45 anni

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recensione del film:
45 ANNI

Titolo originale:
45 Years

Regia:
Andrew Haigh

Principali interpreti:
Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley – 95 min. – Gran Bretagna 2015.

Una tranquilla coppia anziana vive serenamente in un villino nella campagna inglese tra i fiumi e gli stagni della contea del Norfolk. Lei è Kate (Charlotte Rampling), insegnante in pensione; lui è Geoff (Tom Courtenay), molto più anziano di lei, con qualche bypass e un passato nell’industria e nel sindacato.  Non hanno figli, ma il loro matrimonio, ricco di relazioni sociali e di amicizie, non sembra averne risentito, essendo arrivato, senza grandi scosse e senza crisi, alla vigilia del quarantacinquesimo anniversario: quando inizia il film (lunedì) manca meno di una settimana a quella data (sabato). I due stanno progettando una grande festa con molti invitati e hanno affittato, per l’occasione, una sala grandiosa in una storica magione. Tocca a lei, che è più giovane e ancora relativamente in buona salute, il compito di organizzare tutto: dalla scelta della sala, a quella dei cibi, dei vini e anche delle musiche che ricorderanno i momenti più importanti della loro storia: entrambi vorrebbero risentire i mitici Platters nel disco che ha accompagnato anche il loro primo ballo, Smoke gets in your Eyes, col quale dovrebbe romanticamente concludersi la loro serata.
In questa atmosfera tranquilla, riaffiora, con forza dirompente, il passato di Geoff, al quale una lettera inaspettata dalla Svizzera annuncia il ritrovamento, dopo cinquant’anni, del corpo di Katya, la sua fidanzata di allora, il primo suo grande amore, che i ghiacci della montagna stavano riportando alla luce, intatto e incorrotto, cosicché, egli, ancora vivo, forse potrebbe riconoscerlo. Katya era precipitata in un crepaccio durante un’escursione a tre, poiché una guida accompagnava la coppia degli innamorati in vacanza, ciò che aveva infastidito Geoff e anche un po’ ingelosito, quando, attardandosi lungo il sentiero, aveva udito le loro conversazioni, le risate e purtroppo, infine, l’urlo di lei, caduta in quella trappola terribile, nonché il silenzio spaventoso che ne era seguito.
Questo, almeno, era stato il racconto di lui a Kate, ora molto ansiosa per l’effetto che avevano prodotto quelle notizie inaspettate: da buona moglie non potevano sfuggirle il turbamento imbarazzato, il ritorno al fumo, le notti insonni nel solaio della loro casa nel quale, forse, egli aveva celato segreti del proprio passato, a lei sconosciuti.
Il regista segue il momento delicato per questa coppia, scrutando, giorno dopo giorno, dal lunedì al sabato, con la macchina da presa, il progressivo mutare delle abitudini di entrambi, l’incupirsi e lo sfuggirsi dei rispettivi sguardi, la difficoltà nel trovare le parole giuste per chiarire e, soprattutto, lo spaesamento di Kate davanti alle carte ingiallite che furtivamente aveva voluto vedere in quel solaio e che, come in un  flashback, sembrano svelarle la vita di Geoff, ai tempi in cui lei, giovanissima, ne ignorava addirittura l’esistenza. Le vecchie fotografie, ormai quasi illeggibili, e le diapositive le cui sbiadite immagini rimandavano incerti contorni avevano indotto nella sua mente l’inquietante sospetto, forse ingiusto, che in tutta la storia che li aveva riguardati nel corso di quei quarantacinque anni, le scelte di lui fossero avvenute quasi obbedendo alla volontà silenziosa di Katya, sempre presente nei suoi pensieri e nella sua vita: di ciò era diventata convinta.

Il film, a mio avviso molto bello e da vedere, scruta profondamente i fragili equilibri sui quali si costruisce un rapporto di coppia e pone al contempo alcuni problemi, di non poca importanza, sul ruolo del caso nella nostra vita, sulla reale libertà delle nostre scelte, sul peso del passato nelle nostre decisioni, sull’impossibilità di tornare sui nostri passi, quando prendiamo coscienza delle possibili alternative che ci siamo lasciati sfuggire allorché sarebbe stato ancora possibile scegliere, forse, diversamente. Non a caso, oltre alle numerose citazioni cinefile, il film contiene alcune allusioni a Kierkegaard, il filosofo danese che Geoff sta leggendo e sul quale evidentemente sta riflettendo nel corso del film.

Fatto di sguardi, di parole dette e di silenzi impacciati, di pensieri e di espressioni, il film poggia sulla grandissima e sensibilissima interpretazione degli attori protagonisti, giustamente premiata a Berlino col Leone d’argento, che nel febbraio di quest’anno è stato assegnato salomonicamente sia a Charlotte Rampling, sia a Tom Courtenay.

Se siete interessati, QUI potete leggere una bella intervista a Tom Courtenay a proposito del film

una gran bella età? (Giovane e bella)

Schermata 11-2456607 alle 00.08.48recensione del film:
GIOVANE E BELLA

Titolo originale:
Jeune et Jolie

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vatch, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling -94 minuti- Francia 2013

In quattro capitoli (accompagnati da quattro diverse canzoni di Françoise Hardy), che coincidono con le quattro stagioni dell’anno, a partire dall’estate, Ozon ci racconta un anno cruciale della vita di Isabelle (interpretata superbamente da Marine Vatch), diciassettenne che frequenta il liceo, ed è molto bella e fragilissima, come quasi tutte le ragazze a quell’età, quando, alle trasformazioni del corpo corrisponde anche un cambiamento profondo della percezione che ciascuna ha di sé e perciò la ricerca della propria identità diventa molto importante. Isabelle è una ragazza di “buona famiglia”, come si definiscono comunemente, e anche un po’ acriticamente, le famiglie dell’alta borghesia; abita con la madre (separata), il fratello Victor, un po’ più giovane di lei e con il compagno della madre. Durante l’estate, in vacanza, Isabelle decide che è arrivato il momento di avere la sua prima esperienza sessuale con un giovane tedesco che la corteggia: la delusione che ne riporta, insieme al senso di frustrazione, si accompagna a una grande curiosità di riprovarci. E’ spinta dal desiderio di conoscere il piacere negato la prima volta e anche dalla voglia di capire se quel suo corpo è apprezzato dagli uomini, se la sua bellezza ha qualche valore, se le è possibile vivere da adulta, nonostante sia costretta ogni giorno a misurarsi con la dipendenza familiare chissà per quanto tempo ancora. Attraverso Internet, perciò, costruisce una rete di conoscenze solo sue, di uomini in cerca di ragazzine, con i quali si prostituisce, presentandosi col nome di Lea e chiedendo un corrispettivo in denaro mediamente alto, che non spende, ma custodisce in un luogo segreto del proprio armadio. A differenza di alcune sue compagne, che si vendono per comperare un pezzo prestigioso per il proprio guardaroba, Isabelle non consuma i suoi guadagni, quindi, ma sembra ricavarne la conferma della raggiunta condizione di adulta in grado di vivere di risorse proprie di fronte a una società e a una madre che tendono a prolungare la sua infanzia oltre ogni limite di decenza.

Cominciano perciò a delinearsi, senza che il regista se lo proponga deliberatamente, le motivazioni profonde di una scelta molto insidiosa, che sono probabilmente da individuare oltre che nel disagio di tutti i giovani del mondo occidentale, costretti a rimandare all’infinito qualsiasi progetto di vita autonoma, anche in un atteggiamento genitoriale tra l’amichevole e il paternalistico, di chi ha rinunciato, però, sostanzialmente al proprio ruolo di indirizzo delle scelte dei figli, e di controllo non invasivo dei loro comportamenti, specialmente in un’età così delicata, di fronte a stimoli indotti, oltre che dalla fisiologica curiosità e dai  naturali impulsi, dalla onnipresente pubblicità che diffonde ovunque, martellante e ossessiva modelli assai discutibili, soprattutto attraverso gli strumenti della modernità che i giovani adorano: cellulari, o Internet, che non è solo il potente strumento di informazione e di crescita che tutti noi apprezziamo. Forse Isabel ne uscirà con l’aiuto dello psicologo; forse con l’ultimo decisivo e molto commovente colloquio con l’unica vera figura materna del film (grandissima Charlotte Rampling), che riuscirà a parlarle con vero amore, da donna a donna, con molta calma, ricordando quell’anziano cliente che, involontariamente, l’aveva messa nei guai. La famiglia, come sempre nelle pellicole di questo regista, ne esce a pezzi.
François Ozon è un eccellente affabulatore: ci racconta di solito piccole o grandi storie con “l’esprit de finesse” e anche la grazia di chi guarda lo scorrere della vita, cogliendone aspetti buffi o seri, talvolta drammatici, con grande leggerezza: con affettuosa simpatia segue i personaggi senza giudicarli e descrive i loro comportamenti senza spiegarli con la sociologia. In realtà questo suo narrare  riesce spesso a penetrare più a fondo di molte analisi cosiddette scientifiche, perciò, dopo aver visto i suoi film, ci pare di aver capito qualche cosa di più di certi aspetti del mondo che abbiamo intorno a noi e che erano sembrati incomprensibili. Credo che ciò valga per molti suoi film, come  Otto donne e un mistero, Le refuge, Potiche, o  Nella casa, oltre che per quest’ultimo, presentato a Cannes lo scorso maggio.

A questo Link il lettore interessato può trovare il testo della bellissima poesia di Arthur Rimbaud (Roman – Romanza) che viene fatta leggere al liceo di Isabelle, seguita dalla sua traduzione in italiano (ma in francese è molto più bella, anche se la traduzione è splendida!)

melodrammatico fumettone (Treno di notte per Lisbona)

Schermata 04-2456413 alle 22.49.56recensione del film:

TRENO DI NOTTE PER LISBONA

Titolo originale:                                              
Night Train To Lisbon

Regia:

Bille August

Principali interpreti:

Jeremy Irons, Mélanie Laurent, Jack Huston, Martina Gedeck, Tom Courtenay, Christopher Lee, Charlotte Rampling – 111 min. Svizzera, Portogallo, Germania, 2013.

Tratto da un romanzo di successo, questo film racconta la storia di Raimund Gregorius, un grigio insegnante di liceo, che, in una grigia Berna, è vissuto finora in modo così monotono e piatto da essere stato lasciato al proprio destino dalla moglie un po’ più vispa di lui. La sua vita, però, ora  sta per cambiare: in un giorno piovoso e triste, mentre sta andando a scuola, si imbatte in una giovane aspirante suicida, che mette in salvo e porta in classe con sé, senza però riuscire a impedirne la fuga improvvisa: tra le mani gli resta solo il suo rosso impermeabile. Incurante degli studenti, che abbandona senza esitare, il professor Gregorius la rincorre, inutilmente, ma trova, nella tasca dell’indumento, un libretto dello sconosciuto scrittore portoghese Amadeu Prado, le cui riflessioni gli paiono scritte proprio per lui. Nel medesimo libriccino trova anche un biglietto ferroviario per Lisbona, quasi un segnale per dare una  scossa alla propria vita. Si mette, dunque, in viaggio alla volta di una città non conosciuta, ma proprio per questo intrigante e desiderabile, abbandonando, con impulsiva decisione, la sua quotidiana attività. L’urgenza di andarsene non gli permette neppure di rifornirsi del minimo indispensabile per sopravvivere in una città, senza apparire un barbone: la sua carta di credito farà probabilmente il miracolo (evidentemente a Lisbona è accettata proprio da tutti), visto che il suo aspetto è sempre quello di un signore bello, rasato e pulito. I suoi studenti? Fanno naturalmente una tale cagnara festosa, per l’inaspettata “vacanza”, da richiamare l’attenzione del preside, che anziché licenziare il professore, come avverrebbe persino nel nostro lassista paese, si affanna a cercarlo col cellulare, lo invita a tornare, lo prega, non solo quel giorno, ma anche nei giorni successivi, senza per questo riuscire a smuoverlo dalla volontà di rimanere là per trovare le tracce che lo conducano all’identità della mancata suicida. Lisbona è bella e solare e certo meno noiosa di Berna, ma tutto ciò che avviene successivamente assume sempre più il carattere di un’inverosimile storia in cui le coincidenze casuali sono davvero troppe per essere credibili.

Non intendendo addentrarmi negli intricati sviluppi della vicenda, mi limito a dire che una provvidenziale rottura degli occhiali lo porta a incontrare la donna in grado di fargli conoscere i sopravvissuti della "rivoluzione dei garofani" (quella che nel 1974 mise fine alla lunga e feroce dittatura fascista di Salazar in Portogallo), nel cui ambito era maturata l'attività di Amadeu Prado, medico e fiero oppositore del regime. Le parole degli ormai anziani protagonisti di quegli anni mettono in luce, oltre alle rispettive storie, dolorose e molto dure, anche le rivalità amorose e le gelosie violente e sanguinose che erano scoppiate fra Amadeu e un altro di loro: melodrammatica ricostruzione, che trasforma due coraggiosi studenti, che rischiavano la pelle per mantenere i collegamenti con altri antisalazaristi presenti nel paese, in due rozzi duellanti rusticani per il possesso di una donna. Il regista, pur avvalendosi di una bellissima e raffinata fotografia  e di un cast di attori di tutto rispetto, ha dato vita a un film dai contorni grossolani, attento a soddisfare soprattutto il pubblico che cerca le emozioni più facili, incline alla lacrima liberatoria, che, infatti, sgorgava fluente e copiosa, durante tutta la proiezione del film, dagli occhi delle signore sedute non lontane da me. 

Ho visto questo film soprattutto per la curiosità che il trailer aveva suscitato in me e anche per comprendere perché la critica avesse stroncato quasi unanimemente un film molto amato dal pubblico. Ora ho compreso! Il problema è che i pochi a cui viene da ridere rischiano il linciaggio.

fermare il tempo (I colori della passione)

recensione del film:
I COLORI DELLA PASSIONE

Titolo originale:
The Mill and the Cross

Regia:
Lech Majewski

Principali interpreti:
Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling, Joanna Litwin, Oskar Huliczka – 97′ – Svezia, Polonia, 2011.

Il regista polacco Lech Majewski ricrea in questo splendido film l’ambiente in cui nacque il celebre dipinto di Pieter Bruegel il vecchio, intitolato Salita al Calvario (1564), il quale, mentre rappresenta le torture e le violenze inflitte a Cristo dai suoi carnefici, allude metaforicamente alla condizione della sua terra di Fiandra, i cui abitanti, ribellandosi all’occupazione spagnola e al tentativo di imporre il cattolicesimo con la forza, vennero violentemente sottoposti a feroci massacri*. Majewski ci introduce dapprima nella vita quotidiana di un villaggio delle Fiandre alla fine del XVI secolo mettendoci davanti agli occhi le occupazioni degli uomini che ci vivono, le frequenti maternità delle donne, i giochi dispettosi dei bambini, le stanze buie anche in pieno giorno in cui le famiglie convivono promiscuamente con gli animali domestici. La bellissima e nettissima fotografia, che accompagna la ricostruzione storica scrupolosa e attenta, mette in luce molto spesso la perfezione dell’ingranaggio del mulino, che sorge in posizione dominante su tutto il villaggio.
Questo mulino scandisce il tempo; il mugnaio che ne mette in moto il meccanismo, e che lo può fermare a suo piacimento, assume nel corso del film un significato simbolico sempre più chiaro: è Dio che determina, secondo i suoi disegni, le vicende umane, come intuisce lo stesso Bruegel, che non a caso lo colloca in cima a un’altissima roccia, sulla sinistra del dipinto, a dominare la scena di orrore e di dolore che si svolge sotto i suoi occhi, ma lontano da essa. In primo piano, invece, una selva di uomini e donne, oppressi e oppressori, in coerenza con la visione che l’artista aveva della pittura e che costituisce, secondo Majewski, una peculiarità della pittura bruegeliana: far sì che l’occhio del fruitore dell’arte colga soprattutto, a una prima lettura, i particolari che lo coinvolgono di più, anche se sono i meno importanti, perché sono parte del vivere quotidiano. Si snoda, allora, davanti ai nostri occhi il processo di ideazione e di realizzazione del quadro, nel quale l’artista, come Dio, è riuscito a fermare il tempo, per mostrarci i particolari di quel vero calvario che ha contrassegnato un periodo molto buio della storia delle Fiandre e dell’Europa.

Pieter Bruegel d. Ä. 007
Salita al Calvario di Pieter Bruegel

*Credo sia utile ricordare che le Fiandre, dalla fine del 1482 patrimonio ereditario degli imperatori asburgici, erano diventate nel 1556, dopo l’abdicazione di Carlo V, parte integrante del Regno di Spagna, da poco diviso dal resto dell’Impero. Questa ricca e prospera regione imperiale, perciò, si trovò ad essere governata da uno dei più retrivi e bigotti sovrani Europei, Filippo II, che cercò di stroncare, con una selvaggia repressione, le scelte religiose riformatrici filo-protestanti della popolazione.

il senso della vita (Melancholia)

recensione del film:
MELANCHOLIA

Regia:

Lars von Trier

Principali interpreti:
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet- 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011.

Melancholia è in questo film il nome di un enorme pianeta che sta dirigendosi verso il nostro mondo che, infatti, ne verrà inghiottito.
Non credo, dicendo questo, di rivelare alcunché, né di togliere il piacere che deriva dalla visione del film, perchè è lo stesso regista che quasi subito ci rappresenta l’urto fra i due astri in una scena indimenticabile, lontanissima dalle immagini urlate che i film americani di fantascienza ci hanno abituati ad associare alla collisione planetaria: nessun effetto speciale o tridimensionale, nessuno scoppio catastrofico, ma semplicemente l’inglobamento dolce di quella minuscola pallina, che è la nostra Terra, dentro la superficie elastica e accogliente del grandissimo astro: un breve rigonfiamento, una vescica cosmica che non increspa neppure la superficie esterna dell’astro, che rapidamente la riassorbe in sé: la fine, dunque.
Melancholia è, infatti, una meditazione sulla fine, non solo del mondo, ma soprattutto nostra, un film sulla morte e, insieme sul senso della vita. Accompagnato dalla musica malinconica del Tristano e Isotta wagneriano, il prologo che ho descritto ci introduce, con una breve sequenza di quadri teatrali, allo scenario della tragedia degli ultimi giorni dei personaggi: un grande palazzo in riva al mare, con un retrostante giardino che è circondato da un fitto e intricato bosco, dal quale, a fatica, esce, trattenuta da un viluppo di radici che la tengono legata (citazione probabile del giogo bunueliano di Le chien andalou, ma non si tratta dell’unica citazione del regista spagnolo), Justine vestita da sposa.
Ha quindi inizio il film, che si sviluppa in due tempi, dedicati rispettivamente il primo a Justine e al giorno del suo matrimonio; il secondo a Claire, la sorella di Justine che vive nella lussuosa magione, nella quale si svolge la festa nuziale. Le due sorelle sono alquanto diverse fra loro: Justine è una donna di successo, con un ottimo lavoro, che riceve come dono nuziale una promozione professionale; Claire è la madre di un bimbo di cinque anni, nonché la moglie di John, il ricco signore padrone di quella casa. Nel corso del primo tempo, la radiosa sposina innamorata si trasforma in una donna inquieta che si stacca a poco a poco dalla vita: rifiuta il lavoro e la promozione appena ricevuta, rifiuta il marito, che le ha appena donato una piantagione di melograni (gli alberi della vita e della fecondità, secondo la tradizione orientale) e pare rasserenarsi alla luce sempre più vicina del misterioso astro, la morte, che contiene la spiegazione di tutto, la verità che tutti rifiutiamo, forti delle nostre conquiste scientifiche. La scienza, però, ci dice il regista, non ci attrezza ad affrontare la morte, poiché non fa che accrescere la nostra “υβρις”, allontanando da noi la coscienza della nostra fragilità e della nostra solitudine. Le radici che Justine vuole trovare sono nella terra (mi pare il senso della scena iniziale): questo le permette di “sapere” e di affrontare la fine con serenità.
Claire, all’opposto, crede di essere più forte di Justine (la considera malata), e di fronte al tragico destino che sta per coinvolgere lei e la sua famiglia, rifiuta di arrendersi e cerca un’irrazionale via di scampo.
Sarà Justine a rendere meno duro e doloroso il distacco dall’ esistenza per lei e per il piccolo, con un gesto che richiama al senso vero della vita. Stringersi la mano nell’attesa di ciò che è ineluttabile significa ritrovare la solidarietà, quella “pietas” leopardiana, che dà a ciascuno di noi l’unico conforto possibile di fronte al nulla che ci schiaccia senza pietà.
Il film è, a mio avviso, tra i più belli degli ultimi anni: rivela l’eccezionale talento del regista nel trasmettere, col linguaggio del cinema, un messaggio filosofico duro e difficile, coerentemente espresso attraverso una storia sempre interessante e tesa. Il film contiene immagini di grandissima suggestione simbolica, ispirate alla tradizione cinematografica nord-europea e non solo, ma anche attinte al repertorio della pittura: oltre al richiamo a Bruegel, esplicito, delle prime scene, o ad Albrecht Dürer, autore di una celebre Melancholia su acquaforte, si può scorgere, mi pare, anche quello alla Tempesta giorgionesca nella scena di Justine nuda di notte alla luce di Melancholia (la donna anche in questo caso, non oppone difese alla “tempesta” in arrivo). Bellissimo e a sua volta simbolico l’accompagnamento musicale.
Questo film, se il regista non si fosse lasciato andare, un po’ troppo scioccamente, al gusto della battuta sensazionale, avrebbe meritato di vincere la Palma d’oro a Cannes, per il modo lucido e coraggioso col quale viene presentato il messaggio nichilista e per la qualità della direzione di un cast eccellente.

i cloni siamo noi? (Non lasciarmi)

Recensione del film:
NON LASCIARMI

Titolo originale:
Never Let Me Go

Regia:
Mark Romanek

Principali interpreti:
Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe, Charlotte Rampling, Sally Hawkins, Nathalie Richard, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson, Hannah Sharp, Lydia Wilson, Oliver Parsons, Gareth Derrick, Kate Bowes Renna, Christina Carrafiell, Luke Bryant, Fidelis Morgan, Damien Thomas, David Sterne, Anna Maria Everett, Monica Dolan, Chidi Chickwe- 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010

Il College di Hailsham, nel verdissimo Sussex inglese, è il teatro degli eventi evocati nel corso del film da Kathy H. diventata adulta. In quel luogo, infatti, Kathy insieme ai suoi compagni Tommy e Ruth, aveva iniziato il percorso educativo, che si era in seguito perfezionato in un soggiorno nei cottages: strutture di campagna nelle quali tutti gli ospiti di Hailsham venivano inviati per conoscere il mondo in attesa del “completamento”, al termine del quale gli scopi dell’educazione ricevuta si sarebbero realizzati. Tutta l’attività della scuola appare alquanto strana: i ragazzini, che sono attentamente vigilati affinché non si facciano male o non si ammalino, vivono una intensa vita di relazione fra loro, ma non si possono allontanare dalla struttura scolastica, se non vogliono correre rischi tremendi per la loro vita, né ricevono visite dall’esterno; viene lasciato un certo spazio alla loro creatività, per arricchire la Galleria di una misteriosa signora con disegni o dipinti che essi stessi producono. Sarà una giovane insegnante a spiegare a questi bambini che lo scopo della scuola è farli diventare donatori d’organi, non essendo essi bambini “veri”, ma cloni che possono costituire una riserva da cui, in caso di bisogno, le persone “vere” potranno attingere. Questi cloni, però, per quanto docili e rassegnati, da piccoli si fanno i dispetti, litigano, ridono, piangono, provano amicizia, si picchiano; da grandi provano simpatia per l’altro sesso e finalmente si innamorano, con le gelosie e le rivalità proprie di ogni amore: non sembrano quindi diversi dagli altri esseri umani. La crudeltà della loro sorte si manifesta pienamente quando, diventati donatori, comprenderanno che è stata ed è loro impedita ogni progettualità, che i legami amorosi, che essi vorrebbero duraturi, si spezzeranno forzatamente e che non solo essi sono privi di qualsiasi parentela, ma che nessuna discendenza conserverà memoria del loro sacrificio. L’individuazione negata si esprimerà attraverso l’urlo finale di Tommy, urlo disperato alla luna, di chi sa di morire senza un perché, senza essere riuscito a decidere della propria vita e del proprio destino.

Il film offre molti spunti di riflessione: si può intendere, a una prima lettura, come una inquietante profezia sul futuro degli uomini, il cui egoismo, congiunto all’ uso spregiudicato delle conoscenze scientifiche, non arretra di fronte all’orrore di produrre cloni umani allevati ed educati solo perché donino gli organi ai malati che se li possono permettere. E’ possibile, però, anche vederlo come la rappresentazione di una società in cui i comportamenti umani vengono eterodiretti da una casta di privilegiati che ha reso schiavi altri esseri umani, al fine di sfruttarli fino alla morte, non riconoscendo loro diritti e dignità. Penso però che il film possa essere considerato principalmente una riflessione sul destino dell’uomo, che fin dalla nascita è destinato a morire ineludibilmente, anche se gli sembra di non aver ancora realizzato quanto aveva in mente (mi sembra che a questa interpretazione ci portino le parole di Kathy verso la fine del suo racconto :”tutti completiamo un ciclo…forse nessuno ha compreso veramente la propria vita, nè sente di aver vissuto abbastanza”). Un invito, perciò, a riflettere sulla vita sulla sua breve durata, sulla difficoltà di scorgere un senso che giustifichi le sofferenze che a tutti, prima o poi, toccano dolorosamente. Il film, che trae l’ispirazione dall’omonimo romanzo dello scrittore londinese, di origine nipponica, Kazuo Ishiguro (Quel che resta del giorno, ricordate?), ci dice tutto questo con una narrazione pulita e tesa, e con accenti di grande plausibilità e verità, avvalendosi di una ottima regia, ma anche della superba interpretazione dei protagonisti: Carey Mulligam e Andrew Garfield nei rispettivi ruoli di Kathy e Tommy.

Perdona e dimentica

Recensione del film:
PERDONA E DIMENTICA

Titolo originale:
Life During Wartime

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Shirley Henderson, Ciarán Hinds, Allison Janney, Michael Lerner, Chris Marquette, Rich Pecci, Charlotte Rampling, Paul Reubens, Ally Sheedy, Dylan Riley Snyder, Renée Taylor, Michael K. Williams, Gaby Hoffmann, Chane’t Johnson, Brian Tester, Emma Hinz, Lydia Echevarria, Meng Ai, Roslyn Ruff, Rebecca Chiles
-98 min. – USA 2009

Trish vive in una piccola villa in Florida, dopo che il primo marito è finito in galera per pedofilia. La donna, ancora giovane e con tre figli, medita di risposarsi con Harvey, uomo senza qualità, pieno di adipe e di luoghi comuni, che proprio per questo le potrebbe dare la sicurezza a cui aspira con libidinoso trasporto. I tre figli hanno età diverse e problemi a iosa: la bimba si nutre di psicofarmaci più che di cibo e promette una anoressia coi fiocchi per il futuro; Billy, il più grande, va al liceo e finge di credere alla madre che gli dice che il padre è morto, mentre il piccolo Timmy si aggira nel giardino di casa meditando sul suo futuro, ma ancora privo dell’identità che solo il rito del bar-mitzvah gli conferirà. Il piccino apprende dai compagni di scuola la verità sul padre e apprende dalla madre che la morte del padre è stata inventata da lei per renderlo felice! Trish ha due sorelle, ognuna delle quali vive in una condizione di assoluto solipsismo: Joy continua a parlare con i due uomini che per causa sua si sono uccisi e che ora, come fantasmi, assediano la sua mente e la sua coscienza; Helen, affermata come scrittrice, vive del suo successo, incurante delle ferite che le sue parole provocano in Joy. In questo tremendo ritratto di famiglia si colloca la guerra che Trish ha deciso, con l’aiuto di Harvey, di intraprendere contro il male. Apprendiamo da lei che diverse sono le facce con cui il Male può presentarsi a noi: la pedofilia, il terrorismo dei palestinesi, il suicidio dei kamikaze dell’11 settembre. Per sradicare dalle fondamenta il Male non solo ha scelto Harvey, ma ha scelto anche di schierarsi con Bush e ora con Mc Caine, nelle guerre contro il Male Assoluto, mentre personalmente e con l’aiuto di Harvey vorrebbe continuare la sua privata guerra per tenere il marito e il male lontano dai figli. Nella sua pensosa ingenuità, Timmy, però, intuisce che il male e il bene sono strettamente connessi nei nostri cuori e che non possiamo dividere gli uomini in buoni e cattivi senza interrogarci sulle ragioni che li spingono a certe azioni. Il modo per uscire dall’angoscia è dunque, forse, il perdono, che deve essere dato cancellando il passato, laddove in famiglia si sente parlare di perdono, ma solo dopo la vendetta. Tutti, infatti agiscono in una dimensione di egoistica attenzione solo alle proprie sventure, e sono fondamentalmente incapaci di ascolto e di compassione. Il regista rappresenta con feroce ironia un mondo meschino, privo di slanci ideali, teso solo a conservare la propria mediocre tranquillità, in una solitudine sottolineata anche dalla demenzialità dei colloqui, in cui ciascuno parla grottescamente sempre e solo di sé. Così ho inteso anche il significato delle inopportune e imbarazzanti confidenze di Trish al piccolo Timmy.