Ci ha lasciati Bernardo Bertolucci

Ancora un lutto gravissimo per la nostra cultura: se n’è andato oggi Bernardo Bertolucci.

Non  dimenticheremo  i suoi film meravigliosi, incompresi e vilipesi, in questo nostro paese soprattutto. 

 

 

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GRAZIE MAESTRO, per averci aiutato ad amare il cinema e a pensare.

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Le recensioni  (fluviali), scritte da me, dei film di Bernardo Bertolucci sono a questi link:

L’ULTIMO TANGO A PARIGI

NOVECENTO atto 1

NOVECENTO ancora sull’Atto 1 e atto 2

IO E TE

Novecento 2

Schermata 08-2456876 alle 23.53.56recensione del film:
NOVECENTO
(ancora sull’Atto primo – Atto secondo)

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti del secondo atto:
Alida Valli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Gerard Depardieu, Laura Betti, Pietro Longari Ponzoni, Robert De Niro, Werner Bruhns

Schermata 08-2456873 alle 08.57.38Alfredo aveva conosciuto Ada a Parma, nella casa dello zio Ottavio, dov’era approdato dopo l’avventura del mattino, invero poco onorevole, quando, insieme al suo amico Olmo,  si era imbattuto in una giovane prostituta epilettica. Olmo ne era tornato molto turbato: Anita, con po’ di ceffoni, lo aveva liberato dal senso di colpa. Alfredo invece, a casa dello zio, aveva incontrato lei, la bellissima Ada. Al primo impatto, in verità, non aveva potuto vederla molto bene, perché il suo viso era celato da una massa di capelli bagnati che stava cercando di asciugare. Poi, liberando la fronte, la donna aveva scoperto i suoi bellissimi occhi e acceso un sigaro, cosa assai singolare, allora, soprattutto per uno come lui, cresciuto e allevato in campagna. Ada si rivelava, poco dopo, intenditrice d’arte e di cultura, nonché capace di guidare l’auto, altra cosa rara per l’epoca, e di scrivere poesie secondo la moda futurista. Affascinante nei modi, elegante, spregiudicata e apparentemente sicura di sé, nutrita di buone letture, lasciava trasparire un’ottima educazione e una intelligente curiosità per le esperienze più diverse; aborriva la volgarità dei fascisti e la loro violenza che rifiutava di vedere, ragione per la quale talvolta si fingeva cieca. Alfredo ne era rimasto incantato: sarà lei a riportarlo a casa sull’auto dello zio. Lungo il percorso la sua particolare “cecità” si era manifestata, quando, durante il sorpasso di un convoglio di squadristi, aveva messo a rischio la propria vita e quella di lui. Saranno insieme, con Olmo e Anita, al ballo che precede l’incendio della casa del popolo.

Nella scena dell’incontro è compendiato, mirabilmente, il ritratto di Ada, connotata, nel corso di tutto il film, dall’inafferrabilità, splendidamente espressa da quei capelli che la nascondono. E’ davvero un personaggio singolare e sfuggente, come aveva avvertito subito, del resto, lo stesso Alfredo, continuamente spiazzato dal suo comportamento. Diversamente da altri, Ada era capace di astrarsi dal presente per non vedere gli orrori e le brutture che le stavano intorno, volgendo altrove, più in alto, forse, quegli occhi magnifici e limpidi, che forse cercavano aria pulita, al di sopra delle soffocanti nebbie della “Bassa”. Nei suoi pensieri inquieti, sognava di spostarsi con Alfredo verso lidi che sperava, invano, finalmente lontani dalle camicie nere: per questo insieme a lui aveva raggiunto Capri, dove zio Ottavio si stava dilettando con la fotografia artistica (ritraendo divinità boscherecce, ovvero ignudi giovanotti in posa sugli alti faraglioni). Talvolta si assentava dal presente anche attraverso viaggi “altri”, nei paradisi artificiali della cocaina, che lo stesso Ottavio si procurava su quell’isola*. L’Aventino dorato dei due innamorati a Capri, però, non sarebbe durato a lungo: un telegramma aveva avvisato lui della morte improvvisa del padre. Alla morte di Giovanni, il matrimonio di Ada e Alfredo, poco opportunamente annunciato e quasi subito celebrato, aveva acceso la speranza che nella proprietà dei Berlinghieri qualcosa sarebbe cambiato nei rapporti con i contadini. Olmo e anche Ada, a più riprese, avevano inutilmente chiesto ad Alfredo l’allontanamento di Attila, ormai convinto e spietato squadrista, a cui il giovane padrone non aveva voluto togliere la conduzione dei poderi e della casa, neppure quando, in sua presenza, Attila, che aveva appena violentato e ucciso il piccolo Patrizio Vanzini, con la complicità perversa di Regina, la sua diabolica amante, aveva cercato di massacrare di botte Olmo, accusandolo del delitto. Il fatto è che Alfredo, anche se non aveva mai amato i fascisti, aveva bisogno dei loro servigi, come tutti gli altri padroni della zona (e anche come molti industriali del nord): gli mancava la voglia, e la capacità di occuparsi direttamente delle proprietà; era diverso dal nonno che non aveva temuto di condividere con i suoi stallieri e con i contadini “sterco e sudore” e qualche buona bottiglia, talvolta. Era un “rentier”, che avrebbe preferito occuparsi d’altro, ritenendo che poche e salutari mortificazioni sarebbero state sufficienti a ristabilire le giuste distanze fra lui (era o no il padrone?) e il suo “cane da guardia”, così come Attila si lasciava definire dalla stessa Regina. Le umiliazioni, però, non facevano altro che accrescere la rabbia impotente e invidiosa del suo fattore, nonché i propositi di vendetta, anche da parte di Regina. Ora si stava sgretolando il matrimonio con Ada, che era nato troppo in fretta e male: i festeggiamenti erano stati turbati da alcuni sinistri presagi. In primo luogo Alfredo aveva notato con dispiacere l’assenza di Olmo, (Anita era morta da qualche tempo, durante il parto della loro bambina, che si sarebbe chiamata come lei): probabilmente l’amico aveva preferito andarsene per i fatti suoi, piuttosto di accettare l’umiliazione di festeggiare le nozze nella stanza dei servi. Non si era visto neppure lo zio Ottavio, che era arrivato in ritardo, ma con un un regalo speciale per la sposa: lo splendido cavallo bianco (dal nome evocativo: Cocaina), che le avrebbe consentito di allontanarsi subito, ancora coll’abito nuziale, pur di non vedere il dilagare sguaiato delle camicie nere nella bella casa, tollerato da tutti gli invitati, mentre in quello stesso giorno Attila e Regina avrebbero orribilmente stuprato e successivamente massacrato il piccolo Patrizio. Il rientro di Olmo e di Ada sul suo bel cavallo e il ritrovamento del corpo straziato del piccino, seguito dal tentativo non riuscito di  massacrare il sovversivo Olmo Dalcò, avevano chiuso una giornata da dimenticare. Ada, però, non dimenticava né l’immobilità del marito di fronte ai soprusi e alle ingiustizie di Attila, né l’ostilità aperta di Regina; aveva cercato di far qualcosa di utile, insegnando alla bambina di Olmo a leggere e a scrivere, ma questo suo impegno non era stato apprezzato né da Olmo, né da Alfredo, che di Olmo stava diventando geloso. Avrebbe allora cominciato un altro viaggio, un doloroso percorso di abbrutimento, attraverso il vino, negato nella sua casa (era Regina a custodire le chiavi della dispensa), ma ottenuto nelle osterie più sordide, dove in una memorabile e nevosa notte di Natale Alfredo era riuscito a scovarla. La scoperta, al loro ritorno, di un nuovo delitto (ancora Attila!) aveva fatto maturare in lei la decisione di troncare ogni rapporto col marito, dapprima rinchiudendosi in camera sua e successivamente abbandonando per sempre la casa e facendo perdere definitivamente le proprie tracce. Si era forse congiunta ai movimenti di resistenza che clandestinamente si stavano organizzando sull’Appennino?
Alla fine del film, cioè nel racconto del 25 aprile che, circolarmente, ci riporta al suo inizio, potrebbero indurci a crederlo alcune affermazioni di Olmo, che a quella lotta clandestina aveva partecipato ed era tornato “bello di fama e di sventura”, come l’Ulisse foscoliano. E’ certo, però, che ancora una volta la donna aveva spiazzato tutti, confermando la sua sfuggente inafferrabilità, così come la sua limpida e ferma ripulsa di ogni violenza. Torna ancora in mente quel suo sguardo alla ricerca di un mondo pulito, rispecchiandosi nel quale, il regista sembra, in conclusione, esprimere il suo giudizio su tutti i suoi personaggi.

Si è spesso rimproverato a Bertolucci una sorta di faziosità manichea, che lo avrebbe spinto a fare un film in cui tutti i buoni sono dalla parte degli antifascisti e tutti i cattivi sono dall’altra, come dimostrerebbe proprio la figura di Attila, vero genio del male. Non riesco a leggere il film in questo modo: tutte le figure rilevanti di questo film, andrebbero considerate per ciò che rappresentano emblematicamente: Olmo, tenacemente legato ai valori dei Dalcò, è ingenuo e un po’schematico nel modo di pensare e nel comportamento, incarna un modo di far politica senza molte mediazioni culturali: è un eroe coraggioso, che può suscitare simpatia, ma col quale è difficile identificarsi; Alfredo è un antifascista più complesso e tormentato, ma non è sufficientemente coraggioso per rompere decisamente con gli altri agrari impegnati a oltranza nella difesa della “roba” e, in ogni caso, è incapace di elaborare una proposta politica in grado di coinvolgere gli altri proprietari in una forma di opposizione liberale. Attila non è il cattivo per antonomasia, né lo è in quanto fascista: è un uomo mediocre, senza qualità, vile e invidioso; non è il male incarnato (che lo renderebbe un personaggio tragico), ma è piuttosto l’incarnazione della banalità del male, favorito dalla degenerazione dello stato, che rinunciava al suo compito istituzionale di far rispettare le leggi, uguali per tutti i suoi cittadini.

Schermata 08-2456875 alle 23.44.16In tutto il film, però, il vero protagonista è il “quarto stato”, esplicitamente evocato nei titoli di testa e di coda, sovrapposti al celebre dipinto di Pelizza da Volpedo e identificato qui con l’intero popolo della Bassa, che con la sua umanità e anche con la sua memoria fatta di canti, di danze, di espressioni dialettali, ma soprattutto di storie direttamente vissute o sentite raccontare, permette al regista la realizzazione di questo grande affresco corale, la ricostruzione di un’epoca, che è un pezzo fondamentale della nostra storia. E’ quasi un invito a ricordare, che si dispiega per tutta la durata della pellicola, stupefacente per la quantità di emozioni che ancora suscita, dopo tanti decenni. Mi sembra questa l’eredità duratura del film, che al di là delle singole scene, più o meno riuscite, ci dà, attraverso una serie di quadri potentissimi, un’indimenticabile rappresentazione di come eravamo.

E’ un film di parte? Lo è, ma questo è un pregio, non un limite: Bertolucci non aveva voluto affatto mettersi al centro di “opposti estremismi”, aveva voluto, invece, chiarire da quale parte ci si era dovuti schierare per opporsi all’arroganza e all’ingiustizia dei potenti, nelle zone emiliane, come dappertutto! Di questo, credo, tutti dovremmo prendere coscienza. Grazie allora a questo nostro grande regista per lo splendore lirico della prima parte, per i cupi drammi della seconda, per i personaggi indimenticabili che ancora vivono, amano e soffrono davanti ai nostri occhi, per gli attori straordinari (popolari e professionisti) che hanno dato se stessi, per le musiche meravigliose che accompagnano le scene, per la splendida fotografia di Vittorio Storaro, e grazie anche al mirabile restauro che ci restituisce il film in tutta la sua suggestione.
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* la sniffata e la successiva danza hanno probabilmente ispirato la scena famosa dell’overdose di Uma Thurman in Pulp Fiction di Tarantino, che ha citato sicuramente questo film anche nelle Jene: il taglio dell’orecchio dell’atto 1

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Le immagini del soggiorno a Capri di Ada e Alfredo, cioè l’inizio dell’atto 2, sono attualmente visibili su Youtube. Potete raggiungerle attraverso questo documento direttamente dal blog.

Novecento

Schermata 07-2456864 alle 21.22.18recensione del film:
NOVECENTO
(Atto primo)

regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Gerard Depardieu, Robert de Niro, Burt Lancaster, Romolo Valli, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Francesca Bertini, Laura Betti, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Roberto Maccanti, Paolo Pavesi, Pietro Longari Ponzoni, Werner Bruhns – 318 minuti Italia, Francia 1976

Bernardo Bertolucci, evocando in una lunga intervista il tempo in cui venne girato questo bellissimo film, ricostruisce il clima politico e culturale della fine degli anni ’70, quando, dopo il grande successo internazionale del suo precedente L’ultimo tango a Parigi, gli si aprirono le porte degli Stati Uniti. Lì, il regista ottenne, infatti, cospicui finanziamenti a scatola chiusa, che gli permisero di creare questa nuova opera nel modo e col tempo che gli parvero necessari, avvalendosi, oltre che di un numero enorme di personaggi popolari, anche di un cast molto prestigioso e blasonato (i nomi più famosi all’epoca erano quelli di Burt Lancaster, Alida Valli, Francesca Bertini, cui si aggiungevano lo straordinario Sterling Hayden, nonché i giovani e bellissimi Gerard Depardieu e Robert De Niro, il quale aveva al suo attivo, comunque, già alcuni film di tutto rispetto, fra i quali la seconda parte del Padrino di Coppola). Questa illimitata apertura di credito non impedì tuttavia che, all’uscita del film, proprio dal produttore americano arrivassero al regista i primi violenti attacchi: troppo lunga la proiezione di più di cinque ore per il pubblico americano; troppo ideologico l’insieme; troppe bandiere rosse nel film. Eravamo nel 1976, in piena guerra fredda!
Schermata 08-2456876 alle 23.31.00In Italia, invece, dove si decise di dividere il film in due parti che furono proiettate separatamente, il film ebbe un sicuro successo di pubblico, ma anche alcuni problemi giudiziari che, dopo le vicissitudini incredibili del suo film precedente, sembravano essere diventati inseparabili da Bertolucci. L’assoluzione piena non gli alleviò l’amarezza per la gelida accoglienza da parte della sinistra del tempo, di quel PCI cui il giovane regista avrebbe voluto dedicare quest’ultima sua fatica: erano i tempi del compromesso storico berlingueriano e dei timori che il richiamo identitario al popolo della sinistra avrebbe potuto nuocere a quella strategia. Quasi una ennesima dimostrazione della perenne inattualità degli artisti!

Il film inizia con la rappresentazione della “festa d’aprile” nella campagna emiliana presso Parma (l’ambiente in cui si svolgono le vicende raccontate). E’ il 25 aprile 1945, il giorno della Liberazione dell’Italia dal dominio nazifascita: dalle fattorie e dai poderi accorrono numerosi i contadini, mentre, ancora armati e violenti, gli uomini più compromessi col fascismo di Salò cercano scampo alla loro ira, alcuni ancora sparando e uccidendo. Il festoso e drammatico racconto del ritorno alla vita democratica costituisce la premessa dell’intero film, indispensabile per ricostruire i primi decenni del ‘900, così come erano stati vissuti in quelle campagne sia dai proprietari della famiglia Berlinghieri, il vecchio Alfredo (Burt Lancaster) e suo figlio Giovanni (Romolo Valli), sia dai numerosi lavoratori agricoli, che alle loro dipendenze sopportavano condizioni di pesante sfruttamento, sorretti dalla fierezza dell’appartenenza di classe, che condividevano col vecchio Leo Dalcò (Sterling Hayden), patriarca amato e rispettato da tutti

La morte di Verdi, avvenuta nel gennaio del 1901, aveva chiuso definitivamente, in ogni senso, il secolo XIX. La notizia si era sparsa velocemente nelle campagne, urlata dal deforme “Rigoletto” paesano, ed era stata immediatamente seguita, nella narrazione del film, dagli auspici beneauguranti di due nascite: stavano per vedere la luce, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, Olmo (Roberto Maccanti / Gerard Depardieu), l’ultimo nipote di Leo, e Alfredo (Paolo Pavesi / Robert de Niro), l’erede atteso dei Berlinghieri. Dopo essersi soffermato sulle litigate fra i due bambini, così diversi per collocazione sociale, il regista si appresta a tratteggiare, con grande finezza analitica, il complesso rapporto di amicizia e di ostilità che li connota e che costituisce, forse, il tema centrale di tutto il film, quello attraverso il quale egli filtra gli eventi storici straordinari del primo ventennio del ‘900.
Educato con la severità autoritaria comune alle famiglie patriarcali, vestito sempre come un piccolo lord, col suo collettino inamidato, il piccolo Alfredo prova ammirazione e anche un po’ d’invidia per la libertà anarchica di Olmo, sempre libero di sporcarsi, di non avere paura dei disagi della vita naturale, di agguantare le rane per infilarle crudelmente nel proprio cappellaccio, di entrare vestito nelle acque stagnanti della campagna circostante. Olmo, inoltre, era capace di prodezze strabilianti, di atti di straordinario coraggio: sapeva stendersi sui binari al passaggio del treno, uscendone magari molto sporco, ma vivo, senza un graffio. Una vera delizia, poi, per Alfredo, poter allontanarsi dalle tensioni familiari, dal padre prepotente, dal parentado scroccone, dalla madre lamentosa, dal nonno molto affettuoso, ma anziano e trattato da demente. La drammatica morte di quest’ultimo, la farsa del testamento dettato al notaio compiacente, le fantasie di evasione nei mondi lontani dello stravagante e diseredato zio Ottavio (Werner Bruhns), la morte di Leo, il treno del Soccorso Rosso a sostegno dello sciopero dei contadini, scandiscono le tappe del tormentato e progressivo staccarsi di Alfredo dalla sua poco amata famiglia, simbolicamente rappresentato dalla coraggiosa decisione di sdraiarsi a sua volta sui binari al passaggio del treno pieno di bandiere rosse che sta portando a Genova Olmo insieme agli altri figli dei contadini in sciopero. Ora si dichiarano entrambi “socialisti dalle tasche buche”, ciò che li dovrebbe rendere molto simili, anche se lontani, in tutti i sensi: Alfredo non ha bisogno del Soccorso rosso e perciò non andrà a Genova.
Con un bellissimo passaggio, preceduto da un attimo di buio sullo schermo, ecco un altro treno: una sigaretta che si accende è sufficiente per illuminare le divise dei soldati di ritorno dal fronte della prima guerra mondiale, quelli più giovani, che erano stati arruolati negli ultimi mesi del conflitto. E’ così raccontato il ritorno di Olmo alla proprietà dei Berlinghieri, uno dei momenti emozionanti del film: poche le parole, ma tanta la gioia e la commozione: il lavoro lo aspetta. Che fine ha fatto Alfredo? Alfredo non è partito neanche questa volta, neppure per la guerra: ha indossato inutilmente la divisa da tenente e ha comprato inutilmente una lucidissima spada. I soldi del padre gli hanno evitato la partenza; si è allora accontentato di aspettare, in compagnia di Regina (Laura Betti), la cuginetta un tempo presuntuosa e insopportabile che ora egli cerca di allontanare da sé.
La vecchia amicizia con Olmo si rinnova, ma i tempi non sono più quelli. La guerra aveva privato la cascina di molte braccia: Giovanni aveva cercato di rimediarvi acquistando un certo numero di macchine e assumendo un fattore, servile, odioso e ambiziosissimo, Attila (Donald Sutherland), per controllare il raccolto e il lavoro dei contadini. Si diceva, però, che altri proprietari della zona avessero cominciato a sfrattare dalle abitazioni, per lunga tradizione assegnate a loro, le famiglie degli agricoltori “eccedenti”, magari tornati, feriti e invalidi, dal fronte. Il disagio era profondo e investiva davvero tutti: gli agrari che non intendevano ragione diversa da quella del profitto; i contadini che non avevano alcuna colpa di ciò che era successo e che ora si vedevano costretti a lasciare non solo il lavoro, ma le case avite. Questa volta, però, qualcuno sembrava finalmente in grado di organizzare una vera protesta: la Lega dei braccianti, animata dalla giovane maestra Anita Furlan (Stefania Sandrelli), profuga veronese, accolta dai Dalcò dopo che aveva perso nella guerra casa e parenti. Politicamente molto vicini e reciprocamente attratti, Anita e Olmo si innamorano.

Le ragioni degli sfrattati, dunque, erano riuscite a fermare l’esercito che i padroni avrebbero voluto si schierasse, come in passato, a difesa delle loro proprietà. In realtà si stava creando, e Bertolucci lo dice in modo impareggiabile col linguaggio del cinema, l’esplosiva miscela di violenza, odio, frustrazioni, arrivismo e invidia sociale che in breve tempo avrebbe portato all’affermarsi del fascismo. Una chiesa è lo sfondo del patto scellerato che agrari, preti, aspiranti nuovi padroni e frustrati di ogni specie stringeranno, in una scena memorabile, al fine di organizzare le prime squadre fasciste nelle campagne emiliane: è presente l’ambizioso Attila, è lì anche Regina, frustrata per essere stata estromessa dalle stanze del cugino, che avrebbe voluto sposare, c’è il conte Pioppi (Pietro Longari Ponzoni), il proprietario che aveva dovuto arrendersi davanti ai suoi contadini e c’è anche Giovanni, che lì aveva convocato imperativamente il fratello Ottavio e il figlio Alfredo, il cui allontanamento sdegnoso sarà, forse, l’elemento decisivo, quello che lo spingerà ad allinearsi alle posizioni più estremiste che in un primo momento sembrava aver rifiutato. I frutti di quella riunione non si sarebbero fatti attendere: la spaventosa violenza delle squadracce infierì con inaudita ferocia: l’incendio della casa del popolo e il rogo in cui morirono bruciati gli anziani che erano di guardia diffuse il terrore fra tutti gli altri, cosicché i funerali delle vittime si svolsero nell’indifferenza dei più, senza alcuna solidarietà della popolazione, ben barricata in casa, nonostante le invocazioni di Olmo e i pianti di Anita, che ora comprendeva la portata della sconfitta e intuiva la fine prossima di qualsiasi opposizione sociale.
E’ l’autunno triste delle lotte contadine: la piazza vuota, la banda con la solita musica, il corteo con le solite facce; è la fine di un’epoca, la cessazione di ogni forma di mediazione sociale, il trionfo dell’arbitrio e dell’arroganza, come la scena agghiacciante e simbolica del massacro del gatto, che conclude il primo atto del film, lascia chiaramente presagire.
La prima parte di questo lungo film è una vera grande epopea delle lotte contadine, priva di retorica, girata con cura e resa affascinante dalla bellissima fotografia che, grazie al restauro avvenuto qualche anno fa, siamo finalmente in grado di apprezzare pienamente. La seconda parte, che non è, almeno secondo me, altrettanto convincente, sarà oggetto della mia prossima recensione, insieme alla storia dell’amore molto tormentato fra Ada (Dominique Sanda) e Alfredo, che è probabilmente uno degli aspetti più interessanti del film.

il mondo della cantina (Io e te)

recensione del film:

IO E TE

Regia:

Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:

Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Pippo Delbono, Veronica Lazar – 97′ – Italia 2012

Lorenzo Cuni è un quattordicenne musone e scontroso, pieno di brufoli e di problemi. E’ solo: non ama la compagnia né dei suoi amici (ma forse non ne ha), né dei compagni di scuola, dai quali non si sente pienamente accettato. Anche la sua vita familiare non gli piace, poiché, come i suoi coetanei, è alla ricerca di un’identità propria, il che lo rende insofferente all’attenzione ansiosa dei genitori, ed è inoltre geloso del padre, indizio di un complesso di Edipo non ancora risolto, che emerge sia attraverso le domande imbarazzanti e strane che rivolge alla madre, sempre più inquieta e allarmata, sia attraverso il suo immaginario onirico: il film ci racconta di un suo sogno in cui  i genitori camminano sul vetro scivoloso di una finestra, per raggiungerlo, ma rimangono all’esterno baciandosi appassionatamente. Il suo comportamento solitario, che lo porta a fuggire da ogni compagnia, è in realtà al centro delle preoccupazioni dei suoi, che inutilmente decidono di mandarlo “in analisi”, per vedere se sia possibile ricuperarlo alla vita sociale: sarà invece Lorenzo a spuntarla. Egli, fingendo di assecondare il loro desiderio di vederlo finalmente a suo agio fra i  compagni di scuola, riuscirà a impadronirsi dei soldi per la settimana bianca, organizzando, invece, una settimana tutta per sé, procurandosi bevande e cibi per sopravvivere, dopo aver individuato nella cantina di casa il suo rifugio tranquillo. L’arrivo inaspettato della sorellastra Olivia, bella e infelicissima ragazza assai più adulta di lui, apparentemente sicura di sé, ma a sua volta fragile, drogata  in astinenza volontaria, sarà per lui un evento molto irritante, in primo luogo perché quasi non la conosce, poi perché è spaventato dalla violenza delle sue crisi e infine perché  sconvolge il progetto di vivere per un po’, secondo le sue inclinazioni bizzarre e scorbutiche. La forzata condivisione di cibo, bevande ed esperienze lo costringerà, però, a uscire da se stesso, cosicché, dapprima riluttante, poi sempre più convinto, accetterà di aiutarla come può e come sa, per mitigarne dolore e sofferenze con solidale affetto. Un flash finale, molto bello,  sullo sguardo sospeso e pulito di un nuovo Lorenzo, ci fa comprendere che egli, dopo aver finalmente riconosciuto e accettato Olivia, si sta avviando più sereno e, si spera, pacificato verso la vita adulta. Splendidamente recitato dai due attori esordienti, Tea Falco e Jacopo Olmo Antinori, il film nasce da un romanzo breve di Niccolò Ammaniti: lo scrittore stesso ne ha curato la sceneggiatura, insieme a Bertolucci, che ne è l’inconfondibile autore. E’ tutto del regista, infatti il modo del racconto, ambientato, ancora una volta in un non luogo lontano dalla vita reale, come  in molti suoi film, dai L’ultimo tango a Parigi a The Dreamers, ma non privo di oggetti, che portano tracce di vite precedenti, delle quali non sempre è possibile individuare il senso: con gli occhi di chi vive oggi, le vecchie splendide  suppellettili appaiono inutili e degradate: Olivia, alla ricerca di un abito pulito nel vecchio armadio, troverà e indosserà, oltre alla bella camicetta di seta, una gonna sontuosa e un po’ buffa, come le farà notare Lorenzo, impietosamente paragonandola a un uovo di Pasqua. Bertolucci in una recente intervista (che non potete più ascoltare direttamente da questo blog, poiché è stata resa privata) sostiene che agli occhi dei ragazzi, oggi, non si prospetta alcuna bellezza, perché le speranze della palingenesi rivoluzionaria, che avevano acceso le fantasie delle vecchie generazioni, sono morte alla fine degli anni ’70, travolgendo illusioni e utopie, ma togliendo perciò stesso anche il gusto di vivere e di sognare, proprio dei giovani. Essi, dunque, si ritirano in se stessi, stordendosi con la musica nelle orecchie, come Lorenzo, col consumo di droga, come Olivia, ma anche con l’acquisto di cibi seriali per sopravvivere nel buio della cantina (indimenticabile l’acquisto delle scatole di carciofini, che pare citare Andy Warhol e le sue zuppe Campbell, esattamente come il frigo di casa Cuni). Il mondo della cantina, chiuso e scuro eloquentemente rappresenta perciò, sul piano metaforico, un mondo degradato: le belle scale non portano agli spazi del bow-window sulla Senna, ma agli inferi; i bei mobili non sono  celati da vecchie e ingiallite coperte, ma da teloni di plastica, mentre al cappottone bianco impellicciato di Marie Schneider si sostituisce la lunga e goffa pellicciotta nera di Tea Falco.

QUI troverete un’intervista a Bertolucci su questo film.

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Aggiungo oggi 11 gennaio 2016, giorno della morte di David Bowie, la canzone del grande artista , con la quale Bertolucci aveva voluto significativamente accompagnare alcuni momenti importanti del film, sottolineando la ritrovata solidarietà dei due fratelli.

 

 

“…j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais…” Charles Baudelaire (L’ultimo tango a Parigi)

recensione del film:
L’ULTIMO TANGO A PARIGI

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti: Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand, Marie-Hélène Breillat, Catherine Breillat, Dan Diament, Mauro Marchetti, Peter Schommer, Catherine Sola, Veronica Lazar, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud – 132 min. – Italia 1972

Il film ha un incipit che richiama alla mia memoria una lirica di Baudelaire (À une passante): La rue assourdissante autour de moi hurlait… Paul (Marlon Brando) cammina lungo un viadotto che attraversa la Senna, scosso dal frastuono assordante della linea esterna del Metro: il suo volto è pietrificato dal dolore: la moglie Rosa si è inaspettamente uccisa. Sul suo stesso percorso incontra fugacemente (Un éclair… puis la nuit!) Jeanne (Marie Schneider), la bella giovinetta che si affretta a sorpassarlo, voltandosi, però, a guardarlo incuriosita dal suo gesticolare solitario. I due si incontreranno ancora, in modo altrettanto casuale e fugace, all’interno di un caffé: lei è lì per telefonare; si ritroveranno infine in quell’appartamento vuoto che entrambi vorrebbero affittare e che diventerà lo scenario della loro passione amorosa. Quello che sappiamo dei due emerge a poco a poco dall’intrecciarsi di più racconti che si inseriscono con sorprendente naturalezza nel film: Paul è un americano squattrinato, che, sposando Rosa e sistemandosi nell’infimo albergo di lei, ha risolto il problema del come vivere a Parigi, accettando, però, tacitamente che la donna, fra i clienti, alloggi il proprio amante. Jeanne è invece fidanzata con Tom, aspirante regista che ora ha un contratto con la televisione per girare un film che dovrebbe parlare di lei, della sua storia molto “normale”, all’interno di una famiglia di piccoli borghesi conservatori, in una casa di campagna, appena fuori Parigi, ancora piena dei ricordi della carriera militare del padre. Jeanne considera con ironia indulgente l’ipocrisia che ha tenuto insieme la vita della sua famiglia, e, pur ritenendo che una spruzzata di modernità potrebbe giovare ai moderni legami matrimoniali (la famiglia pop!), pensa di poterne riprodurre il modello (con tanto di adulterio, quale corollario) sposando Tom, del quale, pure, sa valutare lucidamente mediocrità e limiti: ritiene, infatti, di aver bisogno di lui per dare alla sua vita la rispettabile normalità di facciata cui aspira. L’esistenza di entrambi, dunque, si è svolta, fino a un certo punto, secondo un copione abbastanza risaputo, recitato senza entusiasmo, dando per scontato il sacrificio delle più profonde e naturali pulsioni sull’altare della “normalità”, come quel Marcello, che Bertolucci aveva disegnato nel film di due anni prima, Il conformista. La morte di Rosa, la coscienza dell’inevitabile invecchiare, l’incontro con Jeanne, ancora infantile nel volto espressivo, innocente e provocante nel vestitino sexy, ricoperto dal lungo cappotto, ora insinuano in Paul un’improvvisa voglia di voltare pagina, di vivere una storia d’amore vero, senza compromessi, un amore “assoluto”, cioè sciolto da ogni legame di spazio e di tempo, in quella sorta di Eden senza giardino che diventerà l’appartamento degli incontri con lei. Là dove ingiallite coperte celano le tracce delle vite di chi era vissuto in quelle stanze, anch’essi celeranno nome e passato e qualsiasi altro elemento potenzialmente rivelatore della loro individuale identità, diventando pura energia, vitalità primigenia e innocente, diretta esclusivamente a ricercare nell’altro gioia e piacere, senza costrizioni o norme, come se, rifuggendo dal principio di realtà, il piacere allo stato puro potesse offrire agli amanti l’ ambito in cui si riesce ad abbandonare ogni tabù per realizzare il sogno della più totale libertà, quel non luogo, in cui ci si può rifugiare a costruire un presente di felicità pura senza memoria e senza progetti. Eppure, l’insoddisfazione è in agguato: la buffa ricerca di un linguaggio “naturale”, evocativo dei richiami degli animali innamorati, non colma il senso di vuota solitudine che li attanaglia dopo l’amore, fin dal loro primo incontro, ma indicata, addirittura, come leitmotiv del film dalle due tavole di Bacon che significativamente accompagnano i titoli di testa. L’amore è più complicato di quello immaginato dai due innamorati: non si accontenta della sola conoscenza carnale, né della complicità sessuale, vuole sapere tutto dell’altro, della sua storia dei suoi sogni dei suoi progetti, poiché tende a imbrigliarlo in una prospettiva temporale che ne condizioni il futuro. La realtà, cacciata fuori dal bow window parigino, non tarderà a presentarsi prepotentemente, facendo tragicamente fallire il tentativo di felicità senza storia di Paul e di Jeanne. L’ultimo tango a Parigi nel 2012 compie quarant’anni. E’ stato uno dei più celebri film del nostro cinema, per motivi che, purtroppo, hanno avuto poco a che vedere con la sua straordinaria e complessa bellezza: le vicende giudiziarie che ne hanno determinato il sequestro, nonché la condanna definitiva al rogo (!), coll’ eccezione di una sola copia, lo hanno circondato di un’aura morbosa, che non ha reso giustizia alla sua qualità artistica e all’impegno profuso da quanti ci hanno lavorato con cultura e intelligenza: il suo regista in primo luogo, che ha duramente pagato la propria libertà creativa con la privazione, per ben cinque anni, dei diritti politici, oltre che con l’ostracismo culturale. Bertolucci ha splendidamente diretto uno staff di grandi collaboratori, decisivi per la riuscita dell’opera, dallo sceneggiatore, al fotografo, al musicista, agli attori, magnifici interpreti che hanno dato vita a personaggi indimenticabili.

un uomo normale? (Il conformista)

recensione del film:
IL CONFORMISTA

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Gastone Moschin, Enzo Tarascio, Yvonne Sanson, Fosco Giachetti, Giuseppe Addobbati, Carlo Gaddi, Massimo Sarchielli, Alessandro Haber, Christian Alegny, Benedetto Benedetti, José Quaglio, Pierre Clémenti, Luciano Rossi, Milly, Orso Maria Guerrini – 116 min – Italia 1970.

Recensione di Gianna Montanari 

Com’è un uomo normale? Se lo chiede Marcello Clerici (interpretato da Jean-Louis Trintignant) il protagonista del film Il conformista di Bernardo Bertolucci, tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, ricomparso nelle sale cinematografiche in edizione splendidamente restaurata. Siamo in Italia nel periodo fascista. Marcello a 13 anni crede di aver ucciso un uomo (un soldato che lo insidiava) e per cancellare l’ombra del delitto sulla sua vita si adatta ad essere “normale”, termine che coincide con “conformista” ovvero persona che segue la mentalità corrente senza farsi troppe domande, con un fine di vita essenziale: fare carriera. Marcello, per fare carriera, grazie a un amico si fa presentare a un pezzo grosso del regime e accetta di entrare nell’O.V.R.A., la polizia segreta fascista; decide di sposare Giulia (Stefania Sandrelli), una ragazza “borghese” e ingenua (ma non tanto…), per lui una stupida, che però corrisponde ai parametri della perfetta moglie di un carrierista e opportunista; accetta l’incarico di uccidere un suo vecchio professore d’università, antifascista, che si è rifugiato a Parigi. A Parigi in viaggio di nozze riesce ad avvicinare il professore e a guadagnarne la fiducia; contemporaneamente vive una fiammata di passione per la moglie di questi (Dominique Sanda). Quando si tratta di eseguire la sentenza di morte sancita per il professore, che sta viaggiando in automobile verso la Svizzera, in un nebbioso e freddo mattino fra i boschi, ha dei momenti di ripensamento o di vigliaccheria, come pensa il “camerata” interpretato da Gastone Moschin che lo accompagna e lo controlla. Non sarà lui a uccidere il professore e la moglie, partita con lui all’ultimo momento.
Passano gli anni, arriva il 25 luglio del ’43 e il “conformista” si adegua al nuovo corso vestendo i panni dell’antifascista. Nello stesso tempo scopre che la moglie sapeva della sua attività come spia fascista, ma ha taciuto con questa motivazione: “Ho pensato che fosse necessario per la tua carriera”.
Il film traduce alla perfezione lo spirito del libro di Moravia, con l’ambiguità di rapporti che lo contraddistingue, e rende in maniera inquietante l’assenza di morale dei protagonisti della vicenda, che sembrano non essere in grado di distinguere il bene dal male, o, meglio, credono a una morale che si sono fabbricati a proprio uso e consumo, in cui ogni tradimento è lecito. Molto belle le ambientazioni, molto bravi gli attori, in particolare il protagonista Trintignant, sul cui volto passano tutte le sfaccettature dell’opportunismo e dell’indegnità del suo personaggio e anche i suoi turbamenti, sempre puntualmente superati con l’affermazione del primato dell’interesse personale.
(Gianna Montanari)