Il corriere (The Mule)

recensione del film:
IL CORRIERE-THE MULE

Titolo originale:
The Mule

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, 
Alison Eastwood, Andy Garcia, Taissa Farmiga, Clifton Collins Jr., Jill Flint, Manny Montana, Noel Gugliemi, Katie Gill. – 116 min. – USA 2018.

Ancora un film con Clint Eastwood, che, alla vigilia dei novant’anni, è il vivo e vegeto protagonista del racconto che egli stesso dirige, interpretando da vecchio leone il personaggio di Earl Stone, l’incredibile corriere di questa storia, che, a quanto pare (ma è così importante?), è “una storia vera”. Fondamentale è invece la verità profonda del personaggio quale emerge a poco a poco, dopo la breve premessa del film, che ce lo presenta al lavoro. Earl era stato un vivaista, ma soprattutto un appassionato ibridatore dei suoi prediletti Hemerocallis, i fiori bellissimi, che durano un solo giorno, ma che paradossalmente assicurano la fioritura più lunga dell’anno, poiché la loro esile eppure robustissima piantina è una vera fabbrica di fiori a getto continuo. Earl ne commerciava ingenti quantità trasportando le pianticelle col suo vecchio pick-up lungo le strade americane durante le fiere; li esponeva; li forniva agli organizzatore dei convegni e delle feste. I guadagni gli erano sufficienti a sopperire alle necessità familiari, mentre non era sufficiente la sua presenza in casa.
La moglie (Dianne Wiest) e la figlia (Alison Eastwood) non lo vedevano mai: se non era in giro per i fiori, era alle adunate dei reduci della Corea, suoi ex commilitoni, oppure alle Convention del Partito repubblicano, a cui andavano le sue simpatie di uomo amante del proprio paese e delle individuali libertà. La moglie, perciò, lo aveva lasciato divorziando da lui, sostenuta dalla figlia.
Si profilavano per il futuro, però, momenti difficili: l’accelerazione impressa da Internet alle comunicazioni e al commercio avrebbe di lì a poco travolto anche lui, come tutti i bravi piccoli produttori di beni per il consumo di nicchia. Earl non era riuscito, infatti,  a salvare quei suoi  fiori bellissimi. Alla vigilia degli ottant’anni non aveva pensione, era solo e anche sfrattato per morosità dal suo vivaio, che dopo il divorzio era diventato la sua abitazione. Né, d’altra parte, era pensabile per lui vivere da pensionato, tranquillamente osservando dalla panchina di un giardinetto la vita degli altri, in attesa di morire, quando come trasportatore o come corriere avrebbe ancora guadagnato qualcosa per vivere: il suo glorioso pick-up, in fondo, era stato una bella risorsa.

Con quel catorcio del vecchio pick-up, in realtà, non avrebbe fatto molta strada come corriere; con quello nuovo, invece, così bello, lucido e nero, la sua vita era davvero cambiata. L’aveva acquistato grazie alle buste piene di dollari che i suoi discutibili (a dir poco) committenti gli facevano regolarmente trovare, dopo che aveva consegnato ai clienti quei borsoni che mai e poi mai egli avrebbe dovuto aprire; quei soldi (maledetti e subito, ma certo non pochi) gli avevano permesso qualche piacere ben più importante del nuovo pick-up: aveva mantenuto la promessa di pagare il proseguimento degli studi della nipotina, ricuperandone l’affetto riconoscente; aveva comprato e rimesso a posto il vecchio vivaio; aveva finanziato le organizzazioni dei reduci dalla Corea, e sostenuto le campagne repubblicane. A quei suoi committenti, trafficanti di droga, non pareva vero di aver trovato uno come lui: i capelli bianchi, lo sguardo diretto, il  corpo sottile spesso tremante, come la sua voce, le frequenti deviazioni anarchiche rispetto al percorso prefissato, alla ricerca di qualche buon cibo, ne facevano un trasportatore insospettabile, che si guadagnava il rispetto e l’ammirazione persino dei poliziotti….

Non anticipo altro del racconto del film, ma posso dire che non sarebbe andata sempre così e, d’altra parte, nessuno, soprattutto a ottant’anni, potrebbe illudersi di vivere per sempre felice e contento: la durata della vita, come quella dei fiori, è quanto mai breve;  le rifiorenze vanno accuratamente seguite e coltivate, prima di esservi costretti, dall’ apparir del vero, a interrogarsi sul senso della vita e su come la si è vissuta.

Il film, infatti, senza perdere il carattere avventuroso del racconto on the road, mette progressivamente in luce le implicazioni metaforiche che ne fanno una appassionata riflessione sulla vita e sulla morte,  attraversata da una costante ironia, ciò che rende amabile e leggero tutto il racconto.
L’immagine che del proprio volto e del proprio corpo Clint ci offre, senza nascondersi, ci permette di cogliere, al di là dei segni dell’età, l’energia ancora vitale dell’uomo deciso a non lasciarsi morire senza offrire a sé qualche momento di gioia, sottolineato dalla musica che accompagna il viaggio e dal suo cantare, così “vero” da indurre a imitarlo persino i suoi committenti, quei farabutti che lo seguono a distanza.

Clint, perciò, offre a noi uno dei suoi “fiori” più belli, rendendo più morbidi i sentieri selvaggi dei suoi percorsi, smorzandone i contrasti attraverso una fotografia molto luminosa; ci fa spesso sorridere con indulgenza e ci sorprende con le citazioni dei grandi film del passato: i suoi  e anche i film altrui, ciò che talvolta davvero ci spiazza. Non mi sarei aspettata, infatti, di riascoltare, in questo diversissimo contesto, e con un completo capovolgimento dei ruoli, il suo Earl (che, come gli era stato detto, tanto rassomigliava a Spencer Tracy), pronunciare le parole di ringraziamento del finale di Vincitori e vinti, il grande film sul processo di Norimberga diretto e prodotto da Stanley Kramer (1961), interpretato da un indimenticabile Spencer Tracy.

Attendo altri bei fiori!

American Sniper

Schermata 2015-01-08 alle 15.47.15recensione del film:
AMERICAN SNIPER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, Keir O’Donnell, Kyle Gallner, Sam Jaeger, Brando Eaton, Brian Hallisay, Eric Close, Owain Yeoman, Max Charles, Billy Miller, Eric Ladin, Marnette Patterson, Greg Duke, Chance Kelly – 134 min. – USA 2015.

Kyle (Bradley Cooper) è un texano DOP, che aveva imparato fin da bambino che gli esseri umani possono essere come i lupi, aggressivi e violenti, come le pecore, miti e docili, oppure come i cani pastori che proteggono le pecore dagli attacchi dei lupi. Da questa visione antropologica, alquanto semplicistica, egli non si sarebbe mai allontanato, neppure da adulto, specialmente dopo che l’ 11 settembre 2001 gli aveva confermato che i lupi esistono, eccome! Dopo il crollo delle Twin Towers, pertanto, egli, non volendo essere pecora, si era messo a disposizione della Patria, arruolandosi nei corpi speciali che sarebbero partiti per le terre dei “lupi”, prontamente individuate dal governo americano, che infatti aveva messo in piedi in poco tempo due guerre orribili, le cui conseguenze continuano a farsi sentire in tutto il mondo. Valutando le sue eccezionali doti di precisione nel tiro, Kyle, dopo un durissimo allenamento, era stato scelto per la guerra in Irak, dove si era segnalato per la intelligente copertura che era riuscito quasi sempre a fornire ai suoi commilitoni impegnati nella ricerca dei terroristi: nessuna strage inutile, nessun colpo a vuoto, 160 bersagli raggiunti, il miglior cecchino della storia degli Stati Uniti. Va da sé che i bersagli raggiunti fossero esseri umani, uomini, donne, ragazzi, e anche un bambino, a cui la madre aveva appena consegnato una bomba destinata a far saltare in aria un blindato occupato dai suoi compagni d’armi. E’ la dura logica della guerra: Kyle colpisce e uccide, ma lo fa per difendere il proprio paese, gli uomini che si fidano di lui, se stesso e, in fondo, anche se indirettamente, la propria famiglia che ha diritto di vivere nella pace e nella sicurezza garantita proprio dall’eroismo coraggioso dei soldati. Non farlo equivarrebbe a morire o a far morire, cioè a diventare pecora, non assumendo le proprie responsabilità. I lupi, in fondo (Kyle lo ribadisce più volte), sono dei selvaggi, i cui valori non meritano alcuna considerazione. Intorno ai soldati si stringe tutta l’America, quella delle famiglie, dei bambini belli, ben nutriti e puliti, che grazie alla guerra condotta da un pugno di coraggiosi eroi che diventeranno leggendari, potranno continuare a vivere nel migliore dei mondi possibili.

La guerra, però, non è una bella cosa, e lascia tracce indelebili nel fisico, nel cuore e nella mente di chi l’ha combattuta, tanto che lo stesso Kyle non sarà più la persona di prima: era stato un marito innamorato della sua Taya (Sienna Miller) e anche un padre tenerissimo, ma ora sembra vivere altrove, inseguendo i fantasmi della sua mente in una vita solo sua, che non intende comunicare ad altri, cosicché è costretto, molto riottoso, a ricorrere allo psicologo, che tenta di riadattarlo alla vita civile. Per fortuna, dunque, anche Kyle- la leggenda (come viene chiamato), o cane da pastore, se preferite, è travolto dalle contraddizioni (non dall’assurdità, come si sostiene su MyMovies) della guerra, sulla liceità della quale, per altro, non nutre dubbi di sorta, ça va sans dire.

Clint Eastwood ci presenta un film molto classico, coinvolgente, ben diretto e ben interpretato (sarebbe stato davvero strano l’opposto). Riconosciuti questi meriti, devo dire che non l’ho amato affatto (si sarà capito!), in primo luogo perché non credo che la guerra sia l’unica risposta possibile alle escalation terroristiche, in secondo luogo perché non mi piace la weltanschauung sottesa a tutto il film: sarà che non sono texana (sono certa, però che esistano molti texani meno reazionari), né mi piace il semplicismo manicheo, né comprendo le ragioni per le quali una guerra voluta da Bush e dai repubblicani, venga presentata come il dato di fatto, indiscutibilmente giusto, da cui prende l’avvio il racconto. Non amo, infine, la confusione fra vendetta e giustizia, né approvo la legge del taglione, né mi piace che Kyle decida di sposare Taya, che amava profondamente, solo dopo essersi accertato che anche lei volesse dei figli (per educarli alla texana, I suppose!).
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Segnalo il seguente link, che mi fa sentire meno sola  nel giudizio sul film.
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Segnalo anche questo articolo, dall’Espresso, abbastanza condivisibile

l’imbroglio (American Hustle)

Schermata 01-2456661 alle 12.02.10recensione del film:
AMERICAN HUSTLE – L’APPARENZA INGANNA

Titolo originale:
American Hustle

Regia:
David O. Russell

Principali interpreti:
Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Jennifer Lawrence, Jack Huston, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Elisabeth Rohm, Dawn Olivieri, Colleen Camp, Anthony Zerbe, David Boston, Erica McDermott, Adrian Martinez, Thomas Matthews. – 138 min. – USA 2013.

E’ ispirato allo scandalo Abscam, episodio vero della storia degli Stati Uniti, questo nuovo film del regista David O. Russell, lo stesso di Il lato positivo, premiatissimo grande successo americano dello scorso anno.
Il fatto storico a cui Russell fa riferimento è il colossale imbroglio ordito dall’FBI alla fine degli anni ’70, contro la corruzione dilagante degli uomini politici. Il tentativo era quello di far cadere in una trappola ben congegnata il sindaco italo-americano della città di Camden, nel New Jersey, le cui amicizie politico-affaristiche erano assai discutibili, ma che era molto popolare per l’uso altruistico e disinteressato che egli faceva del denaro che riusciva a ottenere, grazie alle conoscenze malavitose e mafiose che gli venivano dalle sue origini italiane: egli infatti lo reinvestiva in servizi sociali di cui la popolazione diventava beneficiaria, in cambio, naturalmente, di cortesie all’organizzazione criminale. La pellicola ricostruisce con una certa fedeltà lo svolgersi di quei lontani eventi accentuandone l’aspetto grottesco. Per il successo dell’imbroglio, l’FBI, infatti, aveva dovuto a sua volta ricorrere a persone “esperte” in truffe e raggiri, in modo che l’intrigo fosse organizzato bene e non destasse sospetti. Nel film, dunque, vediamo che un agente, Richie Di Maso (Bradley Coopoer), diventa l’apprendista stregone dell’arte di ingannare il prossimo, mettendosi al servizio dei progetti di un delinquente abituale, Irving Rosenfeld (Christian Bale), truffatore emerito di uno sterminato numero di persone e non incarcerato proprio allo scopo di farlo collaborare con lui, indiscutibilmente meno esperto nell’arte del raggiro. La cooperazione fra i due, però diventa sempre più difficile, sia per la riluttanza di Richie ad adeguarsi alla volontà di Irving, sia perchè la rivalità fra i due non è circoscritta alla sola gestione “corretta” (si fa per dire) dell’affaire, ma si estende all’amore per la stessa donna, Sidney, già amante del gangster in licenza premio, che ora diventa oggetto di una contesa senza esclusione di colpi. In questo gioco di rivalità sono coinvolti altri personaggi: la moglie di Irving, Rosalyn (la bravissima Jennifer Lawrence), il sindaco (Jeremy Renner) che qui viene chiamato Carmine Polito, un sedicente sceicco del petrolio che dovrebbe assumere un ruolo centrale nella corruzione “indotta” e infine il vecchio capo mafioso amico di Carmine, la cui breve apparizione non riesce a celare un sorprendente cammeo di Robert De Niro. Un guazzabuglio di personaggi e di situazioni in cui l’inganno passa anche attraverso il travestimento: nessuno è se stesso: tutti si dotano di baffi e barbe posticce, di parrucche e toupet incredibilmente ridicoli o camuffano la loro capigliatura rendendola più o meno riccioluta grazie all’utilizzo di una quantità inverosimile di bigodini di diverse dimensioni, tanto che il bigodino sembra diventare l’emblema stesso del film.

Si tratta di una pellicola ricchissima di invenzioni e di colpi di scena, grazie ai quali la sua durata considerevole non è pesante da reggere. La regia è impeccabile nel trasmettere ritmo e velocità, che rischiano, però talvolta di rendere un po’ difficile seguire bene lo svolgimento della vicenda, anche se l’attenzione si mantiene sempre viva. Degli attori non si può che dire tutto il bene possibile: cast affiatato e regia molto attenta per uno spettacolo gradevole che finalmente ci riporta al nostro cinema, senza i soliti panettoni natalizi.

essere padri (Come un tuono)

Schermata 05-2456423 alle 00.06.04recensione del film:
COME UN TUONO

Titolo originale: 
The Place Beyond the Pines

Regia:
Derek Cianfrance.

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes, Dane DeHaan, Emory Cohen, Mahershalalhashbaz Ali – 140 min. – USA 2012.

Come il precedente Blue Valentine, anche questo ultimo lavoro di Derek Cianfrance si occupa di paternità, ma il progetto è più ambizioso, e presenta alcuni difetti nella realizzazione, il che, tuttavia, non impedisce una valutazione abbastanza positiva del film. Anche qui è protagonista, almeno per la prima parte, Ryan Gosling, stavolta nei panni alquanto sdruciti di Luke, lo stunt man, l’eroe dei poveracci che si divertono a guardarlo mentre, insieme a due altri colleghi fegatosi, rischia la pelle, lanciando la moto a tutta velocità, dentro una specie di sferica gabbia metallica, riuscendo a non urtarli e a non farsi male. Un bel primo piano del busto un po’ troppo tatuato di Luke, che si accinge all’esibizione, ci dice subito che all’origine dei suoi successi è una ben scolpita massa muscolare, indizio delle cure che egli ha per sé: non a caso, però, per quasi tutta la sequenza, ci viene mostrato senza la testa. Privo di cervello, forse, ma non di memoria: non appena vede Romina (Eva Mendes) spuntare fra gli ammiratori, si ricorda di lei e vorrebbe riprendere il breve flirt dell’anno precedente. Ora la donna, però, ha un compagno che, per amore di lei, fa da padre a Jason, il figlio nato da quel breve flirt, di cui Luke ignorava l’esistenza. La rivelazione improvvisa gli sconvolge la vita: decide di fare il padre, per assumere su di sé la responsabilità del bambino, abbandonando la vita spericolata e dedicandosi a qualche lavoro che gli permetta di mantenere e seguire il figlio. Il fatto è che non sapendo far altro che guidare molto bene la moto, su suggerimento dell’amico che lo ospita, decide di sfruttare questa sua abilità per svaligiare le banche della zona di Schenectday (nello Stato di New York). Uno scontro a fuoco conclude la sua vita dissennata, nonché la prima parte del film.

La narrazione segue, quindi, la vita di un altro padre: il poliziotto Avery Cross (ottimo Bradley Cooper), colui che ha ucciso il bandito Luke. Dopo la lunga degenza in ospedale, la lunga indagine e il periodo di riabilitazione fisica e psicologica, il giovane Avery torna al suo lavoro, circondato dall’aura dell’eroe. Figlio di un giudice, sposato, padre di un bambino che ha l’età di Jason, Avery non tarda a capire quanto sia corrotto il mondo dei suoi colleghi, dai quali, ancora convalescente, era stato coinvolto in una illegale operazione ai danni di Romina e del suo compagno. Li denuncerà, ma dovrà lasciare la polizia, scegliendo di candidarsi come procuratore del dipartimento di Schenectday. Ora è un uomo che porta con sé l’ assillante senso di colpa per aver aver tolto il padre a Jason, il piccino che ha l’età del suo. Presto, però, il film ci mostrerà quale padre sia Avery, quale e quanta parte di responsabilità si assuma nella cura e nell’educazione del proprio figlio: i primi dubbi, del resto, erano stati espressi dalla moglie che, già al tempo della sua convalescenza, mal sopportava la sua inutile permanenza in casa. La coppia si dividerà e il piccolo AJ vivrà con la madre.
Ci avviamo alla conclusione del film. Dopo 15 anni i giovani AJ e Jason sono diventati compagni di liceo. AJ è riuscito, avendo compiuto sedici anni, a scegliere di abitare col padre, diventato giudice affermato e rispettato. Avery, però, è riluttante ad accoglierlo, perché non intende occuparsi di lui, anteponendogli la propria carriera. La sua assenza sarà devastante, perché AJ è un ragazzo viziato e capriccioso, che fa uso di droghe e che è pervaso dalla crudele volontà di mettere nei guai Jason.

Il film è molto articolato, poiché, attraverso una tecnica narrativa inusuale nel cinema americano, non racconta tanto la storia di uno o più personaggi, quanto piuttosto l’incrociarsi di vicende complesse che hanno come sfondo la realtà sociale di Schenectday, cittadina nella quale le differenze di reddito e di cultura sono talmente profonde da impedire qualsiasi forma di scambio e di comunicazione fra i gruppi sociali, prevalendo la diffidenza reciproca sul riconoscimento della comune umanità. I due protagonisti, Luke ed Avery, a loro volta, incarnano modi diversi e contraddittori di vivere la propria paternità. Luke, velleitariamente, pensa che la tenerezza affettuosa sia sufficiente a far crescere suo figlio, ma non sa né come mantenerlo, né come organizzare attorno a lui un nido sicuro, né intende responsabilmente riconoscere al patrigno Kofi il ruolo sostitutivo che gli competerebbe e che in effetti avrà: essere padre, infatti, non è un fatto biologico, come ricorderà lo stesso Kofi a Jason, ormai quasi adulto e alla ricerca delle proprie origini. Avery, invece, è consapevole dell”importanza del ruolo paterno nell’educazione del figlio, ma vi rinuncia, cosicché, anche se ad AJ non fa mancare nulla, lo trascura, né muterà vivendo con lui: raramente lo vedrà per fermarsi ad ascoltarne i problemi e le necessità. L’unico che si mostrerà un vero padre è Kofi, paradossalmente proprio colui che non ha figli suoi. In questo complesso film, la narrazione è alquanto disuguale: analitica e molto coinvolgente nella prima parte, un po’ intricata nella seconda, alquanto melodrammatica nell’ultima parte, per riscattarsi infine, senza riuscire, però, a cancellare l’impressione che il racconto diventi, col passare del tempo, un po’ troppo televisivo. Cianfrance ha girato questo suo lavoro “en plein air” a Schenectday, avvalendosi anche della partecipazione di poliziotti veri, infermieri e medici veri, banche, ospedali, ambienti giudiziari e di polizia reali, e coinvolgendo nel racconto anche gli attori, all’improvvisazione recitativa dei quali viene talvolta lasciato spazio, il che ha conferito alla narrazione quel tocco di verità e di originalità che fa perdonare anche molti difetti.

Imperdonabili, invece, trailer e titolo italiano, fuorvianti per gli spettatori, indotti erroneamente ad aspettarsi un film d’azione che non vedranno

ordinaria follia (Il lato positivo)

Schermata 03-2456362 alle 22.45.24recensione del film:

IL LATO POSITIVO

Titolo originale: Silver Linnings Playbook

Regia:

David O. Russell

Principali interpreti:

Bradley Cooper, Robert De Niro, Jennifer Lawrence, Jacki Weaver, Chris Tucker – 117 min. – USA 2012.

Che cosa può fare Pat, giovane e infelice professore supplente di storia in un liceo, quando, rientrando a casa, trova Nikki, la mogliettina, (a sua volta insegnante in quel liceo) sotto la doccia, con il collega di ruolo? Dare in escandescenze parrebbe il minimo; che, poi, le escandescenze si traducano in botte può sembrare un’esagerazione, anche se comprensibile; meno comprensibile e ugualmente esagerato sembra il ricovero coatto di Pat in ospedale psichiatrico, dove, sottoposto per otto mesi a cura obbligatoria per disturbo bipolare, non riesce a superare la depressione e la perdita di autostima, seguite al tradimento. L’inizio del film ci presenta Pat che sta per uscire dall’ospedale, purché continui le cure e si impegni a lasciar in pace la moglie, cosa non facile, visto che in molti, persino lo psichiatra, non perdono occasione per ricordargliela, direttamente o indirettamente. Lo ospiteranno, nella casa di famiglia, una madre affettuosa e soffocante (casalinga americana con la fissazione dei manicaretti che fanno tanto felici gli uomini) e un padre, tifoso fanatico, superstizioso e manesco, diventato ricco come dissennato scommettitore. La descrizione, assai feroce e incisiva, del milieu familiare, così come quella dello psichiatra, costituisce, secondo me, un aspetto eccellente del film, perché ci offre uno spaccato drammatico e convincente della follia diffusa nella società e ci induce a riflettere su ciò che universalmente viene ritenuto “normale”, insinuando il dubbio che, forse, normali siano considerati coloro i cui eccessi demenziali vengono tollerati, perché, non mettendo in discussione le opinioni maggioritarie, appaiono socialmente meno pericolosi di coloro che, come Pat, non si rassegnano a essere, per la loro fragilità, “dalla parte del torto”. Il film, nella seconda parte, assume la rosata coloritura della commedia sentimentale: la narrazione diventa meno graffiante quando entra in scena Tiffany, colei che, dopo una fugace apparizione iniziale, diventa la figura centrale grazie alla quale riesce a evolvere positivamente la storia di Pat. Anche Tiffany ha avuto una storia dura e dolorosa: la morte del marito poliziotto, imprevista, l’ha spiazzata, ma non le ha fatto perdere la voglia di vivere, perché così deve essere a vent’anni. Naturalmente le cose per lei non sono state semplici: si è in qualche modo sprecata vivendo imprudentemente molte storie di sesso a seguito delle quali ha perso il lavoro. Il resto è squallida dipendenza dagli psico-farmaci, ma anche speranza di farcela, magari con Pat, che cercherà di coinvolgere in un progetto per vincere una gara di ballo. Il finale rosa è intuibile, trattandosi di un film-commedia, ma non completamente banale: mi piace l’ idea dell’allenamento pesante e faticoso, allusivo della necessità di prepararsi ad affrontare la vita “facendosi i muscoli”, cioè temprandosi alle difficoltà e mi piace soprattutto che i due, mal vestiti e un po’ goffi nei movimenti, ottengano un punteggio bassissimo (va da sé che i ballerini che si sono preparati meglio li batteranno nella classifica finale!), ma sufficiente per realizzare ciò che era nel loro progetto, come è giusto che sia nella vita, dove non tutti vincono, ma a tutti deve essere concesso di fare la loro parte, con i loro mezzi e le loro possibilità.

Il premio Oscar 2013, recentemente assegnato alla protagonista di questo film, Jennifer Lawrence, è il riconoscimento, probabilmente giusto, alla sua versatile e sensibile recitazione (che già in passato era stata apprezzata con una nomination al Golden Globe e anche all’Oscar del 2011 per il film Un gelido inverno). Questa commedia si avvale anche di altri ottimi attori, come Robert De Niro, ovviamente, Jacki Wiever e Bradley Cooper, che sono tutti eccellenti interpreti, ottimamente diretti da David O. Russell.