La Casa di Jack

recensione del film:
LA CASA DI JACK

Titolo originale:
The House That Jack Built

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti:
Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Ed Speleers, David Bailie, Ji-tae Yu, Osy Ikhile – 155 min. – Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018.

Il titolo italiano è ancora una volta improprio; quello originale è l’inizio di una filastrocca cumulativa, ovvero di una popolare ninna-nanna che sembra raccontare una fiaba ma che è invece costruita accumulando, per richiamo logico ma senza sviluppo narrativo, azioni correlate a quelle dei versi precedenti. Qui  ne troverete un notissimo esempio.

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Questa premessa evita che lo spettatore s’inganni circa la natura del film, che nelle intenzioni di Lars von Trier è un apologo (probabilmente ispirato alla figura ormai leggendaria di Jack lo Squartatore) con intenti pedagogico-moraleggianti, come tutte le sue opere a cui, apertamente si richiama anche nella suddivisione per capitoli (gli incidenti) che hanno alcune caratteristiche iterative della berceuse del titolo originale.
Il protagonista Jack (Matt Dillon) è un serial killer, un nordamericano che vive nello Stato di Washington dove svolge la propria attività criminale (impunemente) da dodici anni, incapace di frenare le proprie ossessioni compulsive omicidiarie, nate dalle sue personali frustrazioni, ma  favorite dal caso e dal singolare spirito collaborativo delle prime vittime che per qualche misteriosa ragione non ne avevano compreso le depravate intenzioni, sottovalutandone l’impostura, nonché le lusinghe seduttive. Egli è un ingegnere, architetto mancato, che, con delirante follia, aspira a costruire un edificio bellissimo e imperituro a testimonianza del proprio genio creativo, quello stesso del quale ha dato prova realizzando i suoi omicidi “da artista”, fissando nel gelo di una stanza-obitorio, per sempre, le espressioni dei volti, i corpi straziati, e mutilati e realizzando, come ogni vero artista, una sorta di equilibrio compositivo fra luci e tenebre, superando la precarietà degli umani riferimenti morali, insufficienti ad indicare la via della bellezza capace di sfidare la morte.
Senza il decisivo apporto delle oscurità tenebrose, gli interni delle cattedrali gotiche 
(suggestione ricorrente del film) perderebbero ogni  fascino , così come senza l’azione spietata dei falciatori che distruggono, con le loro affilatissime lame, il rigoglio biondo delle messi mature, la bellezza del paesaggio estivo sarebbe destinata a deteriorarsi e a svanire.
Le oscure leggi del dolore e della morte sono dunque le condizioni per ogni rinnovarsi della bellezza e quindi della stessa rappresentazione artistica, mentre Lars von Trier, parrebbe, come artista, riconoscersi totalmente nel suo Jack. Il film nel corso della sua durata ci pone, come si vede, problemi e interrogativi molto seri, che non possono trovare facili risposte per due fondamentali ragioni: la presenza costante del registro ironico e beffardo che, connota anche i momenti più duri e inquietanti (i cinque
incidenti) del film e l’irrompere improvviso e frequente di tableau vivants che si ispirano alla pittura romantica, nonché di “installazioni” e immagini macabre che richiamano la scultura e l’arte contemporanea e, che, suscitando orrore e meraviglia, non possono che generare in noi quel sentimento di ammirazione-repulsione che sempre i film di L.v.T suscitano. Anche questa volta, dunque, il regista mette in evidenza il gusto della provocazione colta, cifra di tutti i suoi film, e perciò anche di questo, che per il momento sembrerebbe il più estremo fra i suoi. È naturalmente possibile chiedersi, ma mi pare domanda oziosa, se questo suo cinema possa proseguire a lungo su una strada così esposta alla deriva del cinismo disgustoso, ma, in attesa del futuro imprevedibile, dobbiamo rimanere nell’ambito dei film già noti e su questi esprimere il nostro giudizio.

Jack incarna dunque metaforicamente l’artista pazzo, maledetto e detestato dai benpensanti che non vogliono ammettere il vero, ma non è l’unico importante protagonista del film: lo affianca un alter ego, puro flatus vocis inizialmente, ovvero voice over di Verge (Bruno Ganz), che paternamente cerca, con pacata razionalità di indirizzarlo, e chiarirgli dubbi e interrogativi, per inverarsi infine nel personaggio del nuovo Virgilio che lo accompagnerà nella discesa agl’inferi, quel centro della terra dal quale occorre passare con tormentosa difficoltà per vedere la luce che promana dall’architetto supremo dell’universo, costruito inevitabilmente sull’opposizione luce-tenebra. È l’ultima sorpresa del film. la più emozionante (l’ultima apparizione sullo schermo di Bruno Ganz, breve ma magnificamente significativa) e anche la più fantasmagorica, per il susseguirsi ininterrotto di immagini straordinarie.

A mio avviso questo è uno dei migliori film di Lars von Trier, il più difficile e forse perciò il più odiato fra gli autori del cinema contemporaneo. Chi mi legge sa che questo regista danese è fra quelli che prediligo: riflettere sui suoi film costituisce per me un impegno intellettuale e culturale irrinunciabile ogni volta. Recensirlo è una fatica largamente ripagata quando mi riesce di mettere in luce la densità dei contenuti, scavando fra sottotesti, allegorie, simboli, fra splendori e orrori delle immagini, per farne emergere la weltanschauung che, come ho cercato di dire presentando il suo precedente Nynphomaniac (QUI) a cui faccio riferimento, è una visione negativa dell’esistenza, per sopportare la quale è fondamentale “Forget about Love”  Non dalla depressione, dunque, che semmai ne è la conseguenza, ma dalla coscienza dell’inevitabilità della morte che porrà, prima o poi, fine alla nostra volontà di vivere e di godere, deriva il dolore che schiaccia l’umanità e che la pone di fronte alla scelta consapevole fra il piacere e l’amore, ovvero tra la bellezza eterna e l’ineluttabile dimensione temporale dell’esistenza.

 

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Addio a Bruno Ganz

Se n’è andato anche Bruno Ganz,volto del cinema mondiale, interprete di film molto belli, che per me, forse per molti, è  l’impareggiabile Damiel del Cielo sopra Berlino.

Il suo volto è quello dell’Angelo che osservando la vita scorrere nella città, ancora sconvolta, dopo tanti anni, dai disastri della guerra, decide di abbandonare la sua posizione privilegiata, attratto dall’amore per Marion.

Mi piace ricordarlo riproponendovi sia la mia recensione del 2015 (QUI), sia una clip del film per il quale, soprattutto, sarà ricordato.

Remember

Schermata 2016-02-18 alle 22.30.40recensione del film:
REMEMBER

Regia:
Atom Egoyan

Principali interpreti:
Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz, Jürgen Prochnow, Heinz Lieven, Dean Norris, Henry Czerny, Peter DaCunha, Sofia Wells, Duane Murray, Kim Roberts, Janet Porter, Stefani Kimber – 95 min. – Canada, Germania 2015

 

Zev (Christopher Plummer) era un anziano americano che viveva insieme alla moglie Ruth, gravemente ammalata, in una casa di riposo. Dopo la morte da tempo annunciata di lei, egli, che soffriva di demenza senile, era ancora più smarrito, disorientato, nonostante le affettuose visite del figlio e dei nipotini. Solo la salda amicizia del vecchio Max (Martin Landau), suo compagno in quella clinica, ebreo come lui, semi-paralizzato ma ancora molto lucido, stava diventando il sostegno necessario per ritrovare se stesso. Purtroppo ritrovare se stesso non era facile per Zev, poiché il suo passato era legato, come quello di Max, agli orrori di Auschwitz che egli aveva cercato di rimuovere. Per evitare che i suoi ricordi venissero del tutto cancellati dall’affievolirsi progressivo della sua memoria, Max aveva continuato a ricordargli quegli anni terribili e si era fatto anche promettere che, alla morte di Ruth, avrebbe accettato di vendicarsi del carnefice che li aveva fatti soffrire, mettendosi in viaggio alla sua ricerca per ucciderlo. Il viaggio del vecchio alla ricerca dell’aguzzino è, infatti, il cuore del film:  si trattava di smascherare il vero il carnefice, che aveva assunto false generalità, fra quattro persone che si chiamavano come lui.

“Movesi il vecchierel canuto et  bianco”, dunque, facendo trepidare  la sua “famigliuola sbigottita”* che lo cerca affannosamente, nonché gli spettatori che, commossi per la fragilità dell’uomo, la sua confusa agitazione, il suo tremore, si convincono che Max, rimasto a dirigere per telefono gli spostamenti rischiosi dell’amico, sia davvero un cattivo soggetto che nasconde qualche mira losca. Il finale, molto sorprendente, metterà in chiaro le cose e ci convincerà di aver visto un thriller alquanto banale, per realizzare il quale il regista ha utilizzato , senza imbarazzo, l’Olocausto: non se ne sentiva davvero il bisogno. Il film, pertanto, è molto deludente: un vero peccato, perché gli attori sono tutti molto bravi e Plummer, superlativo, riesce a rendere quasi credibile una vicenda del tutto inverosimile.

  • la citazione è dal sonetto XVI del Canzoniere petrarchesco.

guerra per bande in Norvegia (In ordine di sparizione)

recensione del film:

Schermata 08-2456880 alle 18.25.17IN ORDINE DI SPARIZIONE

Titolo originale:

Kraftidioten

Regia:

Hans Petter Moland

Principali interpreti:

Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Hagen, Jakob Oftebro, Birgitte Hjort Sørensen – 110 min. – Norvegia, Svezia 2014.

Nella terra di Norvegia, considerata fra le più civili e tranquille del mondo, si svolge questa movimentata e divertentissima commedia nera, al centro della quale è un traffico di droga gestito da due organizzazioni criminali (una delle quali serba), che da qualche tempo si erano spartite il territorio per lo spaccio. L’accordo fra i gangster era stato visto con tacito favore persino dalla polizia locale: l’ordine pubblico ne aveva guadagnato; erano spariti gli inseguimenti, gli  scontri feroci nelle città, i morti sulle strade. Fin dalle prime scene, però, comprendiamo che il problema dello spaccio non riguardava solo i drogati: era accaduto, infatti, che un ragazzo, sicuramente non drogato, per uno strano insieme di circostanze, fosse morto per overdose; era anche accaduto che a Nils (Stellan Skarsgård), il padre del poveretto, che avrebbe voluto vederci chiaro, la polizia avesse dichiarato la propria indisponibilità ad aprire un’inchiesta. Nils, perciò, si era sentito quasi costretto a indagare da solo, muovendosi in un ambiente pericolosissimo e insolito per lui, cittadino modello, molto apprezzato, anche dalle autorità locali, che lo avevano onorato alla vigilia della pensione, per il suo lavoro insostituibile e per gli studi grazie ai quali il suo spazzaneve era diventato efficientissimo, consentendo velocemente i collegamenti stradali.

Nils, dunque, in breve tempo, era riuscito a ricostruire i movimenti e gli incontri del figlio, quelli che ne avevano preceduto la morte, e aveva anche individuato i colpevoli, ai quali aveva riservato una fine crudelissima, facendo sparire i loro corpi, coll’ausilio del suo potentissimo automezzo, usato certamente in modo molto improprio. Egli, però, aveva capito di aver appena sfiorato una struttura di potere criminale assai complessa, e aveva coscienza che non se ne sarebbe accontentato: individuare i vertici e ucciderli, questo era adesso diventato il suo irrinunciabile obiettivo.

Il regista costruisce il film affiancando alle vicende della guerra privata di Nils, quelle dei due boss della droga, il serbo detto Papa (Bruno Ganz) e il norvegese, detto il Conte (Pål Sverre Hagen). Papa, per la verità, era stato richiamato d’urgenza in Norvegia dalle notizie che gli arrivavano di lì, dove i suoi uomini erano in grande allarme, in seguito alle sanguinose provocazioni che, di questo non dubitavano, erano arrivate dagli scherani del Conte, che, evidentemente, secondo loro, aveva rotto la tregua, con atto unilaterale. Il Conte, invece, aveva creduto a una rottura dell’accordo da parte dei serbi che, di questo non dubitava, avevano fatto sparire molti dei suoi uomini: sul colossale equivoco era ripresa allora la guerra per bande, cosicché altro sangue sarebbe stato versato sulle nevi candide della Norvegia, fino al redde rationem finale. Il racconto procede con grottesca ironia, evidente anche nell’elenco, sempre più lungo, dei nomi dei morti ammazzati, che compaiono sullo schermo nero, preceduti dalle croci più diverse (anche una stella di Davide!), a indicare anche la diversa appartenenza religiosa delle vittime.

Molto ben scritto e condotto con grande intelligenza, il film ci consegna gli indimenticabili e ironici ritratti del Conte e di Papa, apparentemente diversissimi, ma entrambi accomunati dalla persistenza dei rispettivi pregiudizi xenofobi e dalla percezione distorta dei fenomeni reali, che si traduce in una serie di affermazioni e di battute di irresistibile comicità.

I richiami al cinema di Tarantino appaiono assolutamente pertinenti, data l’abbondanza di effetti talmente splatter da risultare caricaturali, ma mi pare da sottolineare che anche la lezione dei Coen è molto presente nel corso di tutta la narrazione, dall’inizio al sorprendente finale, per il ruolo che il regista affida al caso, che spesso spiazza intenzioni e progetti dei diversi personaggi, ma anche le aspettative dei divertiti spettatori. Grande prova d’attore di Bruno Ganz, di Stellan Skarsgård e del semi-sconosciuto Pål Sverre Hagen, perfetto Conte, contraddittoriamente oscillante fra amore per il figlio e gli animali e ottuso odio per l’umanità. Da vedere!