Madre!


recensione del film:
MADRE!

Titolo originale:
Mother!

Regia:
Darren Aronofsky

Principali interpreti:
Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson, Jovan Adepo – 120 min. – USA 2017

Una grossa e bellissima gemma preziosa, esposta nel cuore di una stanza alla quale nessuno può accedere al di fuori di Lei (Jennifer Lawrence) e di Lui (Javier Bardem) è la pietra pura e misteriosa a cui è legata l’ispirazione di Lui, un artista, uno scrittore già molto amato e celebre, ora in crisi creativa. Lei, che è bellissima e molto giovane, è la donna che ora Lui ama e che si occupa della ricostruzione della Casa, andata misteriosamente a fuoco dopo la creazione di un suo romanzo, forse destinato a essere l’ultimo. L’amore che li lega è alquanto insolito: di totale abnegazione, fino all’annullamento di sé, è quello di Lei; di dolcezza paziente quello di Lui, che sembra si lasci beatamente servire da Lei, apparentemente contenta di farlo. La Casa, fondamentale elemento del drammatico film che stiamo vedendo, è una grande villa nella campagna erbosa e aperta, a sua volta resa poco accessibile dai fitti boschi che la circondano, oltre al corso d’acqua: il locus amoenus, si direbbe, il paradiso perduto di cui Lui ha assoluto bisogno per ritrovare la pace smarrita dopo il romanzo e il rogo della casa precedente.

A turbare l’idillio dei due sposi molto innamorati era stato l’arrivo improvviso di un Uomo (Ed Harris), cui era seguito, il giorno dopo, quello della moglie (Michelle Pfeiffer) e, ancora successivamente, quello dei due figli, adulti e nemici: queste inopinate presenze erano state sufficienti a rendere del tutto vane le regole ferree che la coppia si era data, più o meno tacitamente. La realtà esterna, da cui vanamente Lei aveva voluto proteggere Lui e la Casa, si era introdotta nel loro mondo, portandovi la vita con tutte le sue contraddizioni: la malattia, il dolore, e infine l’estremo e indicibile scandalo della morte. I bellissimi tappeti della casa si erano macchiati di sangue, nei muri apparentemente solidi si erano aperte crepe sanguinanti, segnali sinistri, insieme a molti altri, della presenza ineliminabile del male, che resistevano tanto più, quanto più Lei si affannava a cancellarli e a eliminarli.
Quasi miracolosamente, però, l’amore passionale era rinato fra loro e, insieme all’amore, Lui aveva ritrovato anche l’ispirazione e ripreso a scrivere il suo nuovo capolavoro, più bello dell’antico e presto pubblicato. Lei, che adesso aspettava il loro bambino, si accingeva, intanto, a ricostruire la Casa, cancellando, un po’ alla volta e con crescente fatica, i segni dell’oltraggio del sangue e della distruzione: nessun ospite esterno l’avrebbe di nuovo violata perché, ora, oltre al marito, Lei si sarebbe apprestata a difendere, in ogni modo possibile, la stanza del bebè prossimo a nascere.

Nessuno, infatti, avrebbe bussato alla loro porta per conoscere più da vicino la vita del grande scrittore, poiché, travolto dall’industria culturale e dalle necessità del mercato, nella Casa, perfettamente ricostruita e pulita, senza permesso sarebbero entrati, con modi violenti e invasivi, operatori televisivi, giornalisti, ammiratori, fanatici e persino santoni. A nessuno interessava conoscerlo per ascoltarlo: tutti volevano un “selfie” con Lui, tutti desideravano impadronirsi di qualcosa che gli appartenesse: oggetti, pezzi della Casa,  Lei e il bambino, nonché la gemma misteriosa ridotta in frantumi, reliquie del nuovo idolo, da sacrificare sull’altare dei Like e dell’effimero…fino al prossimo romanzo!

Nell’analizzare velocemente questo film, ne ho delineato un’interpretazione plausibile, almeno per me, trattandosi di un’opera molto stratificata e  complessa, che si presta perciò anche ad altre letture, alcune delle quali suggerite, per altro, dallo stesso regista (le sue affermazioni in proposito mi hanno convinta sempre di più che l’opera creativa abbia una vita propria, indipendente dalla volontà esplicitata dal suo creatore, cui non tocca interpretare la propria opera, come suggeriva saggiamente Roland Barthes nel suo sempre attuale The Death of the Author).

Il film mi ha ricordato la riflessione sui rapporti fra arte e realtà dell’argentino Il cittadino illustre, poiché possono sembrare assai simili, nei due film, l’egocentrismo e l’autoreferenzialtà dello scrittore e la sua sostanziale estraneità al mondo così com’è. Il tema del dolore, qui è soprattutto, però, angoscia e incubo visionario, e si manifesta attraverso il personaggio di lei che, con la propria sofferenza, sembra farsi mediatrice di un aspetto tragico della realtà che non riesce tuttavia a ispirarlo, non diventando mai, ai suoi occhi, altro da sé, essendo, anche in questo caso, l’estraneità dal proprio mondo emotivo la condizione fondamentale della scrittura.  Non per nulla, erano stati la Donna e l’Uomo sconosciuti, che l’avevano cercato per parlargli, al fine di  meglio comprenderlo, a offrirgli, nel momento del dolore più profondo e terribile, le emozioni necessarie all’ispirazione da troppo tempo inaridita. Peculiare del regista, poi,  è il modo enfatico del racconto, il gusto per le immagini ripugnanti e sanguinose, che rasentano il kitsch e che, perciò, possono diventare, con la loro ricorsività, manieristiche, così come gli appartiene l’indagine insistita per gli aspetti oscuri di noi, che spesso nascondiamo dietro le nostre “maschere” quotidiane. Questi aspetti rendono il film simile almeno un po’ al precedente Il cigno nero, che alla sua uscita, sei anni fa,  divise critica e spettatori, ciò che sta accadendo puntualmente anche oggi per quest’opera. Mentre è perfettamente comprensibile che non tutti gradiscano il modo con cui il regista racconta, è meno comprensibile l’astio feroce che si è creato a Venezia, durante la proiezione dedicata alla stampa, intorno a un’opera che, al di là dei gusti personali, non è né banale, né meritevole di una visione poco attenta, sia per l’innegabile potenza narrativa, che si manifesta dalla prima all’ultima scena, sia per l’importanza dei temi trattati, sia per l’impegno degli attori, fra i più grandi del cinema di oggi, da Bardem alla Pfeiffer alla bravissima Jennifer Lawrence, davvero sorprendente, sensibilissima e dolorosissima immagine dello strazio e dell’angoscia. Da vedere sicuramente. 

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L’inganno


recensione del film:
L’INGANNO

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Sofia Coppola

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Oona Laurence, Angourie Rice, Addison Riecke, Emma Howard, Wayne Pére – 91 min. – USA 2017

Credo che sia bene precisare che questo film ha diviso la critica, e a quanto ne so anche il pubblico, soprattutto perché è difficile darne una valutazione autonoma rispetto all’onnipresente e molto (giustamente) ingombrante La notte brava del soldato Jonathan, il capolavoro di Don Siegel, ispirato, come questo, al romanzo di Thomas Cullinan A painted Devil. 

Lo scenario è, anche in questo caso, la guerra civile americana nell’anno 1864, a tre anni dal suo inizio, così come viene vissuta in  Virginia all’interno di un collegio femminile che ospita poche studentesse, alcune delle quali molto piccole, e un’insegnante di francese, Edwina (Kirsten Dunst). La piccola comunità è diretta dall’austera e matura Miss Martha (Nicole Kidman), severa ma religiosamente caritatevole. La vita del collegio è scandita dall’organizzazione meticolosa del tempo: lo studio, il lavoro (il cucito, la preparazione dei cibi…) e la preghiera si alternano con soffocante ripetitività, cosicché il collegio è nella realtà il carcere soffocante delle giovani ospiti, l’emblema stesso di una clausura destinata a durare almeno fino alla conclusione della guerra. La dimensione esterna, storico- politica, che aveva avuto una parte considerevole nel film del 1971, avendo conferito ai diversi protagonisti spessore e profondità, qui è solo accennata: i soldati sudisti bussano alla porta, ma non si vedono: è molto lontana la voce di Miss Martha che parla con loro. La rimozione del mondo esterno è significativa poiché rende riconoscibile la regista che, come ha più volte dichiarato, e come sappiamo dai suoi film precedenti, è anche qui interessata all’esplorazione del mondo delle giovani donne che per educazione o per necessità sono costrette a misurarsi, nell’età delicata dell’adolescenza, con la realtà di adulti che hanno deciso per loro, condannandole in questo modo all’infelicità per il resto della vita. Il riferimento che sembra più immediato, perciò, non è al film di Siegel:  è piuttosto al bellissimo The Virgin Suicides, la terribile storia delle malinconiche sorelle Lisbon, che avevano studiato e organizzato meticolosamente il suicidio quale risposta all’assenza di ogni credibile prospettiva di felicità futura. Né mi sembra trascurabile l’accostamento a un’altra delle memorabili adolescenti di Sofia Coppola, Marie Antoinette, film in cui lo scenario storico è solo apparentemente ignorato, essendo la sua assenza  compensata dalla simpatetica condivisione delle umiliazioni dolorose che le regole soffocanti di Versailles imponevano anche a lei, la vivace giovinetta diventata regina di Francia (la memorabile scena del parto pubblico, davanti a un’impressionante massa di persone che si accalcavano per assistervi, non è solo storicamente verissima, è soprattutto umanamente struggente per la sensazione claustrofobica e insieme pietosa che suscita in noi).
L’inganno, perciò, può agevolmente collocarsi all’interno di questo aspetto dell’ispirazione creativa di Sofia Coppola, e ha il pregio notevole di una fotografia elegantemente attenta agli accostamenti cromatici, alle ombre e alle tenui luci delle candele suggestivamente kubrickiane. Lascia, invece, a desiderare l’analisi psicologica, che non spiega né il troppo veloce mutare del soldato John (un Colin Farrell da dimenticare, altro che Clint!), né quello di Martha, qui del tutto priva delle inconfessabili e inquietanti colpe che nel film del ’71 ne facevano il personaggio forse più complesso e interessante, per non parlare della studentessa Alicia (Elle Fanning), così deliziosamente seducente nel vecchio film e così priva di charme e incolore in questo. Tutte queste considerazioni mi portano a esprimere molte perplessità sulla riuscita di questo film: si può vedere, ma se lo si perde, non ci si rimette troppo. Da vedere sicuramente, invece, tutti i film che ho citato nel corso di questo articolo!

La notte brava del soldato Jonathan


recensione del film.
LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Don Siegel

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer – 109 min. – USA 1971

Al Festival di Cannes dello scorso maggio, la regista Sofia Coppola ha presentato L’inganno, il film che sarà nelle nostre sale a partire da giovedì 21 settembre. Non tutti sanno che L’inganno è il remake di questo vecchio film, che ebbe allora un buon successo. In attesa di vederne la nuova versione, ho pensato di presentare l’originale, che si può trovare in DVD. Vale, secondo me, la pena di meditarlo.

Con il bizzarro titolo La Notte brava del soldato Jonathan era stato presentato nel 1971 nelle sale italiane questo film firmato Don Siegel, tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan, intitolato, a sua volta A Painted Devil*.
Il soldato Jonathan (Clint Eastwood) aveva combattuto nell’esercito nordista durante la guerra civile americana; ferito, forse gravemente, era stato ritrovato in pieno territorio sudista, nel bosco dove la dodicenne Amy stava raccogliendo i funghi per il pranzo al collegio femminile da cui si era allontanata e a cui, ora, lo avrebbe accompagnato nella speranza che Miss Martha Farnsworth (Geraldine Page), la severa proprietaria della scuola, se ne prendesse cura. Era stato accolto con molta diffidenza all’interno della struttura educativa nella quale tutte le donne che vi risiedevano, dalle studentesse a Edwina (Elizabeth Hartman), l’insegnante di francese, a Miss Martha, fino alla schiava nera disperata di ogni possibile riscatto, erano convinte sostenitrici della secessione sudista: ricoverare un soldato nemico era molto pericoloso per tutte loro, che, già esposte ai rischi di un’incursione delle truppe nordiste, sarebbero diventate facile preda, per il loro tradimento, anche dei soldati sudisti di passaggio. Sotto quest’aspetto, Sudisti e Nordisti si equivalevano: la guerra, fin dalla notte dei tempi, richiede disumani sacrifici e scatena i più diversi appetiti, facendo emergere gli istinti predatori dei soldati, il cui transito lascia ovunque strascichi molto penosi, alimentando l’odio e il desiderio di rivalsa. Jonathan non era diverso dagli altri, ma sapeva come sfruttare, a proprio vantaggio, l’urbanità e i bei modi che sembravano provenirgli da un’ottima educazione e da una nobiltà d’animo non comune. Egli si era lasciato docilmente curare e, in seguito, accertatosi di esserere il solo maschio presente in quella scuola, era riuscito a guadagnare la fiducia delle donne che lo attorniavano, essendosi rivolto con le parole giuste a ciascuna di loro. La sua bellezza, poi, aveva conquistato il cuore di molte, ciò che avrebbe scatenato le rivalità e le gelosie all’origine della sua rovina. Egli aveva dunque sottovalutato la ferocia femminile, confidando un po’ troppo sulle capacità seduttive delle sue parole lusinghiere e del suo corpo, neppur troppo “oscuro oggetto del desiderio” comune, reciprocamente taciuto, ma universalmente noto o sospettato.

Nel film, condotto con un crescendo di tensione che potrebbe quasi apparentarlo a un noir, si delinea una vicenda oscura e terribile, con tratti di morbosità, costruita, con grande finezza psicologica, seguendo i percorsi che avevano portato le donne e il bel soldato Jonathan ad avvicinarsi e in seguito ad allontanarsi tragicamente: “la notte brava” era stato l’inizio della fine di quel rapporto di fiducia guardinga (perdonate l’ossimoro, ma non saprei definire meglio l’ambiguità del comportamento reciproco) che aveva legato per qualche tempo l’uomo ferito alle donne intristite e inaridite dall’isolamento e dall’inibizione di ogni prospettiva amorosa, ma per lo più ansiose di salvaguardare il buon nome dell’istituzione a cui per ora dovevano protezione e sostentamento. Era stato, infine, il rovesciamento delle sorti della guerra a mutare il destino di tutti, mostrando la brutalità arrogante anche di Jonathan, il vincitore, che, seppure compromesso nella propria integrità fisica, aveva subito presentato il proprio conto, offrendo il fianco alla temibile alleanza delle donne umiliate e offese.
Il film, che si apre e si chiude circolarmente con i colori sbiaditi della fotografia che solo a poco a poco si ravvivano nel racconto, connotando anche temporalmente la distanza del regista, è bellissimo e inquietante e, per l’epoca (1971), anche molto coraggioso, non nascondendo aspetti della realtà che solo a partire dagli anni ’80, fra mille difficoltà, avrebbero trovato il loro spazio  sullo schermo.
Vorrei soffermarmi, brevemente, sul gioco dei titoli, che in parte tradisce diverse interpretazioni della storia narrata: The beguiled, il titolo originale del film, indicherebbe che qualcuno è stato ingannato. Chi? Lo spettatore potrebbe scoprire, secondo me, che ingannati sono stati tutti i personaggi che si erano, in certo modo, illusi. Il titolo italiano, non privo di una certa verità, invece, parrebbe puntare soprattutto sulla stoltezza colpevole del soldato Jonathan, inevitabilmente vittima della propria presunzione: se l’era cercata, dunque, secondo un modo di pensare tenacemente radicato nelle menti di troppi nostri concittadini!

 

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*Pubblicato per la prima volta in Italia da pochi giorni, anche in edizione elettronica, col titolo L’inganno dalla casa editrice DEA Planeta

 

 

Cane mangia cane


recensione del film:
CANE MANGIA CANE

Titolo originale:
Dog Eat Dog

Regia:
Paul Schrader

Principali interpreti:
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona, Rey Gallegos, Chelcie Melton, Bruce Reizen, Jeff Hilliard – 93 min. – USA 2016.

Nella vita è importante nascere “dalla parte giusta”: quando capita, ogni possibilità si apre, ogni strada si spiana ed è quasi sempre  in discesa; quando non capita, invece, non solo ogni strada è in salita, ma più facilmente si è preda  dell’alcol, della droga, talvolta anche del delitto e del carcere, estremo inghiottitoio dei “rifiuti” della società dal quale non si esce migliori, ma al quale, anzi, probabilmente si è destinati a tornare. Questo, all’incirca, è ciò che pensa Troy (Nicolas Cage), convinto che “in un altro universo”, uno come quel ciccione mostruoso di Diesel (Christopher Matthew Cook) sarebbe diventato avvocato a Stanfortd, mentre ora è, come lui, quasi certamente in procinto di rientrare nella maledetta galera in cui avevano suggellato la loro amicizia insieme a quel pazzo psicopatico di Mad Dog (Willem Dafoe), anche lui ora fuori, ma di sicuro per poco tempo, legato com’è alla droga pesante, di cui è smodato consumatore e alla prostituzione più squallida. Il regista ci racconta, dunque, la storia di quel che resta della libertà dei tre scombinati criminali, dei quali Troy appare il più presentabile: ha una qualche ricercatezza nel vestire, anche per aver scoperto (qualcuno gliel’aveva detto!) una sua qualche rassomiglianza con Humphrey Bogart, di cui si sforza di imitare pettinatura e abiti (mai senza cravatta, perciò). La storia dei tre è tratta dal best seller, con lo  stesso titolo, di Edward Bunker, romanziere americano che, grazie alla scrittura, nonché al successo letterario e cinematografico, si era allontanato dalla vita violenta durante la quale aveva conosciuto lunghi periodi di detenzione, fra il riformatorio e la galera. Il regista Paul Schrader, che di Bunker era stato amico ed estimatore, ci lascia intuire il passato non proprio glorioso dei tre, per mostrarceli ora, in un presente dissennato, affamati di denaro, ossessionati dal mito della virilità e al servizio di un grande criminale, El Greco (lo stesso Schrader), mafioso e organizzatore, nell’ombra, di delitti particolarmente odiosi della cui esecuzione si incaricano. Eroi con molte macchie e con molta paura, intenzionati a smetterla con il crimine, i tre si incartano nella loro stessa goffaggine, mentre il regista, tra il sarcastico e il pietoso, narra la loro parabola discendente, cercando, come sempre nel suo cinema, la ragione e soprattutto il senso (metafisico) delle loro esistenze. Il film, che si snoda nell’incertezza voluta dei registri narrativi, si lascia seguire con partecipazione dagli spettatori, nonostante gli eccessi di violenza, che pare quasi tarantiniana, se non si avvertisse l’eco dell’inquietudine per le tre vite ancor giovani, bruciate senza alcun riscatto possibile. Nella sua durezza, è certamente un buon film, che chi ama il cinema potrebbe molto apprezzare, come è successo a me.

Paul Schrader è un grande uomo di cinema, di cui quasi certamente tutti ricordano le sceneggiature dei capolavori di Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo…), ma anche di Peter Weir (Mosquito Coast) e di Brian de Palma (Obsession); egli è però anche il grande regista di film indimenticabili e spesso inquietanti: American Gigolò; Il bacio della pantera; Autofocus, The Canyons, nonché First Reformed (2017) in concorso a Venezia, dove è stato presentato qualche giorno fa.

Certain Women


recensione del film:
CERTAIN WOMEN

Regia:
Kelly Reichardt

Principali interpreti:
Michelle Williams, Laura Dern, Kristen Stewart, Jared Harris, James LeGros, Lily Gladstone, René Auberjonois, John Getz, Ashlie Atkinson, James Jordan, Matt McTighe, Edelen McWilliams, Sara Rodier, Gabriel Clark – 107 min. – USA

Il Montana costituisce lo sfondo paesaggistico molto ampio di questo bellissimo film: una sterminata pianura, ai piedi delle alte cime innevate quasi tutto l’anno, attraversata da una ferrovia su cui viaggiano i treni che trasportano le merci. Siamo nei pressi della città di Livingston, un tempo probabilmente più densamente abitata: i pionieri che l’avevano fondata, avevano creato anche la scuola, ora ridotta a un ammasso di pietre che giacciono, inutilizzate, nella proprietà di un vecchio solitario possidente (René Auberjonois). Finita, dunque, nella grande periferia dell’ agglomerato urbano, quell’antica scuola diventa quasi un segnale del progressivo impoverimento, anche culturale, di Livingston, di cui sono testimonianza, d’altra parte, gli edifici anonimi del suo centro ora a prevalente vocazione terziaria: i supermercati, i ristoranti, i locali alla moda, nei quali le sole tracce del passato sono ravvisabili nell’esibizione, venata di esotismo, di variopinti “pellirossa” per il divertimento facile dei residenti e dei turisti di passaggio.

La regista Kelly Reichardt, ispirandosi liberamente a tre storie della scrittrice Maile Meloy, ci racconta la vita di alcune donne; minime storie di donne dei nostri giorni, che a Livingston o nei suoi dintorni vivono o lavorano, arrabattandosi fra le mille difficoltà dovute alla crisi che sta travolgendo, insieme al Montana, anche il nostro mondo.
Le loro storie, anche se trattate separatamente, talvolta si sfiorano e sono, in ogni caso, unificate dal colore malinconico della fotografia, dalla coerenza stilistica del film, che è la struggente e sommessa narrazione delle loro solitudini dolorose, di cui è evidente metafora l’immagine ricorrente del vetro che riflette il paesaggio bellissimo e che separa drammaticamente gli abitanti, uomini e, soprattutto, donne. Laura, Gina, Elizabeth e Jamie, le eroine del film, sono tutte, infatti, per le ragioni più diverse, donne sole, intelligenti, poco stimate, poco ascoltate, poco amate.

Laura
ha il bel volto lynchano di Laura Dern ed è l’avvocato che aveva dovuto misurarsi col caso difficile di un cliente che, non essendosi lasciato consigliare da lei (in fondo era solo una donna), col proprio irresponsabile e avventato comportamento si era cacciato nei più seri guai. Era stata lei ad affrontarlo, sola  e disarmata, mandata a trattare con lui la resa e la liberazione di un ostaggio, mentre squadre di poliziotti, armati fino ai denti, aspettavano poco lontano la fine dell’operazione! Nessuno di loro aveva voluto correre il rischio. Né il ritorno a casa, dove l’attendeva l’unico suo vero affetto, il suo labrador fedele, sarebbe stata davvero la fine di quell’ incubo, poiché a quell’uomo sciocco ora era rimasta l’unica certezza della sua disponibilità ad ascoltarlo, periodicamente, nel parlatorio del carcere.

Gina
è la magnifica Michelle Williams, al suo terzo film con la regista, ed è forse il personaggio più drammatico. Non lavora, ed è perciò completamente assorbita dai suoi compiti di moglie e di madre a cui sacrifica la propria indipendenza. Il marito, oltre che fedifrago (è l’amante di Laura, con la quale condivide lo studio di avvocato), è un uomo inetto, incapace di assumere le proprie responsabilità di padre e di marito: preferisce assecondare i capricci della figlia adolescente, poco disposta ad ascoltare la madre, a cui tocca, dunque,  “far la parte della cattiva”, e a cui tocca anche trattare col vicino, l’acquisto di quella partita di pietre “storiche”dell’antica scuola, così da dare alla nuova casa dei loro progetti, radici nella storia e nella cultura di Livingston. La sua totale dipendenza dal ruolo di moglie e di madre non le impedisce però di sentire e soffrire il peso di una solitudine, senza rimedio né consolazione possibile.

Elizabeth e Jamie
Elizabeth, una “nervosa” e perfetta Kristen Stewart, è una giovane fresca di studi giuridici, ma non ha potuto terminare l’Università per la necessità di lavorare, a qualsiasi costo, dopo la morte del padre. Non volendo abbandonare del tutto i propri progetti, ha  accettato  di insegnare diritto, senza compenso, in un corso serale per adulti. Assiste casualmente alla lezione Jamie (interpretata da Lily Gladstone attrice straordinaria, arrivata al film direttamente da una riserva di nativi americani).  Jamie lavora tutto il santo giorno in un ranch, che sorge quasi ai piedi della catena montuosa, ma alla sera, talvolta, si concede una piccola pausa a Livingston. Aveva notato l’assembramento degli adulti davanti ai locali destinati alle lezioni serali ed era entrata anche lei, insieme a loro, ma si era sentita circondata da una diffidenza pesantissima, cosicché si era sistemata nell’ultimo banco: sempre duri a morire i pregiudizi dei bianchi! Eppure, alla fine della lezione, affascinata e incantata dai modi di Elizabeth, aveva trovato il coraggio di avvicinarsi e parlarle: avrebbe cenato con lei e da lei avrebbe saputo dei suoi studi interrotti e delle sue speranze di riprenderli. Per Jamie si era trattato di uscire, finalmente, dal proprio isolamento: le cene insieme a lei si sarebbero ripetute, ma per qualche settimana soltanto, perché Elizabeth era riuscita finalmente a laurearsi e a trovare un lavoro precario, ovviamente, nello studio legale del marito di Gina e di Laura. Una imprevista e bellissima sorpresa, però, avrebbe suggellato l’ultima cena in comune fra le due donne: come un antico palafreniere medioevale, Jaime avrebbe fatto salire sulla groppa di uno dei suoi meravigliosi cavalli Elizabeth, per riaccompagnarla, dopo la cena, all’auto che l’avrebbe riportata in città. Scena stupefacente e straordinaria, malinconico commiato fra due donne che avevano provato (o forse era solo Jamie?) a comunicare fra loro.

Film incredibilmente bello, che temo, non verrà visto da molti spettatori in Italia. Personalmente sono riuscita a vederlo al cinema Massimo di Torino (Museo del cinema), che lo ripeterà per pochi spettacoli ancora, in lingua originale sottotitolato. Che peccato! Possibile che questo film eccezionale, miglior film nel 2016 al BFI London Film Festival,non trovi un distributore coraggioso che lo diffonda nel nostro paese? Questa recensione vuole essere anche un invito, per quanto poco ascoltato, a considerarne l’opportunità.

Manchester by the Sea


schermata-2017-02-17-alle-19-34-41recensione del film:
MANCHESTER BY THE SEA

Regia:
Kenneth Lonergan

Principali interpreti:
Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges, Gretchen Mol
– 135 min. – USA 2016. –

Lee (Casey Affleck) era vissuto da sempre con la sua famiglia d’origine (i Chandler) a Manchester by the Sea, cittadina del New England nella quale insieme alla moglie Randi (la bravissima Michelle Williams) aveva creato una famiglia tutta sua, con tre bei bambini teneramente amati. Con Randi, purtroppo, qualcosa non aveva funzionato: era diventata una donna apatica, scontenta e rancorosa: così almeno la vediamo nelle poche, ma memorabili apparizioni del film. Che cosa avesse incrinato il loro matrimonio non ci viene detto: sappiamo, però che, dopo l’incendio immane che aveva portato via, insieme al  cottage in cui abitavano, il senso stesso del loro ormai fragilissimo rapporto, Randi sarebbe rimasta a Manchester, mentre Lee se ne sarebbe andato a Boston, tentando di ricominciare a vivere, schiacciato dal peso dell’accaduto, dal senso di colpa di cui non riusciva a liberarsi, originato dai rimorsi per una presunta leggerezza che acuiva un dolore senza scampo.

A Boston, dove si era sistemato nel piccolo monolocale semi-interrato di uno stabile periferico, aveva trovato un lavoro: un amministratore di condomìni gli aveva infatti affidato la manutenzione e la riparazione degli impianti idraulici ed elettrici degli anonimi palazzoni di cui si occupava. Non lo preoccupava l’esiguità della paga, appena sufficiente a sopravvivere, poiché la disperazione sembrava averlo reso di ghiaccio e indifferente al proprio futuro. Suo fratello Joe (Kyle Chandler) gli aveva però acquistato un tavolo e una poltrona-letto che a Patrick (Lucas Hedges), suo figlio, avrebbe potuto far comodo se, terminato il liceo, avesse proseguito i suoi studi a Boston.
Gli affettuosi rapporti di sempre fra Lee e Patrick si sarebbero complicati, di lì a poco, per la morte improvvisa di Joe: ora Lee avrebbe dovuto occuparsi di quel nipote sedicenne fragile, rimasto solo al mondo (la madre aveva da tempo fatto perdere le proprie tracce) e perciò bisognoso di essere aiutato a crescere da un familiare attento e partecipe dei suoi problemi. Il testamento di Joe non lasciava dubbi in proposito: affidava quel figlio all’amato fratello, che ne sarebbe diventato il tutore, amministrando, nel suo interesse, i suoi risparmi e le sue proprietà.

La storia della solitudine di Lee, inebetito e raggelato dal cumulo delle proprie sciagure, rassegnato a scontarle fino in fondo soprattutto per volontà di espiazione, avrebbe potuto a questo punto diventare un drammone lacrimoso e insopportabile.
Kennet Lonergan, quasi sconosciuto regista newyorkese*, si rivela invece davvero all’altezza della difficoltà, poiché riesce a mantenere il racconto in un eccezionale equilibrio narrativo, conferendogli un carattere dolorosamente malinconico, in armonia coi magnifici e lattiginosi colori pastello del paesaggio nordico splendidamente fotografato.
Il film ci informa con lenta pacatezza dei fatti che avevano trasformato in un inferno tormentoso la vita di Lee Chandler, adottando un procedimento non diacronico del racconto, in cui, con grande naturalezza, si inseriscono, in uno scambio continuo fra presente e passato, ampi squarci del suo vissuto, flashback che scavano a fondo nei segreti della sua coscienza e del suo cuore. Spesso il passato è evocato mentre risuonano, rimanendo sullo sfondo, brani famosi di musica classica che accompagnano emotivamente gli spettatori a sopportare le situazioni più dolorose e difficili, senza sottolineare con effetti fragorosi la drammaticità che è tutta e soltanto nelle cose raccontate con austero pudore. Del tutto funzionale a questo equilibrio, mai tentato da toni enfatici, è l’uso costante di un delicato registro ironico, indulgente contrappeso alla narrazione del dolore. È Patrick, deuteragonista del film, colui che, con la sua presenza vitale e con l’affermazione accorata e anche buffa delle proprie necessità di adolescente che si affaccia alla vita adulta, riporta (forse) un po’ di luce tranquilla nel mondo cupo e disperato dello zio, costringendolo a uscire dal proprio egocentrismo e da quel “lago d’indifferenza” che sembra essere diventato il suo cuore, per confrontarsi con nuovi e  imprevisti problemi, quelli legati alle sue velleità di ragazzo convinto di saper bastare a se stesso, e di poter a lungo celare il dolore dietro la maschera dell’allegria spensierata con gli amici, i conoscenti e le ragazze per le quali comincia a provare curiosità e attrazione.
Di eccezionale rilievo, a questo proposito, l’interpretazione del giovane Lucas Hedges, che riveste perfettamente i panni dell’adolescente che unisce ai turbamenti e ai mutamenti di umore dell’età le contraddizioni di una condizione dolorosa inaccettabile e davvero incomprensibile.
Di uguale efficacia è la prova d’attore di Casey Affleck, che maschera nel gelo di un comportamento duro e talvolta aggressivo, il proprio disperato e vano bisogno di dimenticare, pur nella coscienza di dovere a Patrick la comprensione e l’attenzione che richiede la sua fragilità, emersa drammaticamente in una scena indimenticabile.
Film, a mio avviso, molto bello, anche se molto discusso, candidato a un certo numero di Oscar, che mi auguro ottenga almeno in parte, a riconoscimento della sua qualità non certo comune.  La sua visione mi pare assolutamente da consigliare.

*Ha avuto, in realtà, come regista, un’attività cinematografica piuttosto ridotta: tre soli film in sedici anni, di cui qualcuno potrebbe ricordare il primo: Conta su di me (2000). Più noto come co-sceneggiatore di due film di successo: Terapia e pallottole (1999) e  Gangs of New York di  Martin Scorsese (2002). Assai conosciuto, invece, come scrittore teatrale.

Billy Lynn-Un giorno da eroe


schermata-2017-02-06-alle-23-30-23recensione del film:
BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE

Titolo originale:
Billy Lynn’s Long Halftime Walk

Regia: Ang Lee

Principali interpreti:
Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Makenzie Leigh, Vin Diesel, Steve Martin, Deirdre Lovejoy, Ben Platt, Tim Blake Nelson, Beau Knapp
– 113 min. – USA, Gran Bretagna, Cina 2016.

Questo film è stato girato in HFR (120 frame al secondo – la normale riprese cinematografica non va oltre i 24 – 4k di risoluzione e 3D), perciò il film che vediamo è diverso da quello pensato da Ang Lee, che si può vedere in pochissime sale al mondo. È un bel film ugualmente, ma ne è stato ugualmente penalizzato visto che è passato come una meteora e subito ritirato dalle nostre sale. Peccato!

Non aveva potuto scegliere Billy, un ragazzo texano, quando per sfuggire a una condanna, si era arruolato come volontario nella fanteria americana, dopo di che, debitamente addestrato, era stato spedito in Iraq. Lì, aveva potuto misurare quanto grande fosse lo scarto fra una guerra vera e l’immagine che se ne fa chi non avendola mai vista, si accontenta della sua rappresentazione mediatica, mettendosi in pace la coscienza e vivendo senza rimorsi in questo nostro mondo occidentale, seducente e feroce. Billy, invece, aveva presto capito come fosse inutile illudersi che esistesse una guerra intelligente e pulita, in cui non ci si “sporca”, poiché si utilizza una tecnologia infallibile, chirurgica nella sua precisione distruttiva: la prudenza, le “coperture” a colpi di mitra e bombe a mano non erano state sufficienti a salvare la vita di uno dei suoi compagni di plotone, la Bravo Squad, né erano bastate a proteggere lui, attaccato alle spalle e prossimo a morire, tanto che aveva dovuto risolvere a coltellate il corpo a corpo. Ancora una volta non aveva potuto scegliere, poiché la guerra è una terribile trappola per chi la subisce ma anche per chi la combatte e non si rallegra della morte di un amico, né di quella di un nemico, di cui ha visto lo sguardo dapprima feroce, poi impaurito e angosciato. Era stato brutto vivere quei momenti, brutto comprendere che dietro l’ineluttabilità stavano opzioni politiche per lo meno discutibili, quasi certamente dissennate. Un cellulare rimasto acceso aveva immortalato quell’episodio, immediatamente diffuso e diventato “virale”, cosicché un fatto dolorosissimo che Billy avrebbe tenuto per sé, era stato utilizzato dai militari come elemento di propaganda. Tutta la Bravo Squad era stata premiata con una licenza premio di quindici giorni, che prevedeva il ritorno in patria, alcune tappe televisive (sponsorizzate) per interviste e dichiarazioni, e il finale glorioso, nel Giorno del Ringraziamento, per assistere a un importante finale di partita, nonché esaminare (e infine rifiutare) la proposta di girare un film sull’argomento. Billy, che aveva voluto rivedere la propria famiglia per l’occasione, aveva soprattutto compreso che tanta attenzione nei loro confronti era legata al mondo del denaro e degli affari, che non aveva alcun rispetto per le persone vere, impegnate, con le loro angosce e con le loro contraddizioni laceranti, in una guerra orribile, cosicché il mondo dello Show Business aveva prodotto ulteriore disincanto nel cuore di tutti, e in modo particolare nel suo, così giovane, così tenero e ingenuo.

Se vi capiterà di vederlo, non perdete questo film: vedrete  anche due bravissimi attori (Joe Alwyn e Kristen Stewart) nel ruolo rispettivo di Billy e della sorella Kathryn Lynn.

 

 

La La Land


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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

Allied-Un’ombra nascosta


schermata-2017-01-25-alle-13-28-56recensione del film:
ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA

Titolo originale:
Allied

Regia:
Robert Zemeckis

Principali interpreti:
Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts,
Matthew Goode, Angelique Joan, Jason Matthewson, Iain Batchelor, Peter Meyer, Raphael Acloque, Sally Messham, Raphael Desprez – 147 min. – USA 2016.

Siamo a Casablanca, nei primi anni ’40, dopo che i tedeschi avevano occupato militarmente il Marocco, colonia francese alle dirette dipendenze del governo collaborazionista di Vichy.
Il “quebecquois” Max (Brad Pitt) era stato paracadutato (letteralmente) dal controspionaggio inglese nel deserto del Marocco per prendere contatti operativi con la spia della Resistenza francese Marianne (Marion Cotillard), infiltrata fra gli occupanti nazisti per fornire informazioni sui loro movimenti. I due avrebbero dovuto fingersi marito e moglie, coll’obiettivo di permettere a Max di compiere una rischiosissima missione, che solo l’apporto di lei aveva reso possibile.
Ormai “bruciato”, dopo l’azione che aveva concluso con successo, Max era stato trasferito a Londra: nessuno, ovviamente, si era preoccupato dell’amore passionale che quasi subito era nato fra lui e Marianne, largamente prevedibile, per altro, visto che entrambi erano giovani, solidali negli ideali politici, e costretti a convivere.  La richiesta di sposarla, col conseguente avvio di scrupolose indagini sulla vita di lei che avevano allontanato ogni dubbio sulla sua correttezza, ne aveva permesso la partenza per Londra (dove, successivamente si sarebbe celebrato il matrimonio). Era passato parecchio tempo dai giorni di Casablanca: Marianne era incinta e al suo arrivo, ancora dentro all’aeroporto e sotto il primo bombardamento tedesco, avrebbe fatto nascere la loro bambina. Un’abitazione defilata in campagna li attendeva: lì lei avrebbe fatto la madre, mentre lui avrebbe continuato a servire la causa della libertà con le sue missioni pericolose.
La Germania nazista, intanto, stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa continentale e la stessa Gran Bretagna: alcune delle sue città erano distrutte dai bombardamenti, mentre alla popolazione, colta all’improvviso dall’immane tragedia, erano richieste lacrime e sangue, senza eccezioni, per affrontare il pericolo mortale che incombeva, cosicché la storia privata dell’amore felice di Max e Marianne era costretta a misurarsi con gli eventi  che stavano sconvolgendo la vita di ciascuno. I servizi segreti, infatti, avevano deciso di indagare più a fondo su di lei, sui suoi documenti, sul suo passato, poiché era sembrato che non tutto fosse stato chiarito ed era sorto il dubbio che  fosse in realtà una spia dei nazisti…
Questo è, a grandi linee, ciò che è narrato nella prima parte del film ed è anche ciò che ritengo si possa dire ai lettori evitando ulteriori spoiler, affinché la storia non perda parte del suo interesse.

Il regista, Robert Zemeckis, conduce l’intera vicenda con una certa abilità, dirigendo uno staff di prim’ordine, affiancato da un bravissimo regista (quello di Locke) come Steven Knight, qui con funzioni di sceneggiatore, oltre che da Marion Cotillard e da Brad Pitt, mostri sacri della recitazione (per la verità la recitazione di Brad Pitt mi è parsa poco espressiva). Il film, però, come spy-story non è davvero il meglio che ci si possa attendere: manca di mistero e di tensione. Se proprio occorre una definizione, lo definirei un mélo con frequenti scivolate verso il feuilleton, soprattutto nella seconda parte. Non è tuttavia un film privo di interesse se lo si considera una specie di repertorio citazionista mirato soprattutto alla ricostruzione degli stilemi che nel corso degli anni ’40 a Hollywood avevano dato l’impronta inconfondibile ad alcuni film di Hitchcock, nonché ai film d’amore e di guerra, primo fra tutti Casablanca, il capolavoro di Michael Curtiz. Casablanca è onnipresente nel film, nella prima parte (gli esterni della città, il mercato con i suoi venditori, i cammelli, l’uccisione dell’ufficiale nella cabina telefonica, gli abiti eleganti e d’epoca degli uomini e delle donne col loro trucco pesante), ma anche, checché se ne dica, nella seconda parte in cui, proprio alla fine, compare il pianoforte, decisivo per scoprire la verità, accompagnato dall’invito, più volte reiterato, a suonarlo (“play it, Sam” chi può dimenticarlo?).
Il confronto fra film così lontani non è possibile e, forse, anche ingiusto; sicuramente, per Zemekis, diventerebbe impietoso, perché assai poco questo suo film è dotato di fascino e di vera capacità di coinvolgerci: ricostruisce ambienti e atmosfere, ma è, almeno secondo me, finto, quasi kitsch.

Si può vedere, anche solo per curiosità, ma rivedere Casablanca, subito dopo, è un imperativo categorico, poiché
“We’ll always have… Casablanca” (per fortuna!) Perdonate la voluta imperfezione della mia citazione!

Silence


schermata-2017-01-12-alle-21-28-12recensione del film:
SILENCE

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata – durata: 161 minuti – USA 2016.

Fin dal 1989 Scorsese aveva manifestato la volontà di portare sullo schermo Silence, il romanzo storico (1966) di Shusaku Endo, di cui era venuto a conoscenza e che molto l’aveva colpito, per ragioni personali, attinenti alle proprie riflessioni circa i problemi della fede religiosa (in questo caso della fede cristiano-cattolica); dell’ adeguarsi con coerenza ai suoi principi fino al martirio; della liceità morale di questa coerenza, anche quando può causare le sofferenze e persino la morte di molti innocenti. Il film, pertanto, realizza un progetto molto a lungo meditato e studiato, ricostruendo con una certa libertà alcuni accadimenti della prima metà del ‘600, allorché i padri gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) erano partiti alla volta del Giappone, sapendo che il loro compito sarebbe stato difficile e rischioso, per quanto limitato al solo obiettivo di ritrovare il confratello e guida spirituale Cristovão Ferreira (Liam Neeson), di cui da troppo tempo si erano perse le notizie. Era in corso, infatti, una violenta repressione della comunità cristiana giapponese (che aveva il suo centro a Nagasaki), molto numerosa dopo l’opera di evangelizzazione condotta da Francisco Javier nel corso del ‘500. La persecuzione, che era diventata pesante già alla fine del ‘500, divenne sempre più efferata soprattutto dopo il 1641*, quando i cristiani che non intendevano abiurare si erano rifugiati negli angoli più nascosti e selvaggi delle isole giapponesi, dove praticavano i loro riti in una condizione pressoché catacombale. Il film non indaga sulle ragioni di tanta ostilità, perché l’interesse del regista non è né storico, né documentaristico, ma indugia a lungo sulla crisi di coscienza che aveva accompagnato i due giovani preti in missione, dal momento del loro sbarco sulle coste, all’incontro con i cristiani costretti a vivere nella clandestinità, alla loro separazione e alla successiva cattura di Sebastião Rodrigues, nonché al terribile  confronto con il vecchio Samurai (Issei Ogata) incaricato di costringerlo a rinnegare la propria fede dal governo dei feudatari (shogun) che si erano impadroniti del potere. La tortura, praticata senza sconti e con studiata raffinatezza nei confronti della popolazione cristiana che rifiutava di rinnegare le proprie convinzioni religiose, scuoteva nel profondo la coscienza di Rodriguez, costretto a udire per giorni e giorni gli assordanti lamenti degli uomini e delle donne che, non volendo piegarsi,  subivano inenarrabili crudeltà, quando sarebbe bastato un suo semplice gesto (calpestare un’immagine sacra con l’effigie di Cristo) per far cessare il loro dolore e le loro sofferenze.
Il regista scava nei dubbi del gesuita, ci rappresenta il suo interrogarsi circa il senso della propria intransigenza dottrinaria di cui avverte la pesantissima responsabilità, mentre Dio tace, icommensurabilmente lontano e indifferente. Col linguaggio potentissimo delle immagini che ci parlano di un universo bellissimo e privo di ogni presenza divina, quasi leopardianamente vuoto di senso e di finalità, Scorsese racconta una fede piena di incertezze e di esitazioni, che si sottrae a ogni intento propagandistico per confrontarsi con le necessità profonde dell’uomo, con la solidarietà e l’amore che allevia il dolore e il male di vivere. Questo aspetto del film, secondo me, affronta in modo molto problematico questioni sulle quali la cultura europea, non solo religiosa, si è a lungo interrogata: mi è venuta in mente, per esempio La leggenda del Grande Inquisitore (credo proprio che Scorsese, che è uomo di cultura, conosca I fratelli Karamazov), ma per rimanere nell’ambito cinematografico, non si può ignorare che il bellissimo Nazarin di Louis Buñuel affronta (anche se certo con maggiore cattiveria) il tema dell’impraticabilità del messaggio cristiano nella sua integralità, poiché la sua perfezione e la sua purezza sono destinate a soccombere in un mondo in cui gli uomini non sono né puri né perfetti. A questo proposito, mi sembra che la scena di Rodriguez che si riflette nell’acqua , osservando con orrore il trasformarsi del proprio volto, sia una bella citazione del trasformarsi dell’immagine del ritratto di Cristo nel film buñueliano. Il film, perciò, presenta molti aspetti di estremo interesse per chi ama il cinema di Scorsese anche per la complessità culturale che è spesso in grado di esprimere. Da vedere sicuramente.

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*in quell’anno”lo shogun Tokugawa Iemitsu varò un decreto, che successivamente divenne noto come sakoku (“Paese blindato”), con il quale proibì ogni forma di contatto tra la popolazione giapponese e gli stranieri. Da allora i cristiani crearono una simbologia, una ritualità, persino un linguaggio tutto loro, incomprensibile al di fuori delle comunità di appartenenza.”  (Fonte: Wikipedia)

Paterson


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recensione del film:
PATERSON

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman,
Luis Da Silva Jr – 113 min. – USA 2016

 

Paterson è un giovane poeta: scrive di nascosto su un quaderno segreto che porta sempre con sé durante il suo lavoro: è autista sui pullman di linea, nel New Jersey, precisamente nella cittadina che porta il suo stesso nome: Paterson. Questo piccolo centro in passato aveva ispirato poeti come Williams Carlos Williams e, più recentemente, Allen Ginsberg, e aveva dato accoglienza anche a un celebre anarchico italiano, Gaetano Bresci, che da quel luogo era partito per uccidere nel 1900 il re d’Italia Umberto I. Il giovane autista (Adam Driver) sembra voler far rivivere la tradizione poetica radicata nella cittadina, confortato anche dall’incoraggiamento di Laura (Golshifteh Farahani), la tenera moglie innamorata, che egli lascia ogni mattina ancora semi-addormentata e che, a sua volta, coltiva una vena artistica, adornando la loro casa con tende e tessuti che dipinge nei toni del bianco e del nero.

Laura è la sua musa: per lei Paterson scrive su quel quaderno segreto (come Petrarca il suo Secretum, dice lei!), ispirandosi all’amore che li unisce. Sebbene non esista, nella sua vita, qualcosa che si possa considerare particolarmente rilevante, egli è capace di cogliere, al di là dell’apparenza ripetitiva di una vita senza scosse, gli scarti anche minimi che rendono sempre nuova la giornata: è il collega colpito dalle sciagure; sono le confidenze fra i passeggeri; è l’incontro con un gruppo di balordi; è il desiderio di Laura di quella bella chitarra bianca e nera; è la scatola di fiammiferi particolarmente significativa; è l’incidente che gli blocca il pullman durante la corsa; è l’atto involontariamente eroico all’interno della birreria dove ogni sera è atteso perché tutti vogliono ascoltare i suoi racconti; è l’improvviso incontro con la bimba poetessa, o col giapponese innamorato della letteratura; sono le coppie di gemelle che compaiono sulla sua strada, indizio di un destino misterioso, forse.
Jim Jarmush sembra essere tornato ai suoi primi lungometraggi, per il minimalismo del racconto e per l’attenzione nei confronti dell’umanità che oscuramente abita le periferie americane o le province dimenticate di cui ha colto spesso l’anima profonda, le aspirazioni e i sogni frustrati dalla realtà: vedendo Paterson, tornano alla mente i suoi film in bianco e nero (Stranger tan Paradise, soprattutto) o a colori, come Mistery Train anche più che Broken Flowers (pur bellissimo).
Siamo invece abbastanza lontani dai vampiri politicamente corretti  del suo Only Lovers Left Alive (questo, ovviamente, non è un giudizio di valore).
Il regista, seguendo giorno per giorno per un’intera settimana la vita apparentemente regolare di Paterson, riflette sull’amore, fonte primaria di ispirazione, sulla capacità dei poeti di ascoltare e di cogliere, al di sopra delle meschinità e della noia della vita quotidiana, misteriosi collegamenti, analogie, segnali, aspetti non sempre razionalizzabili della realtà.

Neruda, Il cittadino illustre, Paterson: la stagione cinematografica, dopo il vuoto dell’estate, ha proposto tre film sulla poesia. Me ne compiaccio, sperando che si tratti dell’ inizio di un cambiamento, finalmente, dopo una stagione anche troppo incentrata sulle ricostruzioni giornalistiche, cronachistiche, biografiche e documentaristiche. Personalmente, non ne potevo più.

Sully


schermata-2016-12-05-alle-23-27-33recensione del film:
SULLY

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Anna Gunn, Autumn Reeser, Sam Huntington, Jerry Ferrara, Holt McCallany, Lynn Marocola, Chris Bauer, Max Adler, Valerie Mahaffey, Denise Scilabra, Inder Kumar, Tracee Chimo
– 95 min. – USA 2016

Non è facile a quanto pare andare in pensione negli States: dopo anni di onoratissima carriera non ci va Woody Allen né ci va Clint Eastwood; i due infaticabili registi, anzi, mettono fuori, più o meno ogni anno, il loro bravo film, quasi sempre di buona fattura e dignitoso. Ci vorrebbe andare, invece, il pilota Chesley Sullenberger, “Sully”per gli amici, che dopo 42 anni di onorato servizio alla guida dei caccia americani, era passato all’aviazione civile, avendo ancora bisogno di lavorare per pagare il mutuo dopo l’acquisto della casa. Sully, purtroppo, aveva rischiato seriamente di perdere quel lavoro e anche la pensione, perché la sua compagnia aerea stava mettendo in dubbio la correttezza del suo comportamento in volo quando, nel gennaio del 2009, egli aveva portato in salvo 155 persone che viaggiavano sull’aereo a lui affidato, dopo che lo scontro con uno stormo di oche aveva privato il velivolo dei due motori, durante la fase di decollo. Partito dall’aeroporto La Guardia (uno degli scali di NewYork) e diretto verso il North Carolina, Sully aveva presto constatato l’impossibilità di qualsiasi atterraggio d’emergenza tornando al La Guardia o puntando verso altri aeroporti, troppo lontani in quelle condizioni e aveva rapidamente deciso di tentare un ammaraggio disperato nelle acque gelate del fiume Hudson, che lambisce la costa occidentale di Manhattan, scommettendo sulla sua riuscita e sperando nella rapidità dei soccorsi.
Immediatamente esaltato come un eroe dalla stampa e dalla televisione dell’epoca, Sullenberger era diventato presto oggetto di dubbi e insinuazioni da parte della National Transportation Safety Board, che, anche su pressione delle compagnie di assicurazione, aveva immediatamente avviato un’indagine cercando di imputargli la perdita di un velivolo ormai inservibile e opponendo ai suoi argomenti le prove di simulazione con il computer. Lontano dagli affetti familiari, isolato dall’opinione pubblica dopo che molti giornali e reti televisive avevano deciso di cavalcare lo scandalo e il sospetto, Sully aveva dalla sua, oltre al co-pilota che aveva con lui vissuto lo stesso dramma, uno sbiadito sindacalista e l’avvocato difensore. Era stata però la sua accorata e lucida difesa delle ragioni umane contro le simulazioni che non ne avevano tenuto conto ad avere la meglio e a permettergli di ottenere il riconoscimento pieno dei suoi meriti.

Il film, ricostruendo un fatto di cronaca con fedeltà e asciuttezza giornalistica, riserva gli effetti speciali esclusivamente per lasciarci immaginare quali potessero essere gli incubi terribili che avevano accompagnato i giorni dell’inchiesta, nel lodevole intento di far parlare i fatti sufficientemente drammatici di per sé per aver bisogno di un racconto a tinte più forti e soprattutto più false. Il tormento del pilota, rimosso in quei drammatici minuti, ricompare in forma allucinatoria durante le notti insonni in cui i fantasmi dell’11 settembre sembravano rivivere, prospettando scenari di schianto contro i più famosi grattacieli della metropoli, con un utilizzo sobrio e appropriato degli effetti di simulazione, del tutto giustamente abbandonati nella narrazione “storica” degli eventi. Il risultato è quello di un racconto fluido e contenuto nei canoni classici e composti dei film di Eastwood, sdrammatizzati ulteriormente dall’ironia del co-pilota e dalle scene finali che accompagnano i titoli di coda e che, mostrandoci il vero Sully, circondato dalla famiglia sorridente, ci fa penetrare in quella normalità della middle-class americana per la quale eroismo significa senso del dovere e fiducia nella capacità della società americana di trovare nel momento del pericolo la massima solidarietà collettiva. Null’altro, quindi che la riproposizione della weltanschauung sottesa ai migliori (e anche ai meno convincenti) film di Eastwood: siamo pur sempre nel migliore dei mondi possibili! Splendide interpretazioni di Tom Hanks e di Aaron Eckhart, il co-pilota. Film da vedere.

QUI se volete approfondire, potete trovare tutte le notizie sui fatti del 2009 e sul coraggioso Sullenberger, oltre che qualche intervista e qualche divertente curiosità.