L’amore secondo Isabelle

recensione del film:
L’AMORE SECONDO ISABELLA

regia:
Claire Denis

Titolo originale
Un beau soleil intérieur

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Claire Tran – 94 min. – Francia 2017.

l’angoisse d’amour: elle est la crainte d’un deuil qui a déjà eu lieu, dès l’origine de l’amour, dès le moment où j’ai été ravi. Faudrait que quelqu’un puisse me dire : « Ne soyez plus angoissé, vous l’avez déjà perdu(e) »
(Roland Barthes – Fragments d’un discours amoureux – Agony – Edition du Seuil – Paris 1977 -pag. 38)

Come far durare l’amore, quello vero, nella sua più pura essenza è ciò che si chiede tormentosamente Isabelle (Juliette Binoche), bella donna di mezza età, nonché madre di una bambina di dieci anni (al momento del film, custodita dal suo ex marito). Pittrice affermata, Isabelle si realizza solo in parte nel suo lavoro creativo, che pure è proiezione di sé: frequenta l’ambiente dei critici e delle mostre, si muove tra intellettuali che l’ammirano e la corteggiano, ma di loro non sopporta lo snobismo supponente, lontanissimo dalla sua istintiva sensualità. Alla sua non verdissima età, mostra senza falsi pudori il proprio corpo ancora desiderabile con innocente carnalità: generose le sue scollature e ridottissime le sue minigonne; le piace danzare (anche da sola); le piace il buon cibo e, naturalmente, le piace l’amore. È in attesa di incontrare l’uomo che le si conceda senza riserve, senza retro-pensieri, capace di abbandonarsi con dolce smemoratezza, come lei. La sua vita amorosa, come comprendiamo già all’inizio del film, è un disastro, perché la passione e il desiderio si trasformano presto in un crudele gioco di potere ai suoi danni. Dal banchiere attempato (Xavier Beauvois), al giovane attore (Nicolas Duvauchelle), all’ex marito (Laurent Grévill), a Marc (Alex Descas), tutti si difendono da lei e dall’amore: hanno moglie, non vogliono soffrire, si negano, devono partire, non la coinvolgono nei loro progetti, si pentono di ciò che è stato… L’ attesa delle decisioni che non arrivano è una condizione di angoscia continua per lei, aggravata dalla percezione della propria solitudine senza scampo: se un incontro “giusto” sembra prospettarsi, ci penseranno i suoi amici intellettuali a metterla in guardia, a instillarle dubbi, a provocare la crisi. Si affiderà, infine, a un veggente (Gérard Depardieu), in un finale aperto di sorprendente ambiguità; ambivalenza e ambiguità connotano, del resto, l’intero film, oltre a tutti i suoi personaggi.
La regista, infatti, sembra aver costruito la sua ultima pellicola sul dicotomico oscillare fra la gioia e il dolore nel sentimento amoroso, contraddittorio in sé, nodo aggrovigliato di pulsioni ed emozioni, tanto ineffabile da rendere impossibile ogni comunicazione verbale. In uno dei film più parlati della Dénis, le parole degli amanti mostrano non solo la loro inadeguatezza, ma la loro equivoca interpretabilità, quando non la brutalità di un linguaggio adatto solo a definire il possesso, il ricatto e il denaro. La frammentarietà del film ne è un riflesso, ed è frutto di un montaggio volutamente spezzato, che presenta brandelli di storie nel loro farsi, o nel loro prevedibile concludersi, finché, nell’ultima e lunga scena, del tutto inaspettatamente, compare nei panni di un mago un po’ cialtrone e un po’ turbato un inedito e grande Depardieu.
Ispirato dichiaratamente ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, lettura amatissima dalla regista, capace di coinvolgerla fino alle lacrime*, Claire Dénis ha sceneggiato questo film insieme a Christine Angot, scrittrice di alcuni romanzi di contrastato successo e anche con l’attiva collaborazione di Juliette Binoche. Un lavoro a sei mani, la cui riuscita a me, ma non a tutti, è sembrata poco discutibile. Un film non facile, ma da vedere.

* (“c’est un livre […] qu’en le lisant je pleurais […] je comprenais exactement ce qui c’est l’agonie amoureuse […] ce n’est pas quelque chose dont on meurt, c’est un goût de son corp, de son âme…)
Intervista concessa a Jean Sébastien Chauvin e a Jean Philippe Tessé a Parigi il 29 giugno 2017 e pubblicata sul numero 736 dei Cahiers du Cinéma del settembre 2017 (pagg. 34-36).

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Chi è interessato può trovare QUI fra i documenti di questo blog un frammento dello spettacolo ispirato a Roland Barthes, dal titolo: “Nodi di un discorso amoroso” – scritto e recitato da Massimo Zordan e Marcello Verona, messo in scena dal Teatro dell’Elefante, Cagliari, 25 Aprile 2008 –

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I figli di un dio minore? (Il figlio dell’altra)

Schermata 03-2456367 alle 15.49.46recensione del film:

IL FIGLIO DELL’ ALTRA

Titolo originale:

Le fils de l’autre

Regia:

Lorraine Lévy.

Principali interpreti:

Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk, Mehdi Dehbi, Areen Omari, Khalifa Natour, Mahmood Shalabi, Bruno Podalydès, Ezra Dagan 105 min. – Francia 2012. 

Il tema dello scambio di neonati fu assai frequentato dal teatro antico che lo propose in tragedia o in commedia. La possibilità che simili eventi possano verificarsi anche oggi è rara; talvolta, tuttavia, qualche notizia di cronaca ci ricorda che, per quanto difficili, fatti del genere non sono impossibili. Proprio dalla cronaca prende l’avvio l’interessante film della regista francese Lorraine Lévy, che racconta la storia di due ragazzi, ora diciottenni, molto amati e splendidamente educati dalle rispettive famiglie, che per puro caso apprendono di essere stati scambiati alla nascita. Le rispettive madri li avevano partoriti in un ospedale attaccato dalle bombe: nella concitazione della fuga, si erano trovate fra le braccia, senza saperlo, il bebé sbagliato, cosa che non aveva impedito loro di amarlo, allattarlo, educarlo e farlo crescere nel migliore dei modi. Probabilmente questa condizione di felice ignoranza delle proprie origini si sarebbe protratta all’infinito se Joseph Silberg, diciottenne di Tel Aviv, alla fine del liceo, non avesse voluto diventare, come suo padre, ufficiale dell’aviazione israeliana. Gli esami del sangue avevano rivelato l’anomalia del suo gruppo sanguigno, incompatibile con quello dei genitori; le successive ricerche avevano lasciano emergere la verità di quell’antico errore. Era naturale che la vita tranquilla di Joseph si trasformasse nell’ angoscioso interrogarsi circa la propria identità, soprattutto dopo aver appreso che il figlio ” vero”, quello che avrebbe dovuto essere lì, al posto suo, era un palestinese, Yacine Al Bezaaz, ora vivente nei territori occupati della Cisgiordania. La vicenda perde pertanto i contorni del caso difficile da accettare, ma pur sempre privato, per diventare quasi l’emblema della situazione difficile dei Palestinesi e degli Israeliani, i due popoli, che, sia pure con diversi gradi di responsabilità, hanno seminato odi, diffidenze, risentimenti e rancori e hanno creato muri, barriere e fili spinati veri e metaforici, dietro i quali nessuno scorge l’umanità dolente del’altro, che è diventato a poco a poco “il nemico”. Eppure, poco oltre i crudeli confini che li separano, uomini e donne, giovani e anziani soffrono e  vorrebbero essere accettati senza paure e senza vendette, così come vorrebbero convivere in pace e amicizia le famiglie Silberg e Al Bezaaz, nell’interesse dei due ragazzi, che sono umanamente simili, nei sogni, nei valori e nelle speranze. Le donne, più degli uomini delle due famiglie, conservatori e legati irrazionalmente a una identità prepotentemente esibita, saranno artefici del “miracolo” necessario, grazie al quale, un dramma familiare potrà trasformarsi in un’ occasione di conoscenza profonda, che, nell’interesse dei figli, renderà le due famiglie più accoglienti e più civili. Il film, interessante e sostanzialmente convincente, cade un po’ nel finale in cui un episodio violento, non necessario alla comprensione del film, pare diventare il motore dell’azione. Un vero peccato perché il melodramma non si addice alla narrazione della regista, asciutta e sobria nel corso di tutto il racconto.