La lunga estate calda

recensione del film:
LA LUNGA ESTATE CALDA

Titolo originale:
The Long Hot Summer

Regia:
Martin Ritt

Principali interpreti:
Paul Newman, Antony anne Woodward, Angela Lansbury,
Richard Anderson, Lee Remick.
– 115′ – USA 1958.

Burning, il film che ho recensito da poco, mi ha lasciato una profonda impressione e molte curiosità: questo nuovo post nasce per seguirne le principali suggestioni letterarie, oltre a quella esplicitamente dichiararata come fonte di ispirazione dal regista, ovvero il racconto di Murakami I granai bruciati.. Un altro importantissimo riferimento è all’opera di  William Faulkner, il romanziere prediletto da uno dei protagonisti della storia di quel film. Di granai bruciati si parla spesso, infatti, anche nelle opere dello scrittore americano: in molti racconti e nel bellissimo e importante romanzo Il borgo, ancora reperibile, per i tipi di Adelphi, che presenta la raffinata e imperdibile traduzione italiana di Cesare Pavese.

I grandi interpreti e la vicenda del film

Parlerò più avanti della faticosa realizzazione di questa bella pellicola, che naturalmente raccomando a chi non la conosce ancora.
Vi si raccontano le vicende di Ben Quick (un sensualissimo Paul Newman trentaduenne attore semi-sconosciuto con un passato teatrale e un solo film importante alle  spalle*) affiancato da  Antony Franciosa nella parte di Jody Varner  e da Orson Welles nella parte di  Bill Varner. Le attrici del film sono Joanne Woodward, Lee Remick e Angela Lansbury nei panni rispettivi di Clara Varner; Eula Varner; Minnie Littlejohn.
L’arrivo di Ben nel villaggio sul Mississipi dominato dal ricchissimo e potente Bill Varner era stato casuale: il giovanotto cercava un lavoro dopo essere stato espulso dal suo paese in seguito al processo per l’incendio che aveva distrutto un’azienda agricola, nel quale, senza prove, lo si riteneva implicato. Non avevano potuto condannarlo, ma l’intimazione ad andarsene era stata perentoria.
In cerca di una sistemazione, egli aveva accettato un passaggio sull’auto scoperta guidata da Clara, in viaggio con la cognata Eula, la moglie di Jody.
Eula è una graziosa donna, con molta voglia di vivere; su quel matrimonio, Bill aveva contato, sperando che al più presto una frotta di nipotini avrebbe garantito una sorta di eternità a lui e al suo patrimonio. Non era andata così: il neghittoso Jody si occupava poco degli affari di famiglia e ancor meno di quella bella moglie che ora si dedicava alle occupazioni più frivole, quasi per compensare l’anaffettività di quel marito.
Bill era testardo, però, e sperava, senza molto successo, che almeno Clara assumesse, sposandosi, la responsabilità di perpetuare la famiglia. La giovane, con i suoi ventitre anni ( troppi allora per una ragazza da marito nel profondo Sud americano) aveva un’alta stima di sé e non credeva che una donna come lei si realizzasse nel matrimonio, anche se pensava che Alan, il suo vicino di ottima e cristianissima famiglia, sarebbe diventato prima o poi suo marito, disdegnando le smancerie amorose, sconvenienti per lei e per lui, come, a suo avviso, per ogni altra coppia di persone colte ed educate. I progetti e i desideri di Bill, dunque, erano continuamente frustrati.

L’arrivo di Ben aveva alimentato in Bill il sogno di un possibile cambiamento di sua figlia: l’aperto richiamo sessuale di quel corpo bellissimo impudicamente esibito e il magnetismo dello sguardo fascinoso dello straniero, forse avrebbero prodotto il miracolo. Era stata una sorta di rischiosa scommessa l’accordo suggellato segretamentre fra loro: una ricchissima eredità in cambio di un matrimonio tutto da costruire, con un’accorta strategia; un’impresa non facile, fra imprevisti, drammi e rivelazioni che il finale del film, fra tragedia e commedia, racconta con qualche esagerazione.

La difficile nascita del film

Le notizie che riporto brevemente sono dedotte, principalmente, dalla sezione speciale del DVD in mio possesso in cui la scrittrice e studiosa Valentina Pattavina, dà conto delle proprie accurate ricerche in merito a questo film.

I diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo di Faulkner, che ne divenne soggettista, vennero acquistati dal produttore Jerry Wald per la 20th Century Fox, mentre la sceneggiatura fu affidata alla coppia Irving Ravetch – Harriet Frank, Jr, marito e moglie, che abilmente misero insieme lo script attingendo al romanzo, soprattutto al suo terzo capitolo, The Long Summer, nonché in minor misura ad alcune parti di tre racconti brevi dello stesso autore.
Il compito del regista Martin Ritt**, già perseguitato politico, si rivelò subito molto difficile nonostante egli credesse nel progetto. Pesavano le incertezze per la scelta dell’attore protagonista nel ruolo di Ben Quick: Marlon Brando o Robert Mitchum o, infine, Paul Newman, giovane di ottima preparazione teatrale (proveniva dall’Actor’s Studio di New York), la cui ammiccante  sensualità gli era sembrata particolarmente adatta a conferire al film un decisivo imprinting erotico. Il personaggio di Jody, affidato ad Antony Franciosa, anch’egli attore dell’Actor’s Studio, rischiò di crollare per il nervosismo manesco dell’attore***, sempre pronto a pronto a minacciare tutti, regista compreso. Fu però Orson Welles, il grande Bill che, per volontà di Ritt, venne preferito a Edward G. Robinson, l’interprete che diede i più gravi problemi, durante le riprese e persino in fase di montaggio. Le sue ire erano soprattutto dirette contro i modi recitativi da Actor’s Studio di Newman, Franciosa e anche di Joanne Woodward: lo irritava la tecnica di immedesimazione che egli respingeva, invece, per dar luogo lucidamente a un personaggio che è insieme ironico e malinconico, recitato col forte accento strascicato e le espressioni gergali del profondo Sud, che, in fase di montaggio furono ritenute così poco comprensibili, da pensare a una qualche forma di doppiaggio. Per fortuna, per evitare i costi troppo alti, si mantenne il film com’era, cosicché oggi ci possiamo godere, in versione originale, un insolito e quanto mai amabile Orson Welles.

Il film fu girato dal settembre al dicembre del 1957, lungo il Mississipi, in un’estate umidissima e torrida, a sua volta fonte di ulteriore nervosismo. Solo nel marzo del 1958 fu possibile presentarlo agli spettatori in una sala di Baton Rouge, accolto immediatamente con grande favore dal pubblico che molto apprezzò l’accento locale di Bill e la storia dell’amore difficile fra Ben e Clara, accompagnata dalla bella canzone di Alex North, autore dell’intera colonna sonora.

Alla conclusione del film, Paul Newman sposò Joanne Woodward, poiché sul set – e sul serio – i due si erano innamorati. Il loro matrimonio durò cinquant’anni, fino alla morte di lui.

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* Lassù qualcuno mi ama (aveva sostituito James Dean).

** da poco cancellato da una lista di proscrizione (siamo in clima di guerra fredda), per aver aderito a una sottoscrzione a favore della Cina comunista.

*** appena uscito di galera  per aver picchiato un fotografo in difesa della moglie, Shelley Winters

Joker

recensione del film:

Joker

Regia:
Todd Phillips

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron
– 122 min. – USA 2019

Todd Phillips era, fino a poco tempo fa, un regista noto soprattutto al pubblico televisivo e anche cinematografico dei più giovani, nonostante qualche piccola incursione nel documentario  per adulti, come Hated: GG Allin and the Murder Junkies (1993), non uscito in Italia, ma ora proiettato in qualche raro cineclub per far conoscere un po’ dei trascorsi cinematografici di chi aveva ricevuto da poco il prestigioso Leone d’oro veneziano.

Questo Joker sembra infatti nascere da una sfida tutta interna al mondo dell’intrattenimento televisivo e cinematografico: è possibile conciliare il mondo scanzonato ed eversivo dei ragazzi, per loro natura aperti alle ipotesi del più radicale cambiamento dell’ordine sociale, con quello serio (e anche un po’ dileggiato) degli adulti colti e schizzinosi che da quel mondo preferiscono tenersi lontani?

1981 – South Bronx ovvero Gotham City

Il film ha la sua collocazione nel South Bronx newyorkese, che viene identificato con Gotham City, la città immaginaria dell’universo dell’immondizia in cui sono ambientati i fumetti delle edizioni DC Comics, che illustrano le avventure dell’eroe “buono” Batman, del quale il perfido Joker è l’antagonista.
Ogni sera rientra a Gotham, dopo le fatiche della giornata, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) uomo disturbato nella mente che vive con la madre Penny (Frances Conroy) nel South Bronx newyorkese. È povero, depresso cronico e cupo, ma convive dignitosamente con i suoi gravissimi problemi fino a quando, nel 1981, Ronald Reagan, diventato presidente degli Stati Uniti, per mantenere la demagogica promessa elettorale di abbassare le tasse, decide di tagliare le spese sociali, azzerando i servizi socio-sanitari indispensabili a lui, ossessivamente assediato da fantasmi e manie, a cui verranno negati i farmaci gratuiti nonché  la consulenza psicologica.
Il suo ruolo sociale un tempo era rispettato: vestiva da pagliaccio (era lui Joker) per divertire i bambini malati all’ospedale; ne usciva con la sua maschera e con quel vistoso costume portando in giro cartelloni pubblicitari, in attesa che arrivasse il suo momento, quello in cui avrebbe fatto il comico per davvero, in televisione come Murray Franklin (Robert de Niro) e tutti lo avrebbero riconosciuto e amato…Il suo sogno purtroppo, si saebbe scontrato presto con la disumanità che stava soffocando l’America di quegli anni: una generale Gotham City immersa ovunque dall’immondizia fangosa della crudeltà contro i più deboli, a cui non sarebbe rimasta che la ribellione anarcoide e irrazionale, facile pretesto per la repressione poliziesca in piena sintonia con la deriva reazionaria delle classi dirigenti.

Le dichiarazioni di Phoenix

Joaquin Phoenix ha dichiarato in numerose interviste, che si trovano facilmente sul Web, che mai si era sottoposto a una simile fatica, non solo fisica, ma culturale e intellettuale, per l’interpretazione di un film, essendo stata addirittura maniacale la cura con cui, insieme al regista, aveva impostato il proprio ruolo, la propria gestualità, il proprio comportamento. Allo stesso modo il film nel suo complesso era stato studiato nei particolari più minuti, con l’attenzione meticolosa di chi non intende lasciare proprio nulla al caso e all’improvvisazione.

Che dire? personalmente, al di là della ammirazione che non da oggi suscitano in me le interpretazioni di questo grande attore, il film, sicuramente urtante e disturbante, non mi ha suscitato gran commozione. Mi è sembrato al contrario un’operazione astutissima del regista che ha utilizzato le suggestioni di molti vecchi film per strizzar l’occhio agli spettatori in cerca d’autore di cui è chiarissimo indizio la presenza di Robert de Niro, nel ruolo del comico anchorman televisivo che ricalca quello di Jerry Lewis nel film Re per una notte che il grande Martin Scorsese aveva cominciato a girare proprio nel 1981 (guarda caso!) nel quale un giovane De Niro, nei panni di Rupert Pupkin ossessivamente convinto delle proprie straordinarie qualità comiche, aveva organizzato il rapimento del presentatore per sostituirsi a lui, fra le risate di un pubblico di facile contentatura (Re per una notte è la citazione più vistosa, quasi la falsariga su cui è costruito il film).

Il regista, però, non ha dimenticato neppure i giovanissimi nei confronti dei quali esprime,  con lo splendore della colorata e caotica rappresentazione della loro violenza con la maschera di Joker, una solidarietà sospetta, quasi assecondandone la volontà distruttiva, in vista di una palingenesi senza progetto che non può che alimentare la deriva reazionaria di cui Donald Trump (come già Ronald Reagan) sembra essere il più accreditato garante. Col pubblico giovane, inoltre, il dialogo è intessuto di episodi che hanno il solo scopo di spiegare agli adolescenti la dipendenza edipica di  Arthur, esemplificandola in una quantità di segmenti narrativi che appesantiscono la visione del film, dilatandone anche troppo la durata.

Per quanto mi riguarda, perciò, il regista ha vinto la sua sfida ambiziosa solo in parte: mille polemiche hanno accompagnato la premiazione veneziana, probabile frutto di un compromesso ingiusto per non scontentare una presidente di giuria che con le sue inqualificabili dichiarazioni aveva pregiudizialmente posto il proprio veto sull’ultimo film di Roman Polanski.
Questo spiega perché molti di noi (mi ci metto anch’io) amanti del grande cinema, e perciò di Polanski, hanno visto con riluttante diffidenza quest’opera, “ladra” di un onore, abusivamente conquistato.
Vero è, però, che un giudizio critico dovrebbe nascere da un’analisi il meno possibile emotiva, ma siamo umani e ci liberiamo con difficoltà dalle passioni che ci portiamo in cuore e che accompagnano la nostra vita.
Da vedere, in ogni caso.

C’era una volta… a Hollywood

recensione del film:
C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD

Titolo originale:
Once Upon a Time in Hollywood

REGIA:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Bruce Dern
– 161 min. – USA 2019.

Un anniversario (1969 – 2019)

Al suo nono film, Tarantino ricostruisce il 1969 di Hollywood, anno terribile per il cinema dopo le stragi* che ad agosto segnarono col sangue degli innocenti le sue strade, mentre tardivamente maturava la coscienza collettiva del tramonto di un’epoca.
Il vecchio cinema era finito, travolto e soppiantato dal trionfo della serialità del racconto televisivo gradito alla più vasta platea dei piccoli e medi borghesi che alla sera si chiudevano in casa per seguire le avventure dei loro personaggi preferiti. Nel semplicismo manicheo di un pubblico che non si poneva troppi problemi era il segreto del successo degli attori, che in questo modo, però, rimanevano per sempre legati al loro ruolo di buoni o di cattivi, senza alcuna speranza di mostrare in altro modo la loro ricca professionalità.

Un padrone, un servo e altre ingiustizie

All’inizio del film (e del 1969) il produttore Marvin Shwarz (l’eccellente e ironico Al Pacino) aveva spiegato a Rick Dalton, attore televisivo (un attonito e affranto Leonardo di Caprio) perché avrebbe dovuto mettersi il cuore in pace continuando per sempre a essere il cattivo, o, in alternativa, andarsene da Hollywood e girare a Roma, con Sergio Corbucci, uno o più film di non eccelsa qualità, ma di sicuro successo (i cosiddetti Spaghetti Western) rilanciandosi come grande attore.
Questo, infatti, Rick avreva fatto: insieme a Cliff (interpretato da Brad Pitt, questa volta davvero grande nel suo saggio e affettuoso disincanto), la sua inseparabile controfigura,  aveva preso l’aereo per Roma da cui sarebbe rientrato ad agosto con una immagine rinnovata di sé, tanti soldi e Francesca, (Lorenza Izzo), la moglie italiana…
Cliff è un personaggio singolare: si era lasciato alle spalle un passato oscuro e ancora molto chiacchierato, ma il suo “padrone” Rick lo aveva difeso in ogni occasione. Come uno strano Sancho Panza, egli seguiva Rick ovunque, non solo sul set: era il suo factotum durante la giornata, poi, la sera, tornava alla propria casa dove una fedelissima cagnolona lo attendeva sul divano per il rito del cibo (la scena ferocemente sarcastica verrà ribadita, con altro significato, nella drammatica ultima parte del film).

La società che si muoveva intorno ai divi e alle lore abitazioni era connotata da profonde differenze sociali a cui nessuno, in apparenza, faceva caso.
Sulla collina boscosa di Cielo Drive erano sorti alcuni villini di lusso, che, ben celati alla vista, garantivano tranquillità e privacy ai famosi attori e registi che li abitavano: fra questi Rick, che viveva da solo e che aveva scoperto, fra i suoi vicini, nientemeno che Roman Polanski, da poco sposo felice della giovane e bellissima Sharon Tate  (magnifica e struggente l’interpretazione di Margot Robbie).
A poche miglia, verso la pianura, nella zona della vecchia Hollywood, le costruzioni in disuso, le roulottes e i carri in legno dei vecchi Western erano utilizzati da homeless, come l’ex attore anziano George Spahn (Bruce Dern, che drammaticamente fingeva il sonno per non vedere la realtà) o da comunità di sedicenti hippy – come quella che faceva capo all’esaltato Charlie Manson – in cui convivevano promiscuamente vagabondi consumatori e spacciatori di spinelli all’LSD, ladruncoli e giovani sbandati, nonché molte donne, anche giovanissime, che si prostituivano e spennavano i malcapitati clienti.
Quel mondo marginale, apparentemente non comunicante con quello della collina era emblematico del declino dell’industria del vecchio cinema che, perdendo anche la memoria delle proprie glorie leggendarie, ne mostrava il carattere fittizio, sfondo mobile di un set sul quale andava in scena, ora, il disagio del vivere nei ruoli imposti senza rimedio possibile dalla povertà e dal degrado, ma anche dall’insofferenza ribellistica dei più giovani e delle ragazze che detestavano i valori convenzionali della famiglia.
Tarantino ci racconta la loro disperazione violenta, cui intreccia ellitticamente quella tragicomica della strana coppia del servo e del padrone, così come racconta con amabile empatia Sharon, in giro per la città mentre cerca i regali per Roman, o mentre scopre di essere diventata famosa grazie a un film quasi pornografico, di cui vede le locandine presso un cinema. Mescola realtà e invenzione, utilizzando, come sempre, la citazione e l’autocitazione in un gioco di rimandi e di specchi che diventano il materiale stesso del suo film**, fino all’inversione della realtà storica dell’ultima parte, ben preparata dalla precedente tipizzazione dei personaggi che per caso sono coinvolti in maggiore o minore misura dall’ottusa bestialità della tragedia.

la tragedia della notte più calda dell’anno, secondo Tarantino

È difficile pensare a Sharon Tate senza ricordare la tragedia che l’aveva stroncata a due settimane dal parto, col nascituro che portava in sé, mentre trepidante e fiduciosa sognava il suo futuro di madre e d’attrice, col pensiero costantemente rivolto al suo Roman, da qualche tempo a Londra per lavoro: anche per lui, sarebbe stata la fine di un sogno.

Tarantino ha mostrato, con la commossa ricostruzione dei suoi ultimi mesi, una tenerezza molto insolita nei suoi film, ma anche una grande pietà umana che mai diventa mélo, grazie all’ironia sempre molto presente anche nei momenti più difficili, anche nel momento della ferocia più insensata. Questo finale mi pare consacrarlo davvero come un grandissimo regista che sa parlare alle emozioni più profonde degli spettatori, anche capovolgendo la realtà storica, cosa possibile solo alla magia del cinema e dell’arte, che, come le nostre anime, è …della stessa materia di cui sono fatti i sogni…
Non per nulla le citazioni da Shakespeare sono indirettamente o direttamente presenti in tutto il film… Di questo, chi, come me, ha molto amato questa sua opera, non può che ringraziarlo

 

Ai lettori

Poiché amate il cinema, cari lettori che mi avete seguita fin qui, non fatevi prendere dallo sconforto per le quasi tre ore di quest’opera e non abbandonate la sala non appena compaiono i titoli di coda: Tarantino, forse per premiarvi, vi ha preparato un ulteriore, piccolo regalo!
Promettete, anzi, di non linciarmi se vi invito a rivedere questo film, così malinconico e amabile, nella sua versione in lingua originale, soprattutto se la vostra prima volta è stata nella versione italiana. Lo apprezzerete maggiormente, perché lo slang tipicamente californiano rivela la sua perfetta aderenza al racconto: ne è parte organica, come la bella colonna sonora; non si appiattisce nella trasposizione in un’altra lingua, perdendo il suo colore….Absit iniuria verbis: i nostri doppiatori hanno fatto miracoli, ma non IL MIRACOLO

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* Su questo episodio, uno dei più efferati e oscuri della storia americana del secolo scorso, ho trovato una interessante ricostruzione QUI

** Un bravissimo cinefilo ha riportato in un documentato articolo che trovate QUI il frutto della sua ricerca sulle più importanti citazioni del film. Vi invito a leggerlo perché ritengo sia indispensabile per capire la complessità del lavoro culturale di Tarantino.

L’amante perduta (Model Shop)

recensione del film:
L’AMANTE PERDUTA MODEL SHOP

Titolo originale:
Model Shop

Regia:
Jacques Demy

Principali interpreti:
Anouk Aimée, Gary Lockwood, Alexandra Hay – 100 min. – Francia, USA 1968.

Il film, attualmente ancora visibile su Rai Play, è stato proposto in streaming dalla RAI negli scorsi giorni insieme ad altre otto famose pellicole che Quentin Tarantino, eccezionale presentatore dell’evento televisivo, ha utilizzato, in diversa misura, in C’era una volta a Hollywood, la sua ultima attesissima fatica.

Una storia del 1968

Los Angeles era in pieno sviluppo edilizio; interi quartieri di piccole case in legno venivano distrutte e, al loro posto, grattacieli in cemento armato sorgevano all’insegna della speculazione edilizia.

George Matthews (Gary Lockwood), promettente laureato in architettura,  si era impiegato nel settore, ma se ne era venuto via, disgustato non tanto dall’avidità dei nuovi padroni della città, quanto dal ruolo subordinato di cui, a scapito dei suoi progetti e delle sue speranze, avrebbe dovuto accontentarsi per chissà quanto tempo ancora.
All’inizio del film lo vediamo al risveglio, vicino a Gloria (Alexandra Hay), la biondina che l’aveva accolto nella modesta casetta in legno, perché amandolo (e sperando segretamente di cambiarlo), ne aveva accettato la vita un po’scapestrata di intellettuale auto-disoccupato, incapace di adattarsi alla dura legge del mercato del lavoro.
Lei, che invece accettava le offerte di lavoro che non mancavano in quel momento, voleva diventare danzatrice o foto-modella, ma non gli celava più il desiderio di un figlio e di una famiglia con lui, con modi così ricattatori e rancorosi da lasciare immaginare la prossima deflagrazione della loro vita di coppia.

George, squattrinato, alla guida dell’auto di lusso comprata a rate, cercava ora, fra gli amici in citttà, i cento dollari indispensabili per non farsela sequestrare, mentre due eventi concomitanti stavano per imporgli scelte di senso per il proprio futuro: un sorteggio aveva deciso che sarebbe partito per la guerra in Vietnam e una donna affascinante e misteriosa era apparsa all’improvviso davanti a lui che, incantato, ne seguiva da lontano l’auto bianca lungo le strade di Los Angeles. Quella bella creatura non poteva davvero passare inosservata, tutta bianca nell’abito e nel velo che ne celava, come i grandi occhiali scuri, la riconoscibilità.

L’avrebbe avvicinata al Model Shop, lo studio “artistico” in cui le modelle posavano per le foto osé scattate e sviluppate dai clienti-voyeur. Un lavoro come un altro, gli avrebbe detto lei, Lola (Anouck Aimée); un lavoro per tornare a Parigi al più presto, dal figlioletto quattordicenne che era impaziente di rivedere.
Una corrente di amorosa comprensione si era stabilita fra loro; la notte seguente, nell’abitazione di lei, confidenze, rivelazioni, ritrattazioni e ammissioini, avevano preceduto e infine concluso il loro appassionato incontro, l’unico, poiché la partenza di lei per Parigi aveva preceduto di qualche ora l’inderogabile impegno militare di luiin attesa del proprio futuro incerto,

Di questo film, piccolo ma toccante momento di nouvelle vague in terra di California, rimangono nella nostra memoria la “flanerie” in auto di George; la sua dolcezza amorosa, protetta e camuffata da un’involontaria aggressività del linguaggio; l’indeterminatezza delle cose che sarebbero accadute sulle quali incombeva la minaccia della morte possibile, non esorcizzata dal silenzio o dalla rimozione. Rimane il racconto del dolore per l’ineluttabile distacco, che Lola aveva anticipato  per evitare il melodramma scomposto degli addii e dei pianti, ma non per questo meno crudele.

L’Amante perduta ModelShop (1968) è un’opera ricca di situazioni e di personaggi  presenti anche nei precedenti film del regista francese in tournée a Los Angeles, Jacques Demy * (1931-1990), il brillante cineasta legato al gruppo della Nouvelle Vague, cui sembravano aprirsi le porte di Hollywood dopo che nel 1967 aveva fatto uscire  Les Demoiselles de Rochefort, il suo musical con Gene Kelly.

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* Lo aveva accompagnato, nelle diverse tappe della sua lunga e non sempre facile tourneé transcontinentale, Agnès Varda, sua moglie dal 1962.

Vox Lux

recensione del film:
VOX LUX

Regia:
Brady Corbet
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Principali interpreti:
Natalie Portman, Jude Law, Stacy Martin, Christopher Abbott, Raffey Cassidy, Jennifer Ehle, Maria Dizzia, Matt Servitto, Logan Riley Bruner, Meg Gibson, Daniel London, Micheál Richardson, Leslie Silva, Allison Winn – 110 min. – USA 2018.

 

Al centro di questa pellicola, la storia di Celeste (Raffey Cassidy), ragazzina tredicenne, di vivace intelligenza, amata e coccolata dalla famiglia che, volendo assecondarne l’estro creativo, la iscrive all’High School ad indirizzo artistico, un po’ lontano dall’abitazione, ma molto adatta a lei.
È finita la vacanza di Capodanno nel 1999; gli studenti rientrano a scuola. Un po’ in ritardo arriva anche il compagno di classe, disturbato e balordo, che, armato fino ai denti, sta per scaricare il fucile contro i suoi coetanei dopo aver abbattuto l’insegnante: una strage atroce; una delle tante che periodicamente insanguinano le scuole americane. Celeste è colpita da un pallettone che, quasi miracolosamente (si fa per dire), rimane conficcato nel tratto cervicale delle vertebre…
È il prologo, rapidissimo e choccante, del film, prima dell’elegante avvio dei titoli di testa.

Un anno dopo, Celeste avrebbe lasciato l’ospedale su una sedia a rotelle, distrutta, ma con una gran voglia di vivere e di dimenticare, cosa impossibile: quel pallettone inasportabile era sempre lì a risvegliarne gli incubi, mentre i dolori lancinanti, per il resto della vita ne avrebbero scandito le giornate, costringendola a fare dei calmanti i suoi inseparabili compagni di strada.
Gli esercizi riabilitativi, invece, l’avrebbero rimessa in piedi, senza restituirle, però, l’uso del braccio destro: si infrangevano contro la realtà durissima i sogni di scrivere e disegnare; con cautela, avrebbe potuto danzare, nonché, con un filo di voce, cantare: la sorella Ellie (Stacy Martin) scriveva per lei la musica, accompagnando alla tastiera la sua prima esibizione nell’accogliente coro della parrocchia.
Si vanno delineando ruoli e presenze umane e conflittuali che, insieme a quella del Manager senza nome e senza qualità (Jude Law), incrociato per caso, e immediatamente interessato alle sue performance, le avrebbero permesso di diventare una star acclamata (ora interpretata da Natalie Portman), ispiratrice, forse, con le sue maschere luminose e scintillanti, di un gravissimo attentato terroristico sulle spiagge della Croazia, di cui i giornali, i social e le TV in cerca di scandali, avrebbero voluto informare un pubblico, a sua volta pronto a distruggere l’idolo di un tempo.

Il regista mostra, a questo punto della storia, un’incertezza ideativa che gli impedisce di concludere in modo convincente le tracce narrative che aveva abilmente lasciato intuire nella prima parte del film. Puntando sulla centralità della recitazione di una Natalie Portman più del solito urlante e isterica, che alla grande gigioneggia  autocitandosi, Corbet perde l’occasione di approfondire gli aspetti oscuri delle vicende di tutti i suoi personaggi, i cui conflitti percorrono sotterranei l’intero film; preferisce accontentarsi di banalizzarli riducendo il male all’ opposizione fra tenebre e luce ed evocando addirittura, senza tema del ridicolo, il patto col diavolo di faustiana memoria.
Presentato alla rassegna veneziana dello scorso anno, questo film ha deluso molti di coloro che si aspettavano la conferma delle qualità di regia che Brady Corbet aveva manifestato con il precedente L’infanzia di un capo (2017), opera prima di tutto rispetto, che egli, allora non ancora trentenne, aveva realizzato, vantando un passato di attore, sceneggiatore, autore televisivo: un bel curriculum, insomma.
Arrivato, con il solito ritardo, nelle nostre sale, il film, anche per me, è stato fonte di irritante delusione. Si può perdere.

 

Il corriere (The Mule)

recensione del film:
IL CORRIERE-THE MULE

Titolo originale:
The Mule

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, 
Alison Eastwood, Andy Garcia, Taissa Farmiga, Clifton Collins Jr., Jill Flint, Manny Montana, Noel Gugliemi, Katie Gill. – 116 min. – USA 2018.

Ancora un film con Clint Eastwood, che, alla vigilia dei novant’anni, è il vivo e vegeto protagonista del racconto che egli stesso dirige, interpretando da vecchio leone il personaggio di Earl Stone, l’incredibile corriere di questa storia, che, a quanto pare (ma è così importante?), è “una storia vera”. Fondamentale è invece la verità profonda del personaggio quale emerge a poco a poco, dopo la breve premessa del film, che ce lo presenta al lavoro. Earl era stato un vivaista, ma soprattutto un appassionato ibridatore dei suoi prediletti Hemerocallis, i fiori bellissimi, che durano un solo giorno, ma che paradossalmente assicurano la fioritura più lunga dell’anno, poiché la loro esile eppure robustissima piantina è una vera fabbrica di fiori a getto continuo. Earl ne commerciava ingenti quantità trasportando le pianticelle col suo vecchio pick-up lungo le strade americane durante le fiere; li esponeva; li forniva agli organizzatore dei convegni e delle feste. I guadagni gli erano sufficienti a sopperire alle necessità familiari, mentre non era sufficiente la sua presenza in casa.
La moglie (Dianne Wiest) e la figlia (Alison Eastwood) non lo vedevano mai: se non era in giro per i fiori, era alle adunate dei reduci della Corea, suoi ex commilitoni, oppure alle Convention del Partito repubblicano, a cui andavano le sue simpatie di uomo amante del proprio paese e delle individuali libertà. La moglie, perciò, lo aveva lasciato divorziando da lui, sostenuta dalla figlia.
Si profilavano per il futuro, però, momenti difficili: l’accelerazione impressa da Internet alle comunicazioni e al commercio avrebbe di lì a poco travolto anche lui, come tutti i bravi piccoli produttori di beni per il consumo di nicchia. Earl non era riuscito, infatti,  a salvare quei suoi  fiori bellissimi. Alla vigilia degli ottant’anni non aveva pensione, era solo e anche sfrattato per morosità dal suo vivaio, che dopo il divorzio era diventato la sua abitazione. Né, d’altra parte, era pensabile per lui vivere da pensionato, tranquillamente osservando dalla panchina di un giardinetto la vita degli altri, in attesa di morire, quando come trasportatore o come corriere avrebbe ancora guadagnato qualcosa per vivere: il suo glorioso pick-up, in fondo, era stato una bella risorsa.

Con quel catorcio del vecchio pick-up, in realtà, non avrebbe fatto molta strada come corriere; con quello nuovo, invece, così bello, lucido e nero, la sua vita era davvero cambiata. L’aveva acquistato grazie alle buste piene di dollari che i suoi discutibili (a dir poco) committenti gli facevano regolarmente trovare, dopo che aveva consegnato ai clienti quei borsoni che mai e poi mai egli avrebbe dovuto aprire; quei soldi (maledetti e subito, ma certo non pochi) gli avevano permesso qualche piacere ben più importante del nuovo pick-up: aveva mantenuto la promessa di pagare il proseguimento degli studi della nipotina, ricuperandone l’affetto riconoscente; aveva comprato e rimesso a posto il vecchio vivaio; aveva finanziato le organizzazioni dei reduci dalla Corea, e sostenuto le campagne repubblicane. A quei suoi committenti, trafficanti di droga, non pareva vero di aver trovato uno come lui: i capelli bianchi, lo sguardo diretto, il  corpo sottile spesso tremante, come la sua voce, le frequenti deviazioni anarchiche rispetto al percorso prefissato, alla ricerca di qualche buon cibo, ne facevano un trasportatore insospettabile, che si guadagnava il rispetto e l’ammirazione persino dei poliziotti….

Non anticipo altro del racconto del film, ma posso dire che non sarebbe andata sempre così e, d’altra parte, nessuno, soprattutto a ottant’anni, potrebbe illudersi di vivere per sempre felice e contento: la durata della vita, come quella dei fiori, è quanto mai breve;  le rifiorenze vanno accuratamente seguite e coltivate, prima di esservi costretti, dall’ apparir del vero, a interrogarsi sul senso della vita e su come la si è vissuta.

Il film, infatti, senza perdere il carattere avventuroso del racconto on the road, mette progressivamente in luce le implicazioni metaforiche che ne fanno una appassionata riflessione sulla vita e sulla morte,  attraversata da una costante ironia, ciò che rende amabile e leggero tutto il racconto.
L’immagine che del proprio volto e del proprio corpo Clint ci offre, senza nascondersi, ci permette di cogliere, al di là dei segni dell’età, l’energia ancora vitale dell’uomo deciso a non lasciarsi morire senza offrire a sé qualche momento di gioia, sottolineato dalla musica che accompagna il viaggio e dal suo cantare, così “vero” da indurre a imitarlo persino i suoi committenti, quei farabutti che lo seguono a distanza.

Clint, perciò, offre a noi uno dei suoi “fiori” più belli, rendendo più morbidi i sentieri selvaggi dei suoi percorsi, smorzandone i contrasti attraverso una fotografia molto luminosa; ci fa spesso sorridere con indulgenza e ci sorprende con le citazioni dei grandi film del passato: i suoi  e anche i film altrui, ciò che talvolta davvero ci spiazza. Non mi sarei aspettata, infatti, di riascoltare, in questo diversissimo contesto, e con un completo capovolgimento dei ruoli, il suo Earl (che, come gli era stato detto, tanto rassomigliava a Spencer Tracy), pronunciare le parole di ringraziamento del finale di Vincitori e vinti, il grande film sul processo di Norimberga diretto e prodotto da Stanley Kramer (1961), interpretato da un indimenticabile Spencer Tracy.

Attendo altri bei fiori!

Copia originale

recensione del film:

COPIA ORIGINALE

Titolo originale:

Can You Ever Forgive Me?

Regia:

Marielle Heller

Principali interpreti:

Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone, Anna Deavere Smith, Stephen Spinella, Julie Ann Emery, Joanna Adler, Marc Evan Jackson, Jennifer Westfeldt, Christian Navarro

– 106 min. – USA 2018

Alla vigilia dell’assegnazione degli Oscar, forse perciò un po’ in ritardo, ecco un interessantissimo film, proprio ora nelle nostre sale. È un piccolo film americano (sorvolo sulla traduzione-spoiler del titolo che alla lettera dovrebbe essere: Potrai mai perdonarmi?), diretto dalla regista, poco nota, Marielle Heller: due film, qualche regia per la TV e ora questa biografia che ha incontrato molto successo in una piccola cerchia di cinefili per il carattere “scorretto” della vicenda, che non essendo né educativa, né “esemplare”, è proprio il contrario di ciò che in genere ci si aspetta da un “biopic”. Potrebbe riservare qualche sorpresa, questa notte a Los Angeles, con le sue tre “nomination”in vista dei premi: per la migliore attrice; per il miglior attore non protagonista; per la migliore sceneggiatura non originale.

La vicenda è tratta dall’autobiografia di una talentuosa scrittrice (1939-2014) sfortunata, depressa e solitaria: Lee Israel, nel film interpretata dalla magnifica Melissa McCarthy. La donna era nata a New York dove aveva studiato, si era laureata al Brooklyn College e dove aveva successivamente messo a frutto le sue notevoli qualità letterarie raccontando la vita di attrici o di personaggi famosi (Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estee Lauder e Dorothy Kilgallen), che aveva conosciuto di persona e intervistato. Il suo stile pungente e irriverente, specchio della sua personalissima concezione della vita e anche del suo non facile carattere stravagante e altezzosamente misantropo, per qualche anno le aveva garantito buoni guadagni, fin tanto che gli operatori del mercato editoriale le avevano voltato le spalle: il suo agente l’aveva licenziata lasciandola sola ad affrontare un futuro quanto mai incerto, perché nel paese delle opportunità, la povertà è una colpa intollerabile e l’anti-conformismo vero è un lusso fastidioso che non tutti possono permettersi. Alle personali difficoltà di comunicazione, per Lee ora si era aggiunta la depressione, nonché l’isolamento volontario nell’appartamento, un tempo prestigioso, dell’Upper East Side, che aveva ridotto ad antro così maleodorante e infetto da indurre a una precipitosa ritirata persino l’addetto alla disinfestazione. La sola compagnia di Lee era adesso quella di un vecchio gatto malato, insieme all’alcol da cui era diventata inseparabile.

Lungo la strada pericolosa dell’emarginazione sociale, in uno dei locali infimi della Grande Mela, Lee aveva incontrato Jack (un grandissimo Richard E. Grant) cocainomane, homeless, abituato da tempo a vivere di espedienti e di prostituzione, anche se gli piaceva dissimulare questi aspetti della propria esistenza dandosi l’aria dello snob, un po’ dandy. Lee e Jack, però, in fondo si somigliavano: entrambi falliti, sbandati, disillusi, quasi cinici, nonché omosessuali, ciò che rendeva impossibile qualsiasi storia di sesso fra loro. L’occasionale conoscenza si era trasformata presto in un sodalizio criminale e criminogeno, perché se da una circostanza del tutto casuale era nata in Lee la convinzione che fosse possibile guadagnare molto denaro falsificando lettere e documenti di personaggi famosi, era stato Jack, successsivamente, ad alimentare con la propria esperienza truffaldina quella fruttuosa attività, estendendo la rete organizzativa della distribuzione dei falsi e modificandola, quando ormai il sospetto che dietro le carte “preziose” si nascondesse un’abilissima mente criminale era arrivato fino ai funzionari dell’F.B.I. che in brevissimo tempo ne sarebbero venuti a capo….

Il film non è privo di difetti, poiché non sempre il racconto è veloce e spigliato come si richiederebbe; riesce tuttavia nell’intento, non facile, di raccontare una storia drammatica, mantenendo la commossa e idulgente partecipazione degli spettatori, grazie soprattutto alla finezza dell’interpretazione di Melissa Mc Carty, che si rivela attrice superba, infaticabile nel tratteggiare le più segrete e delicate sfumature dell’anima grande di una scrittrice amaramente disillusa, incapace di trovare l’ equilibrio fra i propri generosi ideali, puntualmente frustrati, e la realtà durissima della vita in una società che stava, già negli anni ’90, riducendo a merce indifferenziata sia le aspirazioni più nobili, sia le più ignobili cattiverie ideologiche. Di fronte a tanto qualunquismo morale, le piccole strategie truffaldine della povera Lee Israel diventano davvero compassionevole cosa! Un bel film, per riflettere non solo sull’arte!

Suspiria

 

 

SUSPIRIA:

qualche estemporanea riflessione  a proposito del film di Dario Argento, del remake di Luca Guadagnino e una premessa indispensabile:
non volendo rovinare la visione di chi non ha ancora visto i due film, o uno solo dei due, non accennerò che molto brevemente alla vicenda che raccontano.

Sebbene non abbia mai amato particolarmente il genere horror, ho atteso con un po’ di impazienza di vedermi il rifacimento di Luca Guadagnino del celeberrimo Suspiria, opera fra le più apprezzate di Dario Argento. Di Argento avevo visto, da giovane, un buon numero di film, incuriosita non poco dalla insolita ambientazione torinese di molti di essi, diventata ai nostri giorni oggetto di culto nella mia città, testimoniato addirittura dai  percorsi turistici per cinefili argentiani. Non mi ponevo, vedendole anni fa, il problema se queste pellicole fossero o no capolavori: il mio interesse nasceva infatti, come ho detto, soprattutto da curiosità. Al regista riconoscevo, tuttavia, un’abilità non comune, quasi geniale, nel creare inconfondibili atmosfere di tensione sullo sfondo di luoghi a me molto familiari, ma quei suoi film, così aggressivamente spaventosi e inquietanti, erano talmente lontani dal “mio” cinema, che non ne avevo mai considerato l’aspetto autoriale: di lì a poco li avrei abbandonati senza molto ripensarci, non avendoli mai molto amati.

Confesso, con un po’ di imbarazzo, pertanto, che solo da poco tempo ho visto Suspiria e che, nonostante continui a ritenerla un’ opera lontana da me, ho voluto ancora rivederla prima dell’uscita del remake, per cogliere l’originalità delle scelte registiche di Luca Guadagnino. Numerose opinioni di critici e di giornalisti, che ne avevano apprezzato l’anteprima veneziana qualche mese fa, sostenevano d’altronde l’assoluta diversità delle due opere, cosa quasi ovvia, data la diversa personalità dei due registi.

In realtà Guadagnino mantiene la sceneggiatura del film di Dario Argento, modificandone la location (Berlino, non Friburgo) e la collocazione temporale, che riporta la vicenda della scuola di danza e delle streghe che la dirigono, nonché l’arrivo della studentessa Suzy dagli Stati Uniti, in una piovosa notte piena di molte paurose stranezze, agli anni ’70, quando nella claustrofobica e grigia Berlino Ovest, isolata dalla Germania orientale per la presenza del muro, si scatenava l’azione di protesta paramilitare, con i numerosi episodi di guerriglia urbana e di terrorismo organizzati dalla RAF (banda Baader-Meinhof).

Al centro del remake Guadagnino colloca, inoltre, la figura di uno psicanalista ebreo, il dottor Kemperer, fuggito dalla Germania delle leggi razziali, che, vissuto nella speranza di rivedere la moglie amatissima, scopre ora di non averla  salvata (per fiduciosa leggerezza) dall’internamento nei campi nazisti, dove la poveretta aveva trovato la morte. Ora è un vecchissimo signore che medita lacanianamente sull’origine del male e sulla colpa, sulla propria individuale responsabilità, oltre che su quella dei nazisti. Suzy è una sua paziente, come lo era la studentessa Patricia, sparita misteriosamente la notte del suo arrivo alla scuola di danza diretta da Madame Blanc, interpretata qui da un’ambigua Tilda Swinton (era Alida Valli la Madame Blanc di Dario Argento, donna di indiscutibile perfidia, dall’espressione dura e cattiva).

Guadagnino cerca dunque di inserire elementi di disturbo e di incertezza nella fiaba lineare di Dario Argento che era stato attento, da bravo narratore di fiabe, a separare buoni da cattivi e bene da male, in modo da favorire attraverso l’orrore per il male e per i cattivi (le cattive in questo caso) l’identificazione morale degli spettatori. I riferimenti storico-politici e culturali di questo remake depotenziano gli effetti paurosi e orrorifici dell’originale, senza trasformarlo davvero in un film politico o storico, che non pare essere nelle corde del regista. Rimane un discreto e accurato rifacimento del vecchio film, un po’ complicato e nebuloso nel finale, come i cieli di Berlino, ma formalmente elegantissimo, apprezzabile per l’intelligenza delle numerose citazioni (da Fassbinder a Von Trier), nonché per la complessità della colonna sonora e per la bravura delle interpreti (strabiliante la Swinton), ma, oltre a suscitare pochi brividi negli spettatori, lascia l’impressione di un film velleitario e un po’ deludente, soprattutto per chi, come me, aveva molto apprezzato il regista di Chiamami col tuo nome.

QUI un’intervista di Dario Argento non priva di polemica nei confronti del remake del suo film, ma sostanzialmente condivisibile

Interpreti: 

Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Lutz Ebersdorf, Jessica Harper – 152 min. – USA, Italia 2018

In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi

recensione del film:
IN DUBIOUS BATTLE-IL CORAGGIO DEGLI ULTIMI

Titolo originale:
In Dubious Battle

Regia:
James Franco

Principali interpreti:
James Franco, Nat Wolff, Vincent D’Onofrio, Selena Gomez, Ahna O’Reilly, Analeigh Tipton, Robert Duvall, Ed Harris, Bryan Cranston, Sam Shepard. – 110 min. – USA 2016

Da un celebre romanzo di John Steinbeck, pubblicato (fino ai nostri giorni) in Italia da Valentino Bompiani* con la bellissima traduzione di Eugenio Montale, è tratto questo film che si attiene, con qualche curiosa e significativa infedeltà, al testo del grande scrittore americano, che racconta le lotte dei raccoglitori di mele nei grandi frutteti della California, nel corso degli anni ’30. La grande depressione, che era seguita alla crisi del ’29 aveva spinto fuori dalle città impoverite migliaia e migliaia di lavoratori disoccupati, insieme alle loro famiglie, in cerca di lavoro e di abitazione.
Molti uomini erano stati reclutati dagli emissari di Bolton (Robert Duvall), latifondista privo di scrupoli, che con la promessa di tre dollari al giorno, li dirigevano verso le piantagioni fruttifere, presso le quali sorgevano i capannoni-lager sudici e promiscui, squallide dimore di uomini, donne, bambini nonché di topi e parassiti. La paga si era intanto ridotta a un dollaro giornaliero e lo scontento cominciava a serpeggiare, senza mai apertamente esplodere, per la reale mancanza di alternative praticabili al disumano sfruttamento. Erano giunti dalla città anche due intellettuali, clandestini per scampare alle persecuzioni riservate a chi professava pubblicamente idee radicali e socialiste: Mac (James Franco, anche regista del film) e il depresso Jim ( Nat Wolff). Lo scopo di Mac era quello di farsi assumere come raccoglitore e, da quella condizione, riuscire a scuotere dal torpore i suoi compagni di lavoro organizzando uno sciopero; Jim, meno fiducioso, avrebbe raccolto da parte sua anche le più piccole tracce di malcontento e gliele avrebbe segnalate. I rischi erano enormi per entrambi, anche per l’agguerrito sistema di spionaggio dei sorveglianti di Bolton, sempre attentissimi a informare il padrone e sempre pronti a massacrare di botte fino alla morte chi fosse sospettato di boicottare la raccolta e di organizzare qualche forma di sciopero.

La rivolta nonostante tutto era avvenuta e la dura risposta padronale non si era fatta attendere, ma era stata rintuzzata da Mac, che in precedenza aveva organizzato con un piccolo proprietario locale, Mr. Andersom (Sam Shepard) l’accoglienza dei lavoratori in fuga e la loro sistemazione in un campeggio dotato di qualche comfort, e anche di un ambulatorio, mentre il Dr. Burton, medico “liberal”, sensibile ai diritti delle persone (Jack Kehler), avrebbe garantito la propria presenza. Siamo circa alla metà del film (i cui sviluppi non intendo rivelare), condotto con passione dal giovane regista-attore che ricalca forse un po’ troppo parafrasticamente le pagine del romanzo senza rinunciare, talvolta, a un’insistenza enfatica, che può risultare fastidiosa.  Il film tuttavia, almeno secondo me, càpita nelle nostre sale nel momento più opportuno, per ricordare a tutti noi che il caporalato con i suoi orrori, è quasi connaturato al processo di accumulazione del capitale, difeso dai liberisti che ancora oggi ribadiscono le proprie convinzioni con gli stessi argomenti di quei tempi terribili.
Molto interessante è per altro la dialettica delle posizioni  politiche e strategiche di Mac, di Jim, di Anderson e del dottor Burton, ognuno dei quali incarna un aspetto del pensiero della “sinistra” di allora (e anche di oggi?) con la quale si confrontava l’esperienza umana di London (grande Vincent D’Onofrio), il leader naturale dei lavoratori in lotta.
Da vedere.

 

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* la prima coraggiosa edizione (di cui possiedo la copia da sempre presente, a mia memoria, in famiglia) è del 1940 (finito di stampare il 25 agosto “coi tipi delle arti grafiche Chiamenti in Verona) ed è preceduta da una curiosa introduzione dell’editore, che cerca, con molta diplomazia, di legittimarla agli occhi del potere, mantenendo la propria dignità di uomo libero in un momento rischioso: il 10 giugno 1940 l’Italia fascista era entrata in guerra a fianco di Hitler!

Il romanzo ricava il titolo originale da alcuni versi del Paradiso Perduto di Milton:
“And, me preferring,
His utmost power with adverse power opposed
In dubious battle on the plains of Heaven,
And shook His throne“

che così qui traduco (Milton mi perdonerà):
E, preferendo me,
opposero alla sua enorme forza la loro forza
in incerta battaglia sulle pianure del Cielo,
e scossero il suo trono.

Improvvisamente l’estate scorsa

recensione del film:
IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

Titolo originale:
Suddenly, Last Summer

Regia:
Joseph L. Mankiewicz


Principali Interpreti:
Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Montgomery Clift, Katharine Hepburn, Albert Dekker -114 min. – USA 1959

Questo magnifico film di Joseph L. Mankiewicz, è stato riproposto, per pochi giorni, al Cinema Massimo di Torino (Museo del cinema) nell’ambito di una rassegna dedicata al grande regista.

Dall’atto unico al film
Nel 1959 Joseph L. Mankiewicz aveva presentato l’adattamento cinematografico dell’atto unico Suddenly, Last Summer di Tennesse Williams, il notissimo scrittore teatrale intervenuto di persona accanto al collega Gore Vidal, per perfezionare la sceneggiatura: la nascita del film, infatti, non era stata facile anche per l’esigenza di estendere la parte centrale della pièce al fine di trasformarne la vicenda (breve) in un credibile lungometraggio. La maggiore preoccupazione di tutti, però, era lo scabrosissimo contenuto, solo parzialmente aggirabile applicando il codice di autoregolamentazione dei produttori, il cosiddetto Codice Hays *, secondo il quale di omosessualità nei film non si poteva assolutamente parlare, ma solo oscuramente alludere. In questo caso, i movimenti più integralisti avevano imposto che il personaggio “irregolare” non fosse in alcun modo visibile, né nel corpo, né nel volto, e neppure identificabile attraverso la voce. Almeno due altri temi scandalosi, però, percorrevano sottotraccia la pièce rendendone difficilissima la trasposizione cinematografica: uno di questi era il morboso rapporto, quasi incestuoso, fra l’invisibile Sebastian e sua madre Violet (Katharine Hepburn), cosciente della “scandalosa” omosessualità del figlio e delle sue probabili pulsioni pederastiche; l’altro, abbastanza apertamente accennato nel tragico finale, era l’impressionante primitivismo orgiastico del rito dionisiaco (cannibalesco?), che avrebbe concluso la vita del giovane Sebastian in vacanza in Spagna. La difficile impresa fu affrontata con molta eleganza, depotenziando le probabili proteste, grazie alla forza eccezionalmente coinvolgente  dell’interpretazione di Elizabeth Taylor, attrice molto popolare e gradita agli spettatori, che aveva contribuito, con la propria recitazione [melo]drammatica a oscurare i contenuti più scandalosi. La presenza dell’ottimo Montgomery Clift, che fu imposta da lei, si rivelò, a sua volta, un’ottima scelta, nonostante le difficoltà e i rallentamenti conseguenti alle cattive condizioni di salute dell’attore, non guarito dopo l’incidente del 1956.

La vicenda

La vicenda del film è abbastanza nota, ma forse non ai più giovani, perciò vale la pena soffermarvisi: si svolge a New Orleans, dove sorgeva un manicomio pubblico, luogo terribile, estremo ricovero di uomini e donne emarginati dalla società e dalla famiglia per ragioni che non sempre attenevano alla malattia mentale, e che erano più spesso frutto di inconfessabili interessi economici, di ipocrisie e di odi familiari. Si era trasferito in questa struttura un neurochirurgo specializzato nelle operazioni di lobotomia, il giovane dottor Cukrowicz (Montgomery Clift), che si era fatto le ossa a Los Angeles e che qui ora intendeva lavorare. L’ospedale, però, per la scarsità dei finanziamenti pubblici, non poteva assicurare strumenti e condizioni ottimali per le sue delicate operazioni al cervello, anche se il direttore sanitario, attento e sensibile alle sue esigenze, contava sulle generose donazioni di molti cittadini ricchi che volentieri, nel ricordo dei loro defunti, devolvevano all’ente cospicue somme di denaro. In modo particolare, una ricca vedova, Violet Venable (Katharine Hepburn), aveva promesso migliaia di dollari per una fondazione legata al nome del proprio figlio Sebastian, giovane poeta, morto nell’estate precedente durante una vacanza in Spagna, dove la cugina Catherine Holly (Elizabeth Taylor) lo aveva accompagnato. Al suo ritorno, Catherine aveva dato segni di squilibrio mentale, e aveva rimosso dalla sua memoria i particolari orribili di quella morte, legata alle abitudini sessuali di Sebastian. La rispettabilità della ricca famiglia di Sebastian, nella persona di Violet, la madre amorosissima, ora privata del figlio, richiedeva che Catherine mettesse a tacere per sempre i ricordi legati alla torbida vicenda di cui era stata involontaria e terrorizzata testimone. Aveva promesso, pertanto, che se il dottor Cukrowicz avesse, con la lobotomia, “aiutato” Catherine a liberarsi di un ricordo doloroso, una ricchissima donazione avrebbe garantito all’ospedale tutto il prestigio e i soldi necessari al suo perfetto funzionamento.

Il bellissimo dottor Cukrowicz, ora, vorrebbe vederci chiaro….

Film indimenticabile non solo per le grandi interpretazioni degli attori, ma per il crescente e teso clima di orrore perverso che, seguendo il dolorosissimo riemergere dei ricordi di Catherine (affiancati da un lungo e ansiogeno flashback), ne fa un’opera inquietante, unica nella grande vicenda cinematografica del regista e insolita anche nella lunga storia dei film capaci di suscitare insieme pietà, sdegno e repulsione.
Il DVD dell’opera è facilmente reperibile sul mercato e la sua visione è particolarmente raccomandabile a chi ama il cinema, a chi apprezza il bianco e nero (molto prezioso) e anche a chi ancora oggi vorrebbe ripristinare i manicomi!

*Sull’applicazione del codice Hays vigilavano, mobilitando i propri iscritti fanatici, agguerriti movimenti ultra-conservatori che miravano a introdurre la censura governativa sul cinema, non ritenendo sufficiente l’autoregolamentazione dei produttori!