La truffa del secolo

recensione del film:
LA TRUFFA DEL SECOLO

Titolo originale:
Carbone

Regia:
Olivier Marchal

Principali interpreti:
Benoît Magimel, Gringe, Idir Chender, Laura Smet, Michaël Youn, Patrick Catalifo, Gérard Depardieu, Moussa Maaskri, Fred Épaud, Jean-Philippe Mancini, Naomie Winograd, Carole Brana – 104 min. – Francia 2017

Per questo film, che è un dignitosissimo film di genere, ispirato a una truffa realmente consumata (e accuratamente “silenziata”), ai danni dello stato francese e dell’Europa comunitaria nei primi anni di questo secolo, mi limiterò a una breve presentazione, invitando gli interessati a vederlo.
Antoine Roca (Benoît Magimel) era stato costretto a chiedere il fallimento della propria azienda, con gravissime conseguenze per la sua pace familiare, giacché il ricchissimo suocero, Aron Goldstein (Gérard Depardieu), che l’aveva sempre odiato, avvalendosi del proprio autorevole carisma, chiedeva, ora, alla figlia, di abbandonare “quel buono a nulla” e di sottrargli la possibilità di occuparsi dell’amatissimo figlioletto. Le conseguenza di questa situazione costituiscono la parte centrale del film: l’adesione di Antoine a un progetto finanziario allettante, sicuramente truffaldino, ma in qualche misura “legittimato” dalla pessima scrittura di una legge comunitaria, recepita dallo stato francese; l’inevitabile collusione con la piccola e grande malavita locale, la sua tragica conclusione.

Gli sviluppi dell’intera vicenda, con sorpresa finale, sono raccontati con ritmo serrato e sottolineati da un accompagnamento musicale molto scorsesiano,  così come è riconducibile a molto cinema di Martin Scorsese l’indagine sulle dinamiche familiari che costituiscono il motore, non solo lo sfondo, della storia. Grandi interpreti fra i quali si distingue per la perfezione, oltre che per la mole imponente, il sempre magnifico  Gérard Depardieu.

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Il sacrificio del cervo sacro

recensione del film:
IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Titolo originale:
The Killing of a Sacred Deer

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp, Denise Dal Vera – 109 min. – Gran Bretagna, USA 2017

In un attrezzatissimo e organizzatissimo ospedale dell’Ohio, a Cincinnati, lavora Stephen Murphy (Colin Farrell), stimato cardiochirurgo che porta con sé il segreto di un incidente occorsogli durante l’operazione a cuore aperto che era costata la vita a un uomo, forse per una sua leggerezza o forse per un suo involontario errore, ciò che lo aveva indotto a proteggere, almeno un po’ Martin, il figlio del defunto. Al momento del film Martin (Barry Keoghan) è un adolescente un po’ strano, che segue Stephen ovunque, in modo così insistente da diventare una presenza fastidiosa nella sua vita di rispettabile professionista: nel reparto tutti lo avevano notato, mentre chiedeva di lui e lo aspettava all’uscita. Ora, poi, si era fatto accogliere in casa, insinuando inquietudini oscure anche nella sua vita privata: si vedeva con Kim, la graziosa figlia adolescente, che come lui amava la musica, era diventato amico di Bob, l’ultimo nato, e anche di Anna, sua moglie  (Nicole Kidman), oftalmologa di chiara fama. Aveva poi dovuto accontentarlo, andando a conoscere sua madre (Alicia Silverstone): visita imbarazzante, col seguito sgradevole di un’offerta d’amore per interposta persona…Una persecuzione, insomma, un incubo: nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto e che il regista greco Yorgos Lanthimos  prepara accortamente, creando l’atmosfera di crescente tensione, in cui un po’ alla volta prende consistenza una trama da antica tragedia, annunciata per altro dall’allusione al cervo sacro del titolo, che nella versione originale è vittima di un assassinio (the Killing), mentre nel solito titolo italiano da spoiler è un sacrificio (e la differenza non è da poco). L’assassinio di Bob è infatti la vendetta a cui aspira il giovane Martin, il giusto contrappasso per la morte di suo padre, determinata dallo stato di ubriachezza del chirurgo, prontamente occultato dai documenti ospedalieri. Un “capro espiatorio” (l’innocente Bob!), avrebbe posto fine alle sciagure che stavano travolgendo l’intera famiglia e avrebbe riportato in equilibrio una situazione sulla quale gravava il peso dell’ingiustizia. Come Ifigenia in Aulide, o come Isacco, dunque? Non proprio così, secondo il regista, perché in un cielo senza dei, in una natura senza segrete corrispondenze e in un’umanità che fonda su basi utilitaristiche i propri riferimenti morali non può che affermarsi la barbarie più feroce, al di là della “politesse” formale dei nostri comportamenti, e al di là del razionalismo glaciale della nostra cultura che ignora ogni linea d’ombra.

Il film, disturbante come i personaggi che lo abitano e come tutti i film di questo regista, è molto ambizioso, perché nasce dal progetto a lungo accarezzato e ora dichiarato apertamente di lasciare provocatoriamente interagire alcuni aspetti della cultura tragica antica con gli uomini della società contemporanea, allo scopo di metterne in rilievo le contraddizioni e le lacerazioni che né scienza, né razionalità sono in grado di ricomporre in sintesi unitaria. L’eroe borghese, come è ben noto, non esiste: la sua crudeltà è priva di grandezza, la sua bontà è per lo più interessata, la sua rispettabilità cela abissi di abiezione inconfessabile. Tutto ciò viene detto con la solita glaciale impassibilità, che si riflette negli sfondi asettici degli ambienti ospedalieri, nella ricchezza elegante dei grigi e nelle deformazioni quasi grottesche dei luoghi, grazie all’uso delle riprese dall’alto, e di lunghe carrellate ricche di suggestioni kubrickiane. Ottima la direzione degli attori, in un film difficile ma non privo di suggestioni fascinose; sicuramente non per tutti, come le divisioni dei critici hanno reso evidente.

The Escape

 

recensione del film:
THE ESCAPE

Regia:
Dominic Savage

Principali interpreti:
Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller, Montserrat Lombard, Jalil Lespert, Laura Donoughue – 105 min. – Gran Bretagna 2017

Una coppia come tante in una villetta a schiera, fra il verde, nei dintorni di Londra. Lei è Tara (Gemma Arterton), giovane, bella e triste; lui è Mark (Dominic Cooper), giovane uomo in carriera; con loro vivono i due figlioletti, belli e capricciosi, soprattutto il maschietto, che vorrebbe la mamma tutta per sé, proprio come il suo papà. Anche Mark, infatti vorrebbe Tara tutta per sé: a lei affida il compito di organizzare il ménage tenendo a mente le esigenze di tutti e soprattutto le sue, perché, come afferma, chi lavora tutto il santo giorno ed è carico di responsabilità non può preoccuparsi anche del bucato da stendere, delle camicie da stirare o del latte in frigo; d’altra parte, conosce altri modi per dimostrarle la permanenza, nel tempo, dell’ attrazione che li aveva legati!  Tara, però, sta attraversando un brutto momento e non gradisce più quelle attenzioni riservate solo a lei: sta male, piange, vorrebbe uscire dall’ abitudine e anche dagli obblighi che la legano e la soffocano. Colpisce che non sappia dirlo a lui, come se non trovasse più le parole per metterlo a parte dei suoi problemi… In realtà le mancano progetti alternativi per il proprio futuro (un lavoro? riprendere gli studi?), nonché probabilmente gli strumenti culturali per realizzarli.
Nel momento più difficile avrebbe messo in atto un velleitario tentativo di fuga a Parigi, seguìto da una bella notte d’amore con Philippe, fascinoso fotografo un po’ bugiardo, incontrato per caso al Museo di Cluny (galeotti i sei arazzi della Dame à la licorne e in modo particolare il sesto, l’allegoria del desiderio).
Sarebbero quindi arrivati i sensi di colpa, sollecitati e acuiti dagli appelli lanciati via smartphone della famigliola abbandonata e sgomenta; la solitudine; il vagabondaggio senza meta in una città sconosciuta e infine il suo ritorno mesto e triste: Mark non le avrebbe chiesto nulla, cosicché, presumibilmente, nulla sarebbe cambiato: un capriccio momentaneo.
Lui e lei vivranno infelici e scontenti per il resto dei loro giorni? Io credo di sì!

È una storia triste, trattata con delicata partecipazione dal regista, poco noto in Italia e in Europa, più conosciuto per alcune regie televisive. È anche un bel ritratto di donna, con le sue angosce, le sue contraddizioni, la sua inadeguatezza: non poco, quasi una provocazione in un mondo che pare aver perso la coscienza del dolore. Gemma Arterton è sublime interprete, di coinvolgente espressività, ma anche gli altri attori sono ben calati nei loro personaggi. Da vedere!

L’atelier

recensione del film:
L’ATELIER

Regia:
Laurent Cantet

Principali interpreti:
Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean, Mamadou Doumbia, Julien Souve, Mélissa Guilbert, Olivier Thouret, Charlie Barde – 114 min. – Francia 2017

Torna nelle nostre sale Laurent Cantet, con un film presentato a Cannes (a Un certain regard) lo scorso anno, che si presta, come sempre il suo cinema, a molte letture e che ha al suo centro, ancora una volta, il tema della scuola.  Questa è una scuola “anomala”, un laboratorio estivo di scrittura (l’atélier, per l’appunto), finanziato dal Comune di La Ciotat, nel sud occitano della Francia, con l’intento di offrire a un gruppo selezionato di ragazzi, fra i sedici e i diciott’anni, un modo intrigante e insolito per passare le vacanze: scrivere “collettivamente” un bel noir, da pubblicare alla fine del corso. Allo scopo il Comune aveva invitato una famosa “giallista” parigina, Olivia Dejazet (Marina Foïs), perchè coinvolgesse questi aspiranti scrittori in modo culturalmente significativo. Un workshop di scrittura, dunque, diverso dall’istituzione, meno formale, più libero in cui  l’insegnante padroneggiava un’eccellente tecnica di scrittura e gli studenti, tutti molto motivati,  avrebbero presto visto il risultato del loro impegno.
Naturamente le cose si sarebbero rivelate più complicate: esistevano profonde diversità di vedute fra gli studenti, mentre Olivia, insegnante di una sola estate, era poco disponibile ad accogliere le proposte più interessanti, magari discutibili, quasi volesse evitare che il noir deragliasse dai tranquilli binari della medietà, nella quale la maggioranza degli studenti sembrava riconoscersi. Le era sembrata molto buona e conciliante l’idea di Malika (Warda Rammach), di includere nel noir anche la storia di La Ciotat, negli anni ’80 al centro di combattive lotte operaie unitarie. I suoi cantieri navali erano stati chiusi all’improvviso, con conseguenze gravi per la popolazione, che in quei momenti aveva compreso le ragioni della solidarietà e dell’appartenenza di classe, ideali mai abbandonati  in seguito, costitutivi di un’orgogliosa identità collettiva multiculturale, che distingueva gli abitanti di quel luogo così come le strutture arrugginite del vecchio cantiere ne distinguevano lo Skyline.
Eppure, secondo Antoine (Matthieu Lucci), lo schivo e intelligentissimo studente del gruppo, le cose non stavano così: il mondo era cambiato, persino a La Ciotat, dove ora si stavano riutilizzando i vecchi cantieri per la manutenzione delle imbarcazioni più leggere, dalle piccole navi da trasporto agli yacht che stazionavano davanti alla baia, ora porto turistico. Il mondo intero, inoltre, era diverso: era cambiato il modo di lavorare, improponibile la vecchia solidarietà; il terrorismo internazionale creava nuove paure e lasciava affiorare sentimenti xenofobici, impensabili negli anni’80, le migrazioni intercontinentali costituivano una drammatica e preoccupante realtà. Richiamarsi a quei lontani fatti, per quanto nobili, significava essere fuori dal mondo e scrivere un romanzo vecchio, celebrativo e privo di verità. Antoine esponeva talvolta, con lucida coerenza queste sue meditazioni; più spesso preferiva le battute, le provocazioni che creavano malcontento, rancori, odio. Si verificava, durante le lezioni di scrittura, l’imbarazzante situazione contraddittoria in cui si trovano gli insegnanti meno esperti: la rimozione, fondata su un moralismo di maniera, di argomenti molto seri, che sarebbe utile e formativo meditare e discutere, accettando anche di rivedere i criteri con i quali si stava affrontando il rapporto fra finzione e realtà.
Lo scontro fra Olivia e Antoine, però, non riusciva a nascondere completamente l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, ovvero la sottile ambiguità erotica del loro rapporto: che la scrittrice comprenda di avere davanti a sé l’allievo più intelligente del corso e che ne sia incuriosita e attratta, è fuor di dubbio, così come è indubbia la curiosità di Antoine nei confronti di lei, che osserva da lontano, fotografa di nascosto, coinvolge in una terribile fantasia sadica del tutto degna di un grande e anche un po’ velleitario creatore di noir!

Laurent Cantet ha aggiornato e infine realizzato, con questo film, il progetto che aveva ideato e tenuto in sospeso per circa vent’anni, aiutato nella sceneggiatura dall’amico regista Robin Campillo.
Che dire di questa sua ultima fatica? È un gran bel film, che pone dubbi e problemi di sicuro interesse, non tutti ugualmente sviluppati, cosicché si avverte infine quasi un senso di incompiutezza che è certamente un difetto. Resta, in ogni caso, un’opera di grande qualità, possibilmente da vedere.

Oltre la notte

recensione del film:
OLTRE LA NOTTE

Titolo originale:
Aus dem Nichts

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar – 100 min. – Germania, Francia 2017.

La famiglia, la giustizia, il mare
Con questi sottotitoli Fatih Akin suddivide in capitoli (come fa spesso) questo suo film, dal quale, personalmente, mi aspettavo qualcosa di meglio dopo le deludenti ultime sue opere.
La crudeltà di un attentato terroristico di matrice neonazista aveva cancellato in un solo momento la famiglia di Katja (Diane Kruger), provocando l’orribile morte delle due persone che la donna aveva amato sopra ogni altra: suo marito Nuri (Numan Acar) e il piccolo Rocco (Rafael Santana), il figlioletto.
Si erano sposati in carcere, dove lui, turco e curdo, scontava una pena per spaccio di droga. Per rispetto di sé, per lei e in vista del loro futuro, Nuri, una volta libero, aveva cambiato vita: ad Amburgo, dove abitavano, aveva aperto un’agenzia di servizi (pratiche immobiliari e finanziarie) e finalmente svolgeva un lavoro pulito, alla luce del sole.
Lì, in quell’ufficio, un maledetto pomeriggio, Katja gli aveva affidato il piccolo Rocco; lì, una ragazza, che lei aveva visto benissimo, aveva parcheggiato la bici su cui era sistemata la valigetta metallica, ovvero la bomba piena di chiodi che avrebbe provocato l’esplosione disastrosa in cui padre e figlio sarebbero stati spazzati via. Katja, che l’aveva incrociata e le aveva anche parlato, era stata in grado di riconoscerla subito fra le foto segnaletiche dei neonazisti che la polizia le aveva mostrato. Nonostante questa sua testimonianza e nonostante le schiaccianti prove raccolte dalla polizia nel garage della residenza del suo compagno, neonazista come lei, i due criminali erano stati assolti con pretestuose e ridicole motivazioni garantiste, lasciando Katja disperata e determinata a farsi giustizia da sé. Nella terza parte del film, i luoghi luminosi della Grecia e la riva di quel suo limpido mare diventano lo sfondo della vendetta atroce di Katja, che aveva raggiunto i due assassini mettendosi sulle tracce del loro complice di Alba Dorata, nobilitando il proprio gesto col cosciente sacrificio di sé.

Il film

Questo film ha avuto un prestigioso riconoscimento internazionale ai Golden Globe 2018, dove è stato considerato il migliore film straniero del 2017; l’attrice Diane Kruger, da parte sua, aveva ricevuto qualche mese prima la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile.
Per quanto poco possa contare esprimo il mio dissenso in entrambi i casi.
Non mi ha convinta né l’enfasi, a tratti insopportabile, dell’interpretazione di Diane Kruger, né la diffusa pornografia del dolore che vorrebbe giustificarla, né la faciloneria della seconda parte del film, relativa al processo, nella quale gli imputati, il loro avvocato, per non parlare del testimone di Alba Dorata sono tutti così brutti e cattivi da sembrare caricature, nazisti con “stigmate” da assassini talmente vistose da dover essere riconosciuti colpevoli prima ancora di aprir bocca. La sentenza, eccessivamente garantista, non poteva che provocare lo sdegno che in lei assumeva la forma di uno scellerato disegno di vendetta, quale unica soluzione per risarcire le vittime innocenti la cui memoria lo stato tedesco non aveva saputo difendere con la forza delle sue leggi.

Discutibile e disomogeneo racconto di una bruttissima storia di terrorismo e di una vendetta privata in puro stile kamikaze.

La forma dell’acqua


recensione del film:
LA FORMA DELL’ACQUA

Titolo originale:
The Shape of Water

Regia:
Guillermo Del Toro

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer – 119 min. – USA 2017

A me, colpevolmente all’oscuro dei trascorsi cinematografci di Guillermo Del Toro, questo film ha detto davvero poco, essendomi sembrato l’ennesima versione, sotto mentite spoglie, della favola antica della Bella e della Bestia.

Dopo il “muto” del 1920, con la regia di Umberto Fracchia, fu il film di Jean Cocteau del 1946, La Bella e la Bestia, a iniziare la lunga serie delle belle e delle bestie, che, con altri titoli e con variazioni e contaminazioni da altre fiabe, è arrivata fino ai nostri giorni, per il grande schermo e anche per gli schermi televisivi. Dall’antica fiaba originaria (Amore e Psiche dall’Asino d’oro di Apuleio) molta strada è stata percorsa, ma la malìa di quel racconto e delle sue implicazioni simboliche sembra aver attraversato i tempi incantando ancora. Nella premessa che Jean Cocteau aveva anteposto al proprio film si trova forse il segreto di questo fascino permanente: a molti piace ritornare, nel buio della sala, all’infantile e ingenua disposizione d’animo grazie alla quale, senza sforzo, si crede all’incredibile, ci si abbandona ai sogni e, immaginando che il Bene, incarnato in alcuni personaggi, sconfigga il Male, incarnato in altri, si accoglie la narrazione con grande candore, la razionalità essendo riservata, semmai, al dopo, all’analisi degli strumenti utilizzati per dar vita a un racconto ricco di effetti (talvolta anche di effettacci) sbalorditivi per il loro realismo, o all’abilità narrativa, al montaggio… La favola bella, insomma, deve illudere!

Guglielmo del Toro, a quanto ho appreso, colloca le fiabe dei suoi film in uno scenario storico preciso: così era avvenuto nelle opere precedenti, così  avviene ora  per questo ultimo lavoro.
Ambientato nel Maryland degli anni sessanta in piena guerra fredda, quando dopo il lancio del primo uomo nello spazio da parte dell’URSS, gli scienziati americani progettavano una risposta spettacolare che offuscasse la memoria di quel successo, il film narra che allo scopo si pensava di utilizzare un uomo-pesce, creatura marina “mostruosa” ma intelligente, che era stato catturato in Amazzonia e, successivamente, imprigionato a Baltimora.
L’infelice creatura, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, in un laboratorio acquatico sotterraneo, subiva sul proprio corpo squamoso e bellissimo (?) i test più crudeli che permettessero di capire se in futuro avrebbe potuto essere inviato nello spazio, colmando il gap con l’Unione Sovietica. Lo seguiva un medico, spia russa in incognito, a contatto continuo con altri spioni. Della sua esistenza nessun altro cittadino americano era informato, con l’eccezione delle due donne addette alla pulizia dei locali: Elisa e Zelda, amica, confidente e… interprete di Elisa, donna muta che si esprimeva a segni. Le accomunava una solidarietà profonda: Zelda (Octavia Spencer), nera di pelle, mal sopportava il razzismo dell’America pre-kennediana, oltre che il vetero-maschilismo di un marito ottuso; Elisa (Sally Hawkins) reagiva alla solitudine (alla quale il mutismo l’avrebbe condannata) col lavoro, con la fiducia nel futuro e con l’amicizia di Zelda e di un vicino di casa omosessuale, Giles, emarginato e, a sua volta, solo e povero, nonostante le ottime qualità di disegnatore pubblicitario.
Presa da meraviglia pietosa per lo strano uomo prigioniero che tutti i giorni emergeva in catene dalla vasca del laboratorio, Elisa se ne era innamorata perdutamente e, con l’aiuto di Zelda, era riuscita a trascinarlo segretamente fuori dal sotterraneo carcere e a vivere con lui per qualche tempo, trasformando anche la propria abitazione in una vasca tracimante enormi quantità d’acqua sui locali del cinema sottostante. Mi limito a far notare la metafora un po’ ovvia (l’acqua profumata dalla storia d’amore, di cui Elisa è muta protagonista, che piove sul cinema) senza raccontare altro, per non togliere a chi mi legge il gusto della visione, che può risultare gradevole per la sua accuratezza: bei colori, bella musica, buona sceneggiatura e anche per la misura con cui il regista è riuscito a contenere il manicheismo della lotta fra i buoni (Elisa, il suo vicino di casa Giles, ovvero Richard Jenkins, e Zelda) e i cattivi (i guerrafondai di entrambi i fronti), introducendo un cattivo, ma non troppo, nella figura tormentata del medico-spia (Michael Stuhlbarg). Travestito da mostro buono è l’attore Doug Jones, ricoperto da una corazza in plastica finemente cesellata e impreziosita: molto kitsch. Non mi ha convinta fino in fondo, ma il film è da vedere, almeno per curiosità. Se qualcuno ricorda il film di Cocteau, lo dimentichi, per evitare un paragone troppo impietoso e forse ingiusto!

 

Leone d’oro della Mostra del cinema veneziana dello scorso settembre e candidato con ben tredici Nomination all’Oscar (un po’ sopravvalutato?), è ora nelle nostre sale.

 

50 primavere

recensione del film
50 PRIMAVERE

Titolo originale:
Aurore

Regia:
Blandine Lenoir

Principali interpreti:
Agnès Jaoui, Thibault de Montalembert, Pascale Arbillot, Sarah Suco, Lou Roy-Lecollinet, Nicolas Chupin, Rachel Farmane, Laurie Bordesoules, Juliette Vieux Peccate, Armand Paul Jean – 89 min. – Francia 2017

Aurore è il titolo originale francese di questo film, nome proprio della protagonista e, si direbbe, metafora allusiva  dello schiudersi di un nuovo giorno per lei (è la grandissima Agnès Jaoui), che sta per compiere cinquant’anni. È ben altra cosa il titolo italiano, 50 primavere, che introducendo un eufemismo scherzoso, diventa fuorviante e alquanto crudele, lasciando trasparire una generica resistenza, tutta femminile, al naturale processo di invecchiamento. Alla stessa logica sembra ispirarsi il trailer che solo in versione italiana allinea, uno dopo l’altro, tutti gli episodi più ridanciani a supporto di un titolo siffatto.

Aurore vive sull’Atlantico, a La Rochelle, l’antica cittadella dei giansenisti; è provata dalla fatica e dai sacrifici: è separata dal marito e affronta la vita dividendosi fra il lavoro, dequalificato ed eternamente precario, le amiche e le due figlie, di cui la più grande sta per renderla nonna. Per occuparsi di lei, quand’era ancora una giovane studentessa, Aurore aveva interrotto gli studi, dando l’addio al sogno di realizzare le proprie aspirazioni professionali. Ora, sulla soglia dei cinquant’anni, il suo corpo si sta appesantendo, arrivano i guai della menopausa e, forse per la prima volta, prova la sensazione di  sentirsi vecchia, sola, quasi povera ed è scontenta.
È il momento di tirare i remi in barca? La voglia di vivere e di farsi valere è ancora forte, la voglia di dare e di ricevere amore e tenerezza non l’abbandona, ma il bilancio complessivo della propria vita non le appare soddisfacente: non ha finito gli studi; ha svolto i lavori più umili; si è sposata senza amore e senza dimenticare l’uomo che era stato la grande passione della propria giovinezza focosa, Totoche (un magnifico e fascinoso Thibault de Montalembert) che, tornato dall’Indocina dove aveva svolto il servizio militare, non aveva più voluto continuare la sua storia con lei che l’aveva tradito. Ora Totoche è un medico affermato, che casualmente Aurore ritroverà ancora una volta sulla propria strada…

Questo film delinea il ritratto molto interessante e attento di una donna, illuminando aspetti poco raccontati del disagio femminile nel momento più delicato, forse, dell’intera esistenza, acuito dalla percezione della propria inadeguatezza profonda nei confronti della vita di oggi, e di chi ne accetta  la disumana spietatezza, preoccupandosi esclusivamente di sé. I numerosi richiami a film anche recenti (Io, Daniel Blake o La legge del mercato), perciò, raccontando lo smarrimento di tutti gli sventurati che, da un giorno all’altro, sono senza lavoro o perdono il diritto alla pensione, e avvertono in pericolo la loro stessa dignità personale, sono squarci di realtà che testimoniano la volontà della regista, Blandine Lenoir, di raccontare non solo con i toni della commedia la crisi di Aurore, personaggio complesso, a tratti dolente, a tratti gioioso, più spesso auto-ironico. Una commedia molto amara, solo apparentemente ridanciana e leggera.
Da vedere.

L’insulto

recensione del film:
L’INSULTO

Titolo originale:
L’insulte

Regia:
Ziad Doueiri

Principali interpreti:
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine – 113 min. – Libano 2017.

Accolto con molto successo a Venezia, quest’anno, dove è valso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’attore Kamel El Basha, questo film è stato accolto molto meno entusiasticamente in Libano, dove, nel tentativo di bloccarne l’uscita, si è pensato bene di arrestare il regista, con l’accusa di tradimento, per aver girato alcune scene del suo precedente film (The Attack) in Israele! Storie di ordinaria intolleranza e censura che non si vorrebbero mai leggere, segnale inquietante di una situazione oscura, ancora lontana dall’essere pacificata.
Oggetto del film è il racconto di un episodio incredibile in cui si era trovato coinvolto, qualche anno fa, il regista Ziad Doueiri e che trova la sua spiegazione nella situazione del Libano, luogo di conflitti fra gli autoctoni cristiani maroniti e i rifugiati musulmani palestinesi.
La vicenda
Si tratta di una vicenda complicata, anche se nasce da un fatto moilto banale: un insulto rivolto da Yasser (Kamel El Basha), operaio palestinese, a Toni (Adel Karam), cristiano maronita, durante una discussione a proposito del tubo dell’acqua che, sporgendo dal balcone di Toni, aveva costretto Yasser a una doccia fuori programma. Erano volate parole grosse: Toni aveva non solo insultato Yasser (che si era offerto di sistemare gratuitamente quel tubo), ma lo aveva gravemente provocato con il suo razzismo sprezzante, cosicché Yasser lo aveva colpito e steso a terra. Ne era nata una vicenda giudiziaria: nonostante il tentativo di conciliazione, portato avanti dalle compagne dei due uomini in lite, il processo in tribunale era diventato inevitabile.
Toni pretendeva almeno le scuse; Yasser non intendeva porgerle. Al di là dell’apparente banalità, si delineava una questione molto seria, perché avveniva in un contesto, quello libanese, in cui  intolleranza e odio etnico nei confronti degli immigrati della Palestina dilagavano: accusati  di ogni colpa, i Palestinesi erano odiati perchè, secondo il partito della destra cristiana, la facevano da padroni in una terra che non era la loro. Bashir Gemayel, il presidente libanese assassinato in un attentato (1982), continuava a infiammare gli animi con i suoi discorsi, che, registrati, venivano trasmessi dalle televisioni in appoggio alle posizioni di quel partito.
Il caso giudiziario
Il racconto, dopo un esordio che ci offre vivaci scorci della vita nei quartieri di Beirut in via di ricostruzione, diventa presto la cronaca di un processo nelle aule del tribunale portato avanti (per conto di Toni), da un un principe del foro, che non aveva mai perso una causa, a cui si opponeva (per conto di Yasser) una giovane e graziosa collega, che scopriremo essere sua figlia. Assistiamo, perciò, a un processo che affronta molti problemi, oltre che quello strettamente giudiziario, poichè presto sarebbe diventato anche un caso politico, uno scontro fra padre e figlia per ragioni ideali, una inusitata forma di scontro generazionale, nonché, infine, una riflessione sulla storia del Libano, sulle colpe e sul perdono fondato sulla conoscenza della storia.
Il film
In poco più di due ore, dunque, il film ci presenta una vicenda non semplice, riuscendo a creare un’atmosfera di curiosità e di attesa negli spettatori, indicativa della buona sceneggiatura che unifica, quasi sempre, un racconto a rischio di eccessiva frammentazione. Nella seconda parte del film, tuttavia, l’introduzione di un tema molto importante, come quello della storia del Libano e della necessità di conoscerla, prima di giudicare, diventa non solo un’occasione per far luce su ciò che era stato, (che richiederebbe un altro film, però!), ma anche un modo per uscire dal processo, da vero vincitore morale, per quell’avvocato, al quale sarebbe stato possibile anche pareggiare i conti con sua figlia, sorprendendo e commuovendo anche lei.
Il film, nel suo complesso, è indiscutibilmente condotto con grande abilità ed è anche molto utile per comprendere uno dei più aggrovigliati nodi politici che, a due passi dal nostro paese, contribuisce a rendere quanto mai precaria la situazione mediorientale già travagliata di per sé. Tutto il racconto nella prima parte del film, inoltre, chiarisce in modo quasi didattico quanto le parole d’odio siano pericolose poiché feriscono profondamente, penetrando nei cuori, suscitando emozioni spropositate e innescando reazioni sproporzionate, oltre che desiderio di vendetta.
Questi pregi del film, tuttavia, costituiscono, a mio avviso, anche i suoi difetti, poiché troppe storie si infilano, come le matrioske, l’una nell’altra e, per quanto ben sviluppate dall’attentissimo regista, non sempre trovano la sintesi narrativa necessaria.
In ogni caso, un film da vedere, candidato all’Oscar come migliore film straniero, insieme a Loveless, The Square e Happy end… Non paragonabile, secondo me, a queste stelle di prima grandezza, ma certo, per la sua correttezza politica, favorito.

 

 

Detroit

recensione del film:
DETROIT

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Will Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie, Ben O’Toole, John Krasinski, Kaitlyn Dever, Jason Mitchell, Jacob Latimore, Jeremy Strong, Tyler James Williams – 143 min. – USA 2017

 

Il film è preceduto da alcuni gradevoli disegni animati che brevemente ci informano dei precedenti storici della rivolta nera avvenuta a Detroit nel 1967, illustrando il massiccio spostarsi dei neri del Sud verso quella grande città, alla fine della prima guerra mondiale e il loro successivo insediarsi, alla fine della seconda, nelle abitazioni del centro, abbandonato dai vecchi proprietari che preferivano vivere nelle grandi residenze immerse nel verde extraurbano, lontane dall’inquinamento delle fabbriche metallurgiche e automobilistiche. Il film evidenzia, nel corso del racconto, i fenomeni che, come in tutti i luoghi di recente industrializzazione, sono abitualmente connessi allo sfruttamento spietato della mano d’opera: dagli infortuni invalidanti, senza alcuna protezione assicurativa, alla marginalizzazione di chiunque fosse (o fosse stato) costretto a star fuori dal processo produttivo, all’alcolismo, legato al gioco d’azzardo e alla prostituzione, al senso di estraneità e di odio per gli alloggi fatiscenti e luridi dei lavoratori: siamo in presenza dell’estremo degrado ambientale, umano e sociale, preludio, come sempre, della rivolta sociale.

La rivolta, infatti, arrivò e durò dal 23 al 27 luglio del 1967. Nel  film è raccontata nei suoi diversi momenti, attraverso una ricostruzione in parte fornita dalle testimonianze di alcuni protagonisti di allora, ancora vivi e in grado di ricordare, in parte romanzata dei fatti e del loro seguito giudiziario, come specificherà la stessa regista alla fine del film, non essendo più disponibile una gran parte dei documenti d’archivio distrutti dai numerosi incendi scoppiati nei giorni della rivolta, non sempre causati dalla rabbia distruttiva dei manifestanti, però, soprattutto dopo gli abusi e le violenze perpetrate da molti agenti di polizia che guidavano le feroci e illegali operazioni di repressione. In queste si era distinto soprattutto il giovane agente Krauss (Will Poulter) razzista e sadico, già conosciuto per queste sue caratteristiche. La tortura; l’assassinio di tre innocenti, che si trovavano con altri in una sala giochi, adiacente al motel Algier, senza aver partecipato alla rivolta; l’umiliazione di due donne bianche, che erano in compagnia di alcuni di loro, occupano una parte molto importante del film, che segue attentamente gli effetti fisici e psichici degli eccessi polizieschi sui seviziati, senza tuttavia allontanarsi dallo stile documentaristico e sobrio tipico di tutti i film firmati da Kathryn Bigelow*. Ne è risultato un lavoro teso, accurato, certamente interessante, ma anche discutibile, poiché se è vero che la nostra solidarietà è sollecitata verso i poveretti umiliati e offesi, è altrettanto vero che dalla lunghissima durata di quelle scene e dal distacco gelido del modo di raccontare sembra emergere un certo compiacimento descrittivo, nonché un progressivo allontanarsi dell’attenzione dalla questione razziale, per focalizzarsi su quella degli eccessi della polizia, nonostante proprio il tema dell’uguaglianza dei diritti dei neri fosse, nel  ’67, il più scottante e dibattuto negli Stati Uniti guidati da Lyndon Johnson. Le immagini, è ben vero, sono molto impressionanti, ma anche un po’ imbarazzanti: forse sarebbe stato preferibile da parte della regista un approccio maggiormente rispettoso del dolore. 
Questo, tuttavia, è un un film di buona qualità, sicuramente da vedere e da meditare.

 

*The Hurt Loacher –  *Zero Dark Thirty

The Big Sick – Il matrimonio si può evitare, l’amore no

recensione del film:
THE BIG SICK – IL MATRIMONIO SI PUÒ EVITARE L’AMORE NO

Titolo originale:
The Big Sick

Regia:
Michael Showalter

Principali interpreti:
Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher, Zenobia Shroff, Adeel Akhtar, Bo Burnham -119 min. – USA 2017.

Il titolo italiano di questo film indipendente, presentato con grande favore di pubblico al recente Festival di Locarno, non ha alcun senso: è fuorviante, poiché sembra alludere a un contenuto ridanciano, che non si trova nel film, commedia sentimentale misurata e garbata.
L’interprete maschile è Kumail Nanjiani, che insieme a Emily Gordon ha sceneggiato una vicenda  molto simile a quella vissuta con lei, diventata sua moglie dopo che traversie e peripezie di ogni tipo avevano obbligato entrambi a chiarire, prima di tutto a se stessi, quali fossero le cose davvero importanti per loro: è sicuramente vero, infatti, che un amore può ben sopravvivere anche senza matrimonio, ma senza un progetto di lungo respiro, no.
Si erano conosciuti a Chicago, in un locale in cui Kumail, pachistano figlio di immigrati, si esibiva come cabarettista insieme a qualche collega che come lui avrebbe voluto diventare un comico di professione. Scarso il pubblico, ma lei (Zoe Kazan) era lì, se lo mangiava con gli occhi partecipando con qualche parola “giusta” a quell’esibizione, cosicché al termine egli le si era avvicinato. Era nata così la loro storia bella: i due si piacevano molto e non potevano fare a meno di rivedersi, nonostante il patto di non dare seguito al primo incontro se non con un secondo, dopo di che ognuno sarebbe tornato a vivere la propria vita, per realizzare il proprio sogno: la laurea in psicologia per lei, studentessa che doveva studiare senza altre distrazioni; la fama per lui, comico di notte e autista Huber durante il giorno. Ognuno di loro viveva da solo: i genitori di lei, colti e snob, erano rimasti nel North Carolina; quelli di lui, vivevano “all’occidentale” in un complesso residenziale della periferia metropolitana e, per quanto perfettamente integrati nella società americana, dal Pakistan avevano importato la convinzione che il futuro dei figli fosse un affare di famiglia, soprattutto quello matrimoniale. Accadeva perciò che le visite di Kumail diventassero per sua madre l’occasione per cucinargli le prelibatezze pachistane (il comfort food, altro che il fast food!), che certamente una brava ragazza, con la sua stessa origine, avrebbe saputo preparare per lui. Quante brave ragazze gli erano state fatte trovare … per caso, durante quelle visite!
La descrizione della famiglia di Kumail indulge anche troppo
su questi particolari buffi, già molto visti al cinema, rischiando effetti di caricatura stereotipata.
Per fortuna, invece, presto la regia dirotta la nostra attenzione verso la problematica famiglia di lei, vero centro del film, nei cui conflitti interni tutti noi riconosciamo il nostro mondo con le sue evidenti contraddizioni, mentre gli ideali e la realtà, confrontandosi, ripropongono ancora il tema dell’accoglienza e della diversità dopo che i fatti dell’11 settembre 2001 avevano messo in crisi le più diffuse convinzioni democratiche per effetto della paura. L’avvicinamento difficile di Kumail a Beth e Terry, i genitori di Emily, sarebbe avvenuto nelle drammatiche circostanze a cui il titolo originale accenna: la grave malattia di lei, durante la quale Kumail avrebbe compreso molte cose sull’amore, sul futuro e sul senso della vita… Altro non intendo aggiungere, se non che il film, per il modo non sdolcinato del racconto, per i temi molto seri che propone, per l’ottima interpretazione dei bravissimi attori (soprattutto di Emily, Zoe Kazan, la nipote del grande regista Elia Kazan), è da vedere. Forse non è un capolavoro, ma è una gradevolissima e bella sorpresa.