Picnic ad Hanging Rock

recensione del film:
Picnic ad HANGING ROCK

Titolo originale:
Picnic at Hanging Rock

Regia:
Peter Weir

Principali interpreti:
Rachel Roberts, Dominic Guard, Helen Morse, Jacki Weaver, Vivean Gray, Kirsty Child, Ingrid Mason, Anne Lambert, Jane Vallis, Karen Robson, Christine Schuler, Margaret Nelson, John Jarrett, Martin Vaughan, Jack Fegan – 115 min. – Australia 1975.

 In Australia il 14 febbraio cade in piena estate e fa molto caldo, soprattutto nella zona sud orientale del Victoria, lo stato che ricorda con questo nome la sovrana inglese, ancora  regnante all’epoca dei fatti raccontati nel film, che prendono l’avvio il giorno di San Valentino del 1900.

Un collegio femminile nel Victoria

Le giovani ragazze da marito, studentesse dell’Appleyard College, speravano di uscire da quella scuola, almeno in quel giorno speciale, consacrato all’amore e a Cupido, il suo dio che si era già manifestato al loro risveglio, quando, con la testa piena di sogni, avevano letto e commentato i bigliettini profumati, le letterine e le poesie che qualcuno aveva loro indirizzato.
Mrs Appleyard (Rachel Roberts), la direttrice inglese, cercava di convincerle ad accettare i comportamenti che la società vittoriana pretendeva dalle donne “per bene” di tutte le età, gli pseudo-valori della pruderie, del bon ton e del senso comune, che rassicuravano le famiglie dei coloni inglesi che gliele avevano affidate, contando sulla “saggezza” di cui dava prova scaltramente alternando blandizie e punizioni, strumenti di consenso e di altre redditizie iscrizioni.
Mai, dunque, avrebbe permesso alla piccola Sara (Margaret Nelson), triste orfanella australiana, lontana dal suo tutore legale, di partecipare al picnic quel 14 febbraio, essendo  Hanging Rock una meta troppo pericolosa per un’adolescente senza riferimenti educativi, persa nell’ammirazione della bellissima e gentile Miranda (Anne Lambert).
Le sue raccomandazioni, prima della partenza delle studentesse, erano state un capolavoro di perfetta organizzazione: le insegnanti Greta McCrow (Vivean Gray) e Mademoiselle de Poitier (Helen Morse) avrebbero dovuto vigilare; le ragazze avrebbero dimostrato, per iscritto, l’utilità della loro esperienza e, intanto, avrebbero obbedito, indossando i guanti fino all’attraversamento dell’ultimo centro abitato; Tom (Anthony Llewellyn-Jones) il cocchiere, avrebbe dovuto ricordare, imperativamente, l’orario del rientro, fissato per le otto di sera.
Nessuno, sul posto, inoltre, avrebbe dovuto avvicinarsi ad Hanging Rock, conformazione rocciosa di origine vulcanica infestata da insetti e serpenti velenosi e molto insidiosa per gli anfratti oscuri che nascondevano, nelle loro profondità abissali, veri tranelli per i visitatori incauti.

Dopo la presentazione dettagliata dei personaggi, del relazionarsi fra loro e con il milieu dell’epoca vittoriana, il regista imprime al film una svolta narrativa: il viaggio e l’avvicinarsi all’Outback australiano, dominato dal tabù di Hanging Rock, preparano l’incontro con un mondo diverso, quello della natura selvaggia e sconosciuta, anche se oscuramente avvertita dalle giovinette, che ora, finalmente disinibite, cominciavano a guardarsi intorno, ascoltando con ironia Miss Greta, l’insegnante di matematica,  impegnata a illustrare a Tom la natura e l’età della roccia, emersa dalle viscere della terra milioni di anni prima mantenendo intatto il proprio segreto. Il tempo scandito dall’esattissimo orologio del College, o da quelli più tecnologici da taschino, mostrava la sua irrilevanza, di fronte all’inquietante evocazione dell’eternità di quell’ammasso di lava cristallizzata…

Forse non per caso, dunque, a mezzogiorno si erano fermati gli orologi di Tom e di Greta e il tempo era diventato inconoscibile, allentando perciò stesso la preoccupazione di rispettare l’ora del rientro. Miranda, seguita dalle sue compagne Marion (Jane Vallis), Irma  (Karen Robson) ed Edith (Christine Schuler), si stava avventurando per esplorare da vicino la temibile rocca, liberandosi, come le altre, degli stivaletti e delle calze che impedivano il contatto sensoriale col terreno.

Le prime tre ragazze erano state notate salire intorno al monte maledetto dal giovane Albert (John Jarrett) il domestico australiano che aveva, come ogni giorno, accompagnato i coniugi scozzesi Fitzhubert ai quali, quel mattino, si era unito il nipote di lei Michael ( Dominic Guard).
L’orologio di Albert, come quello di Michael, aveva cessato di funzionare a mezzogiorno: strana coincidenza davvero!
Sospensione del tempo, clima di attesa… eventi straordinari si stavano verificando: Albert e Michael ora notavano il ritorno precipitoso di Edith, fuori di sé, che aveva visto, da lontano, Greta scalza e priva della sua solita gonna mentre saliva verso la montagna crudele mostrando l’orrore inverecondo dei suoi mutandoni alla caviglia.

Né lei, né le tre belle collegiali erano ritornate. Irma, però, sarebbe stata ritrovata dopo una settimana da Albert, attivatosi su insistenza di Michael, a sua volta partito per la loro ricerca e salvato in extremis mentre stava per essere inghiottito anche lui dal fascino inquietante di Hanging Rock.

Nè Irma né Michael, però, erano stati in grado di ricordare alcunché della loro avventura: interrogati più volte dalla polizia locale non fornirono notizie utili a spiegare il mistero. Edith e Irma, sottoposte a visita ginecologica, furono trovate “intatte”, ciò che avrebbe dovuto rassicurare le famiglie, che invece non rinnovarono l’iscrizione delle figlie alla scuola di Mrs. Applefield, determinando la tragica rovina dell’istituto e la fine misteriosa della sua proprietaria e della piccola Sara.

Il regista Peter Weir ha dichiarato, a più riprese, di essersi liberamente ispirato al romanzo* – di invenzione – della scrittrice australiana Joan Lindsay (1896 – 1984) di cui aveva mantenuto il titolo, deliberatamente evitandone le pur possibil iinterpretazioni storiche, politiche, sociologiche o psico-antropologiche, preferendo renderne l’atmosfera attraverso il linguaggio suggestivo delle immagini e della musica.

Scelta a mio avviso molto felice poiché, oltre alle fittissime corrispondenze simboliche e analogiche, due aspetti colpiscono chi guarda il film, il primo dei quali, visivo: la pellicola deve il suo memorabile  incanto alla straordinaria fotografia di Russell Boyd, sia quando indugia sul  bush australiano nei diversi momenti della giornata, sia quando, con colorato realismo, ci restituisce l’arcana bellezza degli esseri viventi che organizzano, in quei luoghi selvaggi, la propria sopravvivenza. È lo stesso fotografo che, in altri momenti del film, descrive con suggestivi tratti il progressivo incupirsi dell’atmosfera nell’Applefield College, mentre ll volto della sua proprietaria, coperto infine dalla veletta nera, diventa la  grottesca maschera di una sconfitta esistenziale. All’eleganza della fotografia di Boyd dobbiamo anche i ritratti delle bianchissime fanciulle in fiore del College e della botticelliana Miranda, immagine struggente della primavera che se ne va, in quel magico San Valentino, e nella terra di Hanging Rock, “tempo e luogo dove qualsiasi cosa ha principio e fine“.
La colonna sonora dell’australiano Bruce Smeaton, è assai complessa, poiché il compositore affianca e fonde con equilibrio le proprie musiche originali con quelle del Flauto di Pan del rumeno Gheorge Zamfir, evocative di atmosfere mitologiche che suggeriscono, in ogni parte del film, l’opposizione fra l’eternità della natura e la caducità della civiltà umana che nell’angustia dello spazio storico appronta le sue provvisorie difese, esprimendo attraverso la musica classica, da J.S. Bach a Mozart, da Beethoven a Tchaikovskij, il sentimento nostalgico per il “paradiso perduto” delle favole antiche e dei miti che non possono rivivere.

Il film uscì ad Adelaide l’8 agosto 1975, dopo un tournage molto travagliato, e dopo il disconoscimento da parte del regista dell’ultima parte del film.
L’edizione Director Cut, che contiene un nuovo montaggio del film secondo la volontà dell’autore, è quella a cui mi riferisco, contenuta nel DVD non recentissimo, in mio possesso.

* pubblicato in Australia nel 1967; edito in Italia da Sellerio nel 1983.

 

 

Il giovane Karl Marx

recensione del film:
IL GIOVANE KARL MARX

Titolo originale:
Le jeune Karl Marx

Regia:
Raoul Peck

Principali interpreti:
August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet, Hannah Steele – 112 min. – Francia, Germania, Belgio 2017

Film biografico riproposto in streaming da RAIPLAY.

Il regista non ricostruisce l’intera vita di Karl Marx (Treviri 1818-Londra 1883), secondo lo schema di un generico biopic: si limita a evocarne, con rigore storico, il breve periodo fra il 1843 e il 1848, indugiando sugli anni che precedettero la stesura del Manifesto del Partito Comunista (1848), che come sappiamo porta la firma di Marx e quella di Friedrich Engels (Barmen 1820-Londra 1895), diventati amici dopo un primo disastroso incontro in un salotto berlinese, seguito, però, dalla lettura reciproca delle rispettive opere, ritenute così importanti da trasformare l’iniziale diffidenza in un sodalizio sorretto da reciproca lealtà e stima, nonostante i due non potessero essere più diversi nel carattere e nell’appartenenza sociale.

Su queste diversità Raoul Peck costruisce l’intero film, avvalendosi della bella sceneggiatura di Pascal Bonitzer.
Alla durezza intransigente del filosofo Karl (August Diehl) – figlio di un ebreo convertito al luteranesimo – provato dalla povertà e dalle persecuzioni politiche e appassionatamente innamorato di Jenny (Vicky Krieps), il regista accosta la gentilezza quasi romantica di Friedrich (Stefan Konarske), coinvolgendoci nel rapporto di amicizia dal quale sarebbe nato il progetto rivoluzionario che avrebbe cambiato il corso della storia dell’800 e del ‘900

Engels era figlio di un ricco imprenditore di Manchester, fervente pietista, comproprietario di un’industria che occupava giovanissime donne irlandesi sottoponendole a turni massacranti e al rischio di invalidità permanenti. Alla loro ribellione contro un ingiusto licenziamento aveva assistito il giovane Friedrich, colpito dalla sprezzante durezza paterna, e contemporaneamente affascinato  dalla bellezza della combattiva Mary Burns (Hannah Steele), un’operaia che aveva voluto far sentire al padrone le ragioni della rivolta.
Attraverso la conoscenza diretta della fabbrica e dei suoi meccanismi inesorabili, e anche attraverso Mary, che sarebbe diventata sua moglie, Friedrich aveva approfondito gli studi sul lavoro di fabbrica e sulle conseguenze sociali che trasformavano le periferie delle citta negli spazi luridi in cui si aggiravano gli immigrati irlandesi abbrutiti dall’alcol, dalla prostituzione e dalle malattie.

Marx si era laureato in filosofia a Berlino (1841), dove aveva seguito i filosofi della sinistra hegeliana scrivendo per la Gazzetta Renana. L’esperienza di un massacro in difesa della proprietà della terra a Colonia  (1843), evocato nella prima scena del film, lo aveva convinto della necessità di elaborare un progetto politico e legislativo che, impedendo l’arbitrio dei proprietari, allontanasse il rischio della vendetta popolare, sicuramente destinata alla sconfitta e alla dolorosissima repressione successiva.  Aveva subito l’arresto ed era stato espulso dal territorio tedesco, cosicché aveva accettato l’invito dell’editore della Gazzetta, di dirigere un giornale più apertamente innovativo a Parigi, città, per tradizione, più tollerante.
È il 1844: alcuni incontri importanti sulla sua strada (Bakunin, Proudhon, il pittore Courbet) e ancora Engels, rivisto presso il vecchio editore della Gazzetta a cui l’avrebbe legato, oltre all’amicizia, il progetto di scrivere un libro insieme a lui, prima di lasciare la città ostile non meno di Berlino a qualsiasi progetto rivoluzionario. Friedrich sarebbe tornato a Londra per ritrovare e sposare Mary Burns; Karl sarebbe presto partito per Bruxelles, espulso anche dalla Francia.
Fra spostamenti, incontri, studi, squarci di vita privata, la famiglia cresce di pari passo con la miseria, mentre arrivano i provvidenziali assegni periodici di Friedrich insieme alle notizie dall’Inghilterra dove i fermenti rivoluzionari, guidati e frenati dalla Lega dei Giusti, erano pericolosamente privi di sbocchi politici.

Nonostante i pregiudizi, nell’organizzazione si faceva strada (l’onnipresente spettro del comunismo!) l’idea di utilizzare al suo prossimo congresso (1847) l’apporto innovativo che Karl e Friedrich avrebbero portato al suo interno con la freschezza delle loro proposte e con la rete estesa delle loro conoscenze. Quello stesso congresso avrebbe sancito la nascita della Lega dei comunisti. Cinque settimane dopo, nel febbraio del 1848, avrebbe visto la stampa il Manifesto del partito comunista, mentre a marzo un esteso movimento rivoluzionario avrebbe cambiato il volto alla vecchia Europa della Santa Alleanza.

Girato e presentato alla Berlinale del 2017 dal poco noto regista haitiano Raoul Peck, il film è vivace testimonianza del perdurare nel tempo (e fra i popoli del pianeta) dell’adesione convinta all’analisi marxiana dei rapporti di potere fra le classi sociali, nella prospettiva del loro superamento rivoluzionario, non in nome di un principio astratto di palingenetica giustizia, ma dell’urgenza reale di superare lo squilibrio contraddittorio fra i lavoratori, che producono ricchezza, e i capitalisti, che la detengono, ciò che rende pericolosamente instabile ogni forma di società che su questo squilibrio si fondi.

Questo film, un po’ spiazzante e probabilmente inattuale alla sua uscita del 2017, sembra tornato di attualità ora che le mutate condizioni della vita sul pianeta ripropongono, ancora una volta, il dibattito sulla necessità di sottrarre al dominio di pochi le risorse umane e materiali che assicurano la nostra sopravvivenza.

Cronaca di un amore

recensione del film:
CRONACA DI UN AMORE

Regia:
Michelangelo Antonioni

Principali interpreti:
Massimo Girotti, Lucia Bosè, Anita Farra, Rubi D’Alma, Franco Fabrizi, Ferdinando Sarmi, Marika Rowsky, Vittoria Mondello, Rosi Mirafiore, Carlo Gazzabini, Nardo Rimediotti, Renato Burrini, Vittorio Manfrino, Gino Rossi, Gino Cervi – 110 min. – Italia 1950.

Ecco il mio ricordo di una grande interpretazione di Lucia Bosè, al suo secondo film. Il primo era stato Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis.

Michelangelo Antonioni, era invece al suo film d’esordio, all’inizio di una nuova fase del suo cinema, dopo i brevi documentari girati fra il ’43 e il ’47, anno d’uscita
del cortometraggio Gente del Po.

Cronaca di un amore è un film di svolta, un resoconto (una cronaca, per l’appunto) cinematografico lontano dai modi neorealisti, dalle riprese in esterno, dagli attori non professionisti che interpretavano se stessi e le lotte quotidiane per sopravvivere dopo gli sconvolgimenti e i lutti della guerra.

Lo sguardo del regista, che del cronista mantiene il tono asciutto e distaccato, ora va alle trasformazioni che nel loro impetuoso susseguirsi stavano cambiando il volto delle città italiane in ricostruzione; il suo obiettivo si sposta negli interni delle dimore borghesi delle grandi città; lunghi piano-sequenza ce ne mostrano l’aspetto raffinato e lussuoso, mentre l’indagine si dirige sui comportamenti umani, penetra nelle inquietudini  del mondo femminile essendo le donne l’anello debole nella catena del “progresso”al quale fideisticamente guardava la cultura dominante del mondo maschile. Qualche donna, come Paola Molon (Lucia Bosè), aveva lasciato la famiglia dopo il liceo, per tentare l’ascesa sociale nella grande città (Milano), scommettendo sul proprio fascino seduttivo.

Per puro calcolo, infatti, Paola aveva sposato durante la guerra l’ingegner Enrico Fontana (Ferdinando Sarmi) industriale tessile milanese pieno di soldi, che si era innamorato di lei l’aveva conquistata (acquistata?) con doni costosi, frequentazioni importanti, prospettive future di ulteriore prestigioso miglioramento.

La giovane, però, a Ferrara aveva lasciato non solo la sua famiglia piccolo borghese, ma una storia passionale con Guido (Massimo Girotti), offuscata dall’ombra di un involontario (forse) omicidio, tormentosa vicenda impossibile da dimenticare e ricomposta, mettendo insieme frammenti di fotografie, indizi, sospetti e ricordi sbiaditi, da un detective privato che si era spostato da Milano a Ferrara per ricostruire, su incarico dell’ingegner Fontana, il passato di quella donna altera, scostante e nervosa che era sua moglie e che sistematicamente lo respingeva.

Fallisce però, il tentativo di illuminare il passato sfuggente della donna bellissima, sulle cui tracce si era messo, allertato dalla lettera di un’amica comune, Guido (convinto che la polizia ora stesse indagando sullo strano incidente dal quale, invano, entrambi avevano cercato di allontanarsi.

Il film, dunque, si muove fra due realtà geografiche a cui corrispondono quasi sempre due diversi piani temporali , sebbene nel corso della narrazione le sponde ferraresi del Po diventino quelle del Naviglio, quasi a sottolineare la continuità della passioni negli anni.

Non rivelerò gli sviluppi imprevedibili e tragici della vicenda, naturalmente.

L’eccezionale qualità del film, in bianco e nero è stata restituita dall’accurato restauro che sottolinea la bellezza della fotografia di Enzo Serafin, della musica di Giovanni Fusco, nonché l’interpretazione eccellente di Lucia Bosè, che con Masimo Girotti ha portato in scena, senza cadute melodrammatiche, la passione amorosa incoercibile, sfidando la mistica familistica diffusa anche dopo la caduta del fascismo.

Non essendo riuscita a trovare un trailer del film liberamente scaricabile, credo di far cosa gradita a tutti aggiungendo alla recensione l’intero cortometraggio Gente del Po, che realizzato da Antonioni nel 1943, ma uscito solo nel 1947,  costituisce un breve ma significativo documentario sul delta padano e sulla gente della zona che ci abitava, ci lavorava e ci moriva.

 

Sono gli stessi luoghi di Ossessione di Luchino Visconti, che uscì in Italia in quello stesso anno. 

Toby Dammit

recensione del mediometraggio
TOBY DAMMIT

Dal film:
Tre Passi nel delirio

Regia di Federico Fellini

Con:
Terence Stamp, Milena Vukovitch, Salvo Randone, Marina Yaru
Durata – 40 min. Italia, Francia – 1967-

 

Le sale cinematografiche a Torino sono chiuse, almeno fino al 2 marzo, perciò io
continuerò a ricordare Federico Fellini, nel centenario della nascita, occupandomi dei suoi film. 


TOBY DAMMIT

è il terzo episodio, diretto da Fellini*, di TRE PASSI NEL DELIRIO, trasposizione cinematografica, ad opera di tre registi famosi,  di tre racconti “straordinari” di Edgar Allan Poe*.
Toby Dammit è il più audace dei tre medio-metraggi, essendo una liberissima interpretazione, tutta felliniana, ambientata ai nostri giorni, di un racconto fantastico, ovvero della narrazione ironica dell’inverarsi di una metafora linguistica (scommettere la testa col diavolo)** in un uomo che fin dal nome è connotato dalla maledizione (dammit > damn it).

Il breve film, invece è un racconto che di quel precedente letterario mantiene pochi spunti per soffermarsi sul personaggio di Toby (grandissimo Terence Stamp), attore americano maudit (alcol, droga e altri disordini, anche ideologici ), almeno secondo le convenzioni hollywoodiane, ma in realtà connotato da una pulsione di morte inarrestabile, a cui immediatamente pensiamo vedendone il pallore, la stanchezza, l’assenza di interesse per ciò che accade intorno a lui.

È pur vero che l’ambiente dei cineasti romani che lo ha fatto arrivare a Cinecittà non è molto stimolante: affaristi in clergyman che producono il western cattolico che Toby interpreterà; soporiferi riti di premiazione di irrilevanti personaggi a cui dovrà assistere, con la mente altrove. Durante la surreale cerimonia il suo dormiveglia va  ai segnali inquietanti che dal suo arrivo lo hanno accompagnato, dall’incidente sull’autostrada al sinistro tramonto bruno che avvolge i movimenti in controluce delle suore o dei musulmani in preghiera… Per fortuna, lo attende all’uscita la nuova e fiammante Ferrari che, per contratto, ha voluto in pagamento della sua prestazione attoriale, nonché la presenza fantasmatica di una bimba bianco-vestita  che lo mette di buon umore: è una sorridente giocherellona, inseparabile dalla sua palla bianca, personificazione, come vedremo alla fine, della morte stessa.

Toby è uomo cupo, disperato e inquieto alla ricerca ossessiva della pace, cosicché questo breve film, angoscioso e molto coinvolgente, diventa presto la rappresentazione di un suicidio a lungo preparato.

Il trailer  che segue si riferisce all’intero film.

 

________________

* Primo episodio: METZERGERSTEIN (regia di Roger Vadim, con Jane e Peter Fonda);
Secondo episodio: WILLIAM WILSON (regia di Louis Malle, con Alain Delon, Renzo Palmer e Brigitte Bardot).

** Il titolo del racconto di Poe è: Don’t wager your Head to the Devil (non giocare la tua testa col diavolo)

 

Il lago delle oche selvatiche

recensione del film:
IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE

 

Regia:
Yi’nan Diao

Titolo originale:
Nan Fang Che Zhan De Ju Hui

Titolo internazionale:
The Wild Goose Lake

Principali interpreti:
Hugh Hu, Lun-Mei Kwei, Liao Fan, Regina Wan, Liang Qi – 113 min. – Cina 2019. –

Le notizie che troverete nell’articolo e che possono servire a comprendere il film, non tra i più facili, provengono da alcune  interviste al regista Yi’nan Diao (se ne trovano molte sul Web), e anche dai Cahiers du Cinema (n°761 del dicembre 2019, pag.64-65).

Yi’nan Diao, come altri cineasti cinesi e come l’amico JiaZan-Ke*, è tra i maggiori esponenti di una nuova cinematografia di grande suggestione, che intende raccontare la realtà della Cina di oggi utilizzando tecniche e generi che in occidente hanno fatto la storia della settima arte. e inserendo, nelle  rappresentazioni del paese che sta rapidamente cambiando, elementi della tradizione storica locale – dall’organizzazione difensiva para-mafiosa del Jang-hu, alla prostituzione – nonché della  raffinata tradizione figurativa dell’antichità  cinese.

 

Dalla famigerata città di Wu-han prende le mosse questo film, girato e terminato quando ancora del corona-virus non si parlava: è stato presentato, infatti, in concorso all’ultimo festival di Cannes nello scorso maggio.
Da tempo il regista – che aveva girato precedentemente un bellissimo e originale giallo** con occhio attento ai noir europei e americani degli anni ’40 – desiderava realizzare un film sulle rive del lago nei pressi di Wu-han, megalopoli cinese, capitale di una vasta regione che, nonostante i suoi 130 moderni grattacieli con vista sul lago e sulla pianura, non era riuscita a cancellare il degrado delle umide periferie, eternamente piovose, labirinti di viuzze e vicoli che incrociandosi, rendono facile nascondersi e far perdere le proprie tracce: luoghi adatti alla guerra per bande in cui alcuni clan malavitosi si fronteggiano per la spartizione delle zone più adatte ai furti di moto.

Si tratta di un film, perciò, a lungo vagheggiato, che sarebbe rimasto allo stato di progetto se un fatto di cronaca nera, avvenuto da quelle parti, non lo avesse fatto riemergere nella memoria del regista, che si era adoperato per trovare i necessari finanziamenti, arrivati finalmente grazie alla sinergia di produttori cinesi e internazionali, e al prestigio di cui egli gode in tutto il mondo, oltre che nella sua Cina.

Questo è ancora un noir ed è la storia di un fascinoso balordo Zenong Zhou (Hugh Hu) ricercato per aver ucciso un uomo della polizia, sul quale pende una taglia piuttosto allettante, ciò che lo condanna, inevitabilmente a morire e che lo rende diffidente e cauto negli spostamenti, ostile alle confidenze e ai rapporti umani. Da un incontro, ambiguo, con la giovane prostituta che gli offre rifugio e protezione, ha inizio l’ odissea che il film ci racconta fra flashback e presente, fra realtà e sogno. Nulla svelerò.

È un’opera che di Yi’nan Diao porta l’inconfondibile firma, raggiungendo i risultati più astratti di sempre: gli elementi realistici trascolorano, le ferite sanguinanti diventano eleganti disegni, le atrocità più efferate perdono la loro consistenza nel buio dei notturni in cui si moltiplicano le sfumature dei blu e dei neri e in cui le sole luci tremolanti e indefinite dei neon e dei fari perdono la capacità di illuminare.
Ciò, però, non significa che perdano la loro verità: questo è l’aspetto più sorprendente, perché dopo la visione di questo film ci accorgiamo che l’eleganza della forma non riesce a celare l’orrore di una società nella quale in nome del denaro, supremo valore, si accetta lo spaccio della droga, la prostituzione senza riscatto, l’omicidio perpetrato dai teppisti di strada, la malavita, lo sperdimento di sé, l’omertà e la corruzione diffusa che inghiotte, quasi ridicolizzandole, le luci catarifrangenti delle belle scarpe sportive, indossate dalle guardie e dai ladri, nonché le bianche e buffe “ali” che ricoprono con eleganza il capo delle donne che si vendono. Nessun altro regista, prima di Yi’nan Diao, aveva reso con tanta evidenza l’annullarsi dell’uomo negli oggetti del desiderio, testimonianza della catastrofe drammatica di un grande paese che sta perdendo se stesso.

* prestigioso regista di grandi film, come Still Life, Il tocco del peccato, Al di là delle montagne, I figli del fiume giallo 

**il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno

 

Alice e il sindaco

recensione del film:
ALICE E IL SINDACO

Titolo originale:
Alice et le maire

Regia:
Nicolas Pariser

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz, Maud Wyler, Alexandre Steiger, Pascal Reneric, Thomas Rortais, Thomas Chabrol – 103 min. – Francia 2019

Dopo tanta sociologia, la politica torna al cinema con questo bel film francese di Nicolas Pariser, che cerca di coniugare la migliore tradizione del pensiero politico della sinistra con il conte philosophique, caro alla cultura d’Oltralpe.
Il regista, già studente alla Sorbonne, tra i migliori discepoli di Eric Rohmer*, si sofferma, in questo suo secondo lungometraggio, sull’eterno problema del rapporto fra le teorizzazioni ideali – non necessariamente utopiche, che orientano le scelte politiche – e la prassi ovvero l’agire politico di chi per cambiare il mondo deve non solo conoscerlo, ma individuare gli obiettivi intermedi realizzabili col massimo consenso possibile in uno stato democratico, evitando il doppio rischio che il pensiero si lasci sedurre dall’eccesso di astrattezza e che la prassi si riduca al piccolo cabotaggio dei provvedimenti hic et nunc, senza alcuna considerazione per la storia del passato e senza prospettive per il futuro.
Il sindaco di Lione Paul Théraneau (magnifico Fabrice Luchini) in crisi di idee sembra rappresentare la generale difficoltà di quei politici che “ci hanno provato”, per dirla con il Gorbaciov di Herzog, con onestà e con buon successo, promuovendo e realizzando importanti progetti di grande valore sociale, ma che ora si sentono spiazzati dalla tecnologia.
Egli, infatti, pur mantenendosi fedele agli ideali democratici e socialisti che ne avevano guidato le realizzazioni, avverte l’esigenza di risposte nuove, per le quali gli mancano le idee, forse l’immaginazione, forse, come dirà Alice, (incarnata benissimo da Anaïs Demoustier) la modestia.
Alice insegna letteratura e filosofia, dopo essersi laureata brillantemente a Oxford. Al suo prestigioso curriculum di ricercatrice sono andate le preferenze dello staff del povero Théraneau svuotato e in affanno, che confessa la propria inadeguatezza a far fronte alla  frenesia delle giornate sempre più affollate di impegni, di spostamenti, di discorsi. Potrebbe essere lei la persona giusta per aiutarlo: è giovane a sufficienza per orientarsi fra le trasformazioni post-moderne e ha cultura da vendere per valutarne i rischi e le  contraddizioni.
Lo seguirà, pertanto, ovunque nel corso della giornata, soprattutto ora che, in mancanza di meglio, il sindaco si è lasciato trascinare nell’impresa folle di coordinare un evento molto impegnativo e solenne: Lione 2520, la celebrazione, cioè, dei 2500 anni dalla fondazione della città, voluta fortemente dalle banche che, finanziandone il progetto, intendono trasformarlo in un affare utile ai soci, sia pure qualificandolo culturalmente e socialmente, in previsione di nuove assunzioni e della creazione di molti nuovi posti di lavoro.

 

Il film, come si vede, sviluppa temi di strettissima attualità, raccontando benissimo l’incepparsi della politica tradizionale, il crescere delle ambizioni personali e di rivalità invidiose all’interno del gruppo di collaboratori che vedrebbe bene la corsa di Théraneau  all’Eliseo per succedere a lui, snaturando completamente le ragioni ideali delle sue scelte.

Nello stesso tempo, diventano ai nostri occhi sempre più chiare le ragioni dello smarrimento di un uomo che alla politica si era dedicato completamente e che non ritrova nella realtà post- moderna la spinta a proseguire. Alla lettura delle Rêveries rousseauiane, forse, il sindaco dovrebbe sostituire quella melvilliana del negarsi all’impegno di Barthélby, lo scrivano**, come infine gli suggerirà amabilmente e con un po’ di ironia Alice, durante il loro ultimo incontro.

Particolarmente apprezzabile che il regista abbia evitato sia il racconto psicologico, sia il mélo sentimentale, sia il sarcasmo feroce a cui i riti della politica si sarebbero prestati, sia il qualunquismo dei populisti fai-da-te, mantenendo alla sua opera il carattere rigoroso del racconto filosofico, amaro e talvolta doloroso, che ci induce a riflettere sul disincanto dell’oggi, profondissimo per chi ha militato con onestà e passione, come il sindaco, ma difficile da affrontare anche per chi, come Alice, si affaccia sul presente col privilegio di saperlo analizzare e comprendere, ma non trova risposte per viverlo da protagonista.

*il film, e la scelta dell’interprete Fabrice Luchini sono un chiarissimo riferimento-omaggio a L’Arbre, le Maire et la Médiathèque che Rohmer girò nel 1993. 

** Melville è anche il nome del cardinale che, durante il conclave  che lo aveva eletto papa, fugge per sottrarsi a un compito per il quale non si sente adeguato.
Il riferimento è a Nanni Moretti e ad Habemus papam, ed è il regista stesso ad ammetterlo nel corso di un intervista concessa a Nicolas Azalbert e Stéphane Delorme il 5 settembre 2019 (Cahiers du Cinéma n° 759 dell’ottobre 2019).

Herzog incontra Gorbaciov

recensione del film:
HERZOG INCONTRA GORBACIOV

Titolo originale:
Meeting Gorbachev

Regia:
Werner Herzog, Andre Singer

documentario – Gran Bretagna, USA, Germania 2018.

Un gran bel documentario questo che purtroppo ha poca visibilità in Italia. Questo mio breve commento vuole essere un invito a vederlo, prima che sparisca dalle nostre sale. È l’intervista, condotta in tre tempi, dal grande regista tedesco Werner Herzog e dal famoso documentarista britannico Andre Singer a Mikhail Gorbaciov, l’uomo che aveva introdotto nel sistema dell’economia sovietica le riforme della Perestroika e nella politica del suo paese il principio della Glasnost, ovvero qualche elemento di libero mercato nell’economia ingessata dalla burocrazia, nonché qualche elemento di trasparenza e di controllo nei confronti di un potere politico imbalsamato nell’immobilismo più asfittico e chiuso ostinatamente a ogni forma di confronto.

Alla morte di Breznev, (1982) dopo il susseguirsi grottesco di leader vecchi e malati, finalmente il giovane Gorbaciov era diventato il nuovo segretario del Comitato centrale del Partito comunista sovietico (1985) nonché capo del governo, assumendo insieme alla straordinaria responsabilità nei confronti del proprio paese, l’immagine carismatica di un leader che, venendo incontro alle attese del mondo, diventava simbolo delle speranze dell’umanità, in vista di una pace duratura e senza confini, fino al 1991, quando un colpo di stato della vecchia guardia aveva messo fine al sogno, aprendo in Europa e nel mondo la strada a molti dei processi disgregativi ancor oggi in atto.

È un film costruito grazie al montaggio sapientissimo che alterna le interviste, i ricordi storici e le malinconiche rimembranze personali di un uomo malato e vecchio, ma ancora giovane nel cuore e lucidissimo nell’analisi politica, in cui – tra vecchie fotografie, giornalistiche presenze e immagini di repertorio che avevano fatto il giro del mondo – rivediamo, con i grandi di quegli anni*, anche i tempi delle nostre illusioni, che sarebbe un bene per tutti se non andranno smarrite e  diventassero oggetto di conoscenza delle giovani generazioni.
Oggi, quando si va perdendo troppa memoria storica, questo film può aiutare davvero l’umanità disorientata e distratta a riflettere su quel passato e anche sugli errori di chi… ci aveva provato, generosamente. Come lui, che lo dirà alla fine della bellissima lunga chiacchierata, ma anche come noi che altrettanto generosamente avevamo creduto a quella politica e che ostinatamente continuiamo a credere e a sperare.

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*fra gli altri: Ronald Reagan, durante la sua presidenza degli USA, il sindacalista polacco Lech Walesa, ex leader di Solidarność e presidente della Polonia, ed Helmut Kohl, artefice dell’unificazione tedesca dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 e Margaret Thatcher.

Che sia un film da vedere, dunque, ça va sans dire.

Lo sceicco bianco

recensione del film:
LO SCEICCO BIANCO

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Giulietta Masina, Brunella Bovo, Gina Mascetti,
Lilia Landi, Ernesto Almirante, Fanny Marchiò, Enzo Maggio, Ettore Maria Margadonna, Antonio Acqua, Ugo Attanasio, Jole Silvani, Mimo Billi – 86′. – Italia 1952

Federico Fellini, forse il regista più grande del nostro cinema, era nato a Rimini il 20 gennaio 1920, un secolo fa.
Su questo blog, nel mio piccolo, intendo ricordarlo per quanto possibile degnamente, con qualche recensione che si aggiunge a quelle, già presenti, di La dolce vita (1960) e Amarcord (1973), nella speranza di invitare alla conoscenza delle sue opere. Oggi è possibile vederne cinque in edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nelle sale che si stanno organizzando in proposito. Molte altre saranno disponibili anche sui canali televisivi pubblici o privati, sulle piattaforme delo streaming o attraverso i supporti (DVD o BluRay), fermo restando che vederle al cinema, nelle sale per le quali Fellini le aveva volute, è la migliore di tutte le opzioni possibili.

 

 

LO SCEICCO BIANCO

Uscì nel 1952: era il primo film girato interamente dal giovane Federico che nel 1951 era stato co-regista di Luci del varietà, insieme ad Alberto Lattuada, dopo qualche esperienza da sceneggiatore per Rossellini e per Germi.

Il soggetto di Lo sceicco bianco, per la verità, era stato ideato da Michelangelo Antonioni che, successivamente, lo aveva abbandonato nelle mani del produttore, (il che di frequente avveniva), in attesa di uno sceneggiatore e di un regista. Fellini aveva letto lo script, l’aveva ritenuto interessante e aveva accettato di occuparsene, purché gli si garantisse il pieno controllo di tutte le fasi della lavorazione, anticipando di una decina d’anni le richieste dei più grandi registi internazionali che, dalla seconda metà degli anni ’60, rivendicarono a sé il diritto all’intera responsabilità realizzativa dei loro film.

I personaggi  e il racconto

La storia è quella di due sposini, arrivati in treno a Roma dalla Calabria nel 1950, l’Anno Santo, in occasione del quale il Papa aveva previsto udienze straordinarie per le coppie dei giovani sposi in viaggio di nozze.
Fu così che Ivan e Wanda Cavalli (rispettivamente Leopoldo Trieste e Brunella Bovo) iniziarono nella città eterna la loro luna di miele e insieme la loro … separazione, forse la prima, o forse l’unica…Non è dato saperlo.

Wanda, inopinatamente, aveva abbandonato Ivan con uno stratagemma, per un’avventura che nelle intenzioni avrebbe dovuto durare poco più di un’ora, ma che si era protratta fino al giorno dopo. Aveva, infatti, voluto vedere e conoscere da vicino l’uomo che aveva acceso la sua ingenua immaginazione: lo sceicco bianco, al secolo Fernando Rivoli (interpretato dal giovane Alberto Sordi), eroe di un popolare fotoromanzo, all’epoca molto letto dalle ragazze alfabetizzate della piccola borghesia che alla lettura dei fumetti si affidavano per evadere dalla realtà paesana alquanto monotona e priva di attrattive, allettate da un mondo altro, perfetto ma inesistente, che offriva elementi di facile identificazione sentimentale.
Con ingenua trepidazione, eludendo la sorveglianza possessiva del marito, era uscita di corsa dall’albergo e si era avventurata per le strade di Roma che stava per celebrare una festa civile, portando con sé il regalo che aveva preparato per il suo sceicco (gli aveva già indirizzato tre lettere, sempre ricevendone risposta): un ritratto che lei stessa avea disegnato e firmato con lo pseudonimo Bambola Appassionata.

 Ivan non si era accorto di nulla: stanco del lungo viaggio in treno, si era addormentato, né si sarebbe svegliato senza il concitato bussare della cameriera: l’acqua calda del bagno, di cui Wanda aveva fatto richiesta, era traboccata (nella fretta di fuggire la sciagurata non aveva chiuso il rubinetto…).

Si precisano a poco a poco, nel corso del racconto, i tratti caratteristici del giovane sposo, che, all’inizio del film, appare anche troppo presuntuoso e vanaglorioso, emblematicamente rappresentativo dell’uomo del Sud di media cultura classica, convinto di avere, perciò stesso, diritto a un posto prestigioso nella pubblica amministrazione e anche alla carriera in vista di un futuro come politico democristiano: la sua famiglia, nella sua propaggine romana, e uno zio, impiegato in Vaticano, erano la garanzia di queste aspirazioni ambiziose; Ivan era anche convinto del diritto alla proprietà di Wanda, a cui avrebbe voluto insegnare a vivere secondo la stereotipata divisione dei ruoli della famiglia tradizionale.
In realtà Ivan era fragile e disorientato almeno quanto lei: due giovani inesperti entrambi, sperduti nel mondo caotico e volgare della capitale nell’immediato dopoguerra, popolata di uomini e donne apparentemente accoglienti, ma in realtà avidi, capaci di alternare cinismo e falsa condiscendenza, pur di accaparrarsi qualche mancia, o qualche favore.

Il film segue in parallelo le avventure di entrambi, prigionieri, anche se in modo diverso, di un’identità fittizia, e invischiati, senza volere in un tourbillon di eventi che li travolgono, privandoli di ogni capacità reattiva.

Fellini disegna perfettamente i due provinciali sperduti, attraverso scene che, tra lo scherzoso e il pietoso, ne definiscono il comportamento.
Di lui vorrei ricordare lo smarrimento durante la sfilata dei bersaglieri; la sosta al ristorante, costretto a recitare contro voglia una sua vecchia poesia d’amore e ad ascoltare i due menestrelli che per lui cantano un’insensata canzone; la presenza all’opera (il Don Giovanni, che Fellini riprende – con allusione maliziosa alle vicissitudini di Wanda – nel momento della seduzione di Zerlina: Vorrei e non vorrei…); l’inevitabile e dolorosamente comica denuncia alla polizia e, infine, l’incontro con le due prostitute romane (indimenticabile la Cabiria di Giulietta Masina), alla debole luce della luna.

Di lei vorrei ricordare l’incantamento per l’incontro con Marilena Alba Vellardi, la segretaria dello sceicco, attraverso la quale passava la corrispondenza per lui, che non la leggeva; lo stupore per la sfilata delle odalische e delle comparse; lo smarrimento per la direzione del fumetto da parte di un regista che urla e sbraita, maltrattando gli attori; la meraviglia per l’arrivo in altalena dello sceicco (scena davvero magistrale per la sintesi, tutta felliniana, dell’epifania favolosa con la reale volgarità dell’uomo (superbo Alberto Sordi, all’inizio di carriera); il compiacimento di essere con lui mentre le ammiratrici sono in cerca di un autografo; la solitudine disperata.

Il film si avvale della bellissima colonna sonora di Nino Rota: chi l’ascolta noterà le analogie con la musica delle opere felliniane che seguiranno.

Cercate di non perderlo.

La ragazza d’autunno

recensione del film:
LA RAGAZZA D’AUTUNNO

Titolo originale:
Dylda

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Kseniya Kutepova, Olga Dragunova, Timofey Glazkov, Alyona Kuchkova, Veniamin Kac, Denis Kozinets, Alisa Oleynik, Dmitri Belkin, Lyudmila Motornaya, Anastasiya Khmelinina – 134 min. – Russia 2019.

È arrivato in sala l’attesissimo secondo film di Kantemir Balagov, regista del bellissimo Tesnota, ora reperibile in DVD.
Nato nel 1991 e cresciuto alla scuola di A. Sokurov, l’enfant prodige ha imparato perfettamente a maneggiare gli strumenti del suo lavoro e questa volta ci ha raccontato, con impassibile distacco, alcune storie terribili dell’immediato dopoguerra (1945) a Leningrado, quando i nazisti se n’erano finalmente andati ed era consentito sperare che con la pace sarebbero tornate le condizioni della normalità quotidiana, per riprendere a vivere. Ai sopravvissuti si richiedevano però cure urgenti: a quelli, che erano rimasti e avevano patito la fame e il freddo resistendo per eroismo o per disperazione; a quelli che erano tornati dal fronte e che portavano nel corpo e nella mente i segni incancellabili dell’orrore più feroce e che ora, in ospedale, ricevevano le attenzioni e, quando possibile, le cure del medico e delle infermiere pietose e premurose, che tuttavia dovevano misurarsi con la scarsità dei farmaci, dei disinfettanti, dei bendaggi e persino dell’acqua, poiché il ritorno alla normalità non era questione di ore, ma di giorni e talvolta di mesi: tutto scarseggiava, persino i cani, che gli abitanti avevano sacrificato per sopravvivere.

Questo film, ispirato al romanzo La guerra non ha un volto di donna, della scrittrice Premio Nobel Svetlana Alexievich, tuttavia, non è un film sui reduci, o sui disperati che hanno perso in guerra i loro affetti, ma è una storia di donne, un racconto molto complesso e molto personale del regista che scava nel dolore femminile, spiegandone le ragioni:
Mi interessa il destino delle donne e, in particolare, di quelle che hanno combattuto nella seconda guerra mondiale […], la guerra che ha visto in assoluto la più massiccia partecipazione da parte delle donne. Come autore, mi interessa trovare una risposta alla domanda: cosa succede a una persona che la natura ha previsto per creare la vita, dopo essere sopravvissuta alle prove della guerra?

Era tornata dal fronte Masha (Vasilisa Perelygina), che a Leningrado aveva incontrato l’amica Iya (Viktoria Miroshnichenko), arruolata come lei nell’esercito, con compiti di “supporto”, eufemismo per nascondere la prostituzione organizzata dallo stato sovietico a sostegno delle truppe. Iya, detta la Spilungona (Dylda) o Giraffa per l’altezza spropositata, era presto tornata alla vita civile, ovvero a condividere con gli assediati la fame e il freddo, avendo manifestato la propria inidoneità all'”attività di supporto” nella forma di una transitoria epilessia che ne bloccava, all’improvviso, i movimenti. A lei, Masha aveva affidato Paska, il piccolo che aveva quasi miracolosamente partorito, fra un aborto e l’altro, perennemente a rischio in quella zona di guerra.

Al suo ritorno, Paska non c’era più e Iya si era assunta la responsabilità di quella scomparsa, accettando di risarcire l’amica con una maternità “per procura”, che avrebbe restituito a entrambe una ragione per vivere, allontanando i sensi di colpa e le umiliazioni accumulate nel passato e anche nel presente, quando tutti i nodi erano venuti al pettine e la disperazione era sembrata impadronirsi inesorabilmente delle loro giovani vite.

È un film sull’amicizia femminile, perciò, sugli sguardi e sui gesti della com-passione e della pietà, che si esprime senza parole, con i tempi lunghi necessari a lasciare intendere  l’indicibile; a confessare l’inconfessabile, a esprimere con timido pudore un’ambivalenza erotica che non può o non vuole palesarsi.
Sono anche altri i temi nascosti sotto il “velame de li versi strani” e sono tutti molto moderni: l’estrema pietà dell’eutanasia di fronte al dolore inutile e senza rimedio; le ingiustizie di classe e i privilegi di chi non ha dovuto sacrificare il proprio cane per nutrirsi; le lunghe code per un lavoro; l’ottusità dei burocrati; il permanere di un’arcaica cultura maschile che confina le donne e anche i “diversi” a un ruolo di perenne subalternità.
Dal film, che sembrerebbe molto triste, emerge invece la voglia di vivere dei personaggi, che sentono di nuovo in sé l’impulso a superare il momento più critico. Tutto questo diventa credibile grazie alla sinergia che si stabilisce fra le bravissime protagoniste, la volontà del regista di evitare un film “storico” per parlare con il linguaggio universale del sentire, espresso con asciutta e scarna sobrietà, lontana dal mélo e anche con i colori raffinati e caldi della splendida fotografia e dei bellissimi costumi.

Storia di un matrimonio

recensione del film:
STORIA DI UN MATRIMONIO

Titolo originale:
Marriage Story

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Merritt Wever, Azhy Robertson,
Ray Liotta, Julie Hagerty, Mark O’Brien

– 136 min. – USA 2019.

Una breve premessa: anche questo film, come potete vedere dalla locandina e dal trailer è distribuito da Netflix sulla propria piattaforma. Come era accaduto per The Irish Man, qualche sala cinematografica lo sta proiettando, in lingua originale, con sottotitoli italiani. A questa visione in sala si riferisce il mio commento.

Non è facile dare un giudizio su questo film, che è la crudelissima analisi di un difficile rapporto di coppia. Lei, Nicole (Scarlett Johansson) – nata e vissuta a Los Angeles – è un’attrice che vorrebbe affermarsi; lui – “più newyorkese di qualsiasi altro newyorkese” – è Charlie (Adam Driver), regista e scrittore teatrale in cerca di pubblico e, a sua volta, di affermazione.
Li vediamo mentre stanno descrivendo, separatamente, le qualità più amabili e i difetti più odiosi dei rispettivi partner: l’esercizio fa parte della terapia di coppia che i due, sul punto di separarsi, hanno tentato per non precipitare la decisione dolorosa che dovranno prendere. Dalle rispettive parole, accompagnate dalle immagini dei numerosi flashback, comprendiamo che il loro era stato un bel matrimonio d’amore e che entrambi preferirebbero farlo durare, non solo perché hanno un bambino che inevitabilmente ne soffrirà, ma soprattutto perché l’antica fiamma era dura da estinguere. Era ancora più difficile, tuttavia, conciliare l’esigenza di vivere a Los Angeles – la sola città in cui Nicole, nel suo ambiente e con le giuste conoscenze, avrebbe potuto affermarsi –  con quella, irrinunciabile per lui, di vivere a New York, la città più europea degli Stati Uniti, in cui le sue pièces teatrali avrebbero avuto un po’ di futuro e sperabilmente parecchi spettatori appassionati.

L’accordo, date queste premesse, non era stato possibile, per la gioia degli avvocati matrimonialisti (una dura e precisa Laura Dern per Nicole; un abile e flessibile Ray Liotta per Charlie), che con spietato e lucido realismo avevano prospettato le conseguenze dei comportamenti più ragionevoli e umani di fronte alle giurie dei tribunali civili americani che sempre applicano freddamente le leggi, incuranti dell’umanità, del sentire e del soffrire delle coppie in crisi, ma attente esclusivamente al presunto interesse dei minori, certificato, in questo caso, con precisione burocratica da un’osservatrice esterna, che aveva passato una giornata con padre e figlio, senza parlare e senza dar segni di comprendere.

Questo film mi ha ricordato Lo stravagante mondo di Greenberg , dello stesso regista per l’amabile velleitarismo del personaggio di Charlie, e, soprattutto, per la rappresentazione delle nevrosi di chi fatica a integrarsi nel mondo di oggi, che come vediamo è interessato esclusivamente a produrre e a fare i soldi, cosicché riacquista attualità la profezia inquieta di Bertrand Russell (Matrimonio e morale – traduzione di Gianna Tornabuoni – Milano, Longanesi & C. , 1966):
“Sarebbe pazzesco, sebbene in certi casi possa essere tragicamente eroico, sacrificare la carriera all’amore, ma è ugualmente pazzesco, e niente affatto eroico, sacrificare l’amore alla carriera. Nondimeno ciò avviene, e avviene inevitabilmente in una società organizzata sulla base della lotta universale per il denaro.”

Il film si fa seguire con interesse, coinvolgendo lo spettatore grazie all’abilità con la quale il regista traduce il proprio script, molto letterario e fitto di dialoghi, in sequenze visive spesso brevi, ma ben collegate da un montaggio spezzato e nervoso, che pienamente asseconda l’inquietudine e la solitudine di lui, nonchè con i sensi di colpa di lei, la quale, giustamente, ma col nodo alla gola, rivendica il diritto a essere se stessa.

Consigliabile la visione (possibilmente in sala e in lingua originale)