Oltre la notte

recensione del film:
OLTRE LA NOTTE

Titolo originale:
Aus dem Nichts

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar – 100 min. – Germania, Francia 2017.

La famiglia, la giustizia, il mare
Con questi sottotitoli Fatih Akin suddivide in capitoli (come fa spesso) questo suo film, dal quale, personalmente, mi aspettavo qualcosa di meglio dopo le deludenti ultime sue opere.
La crudeltà di un attentato terroristico di matrice neonazista aveva cancellato in un solo momento la famiglia di Katja (Diane Kruger), provocando l’orribile morte delle due persone che la donna aveva amato sopra ogni altra: suo marito Nuri (Numan Acar) e il piccolo Rocco (Rafael Santana), il figlioletto.
Si erano sposati in carcere, dove lui, turco e curdo, scontava una pena per spaccio di droga. Per rispetto di sé, per lei e in vista del loro futuro, Nuri, una volta libero, aveva cambiato vita: ad Amburgo, dove abitavano, aveva aperto un’agenzia di servizi (pratiche immobiliari e finanziarie) e finalmente svolgeva un lavoro pulito, alla luce del sole.
Lì, in quell’ufficio, un maledetto pomeriggio, Katja gli aveva affidato il piccolo Rocco; lì, una ragazza, che lei aveva visto benissimo, aveva parcheggiato la bici su cui era sistemata la valigetta metallica, ovvero la bomba piena di chiodi che avrebbe provocato l’esplosione disastrosa in cui padre e figlio sarebbero stati spazzati via. Katja, che l’aveva incrociata e le aveva anche parlato, era stata in grado di riconoscerla subito fra le foto segnaletiche dei neonazisti che la polizia le aveva mostrato. Nonostante questa sua testimonianza e nonostante le schiaccianti prove raccolte dalla polizia nel garage della residenza del suo compagno, neonazista come lei, i due criminali erano stati assolti con pretestuose e ridicole motivazioni garantiste, lasciando Katja disperata e determinata a farsi giustizia da sé. Nella terza parte del film, i luoghi luminosi della Grecia e la riva di quel suo limpido mare diventano lo sfondo della vendetta atroce di Katja, che aveva raggiunto i due assassini mettendosi sulle tracce del loro complice di Alba Dorata, nobilitando il proprio gesto col cosciente sacrificio di sé.

Il film

Questo film ha avuto un prestigioso riconoscimento internazionale ai Golden Globe 2018, dove è stato considerato il migliore film straniero del 2017; l’attrice Diane Kruger, da parte sua, aveva ricevuto qualche mese prima la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile.
Per quanto poco possa contare esprimo il mio dissenso in entrambi i casi.
Non mi ha convinta né l’enfasi, a tratti insopportabile, dell’interpretazione di Diane Kruger, né la diffusa pornografia del dolore che vorrebbe giustificarla, né la faciloneria della seconda parte del film, relativa al processo, nella quale gli imputati, il loro avvocato, per non parlare del testimone di Alba Dorata sono tutti così brutti e cattivi da sembrare caricature, nazisti con “stigmate” da assassini talmente vistose da dover essere riconosciuti colpevoli prima ancora di aprir bocca. La sentenza, eccessivamente garantista, non poteva che provocare lo sdegno che in lei assumeva la forma di uno scellerato disegno di vendetta, quale unica soluzione per risarcire le vittime innocenti la cui memoria lo stato tedesco non aveva saputo difendere con la forza delle sue leggi.

Discutibile e disomogeneo racconto di una bruttissima storia di terrorismo e di una vendetta privata in puro stile kamikaze.

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La forma dell’acqua


recensione del film:
LA FORMA DELL’ACQUA

Titolo originale:
The Shape of Water

Regia:
Guillermo Del Toro

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer – 119 min. – USA 2017

A me, colpevolmente all’oscuro dei trascorsi cinematografci di Guillermo Del Toro, questo film ha detto davvero poco, essendomi sembrato l’ennesima versione, sotto mentite spoglie, della favola antica della Bella e della Bestia.

Dopo il “muto” del 1920, con la regia di Umberto Fracchia, fu il film di Jean Cocteau del 1946, La Bella e la Bestia, a iniziare la lunga serie delle belle e delle bestie, che, con altri titoli e con variazioni e contaminazioni da altre fiabe, è arrivata fino ai nostri giorni, per il grande schermo e anche per gli schermi televisivi. Dall’antica fiaba originaria (Amore e Psiche dall’Asino d’oro di Apuleio) molta strada è stata percorsa, ma la malìa di quel racconto e delle sue implicazioni simboliche sembra aver attraversato i tempi incantando ancora. Nella premessa che Jean Cocteau aveva anteposto al proprio film si trova forse il segreto di questo fascino permanente: a molti piace ritornare, nel buio della sala, all’infantile e ingenua disposizione d’animo grazie alla quale, senza sforzo, si crede all’incredibile, ci si abbandona ai sogni e, immaginando che il Bene, incarnato in alcuni personaggi, sconfigga il Male, incarnato in altri, si accoglie la narrazione con grande candore, la razionalità essendo riservata, semmai, al dopo, all’analisi degli strumenti utilizzati per dar vita a un racconto ricco di effetti (talvolta anche di effettacci) sbalorditivi per il loro realismo, o all’abilità narrativa, al montaggio… La favola bella, insomma, deve illudere!

Guglielmo del Toro, a quanto ho appreso, colloca le fiabe dei suoi film in uno scenario storico preciso: così era avvenuto nelle opere precedenti, così  avviene ora  per questo ultimo lavoro.
Ambientato nel Maryland degli anni sessanta in piena guerra fredda, quando dopo il lancio del primo uomo nello spazio da parte dell’URSS, gli scienziati americani progettavano una risposta spettacolare che offuscasse la memoria di quel successo, il film narra che allo scopo si pensava di utilizzare un uomo-pesce, creatura marina “mostruosa” ma intelligente, che era stato catturato in Amazzonia e, successivamente, imprigionato a Baltimora.
L’infelice creatura, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, in un laboratorio acquatico sotterraneo, subiva sul proprio corpo squamoso e bellissimo (?) i test più crudeli che permettessero di capire se in futuro avrebbe potuto essere inviato nello spazio, colmando il gap con l’Unione Sovietica. Lo seguiva un medico, spia russa in incognito, a contatto continuo con altri spioni. Della sua esistenza nessun altro cittadino americano era informato, con l’eccezione delle due donne addette alla pulizia dei locali: Elisa e Zelda, amica, confidente e… interprete di Elisa, donna muta che si esprimeva a segni. Le accomunava una solidarietà profonda: Zelda (Octavia Spencer), nera di pelle, mal sopportava il razzismo dell’America pre-kennediana, oltre che il vetero-maschilismo di un marito ottuso; Elisa (Sally Hawkins) reagiva alla solitudine (alla quale il mutismo l’avrebbe condannata) col lavoro, con la fiducia nel futuro e con l’amicizia di Zelda e di un vicino di casa omosessuale, Giles, emarginato e, a sua volta, solo e povero, nonostante le ottime qualità di disegnatore pubblicitario.
Presa da meraviglia pietosa per lo strano uomo prigioniero che tutti i giorni emergeva in catene dalla vasca del laboratorio, Elisa se ne era innamorata perdutamente e, con l’aiuto di Zelda, era riuscita a trascinarlo segretamente fuori dal sotterraneo carcere e a vivere con lui per qualche tempo, trasformando anche la propria abitazione in una vasca tracimante enormi quantità d’acqua sui locali del cinema sottostante. Mi limito a far notare la metafora un po’ ovvia (l’acqua profumata dalla storia d’amore, di cui Elisa è muta protagonista, che piove sul cinema) senza raccontare altro, per non togliere a chi mi legge il gusto della visione, che può risultare gradevole per la sua accuratezza: bei colori, bella musica, buona sceneggiatura e anche per la misura con cui il regista è riuscito a contenere il manicheismo della lotta fra i buoni (Elisa, il suo vicino di casa Giles, ovvero Richard Jenkins, e Zelda) e i cattivi (i guerrafondai di entrambi i fronti), introducendo un cattivo, ma non troppo, nella figura tormentata del medico-spia (Michael Stuhlbarg). Travestito da mostro buono è l’attore Doug Jones, ricoperto da una corazza in plastica finemente cesellata e impreziosita: molto kitsch. Non mi ha convinta fino in fondo, ma il film è da vedere, almeno per curiosità. Se qualcuno ricorda il film di Cocteau, lo dimentichi, per evitare un paragone troppo impietoso e forse ingiusto!

 

Leone d’oro della Mostra del cinema veneziana dello scorso settembre e candidato con ben tredici Nomination all’Oscar (un po’ sopravvalutato?), è ora nelle nostre sale.

 

50 primavere

recensione del film
50 PRIMAVERE

Titolo originale:
Aurore

Regia:
Blandine Lenoir

Principali interpreti:
Agnès Jaoui, Thibault de Montalembert, Pascale Arbillot, Sarah Suco, Lou Roy-Lecollinet, Nicolas Chupin, Rachel Farmane, Laurie Bordesoules, Juliette Vieux Peccate, Armand Paul Jean – 89 min. – Francia 2017

Aurore è il titolo originale francese di questo film, nome proprio della protagonista e, si direbbe, metafora allusiva  dello schiudersi di un nuovo giorno per lei (è la grandissima Agnès Jaoui), che sta per compiere cinquant’anni. È ben altra cosa il titolo italiano, 50 primavere, che introducendo un eufemismo scherzoso, diventa fuorviante e alquanto crudele, lasciando trasparire una generica resistenza, tutta femminile, al naturale processo di invecchiamento. Alla stessa logica sembra ispirarsi il trailer che solo in versione italiana allinea, uno dopo l’altro, tutti gli episodi più ridanciani a supporto di un titolo siffatto.

Aurore vive sull’Atlantico, a La Rochelle, l’antica cittadella dei giansenisti; è provata dalla fatica e dai sacrifici: è separata dal marito e affronta la vita dividendosi fra il lavoro, dequalificato ed eternamente precario, le amiche e le due figlie, di cui la più grande sta per renderla nonna. Per occuparsi di lei, quand’era ancora una giovane studentessa, Aurore aveva interrotto gli studi, dando l’addio al sogno di realizzare le proprie aspirazioni professionali. Ora, sulla soglia dei cinquant’anni, il suo corpo si sta appesantendo, arrivano i guai della menopausa e, forse per la prima volta, prova la sensazione di  sentirsi vecchia, sola, quasi povera ed è scontenta.
È il momento di tirare i remi in barca? La voglia di vivere e di farsi valere è ancora forte, la voglia di dare e di ricevere amore e tenerezza non l’abbandona, ma il bilancio complessivo della propria vita non le appare soddisfacente: non ha finito gli studi; ha svolto i lavori più umili; si è sposata senza amore e senza dimenticare l’uomo che era stato la grande passione della propria giovinezza focosa, Totoche (un magnifico e fascinoso Thibault de Montalembert) che, tornato dall’Indocina dove aveva svolto il servizio militare, non aveva più voluto continuare la sua storia con lei che l’aveva tradito. Ora Totoche è un medico affermato, che casualmente Aurore ritroverà ancora una volta sulla propria strada…

Questo film delinea il ritratto molto interessante e attento di una donna, illuminando aspetti poco raccontati del disagio femminile nel momento più delicato, forse, dell’intera esistenza, acuito dalla percezione della propria inadeguatezza profonda nei confronti della vita di oggi, e di chi ne accetta  la disumana spietatezza, preoccupandosi esclusivamente di sé. I numerosi richiami a film anche recenti (Io, Daniel Blake o La legge del mercato), perciò, raccontando lo smarrimento di tutti gli sventurati che, da un giorno all’altro, sono senza lavoro o perdono il diritto alla pensione, e avvertono in pericolo la loro stessa dignità personale, sono squarci di realtà che testimoniano la volontà della regista, Blandine Lenoir, di raccontare non solo con i toni della commedia la crisi di Aurore, personaggio complesso, a tratti dolente, a tratti gioioso, più spesso auto-ironico. Una commedia molto amara, solo apparentemente ridanciana e leggera.
Da vedere.

L’insulto

recensione del film:
L’INSULTO

Titolo originale:
L’insulte

Regia:
Ziad Doueiri

Principali interpreti:
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine – 113 min. – Libano 2017.

Accolto con molto successo a Venezia, quest’anno, dove è valso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’attore Kamel El Basha, questo film è stato accolto molto meno entusiasticamente in Libano, dove, nel tentativo di bloccarne l’uscita, si è pensato bene di arrestare il regista, con l’accusa di tradimento, per aver girato alcune scene del suo precedente film (The Attack) in Israele! Storie di ordinaria intolleranza e censura che non si vorrebbero mai leggere, segnale inquietante di una situazione oscura, ancora lontana dall’essere pacificata.
Oggetto del film è il racconto di un episodio incredibile in cui si era trovato coinvolto, qualche anno fa, il regista Ziad Doueiri e che trova la sua spiegazione nella situazione del Libano, luogo di conflitti fra gli autoctoni cristiani maroniti e i rifugiati musulmani palestinesi.
La vicenda
Si tratta di una vicenda complicata, anche se nasce da un fatto moilto banale: un insulto rivolto da Yasser (Kamel El Basha), operaio palestinese, a Toni (Adel Karam), cristiano maronita, durante una discussione a proposito del tubo dell’acqua che, sporgendo dal balcone di Toni, aveva costretto Yasser a una doccia fuori programma. Erano volate parole grosse: Toni aveva non solo insultato Yasser (che si era offerto di sistemare gratuitamente quel tubo), ma lo aveva gravemente provocato con il suo razzismo sprezzante, cosicché Yasser lo aveva colpito e steso a terra. Ne era nata una vicenda giudiziaria: nonostante il tentativo di conciliazione, portato avanti dalle compagne dei due uomini in lite, il processo in tribunale era diventato inevitabile.
Toni pretendeva almeno le scuse; Yasser non intendeva porgerle. Al di là dell’apparente banalità, si delineava una questione molto seria, perché avveniva in un contesto, quello libanese, in cui  intolleranza e odio etnico nei confronti degli immigrati della Palestina dilagavano: accusati  di ogni colpa, i Palestinesi erano odiati perchè, secondo il partito della destra cristiana, la facevano da padroni in una terra che non era la loro. Bashir Gemayel, il presidente libanese assassinato in un attentato (1982), continuava a infiammare gli animi con i suoi discorsi, che, registrati, venivano trasmessi dalle televisioni in appoggio alle posizioni di quel partito.
Il caso giudiziario
Il racconto, dopo un esordio che ci offre vivaci scorci della vita nei quartieri di Beirut in via di ricostruzione, diventa presto la cronaca di un processo nelle aule del tribunale portato avanti (per conto di Toni), da un un principe del foro, che non aveva mai perso una causa, a cui si opponeva (per conto di Yasser) una giovane e graziosa collega, che scopriremo essere sua figlia. Assistiamo, perciò, a un processo che affronta molti problemi, oltre che quello strettamente giudiziario, poichè presto sarebbe diventato anche un caso politico, uno scontro fra padre e figlia per ragioni ideali, una inusitata forma di scontro generazionale, nonché, infine, una riflessione sulla storia del Libano, sulle colpe e sul perdono fondato sulla conoscenza della storia.
Il film
In poco più di due ore, dunque, il film ci presenta una vicenda non semplice, riuscendo a creare un’atmosfera di curiosità e di attesa negli spettatori, indicativa della buona sceneggiatura che unifica, quasi sempre, un racconto a rischio di eccessiva frammentazione. Nella seconda parte del film, tuttavia, l’introduzione di un tema molto importante, come quello della storia del Libano e della necessità di conoscerla, prima di giudicare, diventa non solo un’occasione per far luce su ciò che era stato, (che richiederebbe un altro film, però!), ma anche un modo per uscire dal processo, da vero vincitore morale, per quell’avvocato, al quale sarebbe stato possibile anche pareggiare i conti con sua figlia, sorprendendo e commuovendo anche lei.
Il film, nel suo complesso, è indiscutibilmente condotto con grande abilità ed è anche molto utile per comprendere uno dei più aggrovigliati nodi politici che, a due passi dal nostro paese, contribuisce a rendere quanto mai precaria la situazione mediorientale già travagliata di per sé. Tutto il racconto nella prima parte del film, inoltre, chiarisce in modo quasi didattico quanto le parole d’odio siano pericolose poiché feriscono profondamente, penetrando nei cuori, suscitando emozioni spropositate e innescando reazioni sproporzionate, oltre che desiderio di vendetta.
Questi pregi del film, tuttavia, costituiscono, a mio avviso, anche i suoi difetti, poiché troppe storie si infilano, come le matrioske, l’una nell’altra e, per quanto ben sviluppate dall’attentissimo regista, non sempre trovano la sintesi narrativa necessaria.
In ogni caso, un film da vedere, candidato all’Oscar come migliore film straniero, insieme a Loveless, The Square e Happy end… Non paragonabile, secondo me, a queste stelle di prima grandezza, ma certo, per la sua correttezza politica, favorito.

 

 

Detroit

recensione del film:
DETROIT

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Will Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie, Ben O’Toole, John Krasinski, Kaitlyn Dever, Jason Mitchell, Jacob Latimore, Jeremy Strong, Tyler James Williams – 143 min. – USA 2017

 

Il film è preceduto da alcuni gradevoli disegni animati che brevemente ci informano dei precedenti storici della rivolta nera avvenuta a Detroit nel 1967, illustrando il massiccio spostarsi dei neri del Sud verso quella grande città, alla fine della prima guerra mondiale e il loro successivo insediarsi, alla fine della seconda, nelle abitazioni del centro, abbandonato dai vecchi proprietari che preferivano vivere nelle grandi residenze immerse nel verde extraurbano, lontane dall’inquinamento delle fabbriche metallurgiche e automobilistiche. Il film evidenzia, nel corso del racconto, i fenomeni che, come in tutti i luoghi di recente industrializzazione, sono abitualmente connessi allo sfruttamento spietato della mano d’opera: dagli infortuni invalidanti, senza alcuna protezione assicurativa, alla marginalizzazione di chiunque fosse (o fosse stato) costretto a star fuori dal processo produttivo, all’alcolismo, legato al gioco d’azzardo e alla prostituzione, al senso di estraneità e di odio per gli alloggi fatiscenti e luridi dei lavoratori: siamo in presenza dell’estremo degrado ambientale, umano e sociale, preludio, come sempre, della rivolta sociale.

La rivolta, infatti, arrivò e durò dal 23 al 27 luglio del 1967. Nel  film è raccontata nei suoi diversi momenti, attraverso una ricostruzione in parte fornita dalle testimonianze di alcuni protagonisti di allora, ancora vivi e in grado di ricordare, in parte romanzata dei fatti e del loro seguito giudiziario, come specificherà la stessa regista alla fine del film, non essendo più disponibile una gran parte dei documenti d’archivio distrutti dai numerosi incendi scoppiati nei giorni della rivolta, non sempre causati dalla rabbia distruttiva dei manifestanti, però, soprattutto dopo gli abusi e le violenze perpetrate da molti agenti di polizia che guidavano le feroci e illegali operazioni di repressione. In queste si era distinto soprattutto il giovane agente Krauss (Will Poulter) razzista e sadico, già conosciuto per queste sue caratteristiche. La tortura; l’assassinio di tre innocenti, che si trovavano con altri in una sala giochi, adiacente al motel Algier, senza aver partecipato alla rivolta; l’umiliazione di due donne bianche, che erano in compagnia di alcuni di loro, occupano una parte molto importante del film, che segue attentamente gli effetti fisici e psichici degli eccessi polizieschi sui seviziati, senza tuttavia allontanarsi dallo stile documentaristico e sobrio tipico di tutti i film firmati da Kathryn Bigelow*. Ne è risultato un lavoro teso, accurato, certamente interessante, ma anche discutibile, poiché se è vero che la nostra solidarietà è sollecitata verso i poveretti umiliati e offesi, è altrettanto vero che dalla lunghissima durata di quelle scene e dal distacco gelido del modo di raccontare sembra emergere un certo compiacimento descrittivo, nonché un progressivo allontanarsi dell’attenzione dalla questione razziale, per focalizzarsi su quella degli eccessi della polizia, nonostante proprio il tema dell’uguaglianza dei diritti dei neri fosse, nel  ’67, il più scottante e dibattuto negli Stati Uniti guidati da Lyndon Johnson. Le immagini, è ben vero, sono molto impressionanti, ma anche un po’ imbarazzanti: forse sarebbe stato preferibile da parte della regista un approccio maggiormente rispettoso del dolore. 
Questo, tuttavia, è un un film di buona qualità, sicuramente da vedere e da meditare.

 

*The Hurt Loacher –  *Zero Dark Thirty

The Big Sick – Il matrimonio si può evitare, l’amore no

recensione del film:
THE BIG SICK – IL MATRIMONIO SI PUÒ EVITARE L’AMORE NO

Titolo originale:
The Big Sick

Regia:
Michael Showalter

Principali interpreti:
Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher, Zenobia Shroff, Adeel Akhtar, Bo Burnham -119 min. – USA 2017.

Il titolo italiano di questo film indipendente, presentato con grande favore di pubblico al recente Festival di Locarno, non ha alcun senso: è fuorviante, poiché sembra alludere a un contenuto ridanciano, che non si trova nel film, commedia sentimentale misurata e garbata.
L’interprete maschile è Kumail Nanjiani, che insieme a Emily Gordon ha sceneggiato una vicenda  molto simile a quella vissuta con lei, diventata sua moglie dopo che traversie e peripezie di ogni tipo avevano obbligato entrambi a chiarire, prima di tutto a se stessi, quali fossero le cose davvero importanti per loro: è sicuramente vero, infatti, che un amore può ben sopravvivere anche senza matrimonio, ma senza un progetto di lungo respiro, no.
Si erano conosciuti a Chicago, in un locale in cui Kumail, pachistano figlio di immigrati, si esibiva come cabarettista insieme a qualche collega che come lui avrebbe voluto diventare un comico di professione. Scarso il pubblico, ma lei (Zoe Kazan) era lì, se lo mangiava con gli occhi partecipando con qualche parola “giusta” a quell’esibizione, cosicché al termine egli le si era avvicinato. Era nata così la loro storia bella: i due si piacevano molto e non potevano fare a meno di rivedersi, nonostante il patto di non dare seguito al primo incontro se non con un secondo, dopo di che ognuno sarebbe tornato a vivere la propria vita, per realizzare il proprio sogno: la laurea in psicologia per lei, studentessa che doveva studiare senza altre distrazioni; la fama per lui, comico di notte e autista Huber durante il giorno. Ognuno di loro viveva da solo: i genitori di lei, colti e snob, erano rimasti nel North Carolina; quelli di lui, vivevano “all’occidentale” in un complesso residenziale della periferia metropolitana e, per quanto perfettamente integrati nella società americana, dal Pakistan avevano importato la convinzione che il futuro dei figli fosse un affare di famiglia, soprattutto quello matrimoniale. Accadeva perciò che le visite di Kumail diventassero per sua madre l’occasione per cucinargli le prelibatezze pachistane (il comfort food, altro che il fast food!), che certamente una brava ragazza, con la sua stessa origine, avrebbe saputo preparare per lui. Quante brave ragazze gli erano state fatte trovare … per caso, durante quelle visite!
La descrizione della famiglia di Kumail indulge anche troppo
su questi particolari buffi, già molto visti al cinema, rischiando effetti di caricatura stereotipata.
Per fortuna, invece, presto la regia dirotta la nostra attenzione verso la problematica famiglia di lei, vero centro del film, nei cui conflitti interni tutti noi riconosciamo il nostro mondo con le sue evidenti contraddizioni, mentre gli ideali e la realtà, confrontandosi, ripropongono ancora il tema dell’accoglienza e della diversità dopo che i fatti dell’11 settembre 2001 avevano messo in crisi le più diffuse convinzioni democratiche per effetto della paura. L’avvicinamento difficile di Kumail a Beth e Terry, i genitori di Emily, sarebbe avvenuto nelle drammatiche circostanze a cui il titolo originale accenna: la grave malattia di lei, durante la quale Kumail avrebbe compreso molte cose sull’amore, sul futuro e sul senso della vita… Altro non intendo aggiungere, se non che il film, per il modo non sdolcinato del racconto, per i temi molto seri che propone, per l’ottima interpretazione dei bravissimi attori (soprattutto di Emily, Zoe Kazan, la nipote del grande regista Elia Kazan), è da vedere. Forse non è un capolavoro, ma è una gradevolissima e bella sorpresa.

Mr. Ove

recensione del film:
Mr. OVE

Titolo originale:
A Man Called Ove

Regia:
Hannes Holm

Principali interpreti:
Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Chatarina Larsson, Börje Lundberg, Tobias Almborg, Zozan Akgün, Viktor Baagøe – 116 min. – Svezia 2015.

Anche questo è svedese, come The Square, ma i due film non sono neppure lontanamente paragonabili.

Mr Ove è un signore quasi sessantenne, licenziato, dopo quarantatre anni di onorato servizio, dalle ferrovie svedesi, che avendone apprezzato le qualità, ora lo ricompensano regalandogli una bella pala da giardino. Il fatto era sembrato a Ove (Rolf Lassgård) l’ultima delle troppe batoste che nel corso della vita, fin dalla più tenera età, aveva dovuto subire: un segno del proprio destino personale, che contribuiva  a fargli sentire sempre più insopportabile il peso dell’esistenza. Alle persecuzioni del “fato” egli aveva reagito chiudendosi vieppiù in sé, lasciando che una corazza di severità intransigente si impadronisse del proprio cuore, rendendolo impenetrabile agli altri. La dolcissima Sonja (Ida Engvoll), però, era riuscita a penetrare in quella difesa inespugnabile ed era diventata la moglie perfetta per lui. Erano stati davvero gli anni più felici della sua vita, quelli in cui era migliorata la sua cultura (era diventato ingegnere) e anche la sua posizione sociale (era diventato presidente di un’associazione di condomini) senza tuttavia mitigare, fuori di casa, il proprio carattere da orso, neppure con i più fidati fra i suoi amici. Alla morte di Sonja, anzi, Ove aveva accentuato i propri difetti: un continuo acido inveire contro le storture della modernità lo aveva reso ancora più insopportabile a tutti. Per fortuna, egli continuava a intrattenere un rapporto con Sonja, con cui parlava quando, ogni giorno, portando sulla sua tomba un mazzo di rose fresche, si sfogava amaramente contro la decadenza della società e dei costumi che, soprattutto ora che era rimasto senza lavoro, aveva in animo di abbandonare molto presto. Eppure, manco a farlo apposta, i tentativi numerosi di suicidio sarebbero falliti uno dopo l’altro, mentre i suoi vicini, nuovi arrivati, avrebbero a loro volta provato a demolire la diffidenza e l’ostilità del suo cuore…

Il passato di Ove è ricostruito attraverso numerosi flashback che si inseriscono con naturalezza nel racconto del suo presente, grazie a un montaggio attento, che rende il film a tratti interessante; il tema del burbero benefico, dalla notte dei tempi presente nel teatro, tuttavia, qui sembra riproporsi in una commedia i cui sviluppi sono quasi sempre largamente prevedibili, perché il protagonista, per quanto magnificamente interpretato, assume troppo spesso un carattere fastidiosamente macchiettistico, cosicché molto raramente malinconia (che spesso è volutamente strappalacrime) e commedia trovano un accettabile equilibrio narrativo.

Mr. Ove è ora visibile anche in Italia, dopo essere stato presente, lo scorso anno, nelle sale del resto del mondo, e dopo essere stato addirittura candidato all’Oscar 2017 come migliore film straniero. Il ritardo italiano, però, potrebbe averlo avvantaggiato, poiché l’uscita quasi contemporanea dell’altro svedese, The Square, ha quasi sicuramente portato nelle nostre sale un po’ di spettatori incuriositi da quel cinema rivelatosi capace di riservare più di una sorpresa positiva.
Una parte del pubblico, tuttavia, è costituita dai lettori che hanno amato il romanzo-bestseller (2014) da cui il film è tratto: L’uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, nato sul blog di uno scrittore svedese molto conosciuto nel mondo del Web, edito in Italia da Mondadori nel 2015.
A mio giudizio, il film si può anche vedere, ma i film belli e interessanti sono molto diversi!

The Square

recensione del film:
THE SQUARE

Regia:
Ruben Östlund

Principali interpreti:
Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Elijandro Edouard,Christopher Læssø Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling – 142 min. – Svezia, Danimarca, USA, Francia 2017.

Palma d’oro al Festival di Cannes 2017, quest’opera sorprendente premia un regista fra i più interessanti del cinema svedese, poco noto da noi, se non per Forza Maggiore, girato nel 2014, che, comparso dopo un anno nelle nostre sale, avevo apprezzato molto.
La mia recensione, poco allineata alle altre di allora, mi pare, anche alla luce di questa seconda opera, ancora abbastanza convincente (pronta a ricredermi, naturalmente, di fronte ad argomenti più persuasivi).

Questa volta, lontano dalle Alpi e dai ghiacciai, siamo a Stoccolma, la bella e moderna capitale della Svezia, dove vive il protagonista di questo film, Christian (Claes Bang).
Uomo sulla quarantina, di aspetto tranquillo e gradevole, egli è il prestigioso direttore di una galleria d’arte contemporanea, in una sala della quale, all’inizio del film, fa bella mostra di sé la grande installazione di un artista che aveva esposto un certo numero di coni di pietrisco, mentre da uno schermo, sullo sfondo, l’attore Terry Notary si rivolgeva ai visitatori con una performance provocatoria.

Ora, c’era molto fermento nell’ufficio di Christian, molta attesa per la prossima installazione, che si sarebbe chiamata The Square, ovvero Il quadrato. Era un grande quadrato di cubetti di porfido, infatti, l’opera che un’artista concettuale argentina, Lola Arias, aveva ideato,  per trasmettere il messaggio universale d’amore contenuto in quella piazza quadrata, lo spazio che, secondo l’enunciato più volte ribadito, altro non era che il luogo sacro della fiducia e dell’amore universale nel quale a tutti gli uomini toccano uguali diritti e doveri; il luogo privilegiato della cessazione di ogni conflitto, il regno della pace fra gli uomini. Un’allegoria della democrazia, dunque, così come era stata intesa fin dai tempi più antichi.
Come ogni quadrato che si rispetti, anche the Square aveva il suo perimetro, che, messo in rilievo dalla luminosità dei quattro lati, attira da subito i nostri sguardi, ponendo nello stesso momento il più grande problema politico e sociale dei nostri giorni,  ovvero se, e in che modo, chi vive all’interno di quel Quadrato possa mettersi in relazione con chi vive ai confini e oltre. Christian, come gli altri democratici di una borghesia svedese aperta e progressista, non aveva alcun dubbio che occorresse un progetto di inclusione degli “esterni” che doveva necessariamente passare attraverso il riconoscimento della loro umanità e l’assimilazione democratica, ovvero l’estensione anche a loro, che non li avevano mai conosciuti, dei benefici della democrazia.

Il comportamento di Christian

Prima di occuparsi della curiosa installazione di Lola Arias, il regista osserva  abbastanza a lungo i comportamenti di Christian, cogliendoli in alcuni interessanti momenti della sua vita: lo vediamo all’opera come padre (separato) di due bambine, con le quali accetta di condividere le ore libere della giornata, anche se non toccherebbe a lui, mantenendo l’aria svagata e distratta di chi avrebbe altre cose da fare, ma non intende discutere il proprio dovere nei loro confronti. La sua vita sentimentale sembra ispirarsi a simili principi: pochi i suoi investimenti affettivi o passionali nel rapporto con Anna (Elisabeth Moss), la giornalista americana che lo aveva appena intervistato per comprendere meglio il senso delle installazioni nel suo museo. Lo svagato interesse per lei implica, in ogni caso, una premurosa attenzione a evitarle indesiderate gravidanze, grazie all’uso tutto maschile del preservativo, di cui egli sarebbe diventato il grottesco custode, riservando esclusivamente a sé la proprietà dell’oggetto e del suo contenuto, in una scena tanto esilarante, quanto politicamente molto corretta.
Di maggiore interesse, però, ai fini della comprensione complessiva del film, la vicenda, ampiamente seguita, del furto che Christian subisce probabilmente per  opera della stessa donna che egli aveva aiutato a difendersi dal marito manesco. Ancora orgoglioso per il soccorso prestato, egli s’accorge di essere stato alleggerito del portafogli, del cellulare e persino dei gemelli d’oro che aveva indossato. Per la prima volta ora era costretto a misurare distanza fra le proprie convinzioni ideali e la realtà durissima di chi viveva ai bordi di quel quadrato, emarginato dalla ricca borghesia progressista del centro, sempre disposta alle offerte, alle elemosine e alla carità, ma del tutto indisponibile a integrare davvero nel proprio tessuto sociale l’umanità “marginale” e sofferente a cui continuava a destinare qualche briciola del proprio benessere. La restituzione degli oggetti che gli erano stati sottratti era avvenuta in forma privata, poiché egli aveva voluto eludere ogni legge, e aveva utilizzato anche lo strumento del ricatto più ingiusto. Contro di lui si era levata la sola voce ribelle e dignitosa di un piccolo egiziano (impersonato dal giovanissimo e bravissimo attore Elijandro Edouard), fermissimo e tenace nell’intento di ristabilire la verità pretendendo le scuse. È un susseguirsi di scene di impressionante verità, che postulano la necessità di porre in modo completamente diverso il rapporto fra i privilegiati e gli esclusi, prima che le ragioni di questi ultimi diventino davvero insidiose per i valori su cui si fonda la democrazia.

The Square

Alcuni eventi avrebbero accompagnato l’inaugurazione di una così importante installazione nel museo di Christian, scuotendo le coscienze degli uomini: in primo luogo un “video” provocatorio, che, pur rappresentando un falso accadimento all’interno del magico Quadrato, avrebbe fatto parlare di sé, diventando “virale” nella Rete; in secondo luogo l’inserirsi, fra i ricchi e democratici invitati del pranzo di gala, di una nuova e inquietante performance provocatoria dell’attore Therry Notary, che avrebbe riproposto, in modo certamente insolito e a tratti molto fastidioso, il tema dell’accoglienza e della tolleranza. Quest’ultima stupefacente parte del film rivela il fragilissimo equilibrio sul quale è costruita la società democratica, messo continuamente in forse dalla paura, a cui ci induce la distorta e irrazionale percezione della realtà nella quale ci muoviamo. Come nel precedente Forza Maggiore, dunque, anche qui è descritto il meccanismo di costruzione della paura,lo stesso che aveva innescato l’effetto della disastrosa e sconvolgente valanga emotiva nel mondo dei ricchi borghesi incapaci di cogliere davvero i continui pericoli a cui le nostre vite sono esposte. Ancora una volta, dunque, sembra quanto mai pertinente la citazione dell’Angelo sterminatore di Luis Buñuel, film in cui, con graffiante cattiveria, il grande regista aveva smascherato i comportamenti ipocriti di una società incapace di uscire dall’immobilismo paralizzante in cui si era rifugiata a protezione di se stessa e dei propri privilegi e in cui era pronta a ritornare, dopo un breve assaggio di libertà. Come in quel film antico (Buñuel lo aveva girato nel 1962), anche qui la presenza di animali selvaggi che liberamente si aggirano fra gli uomini viene, per quanto possibile, ignorata e rimossa,

Il film, nonostante qualche squilibrio narrativo, è  molto gradevole, per l’intelligenza sarcastica che scava a fondo nei problemi di oggi, presentati agli spettatori in tutta la loro evidenza, buñueliano, come ho detto, ma anche con le inquietudini e preoccupazioni lucidissime che riportano alla memoria i primi film di Haneke, fra i quali il bellissimo Caché. Da vedere sicuramente.

Una questione privata

recensione del film:
UNA QUESTIONE PRIVATA

Regia:
Paolo Taviani, Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. «continua Antonella Attili, Giulio Beranek, Mario Bois- 84 min. – Italia, Francia 2017

La grande letteratura  può diventare ottimo cinema: lo sanno bene i fratelli Taviani, che si erano già cimentati con Pirandello (Kaos) e con Giovanni Boccaccio. Né si presentava più facile quest’ultima fatica, poiché il confronto con Beppe Fenoglio, uno dei massimi scrittori del ‘900 italiano, avveniva su un romanzo lasciato incompiuto (Fenoglio era morto giovane senza riuscire a rivederlo), sul quale erano già stati costruiti film e sceneggiati televisivi non memorabili. A questa grande difficoltà si era aggiunta l’incertezza della “location” poiché le Langhe di Fenoglio, quelle nelle quali egli era stato un partigiano “azzurro”, non esistono più: i vigneti a perdita d’occhio hanno modificato l’ avara terra dei suoi romanzi e dei suoi racconti, ciò che spiazza immediatamente chi vede questo film avendo in mente quelle pagine indimenticabili. Paolo Taviani (Vittorio era impegnato nella sceneggiatura), era stato costretto a girare in alcuni luoghi della Valmagra, che rendessero, malgrado ciò, possibile la massima fedeltà allo spirito del romanzo.

Come il romanzo, il film si svolge nelle nebbie dense delle vallate, teatro della lotta di Resistenza, che avvolgevano uomini e cose, con una tenacia vischiosa e infida durante l’ultimo inverno di guerra (1944), in attesa che il “vento d’aprile” dell’anno successivo, schiudendo coi suoi tepori i germogli inariditi dei prati e degli alberi, riaprisse i cuori dei sopravvissuti alla speranza, facendo finalmente giustizia dei torti e delle ragioni e restituendo onore e dignità a chi aveva resistito alle torture tacendo nomi, luoghi, riferimenti.  La vicenda è quella del giovane Milton (Luca Marinelli), partigiano delle formazioni azzurre che aveva fatto la sua scelta irreversibile dopo l’8 settembre 1943, allorché, seguendo lo sbandarsi dell’esercito italiano, aveva raggiunto quel teatro di guerra e si era innamorato della bella Fulvia, la giovinetta torinese di ricca famiglia, che i genitori avevano richiamato in città ora che la guerra si stava spostando dalla città alle campagne, che pullulavano di gerarchi fascisti, intenti a saccheggiare e incendiare le povere cascine dei contadini locali, sospettati di aiutare i partigiani. Fulvia, dunque se n’era andata, mentre sempre più ossessivamente Milton temeva che la bella fanciulla (Valentina Bellé) fosse stata conquistata da Giorgio, il badogliano (Lorenzo Richelmy), l’amico partigiano che gliel’aveva presentata. L’amore per lei era il potente motore che lo spingeva a combattere, in vista di un dopo che si sarebbe rivelato interessante da vivere, quando le cose, finalmente, sarebbero apparse nella loro abbagliante verità. Il film, dunque, ripercorre le pagine più importanti del romanzo facendo spostare Milton, nelle nebbie dense, al freddo e al gelo di quell’inverno, animato dal desiderio spasmodico di conoscere la verità su Fulvia, alla ricerca di Giorgio, che certamente, per lealtà e amicizia, non gli avrebbe taciuto nulla. Come sappiamo, l’incontro con Giorgio, prigioniero dei fascisti e torturato a morte, non ci sarebbe stato, né avrebbe potuto avvenire per effetto di uno scambio di prigionieri reso impossibile dagli eventi. Il finale è aperto e ambiguo, ma assai più che nel romanzo, sembra autorizzare un certo ottimismo, assai poco presente nell’intera opera di  Fenoglio. La bella e capricciosa Fulvia è immagine metaforica della  duplicità eterna del sentimento d’amore, legato indissolubilmente alla morte e alla distruzione, ma capace di trasmetterci una qualche forma di vitale energia, anche se la nostra esistenza è in ogni caso soggetta ai voleri del caso, difficilmente padroneggiabili, in guerra come in pace, dalla nostra volontà. I Taviani, dunque, hanno dato vita a un discreto film, da vedere, asciutto e contenuto nella narrazione di quei giorni atroci, illuminati da pochi momenti positivi e silenziosi: l’incontro casuale di Milton con i genitori che dà senso alla pena e alla sofferenza del vivere, per quel poco di tempo che è concesso, come sa anche la bimba che, dopo essersi dissetata, torna a giacere accanto ai morti della sua famiglia, senza chiedersi perché e senza illudersi.

La parlata romanesca degli attori mi ha fatto inorridire, ciò di cui mi vergogno un po’ (non amo il regionalismo gretto e reazionario), ma ci ho sentito davvero poco il mio Milton-Fenoglio. Mi interesserebbe capire dagli spettatori di altre regioni d’Italia se hanno provato il mio stesso fastidio.

Good Time

recensione del film:
GOOD TIME

Regia:
Ben Safdie, Joshua Safdie

Principali interpreti:
Robert Pattinson, Ben Safdie, Jennifer Jason Leigh, Barkhad Abdi, Buddy Duress, Taliah Webster, Peter Verby, Gladys Mathon, Marcos A. Gonzalez, Cliff Moylan, Rose Gregorio, Shaun Rey, Souleymane Sy Savane – 99 min. – USA 2017

Presentato in concorso a Cannes, questo film è firmato dai fratelli Safdie: Ben (che del film è anche sceneggiatore e protagonista) e Joshua, cineasti indipendenti newyorchesi, poco conosciuti in Europa e quasi sconosciuti in Italia. Nonostante la scarsa notorietà dei due registi e nonostante questo loro lavoro (a basso budget) si confrontasse con opere di autori  ben più noti e blasonati, il film non è passato inosservato, ottenendo anche la gratificazione di una Palma per la funzionale colonna sonora (di Oneohtrix Point Never). Significativo il sostegno convinto dei Cahiers du Cinema che a quest’opera dedica un’ampia recensione di Joachim Lepastier nonché due interviste (dalla pagina 20 alla pagina 29 del numero di settembre).

Il film potrebbe  sembrare un noir costruito intorno al progetto di una rapina in banca, finita malamente, dopo essere stata ideata e studiata in modo grossolano e ingenuo da Connie (Robert Pattinson), giovane balordo, senz’arte né parte, che viveva di espedienti e di spaccio nella sterminata periferia del Queens a est di Manhattan. Egli era convinto che quella rapina sarebbe stata il colpo grosso della sua vita, quello che gli avrebbe permesso di costruire il futuro senza problemi (Good Time) che aveva sempre sognato per sé e per il fratello Nick (Ben Safdie), ritardato mentale, cui era necessario il suo affetto protettivo. Le prime scene del film ci avevano presentato proprio Nick, che, con ostinato mutismo e con dolorosa inquietudine seguiva il test a cui un anziano psicologo lo stava sottoponendo. Si era messo a piangere, il povero Nick, silenziosamente. Era difficile capire che cosa lo avesse turbato (forse qualche associazione mentale dolorosa) durante quel colloquio in apparenza amichevole. Con una irruzione improvvisa, allora, Connie era entrato nell’ufficio dello psicologo e, sbraitando e minacciando, aveva portato via quel fratello disgraziato: mai avrebbe permesso di lasciarlo nelle mani di un uomo che lo stava torturando tanto da farlo piangere.
In realtà Connie era riuscito a fare di Nick il proprio inconsapevole complice nella rapina fallimentare che ho detto. La polizia, che ora li stava inseguendo, sarebbe riuscita ad acciuffare solo lui, il più fragile, il più lento a correre, il meno capace di difendersi: era infatti stato portato all’ufficio di polizia, pestato a sangue per farlo parlare e presto ricoverato all’ospedale dove era attentamente sorvegliato. Molteplici e imprevisti erano diventati però i guai per Connie; senza soldi, attivamente ricercato e intenzionato a procurarsi l’ingente somma necessaria per dare modo al fratello di tornare libero su cauzione, prima che l’interrogatorio davanti al giudice compromettesse del tutto la possibilità di fuggire, e di riprendere il sogno americano inopinatamente interrotto.. È la parte centrale del film, che, seguendo le rocambolesche avventure di Connie in fuga, fa scorrere davanti ai nostri occhi le immagini sicuramente non turistiche del mondo sotterraneo newyorkese, oscuro “doppio” dei luminosi e scintillanti grattacieli, metafora potente dell’amore fraterno che connota, nel segno della doppiezza, l’intero film, e che, nel finale a sorpresa, Nick, a modo suo, renderà chiaro.

In quella New York notturna, verità e menzogna perdono i loro contorni; il sogno si fa incubo; la dignità umana cede all’abiezione dei disperati che non hanno nulla da perdere, mentre le sorprese si susseguono, dando vita a un racconto avventuroso e teso, talvolta persino comico, per la concatenazione degli equivoci grotteschi che riportano alla memoria alcuni “notturni” scorsesiani, le disavventure di Paul Hackett, l’impiegato di After Hours , o gli incerti buoni propositi di Tommy de Vito,  il “bravo ragazzo” di Goodfellas, legato al volto giovane di Robert De Niro.

I due registi, in meno di cento minuti, hanno dato vita a un film sorprendente e avvincente, dimostrando sicurezza nella direzione degli attori, tutti molto bravi e credibili, compresi quelli trovati sulla loro strada: infermieri, guardie carcerarie e uomini della Security che hanno interpretato, talvolta con riluttanza, se stessi. Da vedere!

Una donna fantastica

recensione del film:
UNA DONNA FANTASTICA

Titolo originale:
Una mujer fantástica

Regia:
Sebastian Lelio

Principali interpreti:
Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Amparo Noguera, Néstor Cantillana, Alejandro Goic, Sergio Hernández. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 104 min. – Cile, Germania 2017.

Con questo bel film, prodotto da Pablo Larrain e premiato con l’Orso d’argento a Berlino quest’anno, ritorna il regista cileno Sebastian Lelio e conferma le sue qualità non comuni di narratore già dimostrate nel 2013 col bellissimo Gloria, insolito e poetico ritratto femminile.

Ancora una volta, un ritratto insolito di donna, una donna speciale, Marina Vidal (Daniela Vega), giovane transessuale, dotata di una singolare bellezza, dolce e vagamente androgina, che faceva la cameriera per mantenersi, ma che aveva una bella voce e una grande passione per il canto. Talvolta qualche locale notturno le dava spazio, ma il suo sogno era di interpretare quel repertorio antico della lirica che sembrava particolarmente adatto alla sua voce duttile e profonda: un maestro l’aveva indirizzata accompagnandola col pianoforte, ma delle sue lezioni non era assidua frequentatrice. Marina viveva a Santiago del Cile con Orlando (Francisco Reyes), un imprenditore, più vecchio di vent’anni, tenero e innamorato, tanto che per amor suo aveva abbandonato la precedente famiglia. Li vediamo insieme, al ristorante, per festeggiare, davanti a una bella torta, il compleanno di lei, alla vigilia della partenza alla volta delle cascate dell’Iguazú, il viaggio che Orlando le aveva promesso e che ora finalmente avrebbero fatto. Siamo all’inizio del racconto: di lì a poco, un malore improvviso, un aneurisma, seguito da una rovinosa caduta sulle scale di casa, avrebbe posto fine alla vita di lui, lasciandola nella solitudine disperata che la morte improvvisa di chi si ama suscita in chi rimane, a cui  si era aggiunto, nel suo caso, il violento e brutale disprezzo di quella società che non aveva mai accettato il loro rapporto. Non doveva essere stata facile la loro vita di coppia: Santiago del Cile, la bella città che ora presenta un volto moderno e limpido, con le vetrate luccicanti della sua bellissima architettura, quasi  cercando di cancellare agli occhi del mondo il ricordo degli orrori oscuri della dittatura, non è il migliore dei mondi possibili. La percorrono sottotraccia i veleni di una cultura retriva e bigotta, i meschini desideri di vendetta, gli inconfessabili intenti persecutori nei confronti dei “mostri” che devono essere lasciati fuori dalla convivenza “civile”, muro eretto per proteggere la sacralità della famiglia, l’innocenza dei bambini e per giustificare la totale mancanza di umanità. Il dolore in quel mondo gelido e spietato è privilegio solo delle persone normali, gli altri, i diversi come Marina, sicuramente non lo provano: la loro ricerca d’amore è solo perversione; la loro imperfezione fisica ne fa “chimere”, indegne di qualsiasi forma di rispetto. La polizia e il medico legale avevano sentito il dovere di sottoporla a un’umiliante ispezione corporale e a un interrogatorio (lungo quelle scale potrebbe averlo spinto lei); la famiglia di lui le aveva impedito persino di dare a Orlando l’ultimo saluto durante la messa funebre e l’aveva privata di Diabla, il bellissimo cane che Orlando le aveva regalato. Non si sarebbe lasciata piegare da quel vento rabbioso, perché insieme all’innata dignità grazie alla quale Marina era riuscita a difendersi sempre, la memoria di lui l’avrebbe aiutata a ritrovare se stessa, a salutarlo sulla soglia del crematorio, toccandogli la mano per l’ultima volta (quanta umanità negli umili necrofori che avevano capito la sua tragedia!) e a riprendersi Diabla e le lezioni di canto. A lui avrebbe dedicato il suo primo concerto, aperto con la bellissima aria iniziale del Serse di Händel: Ombra mai fu, in cui Marina dispiegando tutta la dolce sensibilità della sua voce da contro-tenore aveva mostrato quanto la diversità possa diventare il valore aggiunto anche in una società manichea incapace di distinguere e di capire.

Film molto bello, denuncia limpidissima di un’intolleranza sempre più insopportabile per tutte le coscienze civili, interpretato da Daniela Vega, attrice trans, che ha reso con grandissima sensibilità un ruolo non facile. Il regista, cercando di coinvolgere un pubblico molto vasto, si è tenuto lontano dal mondo LGBT, un po’ troppo chiuso per orientare le simpatie di un numero alto di spettatori, necessario affinché si  formi il consenso più vasto possibile intorno al tema dei diritti di ogni persona, in nome della comune umanità.

120 battiti al minuto

recensione del film:
120 BATTITI AL MINUTO

Titolo originale:
120 battements par minute

Regia:
Robin Campillo

Principali interpreti:
Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud, Ariel Borenstein, Aloïse Sauvage, Yves Heck, Emmanuel Ménard, François Rabette – 135 min. – Francia 2017

Quando leggo sullo schermo che sto vedendo “una storia vera, vorrei uscire dalla sala. L’offerta di “storie vere” non è mai stata così ricca: in Tv, su Internet, sui giornali e sui rotocalchi non si parla che di “storie vere”. Chi ama il cinema, però, si aspetta una verità diversa da quella dell’informazione e delle cronache e ricorda, con Magritte, che l’immagine di una pipa n’est pas une pipe!
Anche questa, dunque, è “una storia vera”, ma l’espressione abusata non basta a spiegare  il caloroso consenso seguito alla proiezione di Cannes, la commozione di Almodovar e il prestigioso Gran Premio della Giuria, ottenuto dal regista, il franco-marocchino Robin Campillo alla sua terza opera. Si tratta di un film che evoca una realtà filtrata dalla memoria: quella degli anni ’90 a Parigi, quando Mitterand, socialista ma non troppo, era al governo e si muoveva fra le mille ipocrisie di chi vorrebbe non scontentare nessuno, mentre cresceva la delusione e il dissenso di ampie fasce della popolazione. L’AIDS, che aveva cominciato a diffondersi in Europa negli anni ’80, era ancora una malattia sconosciuta e “maledetta”, e minacciava anche a Parigi la vita di migliaia di giovani, mentre le case farmaceutiche francesi speculavano sulla loro pelle, tenendosi lontane dalla ricerca e dalla sperimentazione, ma continuando a produrre inutili farmaci  sintomatici o palliativi.
In questo contesto avevano vissuto la loro tragica storia d’amore Sean e Nathan, due giovani gay interpretati, rispettivamente, da Nahuel Pérez Biscayart e da Arnaud Valois.
Sean aveva solo ventotto anni, era sieropositivo e si distingueva per il coraggio lucido attraverso il quale manifestava la propria volontà di vivere. Era fra i più ascoltati e anche discussi esponenti dell’Act Up-Paris*, l’associazione di sieropositivi attraverso la quale egli riusciva a promuovere alcune clamorose e provocatorie iniziative per informare, con la  massima visibilità. l’opinione pubblica della possibilità di prevenire l’AIDS: la distribuzione di preservativi nelle scuole, la sistemazione di un gigantesco profilattico sull’Obelisco di Place Concorde, la colorazione della Senna con finto sangue…
Nathan, da poco a Parigi, era entrato nell’Act-Up per trovare amici e gli si era avvicinato, attratto dalla sua vitalità appassionata e dalle sue posizioni di radicale intransigenza. Così era iniziata la loro storia, senza prospettive, poiché si facevano sempre più precarie le condizioni di salute di Sean. Nonostante ciò il loro rapporto era stato  gioiosamente passionale e profondamente tenero: Sean era attento a proteggerlo dal contagio e Nathan si sarebbe prodigato per rendergli meno dure le sofferenze nei momenti difficili della malattia e dello sconforto, fino all’estremo aiuto, per permettergli di morire con dignità e dolcezza, risparmiandogli ogni altro inutile strazio.

Il mélò, che parrebbe dietro l’angolo, è evitato grazie alla prodigiosa capacità evocativa del regista, a cui riesce quasi miracolosamente di prendere le giuste distanze dalle emozioni che avevano un tempo coinvolto anche lui, colorando di ironia dolce e indulgente, e persino di gioia,  quella storia lontana su cui si è ormai posata la polvere del tempo, evocata a sua volta dalla bellissima e durissima metafora delle ceneri di Sean che avvolgono in una nuvola bianca i dirigenti delle case farmaceutiche e il loro sontuoso banchetto offerto ai ragazzi del Act Up-Paris in segno di conciliazione. Da vedere, tenendo presente che il film è durissimo ed è stato vietato, in Italia, ai minori di 14 anni.

* L’associazione era simile a quelle sorte in numerose città negli Stati Uniti: si proponeva di diventare il più importante punto di riferimento dei malati siero-positivi e delle loro famiglie,
L’Act Up-Paris era nato come strumento di lotta contro l’ inaccettabile disinformazione, tollerata dalle autorità politiche e assecondata dalle industrie dei farmaci, a parole solidali con le richieste dei malati.