Mommy

Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.

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fa freddo in Quebec (Monsieur Lazhar)

recensione del film:
MONSIEUR LAZHAR

Titolo originale:
Bachir Lazhar

Regia:
Philippe Falardeau

Principali interpreti:
Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Proulx, Jules Philip, Émilien Néron, Brigitte Poupart, Francine Ruel, Louis Champagne – 94 min. – Canada 2011.
I

Fa freddo davanti alla scuola, dove attendono di entrare, come ogni mattina, i ragazzi che affollano il cortile. E’ un freddo acuto e pungente, la neve gelata per terra, come al solito in Quebec. Come ogni giorno, uno di loro, a turno, precederà gli altri, per portare il latte in classe: tocca a Simon, questa volta, che sta scherzando con Alice e se ne è quasi dimenticato. Quando cercherà di entrare in classe, col suo carico di latte, scoprirà, con orrore e terrore, che Martine, la maestra amata, si è impiccata. Da questa scena prende l’avvio uno dei film più interessanti di questo inizio di stagione: Monsieur Lazhar. Bashir Lazhar è fuggito dall’Algeria, dove hanno trovato una morte terribile sua moglie e i suoi figli, per mano degli integralisti islamici; ha chiesto asilo politico al tribunale di Montréal e ora ottiene di poter insegnare sulla cattedra di Martine, che altri insegnanti rifiutano. Il suo è un compito difficilissimo: gli alunni sono ancora sotto choc, né a molto servono gli accorgimenti premurosi della scuola, perché le cose tornino alla normalità, neppure gli incontri con la psicologa: nessun bambino può accettare la morte improvvisa di una persona molto amata; molti hanno incubi ricorrenti; qualcuno non riesce più a dormire; altri non si perdonano piccoli misfatti, probabili marachelle che alimentano un senso di colpa davvero angoscioso.
Il maestro e i suoi bambini tentano di percorrere insieme la strada tutta in salita dell’elaborazione dei rispettivi dolorosissimi lutti.
L’impresa di Bashir si presenta subito difficile, per molte ragioni: la scuola del Quebec è molto in linea con la più recente sperimentazione pedagogica, del tutto sconosciuta al volonteroso maestro, che ignora, per esempio, che il soggetto di una proposizione si debba chiamare G.N. (Gruppo Nominale), o che i dettati siano fuori moda, specie se ricavati da passi di Balzac, o che i piccoli non muoiano dalla voglia di vedere Molière, o che i banchi non debbano essere allineati in file, come piace a lui.
Ben presto, però, ci accorgiamo che i problemi diventeranno molto seri: Bashir è un uomo che vuole un rapporto diretto, fatto di parole schiette e anche di fisicità, con i suoi alunni: li sgrida, se necessario, ricorre a qualche affettuoso scapellotto o a qualche carezza di incoraggiamento, ciò che è pienamente accettato dai bambini, che sanno valutare quello che è giusto, ma fortemente riprovato dagli altri insegnanti e dai genitori in modo particolare, alcuni dei quali lo invitano spocchiosamente ad occuparsi solo dell’istruzione dei loro pargoli, visto che l’educazione è compito loro. Non è solo una diversa visione pedagogica, ma una diversa Weltanschauung, una visione del mondo che, per lui, uomo ricco di umanità solare e calda, risulta incomprensibile. Si vedano, a questo proposito, le tremende scene dei giudici di Montréal, che lo interrogano sul suo passato in Algeria, freddi e insensibili davanti al suo dolore vero e pudico, o la stessa scena finale del film, quasi un invito allo spettatore, perché si fermi a meditare sulla nostra asettica cosiddetta “civiltà occidentale” e sul prezzo umano che tutti noi stiamo pagando. Eccezionale la qualità della recitazione di tutti gli attori, in modo particolare dei bambini, magnifica la regia di Philippe Falardeau.