business class (Gli amanti passeggeri)

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recensione del film:

GLI AMANTI PASSEGGERI

Regia:
Pedro Almodóvar
Principali interpreti:

Antonio de la Torre, Hugo Silva, Miguel Angel Silvestre, Laya Martí, Javier Cámara, Carlos Areces, Raúl Arévalo, José María Yazpik, Guillermo Toledo, José Luis Torrijo, Lola Dueñas, Blanca Suárez, Cecilia Roth, Antonio Banderas,Penelope Cruz, Paz Vega, Carmen Machi, Pepa Charro – 90 min. – Spagna 2013.

Questo è un film che  si accetta o si odia, ma che difficilmente si ama. Ciò dipende, seondo me, dall’effetto di straniamento che si prova nel vedere scorrere sullo schermo immagini che paiono fuori luogo, oggi, quando gli spagnoli (come gli italiani, del resto) sono così preoccupati del loro immediato futuro da non aver più voglia di “movida”. Non sentono più, cioè, in sé quell’energia vitale e trasgressiva che si scatenava di notte, lungo le strade di Madrid, dopo la morte di Francisco Franco (1975).  Almodovar fu, in quel periodo, uno dei protagonisti della movida madrilena, frequentatore spesso “en travesti” degli ambienti underground della capitale spagnola, mentre cominciava a girare con entusiasmo e intelligente vivacità i suoi film “scandalosi”, quelli che mettevano in scena temi che in Spagna erano stati, fino ad allora, tabù: la marijuana, l’omosessualità, la gioia della sessualità libera e disinibita. Proprio nel momento che stiamo vivendo, secondo Almodovar, occorre che gli uomini e le donne, se non vogliono essere presi dallo sconforto e dalla depressione, ritrovino la gioia di vivere perduta e si abbandonino alle esperienze del piacere non ancora esplorato, cacciando la tristezza e aspettando che passino i guai**. Non interessa se ne usciranno vivi o morti; quello che conta è che vivano, davvero, fino in fondo e fino all’ultimo istante nella gioia e nella speranza. Tanto, lo svolgersi dei fatti non dipende dalla loro volontà, perché è il caso a indirizzare i loro percorsi: si salveranno forse per quel fortuito scarto imponderabile del fato, che talvolta è capace di deviare gli eventi, in modo imprevedibile, verso una diversa direzione (la scena della caduta del cellulare dal viadotto, per infilarsi nella borsa giusta, non ha forse proprio questo significato?).

La storia, ampiamente metaforica, è ambientata su un aereo che dovrebbe raggiungere Città del Messico da Madrid, ma che è costretto da un’avaria al carrello a girare a vuoto su Toledo, in attesa che si liberi una pista aeroportuale che permetta la rischiosa manovra di atterraggio. Nell’attesa il nervosismo si diffonde dapprima nella cabina di pilotaggio, quindi nella busines class, mentre i passeggeri, molto più numerosi, della tourist class se la dormono della grossa, essendo stati narcotizzati dall’equipaggio. La paura di morire, tenuta a freno con intrugli alcoolici e mescalina, induce i passeggeri della prima classe a scatenare, violando le convenzioni che fino a quel momento avevano regolato la loro vita sociale e familiare, una nuova e insolita voglia di movida e una disinibita e promiscua sessualità accompagnata da un uso altrettanto disinibito del linguaggio e dall’irrefrenabile desiderio di mettere tutti gli altri passeggeri al corrente delle proprie storie personali, attraverso una sincerità desueta e liberatoria. L’atterraggio, che dovrebbe portare tutti in salvo, è il momento più ambiguo di tutto il film poiché  lo spesso strato di schiuma col quale la pista viene ricoperta rassomiglia molto a un fitto mantello di nuvole al di sopra delle quali si potrebbe ravvisare un aldilà pronto per tutti.

Il film è una commedia, da intendersi nel senso classico della parola, non tanto per quel che riguarda il finale, che come ho detto è alquanto ambiguo, quanto per la rappresentazione anche volgare degli appetiti e dei bisogni corporali, tipica del genere, come sa chiunque conosca un po’ della “teoria degli stili” che ha regolato la rappresentazione comica fino al romanticismo. La trasgressione di Almodovar sta allora nell’aver usato, per narrare la deriva comica e un po’ pecoreccia della storia, non i personaggi plebei della tradizione teatrale classica, ma quelli delle classi “alte”, davvero corrotti e volgari i cui comportamenti vengono finalmente smascherati. Una rappresentazione divertente e irriverente, degna di questo geniale regista.

**Pedro Almodovar ha rilasciato a questo proposito un’interessante intervista alquotidiano La Stampa, che potete trovare QUI


 

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La storia della Spagna (Ballata dell’odio e dell’amore)

recensione del film:

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

Titolo originale:

Balada triste de trompeta

Regia:

Álex De la Iglesia

Principali interpreti:

Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luis Galiardo, Enrique Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Alamo, Fofito, Fran Perea, Fernando Guillen-Cuervo, Raúl Arévalo, Terele Pavez, Joxean Bengoetxea, Luis Varela, Fernando Chinarro, Juan Viadas  – 107 min. – Spagna, Francia 2010. –

Le vicende narrate da questo film si svolgono principalmente tra la valle dei Caìdos, colossale monumento funebre alle porte dell’Escorial, e un circo di Madrid. La valle dei Caìdos fu costruita in gran parte da condannati politici repubblicani, costretti ai lavori forzati, per realizzarne l’altissima croce, nonché la cripta, destinata  alle spoglie dei militari caduti durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939), dopo la vittoria di Franco. Questo luogo ci dice, quasi da solo, che la lettura di questo film non può che essere storico-politica. Il circo madrileno, in cui si svolge l’altra parte importante del film è la metaforica rappresentazione della società spagnola, all’interno della quale i gruppi sociali agiscono sotto le allegoriche maschere di due pagliacci rivali (le due fazioni in lotta), per amore di una trapezista bellissima (la Spagna). Avviene pertanto che due clown, Javier (pagliaccio triste, perché gli è stata tolta la gioia fin dall’infanzia, quando vide il padre essere ucciso dai franchisti che lo avevano costretto a lavorare nella valle dei Caìdos) e Sergio (brutale e possessivo nei confronti di Natalia, la bella trapezista) si contendano l’amore di lei, diversamente attratta da entrambi, e che cercando di annientarsi reciprocamente con odio crescente, finiscano, invece, per provocare la morte della donna amata, riluttante e forse pavida nel respingere da sé la violenta passione di Sergio. La lotta fra i due clown si svolge senza esclusione di colpi, ed è raccontata in un crescendo grottesco di effetti splatter, che produrrebbero sicuramente raccapriccio se fossero narrati con realismo. Il regista, invece, mi sembra abbia inteso ripercorrere, col linguaggio del cinema, la strada della rappresentazione allegorica e visionaria, presente  nella tradizione della pittura spagnola da Goya con le mostruose rappresentazioni, nate dal sonno della ragione dei Disastri della guerra, a Picasso con Guernica, per parlarci di una Spagna perennemente in bilico fra progresso e oscurantismo cui finisce volontariamente per soccombere, di un paese di passioni estreme, non sufficientemente controllate dalla ragione. In tal modo il film acquista un respiro storico più ampio, non limitandosi a farci riflettere sulle sole vicende della guerra franchista, ma riportandoci anche a meditare sull’intera storia spagnola e in particolare sull’altro periodo storico in cui la prevalenza delle forze conservatrici ebbe la meglio sulle speranze rivoluzionarie che avevano animato anche in Spagna  gli intellettuali all’arrivo di Napoleone Bonaparte.

Credo che sia giusto chiedersi per quale ragione al mondo un film come questo, che ha ricevuto un Leone d’argento per la miglior regia due anni fa (2010) al Festival di Venezia, sia comparso nelle nostre sale solo adesso. La pellicola può piacere o non piacere, ma è comunque un lavoro molto interessante, di quelli che fanno pensare gli spettatori, che non sempre sono disposti, come forse vorrebbe la distribuzione nostrana, ad accontentarsi dei film di pura evasione. La bellissima musica, che è ricordata nel titolo originale del film e che accompagna per alcuni tratti il suo svolgersi, è una composizione del musicista italiano Nini Rosso del 1963.

Chi vuole vedere su questo blog un video che contiene le incisioni di Goya dedicate ai  Disastri della guerra, clicchi QUI

Chi vuole ascoltare Nini Rosso con la sua Ballata , clicchi QUI