La tenerezza



recensione del film:
LA TENEREZZA

Regia:
Gianni Amelio

Principali interpreti:
Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti,Greta Scacchi, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Enzo Casertano – 103 min. – Italia 2017.

Gianni Amelio è tornato sul set  per raccontare una storia napoletana che, con molta libertà, si ispira al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone.
Lorenzo, un vecchio signore già famoso (o, meglio, famigerato, come egli stesso si definisce) avvocato civilista, ha passato la vita nelle aule del tribunale di Napoli, per difendere, assecondandone la volontà truffaldina, gli “interessi” dei clienti delle compagnie di assicurazione.
Aveva moglie e figli, ma li aveva abbandonati senza troppi scrupoli per vivere una storia con Assunta (Maria Nazionale), a sua volta improvvisamente abbandonata per fare ritorno a casa dopo molti anni. Adesso è vedovo ed è solo, perché i figli, Elena (Giovanna Mezzogiorno) e Saverio (Arturo Muselli) non gliel’avevano perdonata e, anche ora, da adulti, provano poco affetto per quel padre che si era eclissato senza più interessarsi di loro.
Lorenzo, all’inizio del racconto, aveva avuto un infarto ed era in ospedale alle prese con flebo e cateteri, ovvero con la triste routine terapeutica di quel luogo un po’ troppo costrittivo per il suo carattere bizzarro e anarcoide: se ne sarebbe liberato presto, strappando via rabbiosamente le lunghe cannule che imbrigliavano il suo corpo e se ne sarebbe tornato nella sua casa vuota, riprendendo a fumare compulsivamente.
Il rientro sarebbe stato pieno di sorprese: Fabio, ingenere del nord-est italiano (Elio Germano), si era sistemato con la moglie Michela (Micaela Ramazzotti) e i due figlioletti in un appartamento attiguo al suo. Siamo in un palazzo, bello e degradato, come il circostante centro storico napoletano che del suo nobile passato esibisce ancora qualche traccia. Con la famiglia di Fabio, quasi subito sarebbe nata una cordiale amicizia, cementata dalla dolcezza semplice di Michela e dall’attenzione affettuosa del vecchio Lorenzo per i due piccoli, con i quali egli era riuscito a stabilire un ricco dialogo, fatto di indulgente tenerezza. Quasi irriconoscibile, venuta meno l’impazienza e l’insofferenza del soggiorno in ospedale (e di tutta la vita), era diventato adesso il suo comportamento, che rivelava un’insolita disposizione dell’animo, come se una mitezza dolce, sconosciuta, stesse impadronendosi di lui, ora più incline a riflettere sul proprio passato, senza rinnegarlo, però, anzi, orgogliosamente rivendicandolo.
Un drammatico e inatteso fatto di sangue, coinvolgendo di lì a poco la famiglia dei suoi vicini, era sembrato concludere la stagione più felice dei suoi anni da vecchio. Probabilmente, tuttavia, avrebbe potuto ricuperare l’affetto di quei figli ai quali in passato si era negato, soprattutto di Elena, la più incline al perdono, madre del nipotino molto amato, grazie al quale, forse, Lorenzo avrebbe riannodato i legami con ciò che gli era rimasto della famiglia. Gli occorreva sciogliere la durezza orgogliosa del suo cuore e lasciare alla tenerezza mite e indifesa lo spazio necessario, finalmente! Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato!

Amelio ci racconta una storia interessante e ci presenta alcuni caratteri umani ben disegnati, il più convincente dei quali è certamente quello di Lorenzo, superbamente interpretato da un grande Renato Carpentieri, tanto più umanamente vero quanto più determinato nel difendere il proprio passato del quale non intendeva rendere conto, né ai figli, né all’antica amante, che inopinatamente aveva voluto rivedere. In questa spigolosa testardaggine, in questa pervicace ostinazione è riconoscibile la sua grande fragilità, non avendo il coraggio e la forza d’animo necessari per ammettere il proprio bisogno di tenerezza, ovvero per riconoscere i propri errori. Detto ciò, il film non è immune da difetti, il primo dei quali è l’affastellarsi di personaggi promettenti, ma non altrettanto umanamente indagati: quello della contraddittoria Elena e del fratello Saverio, ma soprattutto quello di Fabio, benissimo interpretato da Elio Germano, la cui depressione, la nevrosi che avrebbe fatto scaturire la tragedia, era meritevole di un’attenzione maggiore. Tutto il film è inoltre molto parlato, mentre gli gioverebbe una maggiore sobrietà, la sublime secchezza, che, ad esempio, aveva saputo usare, lavorando in sottrazione, il grande Kenneth Lonergan, in Manchester by the sea, alla quale ho pensato mentre scorrevano insieme alle immagini le troppe parole di questo film, che, va detto, però, in ogni caso, è notevole nel desolante e desolato panorama del nostro strampalato cinema. Eccellente, ma forse è superfluo dirlo, la fotografia di Luca Bigazzi, nel ritrarre una Napoli oscura e difficile, lontana dai cliché turistici del sole e del mare che luccica.

Personal Shopper


 

recensione del film:
PERSONAL SHOPPER

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten, Sigrid Bouaziz, David Bowles – 105 min. – Francia 2016.

Maureen (Kristen Stewart) è una giovane americana che fa un lavoro insolito: è personal shopper (ovvero si occupa degli acquisti di lusso) per conto di Kyra, attrice famosa, che nel racconto compare così fugacemente, da non essere in alcun modo individuabile come volto del film.
Nel suo spostarsi fra le capitali europee del lusso e del prestigio, Londra e Parigi, Maureen porta con sé (come sempre accade quando si viaggia), i problemi che la turbano e sui quali non smette di interrogarsi. La sua breve vita era stata di recente sconvolta dalla perdita del proprio fratello gemello, Lewis, portato via da un’improvvisa crisi cardiaca, esito di una malformazione congenita presente anche in lei, né la medicina, le aveva spiegato granché di quella morte, così come non le aveva chiarito perché quel difetto al cuore, comune a entrambi, non avesse stroncato anche lei, ora alle prese con un lutto difficile, e con un senso di vuoto che era, soprattutto, un vuoto di identità.

Con quel suo fratello speciale, Maureen aveva condiviso una particolare e acuta sensibilità “medianica”, ovvero l’attitudine a cogliere segnali che sembravano provenire da un altrove, a cui nessuno dei due attribuiva carattere trascendente: erano visioni, presenze, rumori, quasi epifanie di una vita altra, fenomeni ignorati dalla scienza ufficiale, ma ben presenti forse anche ora, quando, durante i suoi viaggi,  la giovane cercava di individuare affannosamente le tracce di quella presenza che non poteva averla abbandonata. Forse i segnali erano quelli dell’ interlocutore misterioso della chat che la stava seguendo ovunque; o forse si trovavano in quella casa della periferia parigina infestata da fantasmi rumorosi e cattivi, o forse in quell’angosciosa e lieve epifania danzante di un ectoplasma che era apparso dietro le tende del suo albergo nel deserto di una città nordafricana. Forse, invece, queste presenze non erano altro che le proiezioni della sua mente che cercava di dare un senso agli elementi slegati della sua esperienza che non sembrava averne alcuno, o delle sue angosciose ricerche di segnali non equivoci che tardavano ad arrivare, poiché elaborare un lutto può richiedere molto tempo, mentre non è sufficiente appellarsi alla razionalità per superare le lacerazioni e il senso irreparabile di insicurezza e di vuoto che la morte improvvisa di una persona cara lascia a chi sopravvive.

Il regista affronta, con una singolare mescolanza dei generi cinematografici e anche delle tradizioni culturali europee e americane, il tema della perdita e del senso della vita, con una operazione non priva di rischi, il primo dei quali era quello di cadere nel ridicolo dell’esoterismo grossolano dei film di fantasmi. Non sempre, probabilmente, è bastato al regista il rigore della narrazione, pur presente e apprezzabile soprattutto nella prima parte del film, per evitarlo del tutto: certe immagini di materializzazione degli ectoplasmi, personalmente, mi sono sembrate ingenue e fastidiose.
Allo stesso modo non mi hanno convinta del tutto né l’evocazione “in costume” dell’esilio americano di Victor Hugo, né l’inserimento di trame cruente e delittuose in un film che contiene in sè sufficienti elementi di tensione per lo spettatore. Si è trattato, in ogni caso, di un esperimento registico interessante, che non ha meritato, secondo me, le denigrazioni di cui è stato fatto oggetto a Cannes lo scorso anno, che la giuria ha in parte compensato con l’attribuzione della Palma d’argento ad Assayas per la miglior regia. Ottima l’interpretazione di Kristen Stewart, grazie alla quale il personaggio di Maureen è risultato umanamente credibile nella sua tenera fragilità.

Mal di pietre


recensione del film:

MAL DI PIETRE

Titolo originale:
Mal de Pierres

Regia:
Nicole Garcia

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Daniel Para, Sören Rochefort, Camilo Acosta Mendoza – 16 min. – Francia 2016.

Provenza – Anni ’50
Sullo sfondo suggestivo dell’abbazia di Sénanque e dei campi di lavanda che la circondano, aveva vissuto la propria adolescenza tormentata Gabrielle (Marion Cotillard). Ai mutamenti del corpo e alla tempesta ormonale conseguente, la giovane aveva reagito cercando di dissimulare debolmente le prepotenti pulsioni sessuali sotto il velo dell’amore passionale, alimentato dalle letture romanzesche consigliate dall’insegnante-bibliotecario locale, colui che sarebbe diventato la futura vittima della sua esuberanza amorosa. Durante una festa sociale, infatti, costui se ne era arrivato accompagnato dalla moglie incinta ed era stato pubblicamente aggredito da Gabriella, le cui escandescenze erano da tempo oggetto delle preoccupazioni dei suoi genitori, ricchi possidenti agrari. La giovane fu messa davanti all’alternativa: o un matrimonio al più presto, con l’onesto operaio José Rabascal (Alex Brendemühl), un esule catalano dopo la vittoria franchista del 1939, che ne apprezzava da tempo grazia e bellezza, oppure il manicomio per il resto dei suoi giorni, unico rimedio praticato nei casi in cui la vivacità sessuale femminile si fosse fosse spinta in modo imbarazzante troppo oltre l’accettabile, secondo le convenzioni del tempo. Gabrielle, pertanto, era diventata moglie di un marito non voluto, che avrebbe a lungo respinto, il quale aveva accondisceso al rapporto asimmetrico con lei, nella speranza di riuscire, col suo comportamento paziente e devoto, a far breccia prima o poi nel suo cuore.

In un lussuoso sanatorio svizzero dove la donna era stata ricoverata per curarsi dei calcoli renali (il mal di pietre) di cui soffriva e che le impedivano di diventare madre, sarebbe avvenuto, però, l’incontro fatale e imprevedibile con André (Louis Garrel), un ufficiale dell’esercito francese in Indocina, ferito a morte e circondato dall’aura fascinosa dell’eroe “bello di fama e di sventura”.
Nel folle amore passionale per lui, Gabrielle, del tutto priva del senso della realtà, sembrava aver trovato, finalmente, la risposta alle proprie ossessioni, ma si era trattato di una risposta dissociata e allucinatoria, di cui, solo molto più tardi avrebbe avuto piena coscienza.

Rifacendosi al romanzo italiano omonimo della scrittrice sarda Milena Agus (2002), la regista Nicole Garcia sembra aver soddisfatto pienamente le attese della sua ispiratrice; non altrettanto si può affermare per il pubblico cinefilo di Cannes, che lo scorso anno espresse il proprio dissenso, anche con molto clamore, rispetto a questa pellicola lacrimosa, che offre davvero poche occasioni di empatia con la protagonista della storia. Gabrielle, infatti, nonostante l’ottima e misurata interpretazione della bravissima Marion Cotillard, non riesce a catalizzare attorno a sé molto altro che la pena e il disagio che si prova generalmente nei confronti di chi è incapace di qualsiasi approccio razionale col mondo. Personalmente, pur ritenendo che la prima parte del film presenti una buona ricostruzione del milieu, legato ai pregiudizi largamente presenti nelle campagne non solo francesi, che si alimentavano della secolare diffidenza nei confronti della sessualità femminile, il film mi è sembrato degno di nota solo per le bellissime immagini della lavanda e dell’abbazia di Sénanque, poiché evoca nel mio cuore luoghi a cui sono affettivamente molto legata. Questa, però, è un’altra storia!

Virgin Mountain


recensione del film:
ViRGIN MOUNTAIN

Regia:
Dagur Kári

Principali interpreti:
Gunnar Jonsson, Ilmur Kristjánsdóttir, Sigurjón Kjartansson, Franziska Una Dagsdóttir, Margrét Helga Jóhannsdóttir  – 94 min – Islanda 2015.

Fùsi (Gunnar Jonsson) ha più di quarant’anni, è obeso e lavora in un aeroporto islandese così instancabilmente che da anni non va in ferie. È un omone grande e grosso; forse per questo non gli sembrano faticose le mansioni del carico e dello scarico di merci e bagagli, che spesso svolge anche per conto di colleghi meno robusti e più sfaticati di lui, i quali invece di mostrargli gratitudine, lo fanno oggetto di un continuo e crudele mobbing che subito egli perdona, grazie alla sua connaturata mitezza.
In realtà Fùsi ha trovato, fuori dall’aeroporto, un modo di vivere non privo di qualche piccolo piacere e di qualche gratificazione: si diletta di simulare le grandi battaglie della storia, che ha studiato bene e che vuole ricostruire con precisione, disponendo sul plastico dei campi di battaglia, che ha accuratamente riprodotto, i modellini dei mezzi e dei soldati che vi hanno partecipato, aiutato in questo da un amico che lo stima e ne accetta le stravaganze senza problemi. Non ha grandi pretese, per il resto: è abitudinario nei cibi, così come nella vita quotidiana con sua madre, la sola donna della sua esistenza: non ha mai avuto, infatti,  storie d’amore.
Il ritratto che il regista delinea, nella prima parte del film, è quello di un uomo che probabilmente ha paura di vivere, ma che ha saputo trovare un certo rassegnato equilibrio fra ciò che vorrebbe essere e ciò che non ha il coraggio di essere e che, accontentandosi di poco, vorrebbe continuare a fare le cose che ha sempre fatto, senza doversene giustificare. Naturalmente, in una società che, anche in Islanda, diventa sempre meno tollerante della diversità, nei confronti della quale, anzi, molti nutrono una profonda diffidenza, i suoi comportamenti un po’ infantili, per quanto innocui, suscitano più di un sospetto e gli procurano un po’ di guai, seguiti da molto dolore e sofferenza.
Sarà una donna, Sjöfn (Ilmur Kristjánsdóttir), sola e piena di problemi, a prospettargli la possibilità di una vita diversa, una svolta vera che lo porterebbe finalmente fuori dalla “protezione” materna molto soffocante, per affrontare la vita insieme a lei. Chiudo con queste parole ogni altra anticipazione sui complessi sviluppi del film.

Il regista rivela una eccezionale finezza di analisi psicologica nel ritrarre Fùsi, uomo tanto enorme nell’aspetto, quanto fragile e indifeso nella realtà; così come narra con molta delicatezza il nascere in lui del sentimento d’amore che non è mai disgiunto dalla volontà di proteggere Sjöfn, donna forte solo in apparenza, ma in realtà alla disperata ricerca di qualche solido e affettuoso riferimento, sul quale contare. Di grande sensibilità espressiva e di assoluto rilievo l’interpretazione di Fùsi, ma, sia pure con ruoli meno impegnativi, tutti gli attori appaiono molto bravi e ottimamente diretti. Un piccolo film, spesso triste, ma non del tutto chiuso alla speranza. Da vedere.

L’altro volto della speranza


recensione del film:
L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

Titolo originale:
Toivon tuolla puolen

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen, Simon Al-Bazoon, Kati Outinen, Tommi Korpela, Ville Virtanen, Matti Onnismaa – 98 min. – Finlandia 2017.

L’incontro era stato violento: un pugno del giovane Khaled (Sherwan Haji), prontamente restituito dal meno giovane Wikström (Sakari Kuosmanen); sangue dal naso per entrambi,  sommaria medicazione e improvviso e sorprendente rovesciamento della situazione, in puro stile Kaurismaki, il regista che aveva già presentato Khaled, ma che aveva detto poche (e ambigue) cose su Wikström. L’avevamo visto, infatti, lanciare la propria fede nuziale, insieme a un mazzo di chiavi, verso la moglie, una rugosa signora, tabagista e alcolista, offesa da quel gesto così poco gentile. L’uomo se n’era, quindi, andato con la sua vecchia auto, sistemandovi i bagagli pieni di camicie, per rivenderle a stock (e a stento); si era infine giocato i magri incassi ottenuti, al poker; aveva stravinto, letteralmente sbancando il casinò e lasciando allibiti e furibondi tutti, dai giocatori al direttore di sala, che minacciosamente lo aveva pregato di non provarci un’altra volta. Aveva preteso di incassare la vincita in contanti, Wikström, poiché in contanti avrebbe comprato La pinta d’oro, ristorante sull’orlo del fallimento, in cui lavoravano ormai da mesi senza stipendio tre persone. Apparentemente, perciò, si sarebbe detto un uomo duro, forse un baro, forse un malavitoso, troppo attento a lasciare poche tracce degli “affari” che aveva in animo di condurre.

Khaled, invece era un siriano di Aleppo: la sua casa era stata bombardata; i suoi genitori erano morti; si era salvato fuggendo, insieme alla sorella, che aveva perso di vista seguendo le vie di fuga dei disperati che, come lui, cercavano un futuro certamente di lavoro, di sacrifici, ma anche dignitoso e sicuro. Era arrivato in Finlandia, a Helsinki, fortunosamente, accettando di viaggiare immerso nel carbone stivato in una nave. Intendeva chiedere l’asilo politico, convinto che sarebbe stato facile. L’avevano accolto, invece, con fredda e formale gentilezza: aveva fatto il giro degli uffici  di polizia, si era lasciato interrogare e aveva spiegato la sua disperata situazione nei dettagli, ma il suo dossier era diventato una pratica burocratica come le altre, alla quale avrebbe risposto con parere negativo la Commissione apposita: lo avrebbero riaccompagnato in Siria. Era riuscito a fuggire e a rifugiarsi nel retro del ristorante di Wikström, dove, sorprendentemente, dopo lo scambio dei pugni, avrebbe trovato lavoro e accoglienza, solidarietà e qualche speranza per il futuro. Non racconto altro.

Come nei suoi precedenti film, Kaurismaki segue con partecipazione le storie dei personaggi che ama: i perseguitati dalla sorte, gli emarginati, e gli “irregolari”, quelli che non accettano di adeguarsi ai disvalori diffusi; quelli che non si integrano, quelli che non sopportano l’omologazione. Con il suo narrare amabile e poetico, senza moralismi e prediche inutili, egli ci trasporta come sempre nel mondo alternativo che gli piace, quello degli uomini un po’ folli, dei creativi fantasiosi che si inventano con pochi  mezzi un modo di sopravvivere gratificato dall’amore e dalla solidarietà. Da regista attento ai problemi del mondo, tuttavia, egli non vuole soltanto raccontare la favola bella (che sarebbe sciocca) di chi s’illude facilmente che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto in un momento storico come quello di oggi, di fronte all’immane tragedia dell’emigrazione dall’Africa e dal Medio oriente. Kaurismaki ha ben presente la deriva xenofoba e razzista che sta attraversando l’Europa e che coinvolge persino un paese apparentemente tranquillo come la Finlandia; così come ha orrore per la barbarie che rende insicura e precaria la vita del protagonista, di cui è difficile prevedere la sorte, mentre gli appare del tutto inadeguata un’accoglienza tanto politicamente corretta quanto burocratica e lontana dalle esigenze dei profughi che vorrebbero, come Khaled, rapidamente integrarsi. Il film, bellissimo,  ci lascia quindi un messaggio di speranza e insieme di realismo, l’altro volto, appunto di quella speranza che non si rassegna a morire.

 

Mister Universo


 

 

recensione del film:
MISTER UNIVERSO
Docu-fiction

Regia:
Tizza Covi, Rainer Frimmel

Principali interpreti:
Tairo Caroli, Wendy Weber, Arthur Robin, Lilly Robin – 90 min. – Austria, Italia 2016.

Tizza Covi che, insieme allo sceneggiatore Rainer Frimmel, firmò il bellissimo docu-film del 2009 Non è ancora domani – La pivellina  (si era visto  nelle nostre sale per pochi giorni nel corso del 2010) è tornata ad allietarci con un altro bel lavoro girato ancora con lo stesso partner. Di nuovo al centro del suo cinema il mondo sempre più marginale degli artisti circensi e di tutti coloro che lavorano nell’universo magico dei trapezisti, dei giocolieri, dei domatori, degli illusionisti, dei clown…Mister Universo è al momento del film un vecchio signore molto anziano, di nome Arthur Robin, da tempo ormai fuori dal circo in cui aveva fatto il sollevatore di pesi. Il suo eccezionale corpo muscoloso nel 1955 gli era valso il titolo di Mister Universo, nonché l’ammirazione di molte signorine, fra le quali egli aveva trovato la moglie Lilly, alquanto più giovane e tuttora fedele sostegno dei suoi giorni da vecchio. Nonostante l’aspetto ancora gradevole e giovanile, Arthur non riesce più a curvare, come in passato, le barre di ferro per creare gli amuleti ricercati nel mondo del circo, dove molte attività pericolose sembrano destinate all’insuccesso senza la garanzia …dei ferri di cavallo. Per ricuperare appunto uno di quei portafortuna, che gli era stato rubato, il domatore dei grossi felini, Tairo Caroli, protagonista del film, si mette alla ricerca di Arthur, mentre la contorsionista Wendy Weber si organizza per imparare a cacciare il… malocchio.
Con ironia bonaria i registi seguono le peripezie dei due protagonisti, ma in realtà scavano nelle ragioni vere della crisi di quel tipo di spettacolo, che non trova più nei bambini, nativi digitali e ormai smartphone-dipendenti, il pubblico elettivo, cosicché ora i numeri, anche quelli più emozionanti, si svolgono davanti a un pugno di spettatori, ignari delle sofferenze degli animali vecchi e malati, ancora costretti a esibirsi, delle tensioni fra gli addetti che si incolpano a vicenda per le difficoltà crescenti, delle malattie reumatiche che minano la salute di Wendy e di tutti quelli che esibiscono con apparente naturalezza il loro corpo dolorante. Tutto questo mondo che si muove fra la crisi, temo irreversibile, e il rimpianto di un passato che non può tornare, è detto con delicata simpatia per gli sconfitti, che con commovente ostinazione non vogliono arrendersi al cambiamento velocissimo che li sta marginalizzando. Allo stesso modo non si arrendono Tizza Covi e Rainer Frimmel che persistono a girare i loro umanissimi documentari su pellicola, rifiutando la resa al piatto mondo del digitale. Con quali prospettive? Per ora con un certo successo nella nicchia di un pubblico di gusti raffinati, ma anche col riconoscimento delle giurie internazionali, come dimostra la menzione speciale che questa bella coppia di cineasti ha ottenuto al recente festival di Locarno.

Il padre d’Italia


recensione del film:
IL PADRE D’ITALIA

Regia:
Fabio Mollo

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola – 93 min. – Italia 2017

Siamo sempre più coscienti che la tenerezza materna, convenzionalmente ritenuta una naturale disposizione dell’animo femminile, sia una qualità umana che possiedono in ugual misura anche molti maschi della nostra specie, che possono perciò svolgere molto bene il ruolo dell’accudimento materno, contrariamente a ciò che si era creduto nel corso dei secoli. Anche se in Italia questa verità è accettata con molta difficoltà per il persistere di inveterati pregiudizi, in molti stati nord europei, nei paesi francofoni in Europa e in America, nonché nel mondo anglosassone è stata da tempo accolta e regolamentata anche a livello giuridico.
Nel 2009 François Ozon ci aveva raccontato, in un film molto bello, Il rifugio, la storia di una giovane donna incinta che non aveva accettato di diventare madre: aveva perso imprevedibilmente il proprio compagno e non si sentiva pronta per quel compito che riteneva troppo impegnativo per lei. Avrebbe portato a termine la gravidanza, ma avrebbe lasciato il proprio bebè alle cure di Paul, il fratello gay del suo giovane fidanzato scomparso, di cui conosceva il profondo desiderio di avere un figlio a cui dare e da cui ricevere affetto.
Il regista italiano Fabio Mollo con questo film, si inserisce in qualche misura nella discussione in corso nel nostro paese su questo tema, raccontandoci una storia che con quella di Ozon ha molti aspetti in comune, a cominciare dal nome del protagonista, Paolo, che è gay come Paul e che sente come Paul di poter dare affetto e protezione alla neonata creatura che una giovanissima fanciulla, Mia, aveva partorito prematuramente, per abbandonarla subito dopo il parto. Nelle mani del regista italiano, però, la vicenda di Paolo e Mia è fin dal primo momento una una storia improbabile e strampalata, che inizia con un inverosimile incontro fra lei, Mia (Isabella Ragonese), incinta, e lui, Paolo (il bravissimo Luca Marinelli), in un locale dei gay torinesi nel quale egli era andato per trovare consolazione a una recente delusione d’amore.

Dal loro primo fortuito incontro era iniziata la storia di solidarietà-attrazione (si potrebbe dire, forse, invidia dell’utero gravido) che avrebbe portato Paolo a seguire Mia (abbandonando il proprio lavoro che, per quanto precario, gli dava da vivere), ad accettarne bugie, incoscienza irresponsabile e trasgressioni incredibili in un viaggio lungo la nostra penisola, durante il quale avrebbe maturato la decisione di riconoscere il figlio non suo, di cui lei non voleva occuparsi affatto. Non intendo ulteriormente addentrarmi nei particolari della vicenda, molto debole per le numerose incongruenze, per la sommaria analisi psicologica del personaggio di lei (assimilabile a troppe protagoniste “sbiellate” della commedia italiana), per la stereotipata rappresentazione del sud italiano, nonché per l’eccessivo uso di metaforoni banali (quegli oscuri tunnel che lasciano intravvedere una lontana uscita luminosa, forse li abbiamo già visti un po’ troppe volte per commuoverci!). I due protagonisti sono bravi attori un po’ sprecati in questo road- movie secondo me poco convincente. Peccato!

Jackie


schermata-2017-02-24-alle-16-50-30recensione del film:
JACKIE

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, John Carroll Lynch, Beth Grant, Max Casella, Caspar Phillipson, Sunnie Pelant, Corey Johnson – 91 min. – USA, Cile 2016

Chi si illude che questo film permetta di acquisire qualche informazione in più sull’oscuro assassinio (1963) di John Kennedy, da soli due anni presidente degli Stati Uniti, o sulla sua graziosa e chiacchieratissima moglie Jacqueline certamente ne riporterà una delusione. Allo stesso modo era rimasto deluso chi si aspettava dalla visione di Neruda la celebrazione del rivoluzionario vate quale omaggio a un poeta morto opponendosi a Pinochet.
L’intento di Larrain, in tutti i suoi film, mi sembra sia stato sempre quello di portare alla luce l’essenza umana dei suoi eroi-personaggi, indagando la loro verità più profonda alla luce dei condizionamenti del loro tempo. Sotto questro aspetto Tony Manero o Padre Vilar non sono meno “veri” di Neruda, realmente vissuto; così come, rovesciando la questione, Neruda, è nel film di Larrain, altrettanto immaginario quanto Tony Manero: la loro verità è tutta interna all’opera di cui diventano protagonisti, veri e falsi in ugual misura. Paradossalmente, però, spesso, meglio di un documentario, di un’inchiesta giornalistica o di un saggio biografico ci aiutano a capire un’intera epoca storica. Questo lungo preambolo non può che valere anche per l’ultima fatica di Larrain, Jackie, ovvero la falsa-vera biografia di Jacqueline Kennedy.

Jackie è il nomignolo col quale Jacqueline era chiamata dal marito John, che a sua volta lei chiamava Jack. Il particolare ha una funzione narrativa; non solo ci introduce all’interno della vita della coppia presidenziale, ma dentro il progetto (che era di entrambi ma che fu portato avanti da lei) di creare attorno a quella coppia, un ampio consenso popolare, grazie all’uso della televisione, già molto presente all’epoca nelle case americane. Tutta di Jackie era stata l’iniziativa di trasformare la Casa Bianca in un luogo di incontro dei grandi personaggi della cultura e dell’arte contemporanea; di tenervi concerti; di arredare alcune stanze in modo che ricordassero la storia americana, soprattutto quella grande storia di libertà e giustizia incarnata dal Presidente Abraham Lincoln, che a quegli ideali aveva sacrificato la propria vita. Da Jack, invece, era arrivato il suggerimento delle visite televisive alla Casa Bianca: la graziosa Jackie, in funzione di impacciata accompagnatrice, a illustrare, spiegare, raccontare, mentre milioni di americani guardavano con interesse e simpatia l’insolita attenzione (vera o presunta) nei loro confronti. Naturalmente quell’ondata di ammirazione era per lei, che tuttavia, leale nel gioco di squadra, la rifletteva sul marito, accontentandosi di giocare di rimessa, e godendo dei privilegi che in ogni caso le arrivavano grazie a lui. Su questa “vita di corte”, allietata dalle feste danzanti del bel mondo di allora, sulle note del musical Camelot, si abbatté, come un fulmine a ciel sereno, l’attentato di Dallas, che in poche ore mise fine a ogni spensierato e spregiudicato sogno di gloria e di potere, annullò il ruolo di Jackie, che ancora sotto choc per la feroce crudeltà dell’attentato, era stata costretta a sgombrare il campo subito, per far posto al nuovo presidente. Era ben decisa, però, a non lasciarsi travolgere e soprattutto a non accettare l’irrilevanza cui sembrava destinata ora, senza rimedio.

Il film, a questo punto entra nel vivo della storia che è il racconto di come, utilizzando tutta la determinazione dura e spregiudicata di cui era capace, Jackie fosse riuscita a imporre a tutti, attraverso l’imponente funerale, non solo la glorificazione del suo Jack, ma l’immagine epica di lui, degno, come Lincoln, della sepoltura ad Arlington nel cimitero degli eroi, in una tomba di famiglia, per realizzare la quale erano stati esumati i corpi dei due figli morti precocemente, uno alla nascita e l’altro al terzo giorno di vita.
Il film racconta tutto ciò attraverso un complesso capolavoro di montaggio in cui si alternano autentiche immagini di repertorio con altre girate con la pellicola e la macchina dell’epoca, perché si ricostruissero in modo perfetto quelle ritrovate delle “visite alla Casa Bianca”* . A queste immagini, vere e quasi vere, si affiancano quelle che costituiscono la narrazione di tutta la storia, ricomposta attraverso una serie di rimandi al passato, di memorie riemerse durante il racconto-intervista- confessione che Jackie, a pochissimi giorni dal funerale di Jack, aveva rilasciato a un giornalista, dal quale aveva preteso la supervisione del racconto e la cancellazione di tutte le parti che avrebbero diffuso della coppia presidenziale e di lei, un’immagine forse più veritiera, ma molto meno perfetta. Fra queste colpiscono la lunga conversazione col prete cattolico (John Hurt al suo ulimo film); l’ammissione di un matrimonio più deludente del previsto e della sua conseguente sublimazione; l’affannosa ricerca di un perché destinata a rimanere senza risposta.

Altrettanto rimangono senza risposta nella mente dello spettatore altre domande. Chi era veramente, al di là della gloria postuma voluta da Jacqueline, John Kennedy ; quali erano stati i suoi meriti politici, al di là dei bellissimi discorsi che tutti abbiamo ammirato? A chi era giovato, inoltre, il frenetico attivismo di Jackie per ammantare di gloria una presidenza alquanto incolore, almeno fino a quel momento, se non a se stessa, che da allora aveva costruito di sé quell’icona di eleganza e bellezza, di “principessa consorte” che sempre l’avrebbe accompagnata? Quel dolore profondo era un dolore rabbioso per l’improvviso mutamento della propria sorte o era un dolore vero e rabbioso insieme?

Il racconto, come spesso quelli di Larrain, riflette sul potere, sull’utilizzo dei mass-media nel costruire il consenso politico; sulla potenziale falsità, camuffata da verità che trasforma  uomini (e donne) senza qualità in idoli mitici. Magnifico e complesso film, di non facile lettura, interpretato con grande professionalità da una Natalie Portman davvero da Oscar.

*alle quali non sarebbe stato possibile sostituire con elaborazione digitale (se non con costi proibitivi) la vera Jackie con Natalie  Portman

Un re allo sbando


schermata-2017-02-13-alle-15-16-49recensione del film:
UN RE ALLO SBANDO

Titolo originale:
King of the Belgians

Regia:
Peter Brosens, Jessica Woodworth

Ptincipali interpreti:
Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen – 94 min. – Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.

Una tempesta elettromagnetica di proporzioni inusitate e del tutto imprevedibile aveva scombinato i piani per il rientro in Belgio dalla Turchia (dove si trovava in missione diplomatica) del re Nicolas III (Peter Van den Begin), anche se l’emergenza gli imponeva di tornare al più presto. Era accaduto, infatti, che, mentre egli stava svolgendo il proprio compito, il Belgio si fosse diviso: i Valloni non avevano più voluto condividere le proprie sorti con i Fiamminghi e avevano proclamato la propria indipendenza. Purtroppo, le onde elettromagnetiche impazzite non permettevano né i voli aerei, né le telefonate internazionali, né la navigazione satellitare con cui si muoveva l’attrezzatissima limousine del re e del suo seguito. Un bel guaio, per quel re spilungone e incolore, grigio nell’abito e nel comportamento, così poco popolare da aver indotto la regina, a lanciare una campagna mediatica che lo riavvicinasse ai sudditi, cogliendo proprio l’occasione di quel viaggio in Turchia. Gli era stato messo al seguito, a questo scopo, un giornalista inglese con passato da cineasta (Pieter van der Houwen), tale Duncan Lloyd, col compito di ridisegnarne l’immagine sbiadita, rendendola più accettabile e più umana. Nicolas III, però, non avrebbe potuto concludere la sua missione, non rappresentando più il Belgio, ormai inesistente, e neppure avrebbe potuto continuare nel suo viaggio. Da questo momento ha inizio il racconto delle peripezie del re e del suo seguito per rientrare in patria, sotto la guida di Duncan Loyd che conosceva la realtà dell’Europa dell’Est, avendone seguito le vicende dalla caduta del muro di Berlino.


Il film è quindi uno strano Road Movie, che in seguito diventerà un Boat Movie per il perdersi nel nulla di molte strade in seguito alle guerre balcaniche: erano diventati introvabili persino i mezzi di fortuna (trattori, furgoni, tagliaerba) che il gruppo del re aveva usato, tappa per tappa, perciò la barca era diventata il necessario mezzo per raggiungere l’Italia e finalmente Bruxelles (onde elettromagnetiche permettendo).

Seguire le peripezie del gruppo significa ripercorrere l’anomala odissea di dignitari e sovrano alla ricerca di un modo per riannodare i rapporti interrotti dall’impazzimento generale, che, come le strade balcaniche, non stava portando da nessuna parte, ma che per un certo tempo aveva permesso a ciascuno, in primo luogo al re, di non vergognarsi della propria umana fragilità, ma di riconoscerla, ritrovando se stesso e le ragioni della propria esistenza, liberandosi dei formalismi insopportabili di riti monarchici vetusti e improponibili. Si trattava per lui, allora, probabilmente di ricuperare in modo credibile l’“etica della responsabilità”, di weberiana memoria: al raggiungimento di questo scopo Nicolas, sempre più metafora del potere nello stato moderno, fondato sull’ascolto, sulla condivisione dei problemi, e sul consenso non solo mediatico, si sarebbe dedicato, finalmente, con piena convinzione.
Il film, molto applaudito al festival veneziano in cui era stato presentato nella sezione Orizzonti, procede in modo alquanto sgangherato e, al di là di ogni altra plausibile lettura, oscilla fra registri narrativi abbastanza incerti, ciò che appesantisce spesso il racconto, che pure è interessante e intelligente, e che spesso, a tratti, è spiritoso e divertente.
Da vedere, se la distribuzione lo permetterà.

P.S. Comunico ai miei lettori, con vanitoso piacere, che questa recensione è stata collocata tra le 150 External Reviews a questo film di Internet Movie Data Base.

 

Billy Lynn-Un giorno da eroe


schermata-2017-02-06-alle-23-30-23recensione del film:
BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE

Titolo originale:
Billy Lynn’s Long Halftime Walk

Regia: Ang Lee

Principali interpreti:
Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Makenzie Leigh, Vin Diesel, Steve Martin, Deirdre Lovejoy, Ben Platt, Tim Blake Nelson, Beau Knapp
– 113 min. – USA, Gran Bretagna, Cina 2016.

Questo film è stato girato in HFR (120 frame al secondo – la normale riprese cinematografica non va oltre i 24 – 4k di risoluzione e 3D), perciò il film che vediamo è diverso da quello pensato da Ang Lee, che si può vedere in pochissime sale al mondo. È un bel film ugualmente, ma ne è stato ugualmente penalizzato visto che è passato come una meteora e subito ritirato dalle nostre sale. Peccato!

Non aveva potuto scegliere Billy, un ragazzo texano, quando per sfuggire a una condanna, si era arruolato come volontario nella fanteria americana, dopo di che, debitamente addestrato, era stato spedito in Iraq. Lì, aveva potuto misurare quanto grande fosse lo scarto fra una guerra vera e l’immagine che se ne fa chi non avendola mai vista, si accontenta della sua rappresentazione mediatica, mettendosi in pace la coscienza e vivendo senza rimorsi in questo nostro mondo occidentale, seducente e feroce. Billy, invece, aveva presto capito come fosse inutile illudersi che esistesse una guerra intelligente e pulita, in cui non ci si “sporca”, poiché si utilizza una tecnologia infallibile, chirurgica nella sua precisione distruttiva: la prudenza, le “coperture” a colpi di mitra e bombe a mano non erano state sufficienti a salvare la vita di uno dei suoi compagni di plotone, la Bravo Squad, né erano bastate a proteggere lui, attaccato alle spalle e prossimo a morire, tanto che aveva dovuto risolvere a coltellate il corpo a corpo. Ancora una volta non aveva potuto scegliere, poiché la guerra è una terribile trappola per chi la subisce ma anche per chi la combatte e non si rallegra della morte di un amico, né di quella di un nemico, di cui ha visto lo sguardo dapprima feroce, poi impaurito e angosciato. Era stato brutto vivere quei momenti, brutto comprendere che dietro l’ineluttabilità stavano opzioni politiche per lo meno discutibili, quasi certamente dissennate. Un cellulare rimasto acceso aveva immortalato quell’episodio, immediatamente diffuso e diventato “virale”, cosicché un fatto dolorosissimo che Billy avrebbe tenuto per sé, era stato utilizzato dai militari come elemento di propaganda. Tutta la Bravo Squad era stata premiata con una licenza premio di quindici giorni, che prevedeva il ritorno in patria, alcune tappe televisive (sponsorizzate) per interviste e dichiarazioni, e il finale glorioso, nel Giorno del Ringraziamento, per assistere a un importante finale di partita, nonché esaminare (e infine rifiutare) la proposta di girare un film sull’argomento. Billy, che aveva voluto rivedere la propria famiglia per l’occasione, aveva soprattutto compreso che tanta attenzione nei loro confronti era legata al mondo del denaro e degli affari, che non aveva alcun rispetto per le persone vere, impegnate, con le loro angosce e con le loro contraddizioni laceranti, in una guerra orribile, cosicché il mondo dello Show Business aveva prodotto ulteriore disincanto nel cuore di tutti, e in modo particolare nel suo, così giovane, così tenero e ingenuo.

Se vi capiterà di vederlo, non perdete questo film: vedrete  anche due bravissimi attori (Joe Alwyn e Kristen Stewart) nel ruolo rispettivo di Billy e della sorella Kathryn Lynn.

 

 

La La Land


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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

Dopo l’amore


schermata-2017-01-20-alle-18-04-57recensione del film:
DOPO L’AMORE

Titolo originale:
L’économie du couple

Regia:
Joachim Lafosse

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens – 100 min. – Francia, Belgio 2016

La fine di un matrimonio, forse (come lascerebbe intendere il titolo italiano come al solito alquanto arbitrario) dopo una storia d’amore. Il fatto è che, quand’anche ci fosse stata, nel film non se ne vede che una pallidissima traccia, subito cancellata dal ritorno del sentimento predominante nella moglie, Marie (la bella e brava Bérénice Bejo), ovvero l’odio. Marie, infatti, non solo non ama più Boris (Cédric Kahn), ciò che sarebbe comprensibile e che capita spesso anche nelle migliori famiglie, ma lo detesta, non sopporta la sua presenza e gli vomita addosso contumelie di ogni tipo, con l’obiettivo di fargli perdere ogni dignità, e di umiliarlo davanti agli amici, ai parenti e persino alle due figliolette, le deliziose gemelline che assistono sempre più sgomente alle scenate fra i genitori, che amano entrambi, con una leggera predilezione per il padre, certamente più paziente con loro, più disponibile a condividerne i giochi, a raccontare qualche favola prima che si addormentino, ad assecondarne gusti e predilezioni. Le ragioni del livore di lei sono probabilmente profonde e non vengono dette, anche se Marie non fa che parlare di soldi: dalle loro parole si comprende che Boris ha una storia di immigrazione dalla Polonia alle spalle e che ha avuto e continua ad avere difficoltà a trovare lavoro. È costretto perciò, il poveretto, a convivere con lei in una bella casa, acquistata da lei (che a quanto si capisce è di famiglia ricca) e ristrutturata con gusto e competenza da lui, che ne rivendica, perciò,  la proprietà in misura paritaria.

Il film che è un Kammerspiel condotto con piglio asciutto, senza alcuna indulgenza sentimentale, per un’ora e mezza procede accumulando dispetti e cattiverie, mortificazioni e ripicche né lascia intravedere soluzioni possibili se non quella che in genere viene adottata in ogni paese civile: il ricorso a un giudice che decreti la separazione legale di una coppia irrimediabilmente scoppiata. Ci voleva tanto?
Si esce dalla sala con la sgradevole sensazione di aver assistito senza volere e quasi dal buco della serratura a una interminabile serie di velenosissime accuse e controaccuse fra coniugi, alle quali non si capisce perché si debba in qualche misura partecipare.
Si può anche non vedere.