Ritratto della giovane in fiamme

recensione del film:
RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

Titolo originale:
Portait de la jeune fille en feu

Regia:
Céline Sciamma


Principali interpreti:
Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel – 119 min. – Francia 2019.

 

La premessa

La vicenda è raccontata da Marianne (Noemi Merlant), che insegna, in una scuola di pittura, l’arte del ritratto. È lei, sollecitata da una studentessa, a evocare, mentalmente, come in un grande flashback, la vicenda che qualche decennio prima (1770) le aveva ispirato un dipinto dal titolo La jeune fille en feu.
Mi soffermo sull’innegabile suggestione di questo titolo, quasi proustiano, perché mi pare contenere in sé una chiave di lettura del film, come se la regista, che lo ha diretto e sceneggiato, ci avvisasse con un po’ di malizia dell’operazione “artificiosa” che sta per mettere in scena: il ricupero memoriale  di una storia indicibile, se non sul piano dell’arte, irrealizzabile nella realtà, riferita a un brevissimo arco temporale, collocata, però, in un tempo storico che precede di più di un secolo Å l’ombre des jeunes filles en fleur (1918).
Si tratta, anche in questo caso, di una recherche, ovvero della ricostruzione, sul filo della memoria di Marianne, di un episodio amoroso (breve), fondamentale snodo nella sua vita, ma importante anche nella vita di due altre donne: Heloïse (Adèle Haenel) e Sophie (Luàna Bajrami). Tutte e tre le donne, improvvisamente libere oltre ogni speranza, avvertono coscientemente con quanta semplicità e facilità il gentil sesso potrebbe vivere in perfetto equilibrio fra anima e corpo, ovvero allo stato di natura, che pare coincidere con lo stato di grazia indispensabile per la felicità.
A questo punto il riferimento (per quanto non esplicito, anzi maliziosamente mascherato sotto le mentite spoglie di Ovidio e del mito di Orfeo ed Euridice) è inevitabilmente Rousseau, richiamato oltre che dalla visione positiva della natura, anche dai nomi di Heloïse (Julie ou la Nouvelle Heloïse è il suo romanzo protoromantico del 1780) e di Sophie (Emile – 1762 – è il suo romanzo pedagogico, sull’educazione ideale, secondo natura e secondo la loro naturale diversità, di un bambino, Emile e di una bambina, Sophie, futuri capostipiti ideali di una nuova discendenza, educata secondo natura e secondo ragione).
Si delinea in questo modo il carattere di teorema del film, i cui presupposti sono in parte letterari (Proust) e in parte filosofici grazie alla onnipresenza rousseauiana nei nomi dei personaggi e sullo sfondo dell’intero racconto di Marianne.

La ricostruzione di Marianne, sul filo della memoria

Nel 1770, Marianne approdava sulla costa bretone, dopo che il suo bagaglio da pittrice  era caduto nelle acque minacciose dell’Atlantico in tempesta, costringendola a un tuffo fuori programma per ricuperarlo, mentre il barcaiolo e il corriere che la accompagnavano a destinazione, continuavano a remare iperterriti e indifferenti. Affaticata e infreddolita, pertanto, Marianna raggiungeva, risalendo la falaise, il grande castello del quale sarebbe stata ospite per svolgere l’incarico segreto per il quale una ricca vedova  (Valeria Golino) l’aveva assunta: ritrarre la giovane figlia Heloïse, appena uscita dal convento. Era diventata lei la figlia da marito, dopo che l’altra figlia era morta, forse per suicidio. C’era un buon partito per lei, a Milano, che attendeva il suo ritratto per decidere se quel suo aspetto fosse di proprio gradimento. Nessuno prendeva neppure in considerazione che lei non lo volesse, men che meno che lei non volesse sposarsi.
Marianne, costretta a nascondere le ragioni della propria presenza, avrebbe a lungo studiato e osservato Heloise, accompagnandola nelle lunghe passeggiate sulla riva dell’oceano. nel tentativo di coglierne, attraverso le espressioni del volto e degli occhi l’anima che le sfuggiva.  Un’assenza improvvisa della madre, partita per pochi giorni alla volta di Milano, permetteva finalmente lo svelamento dell’indicibile: l’emergere del desiderio d’amore che infuocava la giovane Heloïse e la scoperta di sé di Marianne, mentre il personaggio di Sophie, la serva fedele e saggia, dall’animo gentile, riceveva da Marianne e da Sophie l’aiuto per interrompere senza rischi una gravidanza indesiderata…

Il tema dell’amore fra donne non disgiunto dal quello della solidarietà sororale ha trovato in questo film una rappresentazione raffinata e rigorosa, talvolta un po’ fredda, come si conviene a un teorema, ricco anche di molte citazioni cinefile: Lezioni di piano di Jane Campion in primo luogo, cui sembra ricollegarsi per la presenza del tema dell’arte e dell’artista e per  il gusto romantico della corrispondenza tumultuosa fra il paesaggio e gli stati d’animo, presente anche nel bellissimo La donna del tenente francese di Karel Reisz. Mi sarei aspettata, dopo aver letto molte recensioni sul web, soprattutto maschili, una certa dose di erotismo, che invece mi è sembrato del tutto assente, forse travolto da una ricerca della bellezza un po’ fine a se stessa.

Impressioni di una qualche forzatura ideologica e programmatica, in un film per altro molto contenuto negli sviluppi mélo, mi indurrebbero a rivederlo in lingua originale.

 

Il film, accolto in genere molto bene da critica e pubblico, si pone, per l’eccezionale numero di premi e nomination che fino a questo momento ha ottenuto (e che riporto qui di seguito),tra i più forti candidati agli Oscar del prossimo anno.
Sopravvalutato? Io credo di sì, ma è un film da vedere tenendo presente, mai come in questo caso, la soggettività del mio giudizio!

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Premi (fonte: mymovies.it):

– Migliore sceneggiatura Festival di Cannes 2019

– Migliore sceneggiatore europeo a Céline Sciamma European Film Awards 2019

Nomination

Golden Globes 2020:
– Migliore film straniero

European Film Awards 2019
– Miglior regista europeo Céline Sciamma
– Miglior attrice europea Noémie Merlant;Adèle Haenel
– Miglior sceneggiatore europeo Céline Sciamma

Critics Choice Award 2020
– Migliore Film straniero

Independent Spirit Awards 2020
– Migliore film straniero

il ragazzaccio (Tomboy)

recensione del film:
TOMBOY

Regia:
Céline Sciamma
Principali interpreti.
Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy, Ryan Boubekri, Yohan Véro, Noah Véro, Cheyenne Lainé
– 84 min. – Francia 2011

Esiste un’età dell’uomo di cui si parla poco: quella dei bambini pre-adolescenti. E’ un momento della vita che in genere consideriamo tranquillo e pacifico, confortati dalla psicanalisi, che definisce questa un’età di “latenza”, nella quale, tuttavia, un fuocherello inquieto cova sotto la cenere. L’occhio attento della bravissima regista di questo film, ha scavato e indagato nella “latenza” di una ragazzina, Laure, consegnandoci un bellissimo ritratto della bimba che ha dieci anni ed è un po’ maschiaccio, non essendo particolarmente attratta da modelli di femminilità vezzosa e civettuola, che sembrano invece sedurre la sua coetanea Lisa, la vicina di casa che, scambiandola per un bambino, la introduce ai giochi della combriccola dei maschietti della zona.
L’equivoco, in cui la piccola Laure si illude di vivere a lungo, è stato possibile perché il recente trasloco dei genitori l’ha catapultata d’estate, quando non si va a scuola, in un quartiere sconosciuto: la ripresa della scuola la costringerà a uscire allo scoperto, con sollievo della madre, preoccupata dal comportamento della piccola, che ama teneramente e che non vorrebbe vedere canzonata dai compagni di giochi e di scuola. Colpisce, di questo breve film, la finezza accurata con cui viene indagata la faticosa ricerca di Laure per definire la propria identità sessuale, colpisce anche l’attenzione affettuosa e delicata con la quale vengono descritti i rapporti fra Laure e i suoi familiari (particolarmente riuscito mi pare il ritratto di Jeanne, la tenera sorellina complice briccona delle sue monellerie). Gli attori bambini sono magnifici e il film, nonostante la sua esilità, merita di essere visto e meditato.