questa terribile fase della storia Argentina, restano gli amori impossibili e una sete di giustizia che lo stato non ha assicurato. Il film sviluppa, perciò, molti temi, intrecciandoli, ma presenta molti punti deboli, almeno a mio avviso. Del primo ho già detto: un amore non si è compiuto e, devo dire, non se ne comprende il motivo, visto che i due erano adulti, si piacevano ed avevano mostrato una sufficiente spregiudicatezza per infischiarsene di eventuali ostacoli e pregiudizi. La sete di giustizia del vedovo di Liliana, alla fine del film, troverà una risposta, ma, secondo me, in contrasto con il registro narrativo del lavoro: qualcuno ha parlato, giustamente, di suggestioni da Durenmatt; io parlerei più in generale, di suggestioni nordico-protestanti, ma in ogni caso, il finale si aggiunge come un’addizione non giustificata dal modo della narrazione precedente. L’impressione è quella di un film che contiene molti spunti interessanti, alcune scene bellissime, spia del mestiere raffinato del regista, cui gioverebbe, però, una revisione così da renderlo meno melodrammatico, più unitario stilisticamente, più agile nella sruttura complessiva del racconto, cioè, infine, meno “romanzone”. Bravissimi tutti gli attori.