Due film francesi: French Connexion – Samba

Schermata 2015-05-05 alle 12.44.58recensione del film:
FRENCH CONNECTION

Titolo originale:
La French

Regia:
Cedric Jimenez

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Bruno Todeschini, Féodor Atkine, Moussa Maaskri, Pierre Lopez, Eric Collado, Cyril Lecomte, Jean-Pierre Sanchez, Georges Neri, Martial Bezot, Bernard Blancan, Gérard Meylan – 135 min. – Francia, Belgio 2014.

Momento di grazia, per il cinema francese, che ci manda da qualche tempo, oltre ai film belli di cui ho scritto le recensioni, alcuni buoni film, scritti con cura, che si seguono con piacere degli occhi e anche della mente.
Questo, ad esempio, pur affrontando il tema più volte trattato (anche dal cinema italiano) delle complicità mafiose fra malavitosi corsi, italiani e americani per il controllo del traffico internazionale della droga, ci presenta un intreccio interessante, condotto molto bene dal regista che ricostruisce, con attendibilità storica, i meriti di Pierre Michel, il coraggioso giudice francese, che trasferito nel 1975 a Marsiglia dalla città di Metz (Lorena), si era impegnato con tutte le sue forze per smantellare la ramificata organizzazione che si occupava di raffinare gli oppiacei, confezionarli ben camuffati dentro lattine di conserve alimentari e farli partire dal porto di Marsiglia alla volta di NewYork, sottraendoli a qualsiasi controllo. L’organizzazione mafiosa aveva a Marsiglia un capo riconosciuto, l’italiano Gaetano Zampa (Gilles Lellouche), che agiva nell’ombra, coperto da politici locali pavidi e collusi, che avrebbero preferito una condotta maggiormente cauta del giudice. Soltanto dopo l’elezione di François Mittérand alla presidenza della repubblica (1980), i socialisti francesi decisero di allentare i legami con l’organizzazione, facendo saltare la struttura gerarchica mafiosa, che, ormai del tutto fuori dal controllo di Zampa, organizzò l’attentato contro Pierre Michel. La vicenda, che è vera, è raccontata con classica compostezza, nel modo teso e incalzante dei film di genere degli anni ’80, di cui il regista evoca la presenza anche attraverso le scene di inseguimento lungo la “corniche”, i colori ingialliti della fotografia, la nettissima contrapposizione fra il giudice e il bandito, condotta però sul filo del reciproco rispetto. Nulla di particolarmente originale, per carità, ma un buon film, abbastanza coinvolgente.

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Schermata 2015-05-08 alle 20.12.04recensione del film:
SAMBA

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Izia Higelin, Youngar Fall – durata 116 min. – Francia 2014.

I due registi che nel 2011 avevano girato Quasi amici, arrivato nelle nostre sale nel 2012, questa volta si cimentano sul tema scottante dell’immigrazione, in una commedia abbastanza gradevole, e anche un po’ amara. Il protagonista è Samba (Omar Sy, lo stesso di Quasi amici), qui nelle vesti di un senegalese in cerca di fortuna a Parigi, dove vive uno zio che invano egli tenta di raggiungere. Samba, infatti, che è da dieci anni in attesa del permesso di soggiorno, è costretto ora a campare in un centro di accoglienza, alle porte della metropoli, fra altri immigrati come lui. Quando, con un po’ di fortuna, gli sarà possibile fuggire dal centro, emergeranno molti problemi, perché non è facile a nessuno vivere senza documenti in una grande città poco ospitale, in condizioni di ricattabilità, senza alcuna tutela nel lavoro, e senza garanzie di ricevere una ricompensa adeguata. Per fortuna esistono le associazioni filantropiche, le signore che si adoperano per aiutare come possono i diseredati in attesa di lavoro e regolarizzazione. Samba verrà preso a cuore da Alice (Charlotte Gainsbourgh, la musa degli ultimi film di Lars von Trier), volontaria alle prime armi, che non sa molto di immigrazione, ma che cerca di non pensare ai problemi che l’hanno portata alle soglie della depressione. Alice, infatti, è una top manager stressata dalle preoccupazioni e dalle responsabilità, ora in congedo per curarsi: forse può farle bene occuparsi dei problemi degli altri. Fra i due nasce un rapporto di simpatia, forse un amore. La soluzione dei problemi di Samba arriverà, però, in modo sorprendente e drammatico, quando egli verrà in possesso, senza volere, dei documenti validissimi e del permesso di soggiorno di un amico del centro di accoglienza, morto annegato nella Senna, col quale aveva scambiato la propria giacca. Potrà lavorare da allora regolarmente e nel rispetto della legge, ma avrà perso il proprio nome, nonché, in fondo, la coscienza di sé.
Il film non è privo di difetti sia perché ricalca un po’ schematicamente la struttura di Quasi amici, raccontandoci di una coppia improbabile, disomogenea, tuttavia inseparabile, sia perché non è privo di lungaggini. Ha però il pregio di trattare in modo semplice e chiaro un problema tra i più scottanti dei nostri giorni, senza tacerne gli aspetti duri e le difficili contraddizioni con le quali tutti, ormai, dobbiamo fare i conti.

vita di Joe (Nynphomaniac)

Schermata 04-2456753 alle 00.08.19recensione del film:
NINPHOMANIAC
Volume 1 e Volume 2

Titolo originale Nymphomaniac

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti
Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove.
Durata: 110 minuti il vol.1; 123 minuti il vol.2.
Danimarca 2013.

Per parlare di questo film, ho atteso di vederne anche la seconda parte, ovvero il Volume 2.

Preceduto da una ridda di notizie fatte filtrare con molta abilità un po’ alla volta, in modo da creare un’atmosfera di attesa talvolta un po’ morbosa, è infine arrivato anche da noi, buoni ultimi, il film più atteso di Lars Von Trier, che, fin dal titolo e dalla locandina, si presenta come il più trasgressivo fra i suoi.
In realtà questo, come tutti gli altri del regista danese, è un film fondamentalmente filosofico, che dura più di quattro ore nella versione censurata per ben un’ora e mezza di proiezione (mai approvata dal regista stesso che, però, ha consentito che venissero tagliate, a quanto ne ho letto, le scene che avrebbero potuto creare problemi alla distribuzione internazionale, purché non mutasse il senso del film). Per la sua considerevole lunghezza, nonostante le robuste sforbiciate, il film è proposto nelle sale suddiviso in due parti visibili solo separatamente, risultando simile a un libro in due volumi, cosicché la prima e la seconda parte si chiamano rispettivamente vol.1 e vol.2. In ciascun volume, come in un romanzo, ma in realtà come nei precedenti film del regista, la narrazione è tematica e articolata per capitoli (otto in tutto, di cui cinque nella prima parte) che possono essere analizzati anche come singole unità narrative, pur collocandosi tutti dentro la stessa cornice che li collega.
Il Volume 1 inizia in modo alquanto cupo: nei vicoli oscuri e umidi di una città, una donna, tumefatta nel volto e visibilmente provata nel corpo che reca tracce di un recentissimo pestaggio, viene trovata a terra sanguinante da un anziano passante, che abita vicino: egli la vede e la soccorre, ospitandola in casa propria per offrirle aiuto e ascolto.
L’uomo è Seligman (Stellan Skarsgård); la donna è Joe (Charlotte Gainsbourg), che ora, comodamente distesa sul lettino e confortata dal calore dell’accoglienza e delle bevande di Seligman, inizia a raccontare la propria storia all’uomo che attentamente la ascolta .
Seligman è un singolare personaggio: è un erudito, studioso di filosofia, un logico e un matematico; sa cogliere analogie e rapporti tra le cose del presente e le costruzioni metafisiche del passato ed è, inoltre, gentile e comprensivo con Joe, di cui coglie l’urgenza di parlare di sé, ritenendosi una donna non solo infelice, ma cattiva. Per questa ragione, spesso egli ne interrompe il racconto dimostrandole, sulla base dei suoi serissimi studi, che i ricordi evocati ne restituiscono un’immagine di persona del tutto normale, anche se sessualmente esuberante (le memorie della donna iniziano rievocando la propria adolescenza insaziabilmente curiosa delle cose del sesso), senza alcuna traccia di malvagità. Tutto il primo volume si fonda su questa dialettica: al racconto di Joe fa seguito il tentativo di interpretazione “normalizzante” di Seligman, con esiti talvolta buffi, talvolta ironici, in ogni caso sempre stranianti, il che conferisce un carattere leggero e divertente* a questa parte del film in cui, per esempio, scopriremo sorpresi come la suite numerica di Fibonacci sia in qualche modo collegabile per analogia alla deflorazione di Joe, così come le scorribande di Joe a caccia di uomini che soddisfino la sua avida curiosità siano analoghe alle attività perfezionistiche di Seligman per diventare un perfetto pescatore (cap. primo)! Dei cinque capitoli del Volume 1, tutti molto interessanti, sono, secondo me, eccezionalmente belli il terzo e il quarto, rispettivamente titolati “Mrs. H”, feroce descrizione di una gelosia possessiva, ipocritamente ammantata di politically correct (grande prova d’attrice di Uma Thurman), e”Delirium”, dolorosissimo racconto in bianco e nero della morte del padre di Joe per delirium tremens, vista con gli occhi e anche col corpo di lei, adolescente inquieta (è Stacy Martin l’attrice che recita la parte di Joe a quell’età) che per la prima volta prende coscienza di quel male di vivere, che è secondo me la chiave di lettura di questo come dei precedenti film di L.V.T. (non solo degli ultimi: tornano spesso alla mente i terribili AntichristLe onde del destino,  Dancer in the Dark e anche Dogville).
Nel Volume 2, proseguendo nell’evocazione del proprio passato, Joe ricostruisce la storia complessa del suo rapporto con Jerome (Shia LaBeouf), l’unico amore della sua vita. “Forget about Love” è, però, il significativo sottotitolo del film. Credo che per comprendere la triste e quasi disperata seconda parte di questo film e insieme di molti altri film di questo regista, questo sottotitolo sia decisivo: cercherò di chiarire perché, precisando però che si tratta di una mia personale interpretazione, quella che mi rende più chiaro quel suo cinema difficile e durissimo, aggiungendo che si tratta di un’interpretazione filosofica e non psicologica: in poche parole, che, a mio avviso, la depressione c’entra assai poco. C’ entra, invece, e molto, a mio parere, una visione del mondo che ha radici in alcuni aspetti dello gnosticismo, che hanno attraversato la cultura occidentale nel corso dei millenni, introducendovi l’inquieto e incessante nostro indagare sul senso della vita, sul senso del suo riprodursi grazie all’impulso sessuale, cioè grazie al manifestarsi dell’energia primordiale che anima la materia di cui siamo costituiti, come tutti gli altri esseri viventi, condannati come noi alla sofferenza, al dolore e alla morte, inevitabilmente. L’amore, naturalmente finalizzato alla riproduzione della vita, ha, secondo il regista, questo negativo imprinting: lo si deve dimenticare, quindi. Dimenticare l’amore, ma come? E’ forse possibile nei due modi che il film sembra indicare (almeno fino al sorprendente e amarissimo finale): attraverso lo studio che permette la sublimazione dell’istinto riproduttivo, così come fa Seligman, lo studioso vergine, che se ne tiene fuori, mantenendo la capacità di comprendere il dolore degli altri, oppure attraverso la ricerca mai sazia del piacere allo stato puro così come fa Joe, che intende, invece, pagandone lo scotto doloroso, dedicarsi solo a questo, incessantemente. E’ significativo, a questo proposito, che Joe si allontani volontariamente e orgogliosamente dalle donne “dipendenti sessuali”, che non vogliono essere chiamate ninfomani e che cercano di superare, attraverso la terapia del confronto di gruppo, il problema della sessualità compulsiva, per diventare donne perfettamente “normali”, adatte a vivere nella famiglia e nella società. Non a caso Joe riconoscerà, alla fine del film, nel frassino solitario, cresciuto faticosamente con nodi e contorcimenti che ne rivelano la resistenza tenace, la pianta che le rassomiglia, quella che, come lei, ha rivendicato contro le avversità, la propria diversità ostinatamente.

Questo, mi pare, va detto per cercare di chiarire in primo luogo a me stessa il significato generale di questo film, punto di approdo del lungo percorso cinematografico di un autore difficile e controverso, spesso provocatorio negli atteggiamenti e nelle parole, irritante come pochi altri. Non so dire, però se il film mi abbia completamente convinta, come invece mi aveva convinta Melancholia: ho semplicemente cercato di capirlo, riflettendoci molto a lungo.

*Dicendo divertenti, mi riferisco al significato etimologico della parola: è come se i discorsi dell’uomo deviassero l’attenzione dalle cose raccontate verso problemi altri, per l’appunto diversi (dal latino de-vertere: volgere altrove), cercando di sublimarne la sostanza grevemente carnale.

il senso della vita (Melancholia)

recensione del film:
MELANCHOLIA

Regia:

Lars von Trier

Principali interpreti:
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet- 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011.

Melancholia è in questo film il nome di un enorme pianeta che sta dirigendosi verso il nostro mondo che, infatti, ne verrà inghiottito.
Non credo, dicendo questo, di rivelare alcunché, né di togliere il piacere che deriva dalla visione del film, perchè è lo stesso regista che quasi subito ci rappresenta l’urto fra i due astri in una scena indimenticabile, lontanissima dalle immagini urlate che i film americani di fantascienza ci hanno abituati ad associare alla collisione planetaria: nessun effetto speciale o tridimensionale, nessuno scoppio catastrofico, ma semplicemente l’inglobamento dolce di quella minuscola pallina, che è la nostra Terra, dentro la superficie elastica e accogliente del grandissimo astro: un breve rigonfiamento, una vescica cosmica che non increspa neppure la superficie esterna dell’astro, che rapidamente la riassorbe in sé: la fine, dunque.
Melancholia è, infatti, una meditazione sulla fine, non solo del mondo, ma soprattutto nostra, un film sulla morte e, insieme sul senso della vita. Accompagnato dalla musica malinconica del Tristano e Isotta wagneriano, il prologo che ho descritto ci introduce, con una breve sequenza di quadri teatrali, allo scenario della tragedia degli ultimi giorni dei personaggi: un grande palazzo in riva al mare, con un retrostante giardino che è circondato da un fitto e intricato bosco, dal quale, a fatica, esce, trattenuta da un viluppo di radici che la tengono legata (citazione probabile del giogo bunueliano di Le chien andalou, ma non si tratta dell’unica citazione del regista spagnolo), Justine vestita da sposa.
Ha quindi inizio il film, che si sviluppa in due tempi, dedicati rispettivamente il primo a Justine e al giorno del suo matrimonio; il secondo a Claire, la sorella di Justine che vive nella lussuosa magione, nella quale si svolge la festa nuziale. Le due sorelle sono alquanto diverse fra loro: Justine è una donna di successo, con un ottimo lavoro, che riceve come dono nuziale una promozione professionale; Claire è la madre di un bimbo di cinque anni, nonché la moglie di John, il ricco signore padrone di quella casa. Nel corso del primo tempo, la radiosa sposina innamorata si trasforma in una donna inquieta che si stacca a poco a poco dalla vita: rifiuta il lavoro e la promozione appena ricevuta, rifiuta il marito, che le ha appena donato una piantagione di melograni (gli alberi della vita e della fecondità, secondo la tradizione orientale) e pare rasserenarsi alla luce sempre più vicina del misterioso astro, la morte, che contiene la spiegazione di tutto, la verità che tutti rifiutiamo, forti delle nostre conquiste scientifiche. La scienza, però, ci dice il regista, non ci attrezza ad affrontare la morte, poiché non fa che accrescere la nostra “υβρις”, allontanando da noi la coscienza della nostra fragilità e della nostra solitudine. Le radici che Justine vuole trovare sono nella terra (mi pare il senso della scena iniziale): questo le permette di “sapere” e di affrontare la fine con serenità.
Claire, all’opposto, crede di essere più forte di Justine (la considera malata), e di fronte al tragico destino che sta per coinvolgere lei e la sua famiglia, rifiuta di arrendersi e cerca un’irrazionale via di scampo.
Sarà Justine a rendere meno duro e doloroso il distacco dall’ esistenza per lei e per il piccolo, con un gesto che richiama al senso vero della vita. Stringersi la mano nell’attesa di ciò che è ineluttabile significa ritrovare la solidarietà, quella “pietas” leopardiana, che dà a ciascuno di noi l’unico conforto possibile di fronte al nulla che ci schiaccia senza pietà.
Il film è, a mio avviso, tra i più belli degli ultimi anni: rivela l’eccezionale talento del regista nel trasmettere, col linguaggio del cinema, un messaggio filosofico duro e difficile, coerentemente espresso attraverso una storia sempre interessante e tesa. Il film contiene immagini di grandissima suggestione simbolica, ispirate alla tradizione cinematografica nord-europea e non solo, ma anche attinte al repertorio della pittura: oltre al richiamo a Bruegel, esplicito, delle prime scene, o ad Albrecht Dürer, autore di una celebre Melancholia su acquaforte, si può scorgere, mi pare, anche quello alla Tempesta giorgionesca nella scena di Justine nuda di notte alla luce di Melancholia (la donna anche in questo caso, non oppone difese alla “tempesta” in arrivo). Bellissimo e a sua volta simbolico l’accompagnamento musicale.
Questo film, se il regista non si fosse lasciato andare, un po’ troppo scioccamente, al gusto della battuta sensazionale, avrebbe meritato di vincere la Palma d’oro a Cannes, per il modo lucido e coraggioso col quale viene presentato il messaggio nichilista e per la qualità della direzione di un cast eccellente.