Il terzo uomo

recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.

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Idolo Infranto

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recensione del film:
IDOLO INFRANTO

Titolo originale
The Fallen Idol

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Michèle Morgan, Ralph Richardson, Bobby Henrey, Sonia Dresdel, Denis O’Dea, Jack Hawkins, Walter Fitzgerald, Dandy Nichols – 95 min. – Gran Bretagna 1948

 

Questo bellissimo The fallen Idol del 1948 è firmato da Carol Reed, il regista a cui di solito colleghiamo il famosissimo Il terzo uomo (1949) che si considera il suo capolavoro. In realtà si tratta in entrambi i casi di opere eccellenti, legate al nome di Graham Greene che ne fu lo sceneggiatore. Forse la fama di Il terzo uomo è maggiore grazie anche all’indimenticabile interpretazione di Orson Welles e alla straordinaria musica che l’accompagna; in ogni caso L’idolo infranto non è certamente opera minore nella carriera del famoso regista.
È stato riproposto al pubblico dal Museo del Cinema – Cinema Massimo a Torino nell’ambito del Festival permanente del cinema restaurato (Magnifiche Visioni).

È la storia di Philip (Bobby Henrey), bambino molto piccolo e molto solo: i genitori non esistono per lui, affidato abitualmente alle cure della servitù dell’ambasciata (il padre è ambasciatore a Londra di un paese francofono che non viene precisato) e non compaiono se non alla fine del film, quasi subito sommersi dai titoli di coda. La vicenda, infatti, racconta l’amicizia fra lui e Baines (Ralph Richardson), il maggiordomo che se ne prende cura insieme alla moglie, megera scorbutica, che nella casa spadroneggia con arrogante villania (Sonia Dresdel).
L’azione si svolge, quasi per intero (pochissime le scene “esterne”), nella lussuosa dimora del diplomatico, fra il piano nobile, che è lo spazio istituzionalmente destinato a lui e alla sua famiglia, e il piano semi-interrato, che, come da tradizione, è destinato ai servi *. Se la disposizione della casa è funzionale alla gerarchia delle classi sociali, nella realtà nessuno sta al suo posto: il bambino, nella sua sconfinata solitudine, incontra molto volentieri Baines nella cucina, per ascoltare le storie avventurose che egli inventa per lui; a sua volta, il maggiordomo sale spesso e volentieri agli uffici del piano di sopra per incontrare la donna che ama, Julie (Michèle Morgan), segretaria d’ambasciata. L’amicizia con Phil diventa perciò anche il paravento che l’uomo utilizza per ripararsi dalla gelosia  della moglie, la quale, approfittando dell’assenza dei genitori di Phil, sale spesso lo scalone di rappresentanza per affermare la propria autorità sul piccino che tratta con odiosa prepotenza e a cui cerca di impedire l’accesso agli spazi del semi-interrato.
Il fatto centrale della vicenda raccontata è la morte accidentale della signora Baines, così meschina e dispettosa che nessuno potrà rimpiangere. L’episodio (modificato da Graham Greene rispetto al racconto) è volutamente ambiguo e si chiarirà solo alla fine della pellicola, per puro caso e nonostante i pasticci e gli equivoci provocati dal piccolo Philip, che avendo assistito alla scena della sua morte senza comprenderla fino in fondo, cercherà in ogni modo di proteggere l’uomo amato come un padre, fornendo alla polizia che indaga una versione dei fatti assolutamente non credibile.  La sua fragilità emotiva, nonché il tentativo generoso e anche troppo zelante di evitare a  Baines l’accusa di uxoricidio, si erano scontrati purtroppo con la difficoltà di separare i fatti dalla ingenua elaborazione fantasiosa della sua mente infantile, dando luogo a una situazione molto aggrovigliata, che aveva accresciuto  i sospetti della polizia e rischiato di coinvolgere il suo idolo in guai molto seri.

 

Tutto questo viene detto attraverso una finissima analisi psicologica che ci aiuta a capire attraverso quali meandri pre-logici la mente del piccino stava ricostruendo una situazione ansiogena e angosciosa: noi non possiamo che trepidare per lui e insieme sorridere con tenera ed empatica indulgenza. Il modo del racconto, che è sempre in bilico fra il dramma e l’ironia, allenta la tensione e prepara la giusta conclusione dell’intera vicenda, in cui i torti e le ragioni vengono finalmente riconosciuti. Un film bellissimo, ottimamente diretto da un regista attento all’equilibrio complessivo dell’opera, capace di guidare i bravissimi attori (quel bambino è davvero meraviglioso) in modo eccellente, ricco di spunti di riflessione sul difficile rapporto fra il mondo dei “grandi” e quello dell’infanzia, usata da troppi adulti con eccessiva incoscienza e senza sinceri e profondi slanci d’affetto.
Credo che presto dovrebbe essere disponibile per tutti nella versione restaurata il DVD di questa pellicola.

*Il racconto di Graham Greene si intitola proprio The basement room