Cane mangia cane

recensione del film:
CANE MANGIA CANE

Titolo originale:
Dog Eat Dog

Regia:
Paul Schrader

Principali interpreti:
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona, Rey Gallegos, Chelcie Melton, Bruce Reizen, Jeff Hilliard – 93 min. – USA 2016.

Nella vita è importante nascere “dalla parte giusta”: quando capita, ogni possibilità si apre, ogni strada si spiana ed è quasi sempre  in discesa; quando non capita, invece, non solo ogni strada è in salita, ma più facilmente si è preda  dell’alcol, della droga, talvolta anche del delitto e del carcere, estremo inghiottitoio dei “rifiuti” della società dal quale non si esce migliori, ma al quale, anzi, probabilmente si è destinati a tornare. Questo, all’incirca, è ciò che pensa Troy (Nicolas Cage), convinto che “in un altro universo”, uno come quel ciccione mostruoso di Diesel (Christopher Matthew Cook) sarebbe diventato avvocato a Stanfortd, mentre ora è, come lui, quasi certamente in procinto di rientrare nella maledetta galera in cui avevano suggellato la loro amicizia insieme a quel pazzo psicopatico di Mad Dog (Willem Dafoe), anche lui ora fuori, ma di sicuro per poco tempo, legato com’è alla droga pesante, di cui è smodato consumatore e alla prostituzione più squallida. Il regista ci racconta, dunque, la storia di quel che resta della libertà dei tre scombinati criminali, dei quali Troy appare il più presentabile: ha una qualche ricercatezza nel vestire, anche per aver scoperto (qualcuno gliel’aveva detto!) una sua qualche rassomiglianza con Humphrey Bogart, di cui si sforza di imitare pettinatura e abiti (mai senza cravatta, perciò). La storia dei tre è tratta dal best seller, con lo  stesso titolo, di Edward Bunker, romanziere americano che, grazie alla scrittura, nonché al successo letterario e cinematografico, si era allontanato dalla vita violenta durante la quale aveva conosciuto lunghi periodi di detenzione, fra il riformatorio e la galera. Il regista Paul Schrader, che di Bunker era stato amico ed estimatore, ci lascia intuire il passato non proprio glorioso dei tre, per mostrarceli ora, in un presente dissennato, affamati di denaro, ossessionati dal mito della virilità e al servizio di un grande criminale, El Greco (lo stesso Schrader), mafioso e organizzatore, nell’ombra, di delitti particolarmente odiosi della cui esecuzione si incaricano. Eroi con molte macchie e con molta paura, intenzionati a smetterla con il crimine, i tre si incartano nella loro stessa goffaggine, mentre il regista, tra il sarcastico e il pietoso, narra la loro parabola discendente, cercando, come sempre nel suo cinema, la ragione e soprattutto il senso (metafisico) delle loro esistenze. Il film, che si snoda nell’incertezza voluta dei registri narrativi, si lascia seguire con partecipazione dagli spettatori, nonostante gli eccessi di violenza, che pare quasi tarantiniana, se non si avvertisse l’eco dell’inquietudine per le tre vite ancor giovani, bruciate senza alcun riscatto possibile. Nella sua durezza, è certamente un buon film, che chi ama il cinema potrebbe molto apprezzare, come è successo a me.

Paul Schrader è un grande uomo di cinema, di cui quasi certamente tutti ricordano le sceneggiature dei capolavori di Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo…), ma anche di Peter Weir (Mosquito Coast) e di Brian de Palma (Obsession); egli è però anche il grande regista di film indimenticabili e spesso inquietanti: American Gigolò; Il bacio della pantera; Autofocus, The Canyons, nonché First Reformed (2017) in concorso a Venezia, dove è stato presentato qualche giorno fa.

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più tango per tutti (Tango libre)

Schermata 02-2456702 alle 21.30.42recensione del film:
TANGO LIBRE

Regia:

Frédéric Fonteyne

Principali interpreti:
François Damiens, Anne Paulicevich, Sergi López, Jan Hammenecker, Zacharie Chasseriaud – 98 min. – Francia, Belgio, Lussemburgo 2012.

Uno strano film, con alcuni personaggi abbastanza insoliti: due uomini (Fernand e Dominic), entrambi in carcere nella stessa cella, innamorati della stessa donna, la graziosa Alice (Anne Paulicevich), infermiera in ospedale e madre di Anton (Zacharie Chasseriaud), ragazzino quasi adolescente.
Fernand (Sergi Lopez) è il marito di lei ed è al corrente che Dominic (Jan Hammennecker) ne è l’amante, eppure i due sono amici e, se non fossero stati condannati (Dominic a una pena più alta) per una rapina finita in omicidio, continuerebbero a vivere d’amore e d’accordo sotto lo stesso tetto con lei e con Anton, figlio di uno di loro, ma da entrambi amato teneramente e, per amore di lei, considerato da ciascuno dei due un vero figlio.
La donna vive, ora, organizzandosi fra i turni all’ospedale, le cure al figlio, le visite ai suoi due uomini e le lezioni di tango, momento di libertà tutto suo, da poco tempo, però, poiché la sua vecchia aspirazione a imparare bene questa danza non aveva trovato udienza in Fernand, cosicché lei ci aveva rinunciato. Sarà Jean Christophe (François Damien), la guardia carceraria, ad assumersi involontariamente il compito di diventare il suo ballerino. Jean Christophe era un uomo bello, biondo e di gentile aspetto. Egli condivideva la propria solitudine con un vecchio pesce rosso e, dopo i turni di sorveglianza, frequentava le lezioni di tango, di cui era appassionato. Solo quando gli avevano affidato il compito di assistere ai colloqui in parlatorio aveva scoperto che la sua partner, quella di cui si stava segretamente innamorando, era la donna di due carcerati: era stato preso dal panico e si era ripromesso di evitare da quel momento qualsiasi rapporto con lei, ma ne era troppo attratto per farlo davvero. A loro volta Fernand e Dominic non avevano tardato a scoprire tutto del tango, di Alice e dei suoi rapporti con J.C., quantomeno sconvenienti nella sua situazione. Da questo bizzarro incrocio dei destini di ciascuno si sviluppa tutta la vicenda di questo film, che il regista racconta senza utilizzare i flashback, ma facendoci scoprire a poco a poco tutto quello che dei singoli personaggi occorre sapere per comprendere la situazione e i suoi sviluppi.
E’ la parte migliore dell’intera pellicola: appare da subito evidente che la famiglia “allargata” di Alice, trattata in modo non programmatico né ideologico, si presenta come un elemento interessante, così come era stato in Jules et Jim in cui la singolarità della situazione era resa del tutto accettabile dal carattere di verità e quasi di necessità del triangolo amoroso.
Questo modo di raccontare la vicenda connota anche la narrazione dell’ambiente carcerario, che poco concede agli stereotipi di genere ed è invece attenta a dare il quadro di una poetica rappresentazione soprattutto quando, su richiesta di Fernand, le lezioni di tango verranno introdotte anche nel carcere, evocando, grazie alla misteriosa sensualità che si irradia da quella danza, amori e passioni perdute, ma forse ancora ricuperabili, nonché il senso della libertà possibile in un futuro più o meno lontano, per uomini, capaci di muoversi ora con leggerezza e grazia, secondo il ritmo suggerito dalle dolci note che conferiscono un senso al tempo immutabilmente vuoto della pena.

Le vicende successive, invece, testimoniano una innegabile difficoltà a inventare il finale della complessa narrazione, difficoltà che è insieme stilistica e narrativa: il film si perde nell’accumulo incessante di nuovi elementi, dalle crisi edipiche di Anton, all’amore che si trasforma in melodramma per J.C., al tentato suicidio di Dominic, e avanti aggiungendo, fino a rendere alquanto improbabile la conclusione dell’intera storia. Un vero peccato!