Ave, Cesare!

Schermata 2016-03-11 alle 21.35.01recensione del film
AVE, CESARE!

Titolo originale:
Hail, Caesar
!

Regia:
Ethan Coen, Joel Coen

Principali interpreti:
Josh Brolin, George Clooney, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Frances McDormand, Channing Tatum – 106 min. – USA 2016.

Siamo nella Hollywood degli anni ’50, quando ai film si richiedeva l’adeguamento acritico ai “valori” propugnati dal dominante maccartismo: anticomunismo di ferro; esaltazione dei valori della famiglia tradizionale; religiosità esibita; evasione dai problemi attraverso il puro entertainement, visivamente appagante e suggestivo. Eddie Mannix (Josh Brolin), il protagonista di questo bel film dei Coen, è un “fixer” per conto della Capitol Studios, cioè un addetto alla soluzione dei problemi che sui diversi set di questa casa cinematografica si presentano: un lavoro difficile e delicato, in quegli anni, che richiedeva non solo pazienza e capacità di mediazione, ma anche infinito amore per il cinema, la cui magia rischiava davvero di essere messa a dura prova, dati i ristretti spazi di libertà in cui registi, sceneggiatori e artisti erano costretti a muoversi. I guai a cui doveva porre rimedio il povero Eddie erano davvero molti, a cominciare dai capricci della bellissima (Scarlett Johansson) che, travestita da sirena, emergeva, come Esther Williams, dalle acque, al centro di una spettacolare e caleidoscopica coreografia: alla diva, incinta e senza marito, egli avrebbe organizzato in fretta e furia, prima che scoppiasse lo scandalo inevitabile, un bel matrimonio con un attore gay, costretto a sua volta a celare i propri orientamenti sessuali. Ancora Eddie sarebbe riuscito a ridurre al minimo le battute per far recitare in modo soddisfacente, in una commedia romantica, come richiesto dal produttore, un giovane attore (Ralph Fiennes) che sapeva  fare solo il cowboy. Davvero, allora, nulla sarebbe sfuggito al suo controllo scrupoloso, così efficiente da organizzare in anticipo le contromosse per ogni possibile problema? Anche qui, come nella generalità dei film dei Coen, il caso, dominus della vita degli uomini, avrebbe scombinato piani e previsioni, ridicolizzando beffardamente qualsiasi tentativo di programmare il futuro. A farne le spese sarebbe stata principalmente la costosissima produzione di Hail Caesar! un “peplum” sul quale  la Capitol Studios contava massimamente e per il quale il fixer aveva impegnato se stesso con grande scrupolo teso a evitare ogni grana possibile: un gruppo di intellettuali e sceneggiatori  comunisti aveva malauguratamente e inaspettatamente rapito la star principale, Baird Whitlock (un grande George Clooney), sottraendolo alla recitazione mentre, ancora vestito da legionario romano, stava smaltendo una sbornia colossale. A nulla dunque era servito l’impegno preventivo di Eddie, che ora doveva anche vedersela con due temibili giornaliste gemelle, tremendamente pettegole (Tilda Swinton) che  ne avrebbero volentieri rovinato la reputazione. L’uomo, a poco a poco privato di ogni riferimento, stava accumulando frustrazioni e stanchezza, dimostrandosi molto simile ai numerosi personaggi sconfitti del cinema dei fratelli Coen, dallo scrittore Barton Fink, a Larry, a Davis.

Il film procede alternando sguardi malinconicamente ironici sulla vecchia Hollywood, attraverso molteplici citazioni di film che fecero epoca (e che a loro volta gli stessi Coen si erano divertiti a citare in molti dei loro film in un gioco di specchi e di rimandi), con spunti di riflessione in cui è riconoscibile la loro vena irresistibilmente comica e amara soprattutto in due episodi: quello in cui ci presentano, convocati da Eddie, i rissosi esponenti delle fedi religiose praticate in America, ciascuno dei quali si ritiene l’unico interprete autorizzato della volontà divina, e quello in cui il gruppo dei comunisti, fra i quali si trova anche un pericoloso sovversivo come… Herbert Marcuse, si caratterizza sia per l’astrattezza fideistica e dottrinaria non molto diversa da quella dei preti, sia per il gusto cospirativo che trova la massima espressione comica nella conclusione beffarda dell’appuntamento notturno col sottomarino sovietico, la cui luce rossa, emergendo dal mare, evoca un imprecisato sole dell’avvenire.

Il film, che mi pare molto bello, dei più interessanti fra quelli in circolazione, fa appello all’intelligenza e al gusto degli spettatori, coinvolgendoli grazie all’eleganza e alla magia delle scene tratte dalle vecchie pellicole, accompagnate da musiche e danze suggestive, consolazione illusoria dell’arte al vuoto lasciato dalla fine delle certezze nel mondo dominato dal caos e dall’irrazionalità

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Foxcatcher – Una storia americana

Schermata 2015-03-15 alle 21.34.54recensione del film:
FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA

Regia:
Bennett Miller

Principali interpreti:
Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Guy Boyd, Stephanie Garvin, Tara Subkoff, Brett Rice, Roger Callard, Cindy Jackson, Lee Perkins, Richard E. Chapla Jr., Samara Lee, Dan Anders, Daniel Hilt, Laurie Mann – 134 min. – USA 2014.

Il film racconta un fatto di cronaca nera avvenuto in Pennsylvania nel 1996, ma il regista, per propria scelta,  sposta quegli accadimenti sanguinosi nei mesi che seguirono le Olimpiadi di Seul del 1988*. Uno spaventoso crimine aveva turbato profondamente l’opinione pubblica, soprattutto per la notorietà delle persone che ne erano state coinvolte: John Du Pont, ricchissimo erede di una famiglia di industriali di origine francese, e i fratelli David e Mark Schultz, entrambi campioni olimpionici di lotta (wrestling) nel 1984.
John (Steve Carrell) era un uomo di mezza età, che, appassionato di quello sport, aveva investito, nonostante l’aperta disapprovazione della madre novantenne (Vanessa Redgrave), una parte cospicua dell’eredità di famiglia per ospitare in una struttura idonea i valorosi atleti candidati a vincere, sotto la sua guida, le Olimpiadi di Seul. Foxcatcher sarebbe stato il nome della loro squadra e anche quello del complesso edilizio che li avrebbe accolti nel verde della foresta intorno all’enorme villa padronale dei Du Pont: una palestra attrezzatissima e numerose ville confortevoli erano sorte allo scopo.
John  aveva in mente un progetto complesso e ambizioso, proiezione della propria megalomania frustrata e del proprio bisogno di affermazione personale, che metteva in relazione le future medaglie alle Olimpiadi di Seul con una sua possibile carriera politica nella destra nazionalista del Partito repubblicano, quello degli uomini duri e puri, legati come lui (e come i “sani” e muscolosi giovanotti che egli allenava) ai valori veri delle tradizioni patriottiche. In questo modo, egli sarebbe finalmente uscito dall’ombra in cui l’aveva cacciato la sua prestigiosa famiglia, la quale, pur avendogli sempre assicurato agi e privilegi, non gli aveva, però, mai permesso di emergere, non riconoscendogli alcun merito o qualità. La sua conoscenza dei due fratelli David e Mark Schultz (rispettivamente interpretati da Mark Ruffalo e Channing Tatum) era avvenuta per sostanziare, con l’arrivo di due campioni, quel suo progetto: un appuntamento telefonico, un’offerta strabiliante di denaro e una sistemazione lussuosa avevano conquistato subito la fiducia incondizionata di Mark, che era un giovane molto fragile, di carattere cupo e di aspetto sgradevole, che poco si stimava. David, con la sua tenace e affettuosa pazienza, lo aveva aiutato a crescere umanamente prima ancora che atleticamente, ma non aveva alcuna intenzione di sistemarsi vicino a lui in quel villaggio: era un uomo equilibrato e solare, aveva una graziosa moglie e una tenera figlioletta, oltre a un lavoro sicuro, ciò che gli bastava per vivere serenamente, né intendeva diventare un professionista del wrestling, che avrebbe continuato a praticare come un semplice hobby nelle palestre un po’ squallide delle periferie urbane. La sua presenza a Foxcatcher gli si era imposta, però, poiché alla sua osservazione attenta non era sfuggita la metamorfosi profonda del fratello, a cui il sodalizio con John nuoceva visibilmente: era ingrassato oltre il limite consentito a un atleta, mentre il suo sguardo, sempre più torvo e sfuggente, nascondeva qualcosa.
John si stava rivelando, infatti, non solo un allenatore inadeguato per lui, ma anche un falso e inaffidabile amico: le differenze di reddito e di classe sociale stavano trasformando il debole Mark in uno schiavo quasi plagiato, che ora dipendeva completamente dalla volontà e dai vizi del suo guru cocainomane e alcolista, che stava mettendo a rischio non solo la sua forma atletica, ma, ciò che era più grave, l’equilibrio precario che sembrava aver finalmente raggiunto. Per stargli vicino, perciò, anche David aveva infine accettato di stabilirsi a Foxcatcher, insieme alla moglie e alla bambina. Sarebbe stato lui l’allenatore della squadra per Seul, nonostante le velleitarie pretese di John.
Nel tranquillo e sereno territorio della Pennsylvania, si erano dunque create le premesse del fatto tragico che costituisce la conclusione, a lungo preparata, di tutta la narrazione.

Il regista Bennet Miller, al suo terzo lungometraggio (il primo era stato nientemeno che il magnifico Truman Capote – A sangue freddo), indaga con impressionante limpidezza, che ricorda il suo passato di documentarista, gli aspetti più inquietanti e meno spiegabili del comportamento umano. Questa sua ultima fatica non è, infatti, né un film su uno sport povero e poco praticato, né un’inchiesta sulle differenze sociali nella società americana, e neppure un’analisi psicologica sulle conseguenze delle carenze affettive nella formazione del carattere. Questi elementi, pur presenti nel film, costituiscono soltanto lo sfondo del racconto. L’interesse di Miller si concentra sul mistero inspiegabile della follia, così devastante da provocare negli uomini una regressione allo stato animale, che viene rappresentata, nei due personaggi di John e Mark, sia con la deformazione dei loro lineamenti ottenuta applicando un trucco così grottesco da renderli irriconoscibili, sia con le riprese  insistenti del loro goffo camminare, conseguente alla violenza dura dello sport praticato. Il film segue il percorso della follia che  da John si propaga lentamente a Mark, come una malattia contagiosa, e che a poco a poco lo rende disposto a rinunciare a se stesso, a lasciare che lunghi intervalli di silenzio sostituiscano la volontà di dire, di confrontarsi, magari di discutere, in una parola, di comunicare. Questo atteggiamento passivo lascia spazio sempre più vasto alla sopraffazione e all’arbitrio di John, il cui potere di ricatto economico è indiscutibilmente così grande da suscitare una sorta di inquietante fascinazione. Il racconto della follia è dunque il racconto del rapporto malsano fra un guru e l’adepto di una setta, ma è anche e soprattutto la metafora assai trasparente di ciò che era rimasto, alla fine degli anni ’80, del sogno americano, quando il reaganismo aveva permesso a gruppi ristretti di finti patrioti, ma di reali potentissimi paranoici, di decidere della vita e delle fortune di altri uomini, lusingandoli e blandendoli con la promessa di un edonismo alla portata di tutti, che attraeva soprattutto coloro che avrebbero dovuto essere i meno interessati a seguirli.
Film  stupefacente e inquietante, cupo ma bellissimo, splendidamente interpretato dagli attori e premiato con la Palma assegnata alla migliore regia all’ultimo Festival di Cannes. Da non perdere!

* chi è interessato a leggere come andarono le cose nella realtà troverà QUI una risposta alla sua curiosità. Attenzione, però, se il film non si è ancora visto, poiché contiene ovviamente anche la rivelazione del finale.

inquietanti pillole (Effetti collaterali)

Schermata 05-2456416 alle 22.46.28recensione del film:

EFFETTI COLLATERALI

Titolo originale:

Side Effects

Regia:

Steven Soderbergh

Principali interpreti:

 Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw, David Costabile, Polly Draper, Laila Robins, Ashlie Atkinson, Kerry O’Malley,James Martinez, Greg Paul, Andrea Bogart, Nicole Ansari-Cox, Carol Commissiong, Peter Y. Kim, Kevin Cannon, Kelly Southerland, Dennis Rees – 106 min. – USA2013. –

E’ un buon giallo questo film di Soderbergh, ben costruito e sufficientemente teso per tener desta l’attenzione lungo tutta la sua durata. Ci racconta della depressione di Emily, dei tentativi di cura, del suo peggioramento, della somministrazione di psicofarmaci rischiosi, non essendo stati sperimentati a sufficienza. Emily (Rooney Mara) sembra trarre giovamento dal loro uso, ma gli inquietanti fenomeni di sonnambulismo, da cui è tormentata da un po’ di tempo (da quando li assume), potrebbero, per l’appunto, provocare effetti secondari sul comportamento, certo non voluti. Solo così si spiegherebbero le letali tre coltellate inferte all’amato Martin (Channing Tatum), il marito da poco tornato a casa, dopo quattro anni di galera. Che cosa fosse successo fra i due si viene a sapere subito, perché l’inizio del film ci presenta, oltre all’epilogo tragico della loro vicenda, tutti gli antecedenti della loro vita di coppia: matrimonio d’amore, per entrambi; festoso banchetto nuziale all’aperto; Emily felice al settimo cielo; improvviso arrivo della polizia che circonda Martin e se lo porta via. E’ accusato di insider trading: speculazioni illecite sui titoli di borsa, condotte utilizzando o diffondendo informazioni illegali. Da questo momento ha inizio la lunga vicenda della depressione della giovane donna: il sogno di felicità distrutto; il ricorso alla psicologa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones); l’alternarsi di momenti scuri a momenti più sereni; finalmente, poi, il ritorno di Martin. Il problema è, però, che la depressione è ancora lì, a insidiare il loro rapporto, a turbare i rari momenti della loro vita sociale, a mettere in forse la stessa esistenza di lei: un oscuro schianto contro il muro che indica l’uscita di un garage sotterraneo richiede il suo ricovero all’ospedale per sospetta commozione cerebrale, nonché un intervento, forse più qualificato di quello della psicologa Victoria, per sospetto tentato suicidio. Entra in scena a questo punto un brillante psichiatra, promettente giovane medico di origine londinese, ora a New York (sfondo splendido dell’intero film ), dove ha preso moglie e  fa da padre, affettuosissimo, al bambino di lei. E’ il dottor Banks (perfetto Jude Law), che, essendo consulente dell’industria produttrice di un diffusissimo e molto reclamizzato farmaco tranquillante, non potrebbe, a rigor di logica e di conflitto di interessi, consigliarlo o prescriverlo, essendone nota, tra l’altro, la relativa efficacia nei casi di agitazione un po’ troppo euforica, ma ignoto l’effetto sui casi di depressione. 

Della vicenda e dei suoi risvolti giudiziari non aggiungerò altro, per non togliere il piacere della visione ai miei lettori. L’aspetto interessante, però, al di là dell’efficacia della suspense e della narrazione molto equilibrata ed elegante, è la capacità del regista di collocare la fiction sullo sfondo della società che vive nelle grandi città americane, dove, grazie a una martellante e capillare pubblicità, persino i farmaci e gli psicofarmaci vengono diffusi come surrogati  efficaci della felicità, come antidoti delle angosce e delle paure che travagliano le donne e gli uomini che in quelle città vivono nella più completa solitudine, proprio ciò che è all’origine delle loro nevrosi e delle ansie quotidiane. Le vicende del film ci dicono anche quanto sia diversa la verità dall’immagine di essa: i personaggi celano quasi tutti una vita assai torbida e ipocrita, un po’ come la bellissima New York in cui vivono, che nasconde i fantasmi inquietanti delle stazioni buie e solitarie del Metro, sotto le imponenti facciate dei suoi edifici, le magnifiche luci, le immagini rutilanti della sua vita convulsa.