Suspiria

 

 

SUSPIRIA:

qualche estemporanea riflessione  a proposito del film di Dario Argento, del remake di Luca Guadagnino e una premessa indispensabile:
non volendo rovinare la visione di chi non ha ancora visto i due film, o uno solo dei due, non accennerò che molto brevemente alla vicenda che raccontano.

Sebbene non abbia mai amato particolarmente il genere horror, ho atteso con un po’ di impazienza di vedermi il rifacimento di Luca Guadagnino del celeberrimo Suspiria, opera fra le più apprezzate di Dario Argento. Di Argento avevo visto, da giovane, un buon numero di film, incuriosita non poco dalla insolita ambientazione torinese di molti di essi, diventata ai nostri giorni oggetto di culto nella mia città, testimoniato addirittura dai  percorsi turistici per cinefili argentiani. Non mi ponevo, vedendole anni fa, il problema se queste pellicole fossero o no capolavori: il mio interesse nasceva infatti, come ho detto, soprattutto da curiosità. Al regista riconoscevo, tuttavia, un’abilità non comune, quasi geniale, nel creare inconfondibili atmosfere di tensione sullo sfondo di luoghi a me molto familiari, ma quei suoi film, così aggressivamente spaventosi e inquietanti, erano talmente lontani dal “mio” cinema, che non ne avevo mai considerato l’aspetto autoriale: di lì a poco li avrei abbandonati senza molto ripensarci, non avendoli mai molto amati.

Confesso, con un po’ di imbarazzo, pertanto, che solo da poco tempo ho visto Suspiria e che, nonostante continui a ritenerla un’ opera lontana da me, ho voluto ancora rivederla prima dell’uscita del remake, per cogliere l’originalità delle scelte registiche di Luca Guadagnino. Numerose opinioni di critici e di giornalisti, che ne avevano apprezzato l’anteprima veneziana qualche mese fa, sostenevano d’altronde l’assoluta diversità delle due opere, cosa quasi ovvia, data la diversa personalità dei due registi.

In realtà Guadagnino mantiene la sceneggiatura del film di Dario Argento, modificandone la location (Berlino, non Friburgo) e la collocazione temporale, che riporta la vicenda della scuola di danza e delle streghe che la dirigono, nonché l’arrivo della studentessa Suzy dagli Stati Uniti, in una piovosa notte piena di molte paurose stranezze, agli anni ’70, quando nella claustrofobica e grigia Berlino Ovest, isolata dalla Germania orientale per la presenza del muro, si scatenava l’azione di protesta paramilitare, con i numerosi episodi di guerriglia urbana e di terrorismo organizzati dalla RAF (banda Baader-Meinhof).

Al centro del remake Guadagnino colloca, inoltre, la figura di uno psicanalista ebreo, il dottor Kemperer, fuggito dalla Germania delle leggi razziali, che, vissuto nella speranza di rivedere la moglie amatissima, scopre ora di non averla  salvata (per fiduciosa leggerezza) dall’internamento nei campi nazisti, dove la poveretta aveva trovato la morte. Ora è un vecchissimo signore che medita lacanianamente sull’origine del male e sulla colpa, sulla propria individuale responsabilità, oltre che su quella dei nazisti. Suzy è una sua paziente, come lo era la studentessa Patricia, sparita misteriosamente la notte del suo arrivo alla scuola di danza diretta da Madame Blanc, interpretata qui da un’ambigua Tilda Swinton (era Alida Valli la Madame Blanc di Dario Argento, donna di indiscutibile perfidia, dall’espressione dura e cattiva).

Guadagnino cerca dunque di inserire elementi di disturbo e di incertezza nella fiaba lineare di Dario Argento che era stato attento, da bravo narratore di fiabe, a separare buoni da cattivi e bene da male, in modo da favorire attraverso l’orrore per il male e per i cattivi (le cattive in questo caso) l’identificazione morale degli spettatori. I riferimenti storico-politici e culturali di questo remake depotenziano gli effetti paurosi e orrorifici dell’originale, senza trasformarlo davvero in un film politico o storico, che non pare essere nelle corde del regista. Rimane un discreto e accurato rifacimento del vecchio film, un po’ complicato e nebuloso nel finale, come i cieli di Berlino, ma formalmente elegantissimo, apprezzabile per l’intelligenza delle numerose citazioni (da Fassbinder a Von Trier), nonché per la complessità della colonna sonora e per la bravura delle interpreti (strabiliante la Swinton), ma, oltre a suscitare pochi brividi negli spettatori, lascia l’impressione di un film velleitario e un po’ deludente, soprattutto per chi, come me, aveva molto apprezzato il regista di Chiamami col tuo nome.

QUI un’intervista di Dario Argento non priva di polemica nei confronti del remake del suo film, ma sostanzialmente condivisibile

Interpreti: 

Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Lutz Ebersdorf, Jessica Harper – 152 min. – USA, Italia 2018

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Cold War

recensione del film:
COLD WAR

Titolo originale:
Zimna wojna

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti:
Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Adam Woronowicz, Adam Ferency, Jacek Rozenek, Martin Budny – 85 min. – Polonia 2018

“Ogni grande amore reca con sé il pensiero crudele di uccidere l’oggetto dell’amore così da sottrarlo una volta per tutte al giuoco perverso del mutamento: perché l’ amore ha ribrezzo del mutamento più ancora che della distruzione”F. Nietzsche – Umano, troppo umano

L’amore appassionato fra i due protagonisti del film era nato sullo sfondo della Polonia smembrata, ridotta in macerie e costretta nell’orbita dei paesi satelliti dell’Unione Sovietica, dopo la II guerra mondiale. In un pesante clima di diffidenza, Viktor, direttore della Scuola di Musica  e di canto popolare, percorreva le campagne su un camion alla ricerca delle ricche tradizioni folkloriche del paese e di giovani talenti del canto e della danza che fossero in grado di farle rivivere nel clima politico nuovo*.
Si erano incontrati in quelle circostanze,  Zula (Joanna Kulig)  bionda e giovane, dal volto delicato, dalla voce meravigliosa e dal passato oscuro e Viktor (Tomasz Kot), molto meno giovane, pensoso, dal dolce sorriso malinconico. Si erano piaciuti subito, e molto presto amati appassionatamente. Il colpo di fulmine era stato di quelli destinati a resistere anche ai momenti difficili (non pochi), alle lusinghe e alle minacce del potere, nonché alle lunghe separazioni imposte dalla lontananza. Lui, poco interessato al folklore tradizionale, si era trasferito in esilio volontario a Parigi, per coltivare le proprie aspirazioni di jazzista; lei, che non si era sentita di seguirlo, era rimasta in patria per diventare, trascinata dal successo, una star di prima grandezza, in grado di farsi apprezzare in Polonia come a Mosca, ma anche in tournée: a Berlino; sulla costa dalmata o nella stessa Parigi.

Lo spostarsi di Zula offriva alla coppia l’occasione per rivedersi e per rinnovare la passione, che conosceva anche i momenti duri dello scontro e dell’odio, inevitabili per la diversità della cultura e delle aspirazioni, ma soprattutto per la natura totalizzante dell’amore vero e profondo che tende ad annullare l’altro come bene aveva intuito Nietzsche dal quale ho tratto la citazione dell’incipit. Il regista ce lo racconta per sequenze ellittiche relativamente brevi, lasciando che sia la nostra immaginazione a colmare il vuoto fra un incontro e l’altro, irrilevante a paragone dell’eccezionale continuità dolorosa di un amore che, nella tragica e magnifica conclusione, trova infine la dimensione, a lungo perseguita da entrambi, dell’eternità.

Avez-vous perçu ce silence absolu qui résonne sur terre juste avant la tombée de la nuit? Seule une oreille tendue vers le rayonnement profond des êtres peut le capter, échappant aux bruits parasites. Ce qu’on appelle “un couple”, au sens inaccessible du terme, se forme lorsque deux personnes entendent ce rayonnement en chacune d’elles, réciproquement et dans le monde alentour. Personne d’autre ne peut s’y immiscer. (Julia Kristeva – da L’Horloge enchantée).

Il tema della passione amorosa fra estasi e tormenti è l’elemento di maggiore interesse del film: situazioni e personaggi sembrano evocare, con molta finezza, illustri precedenti cinematografici (alcune storie “nere”di Truffaut, la mitezza innocente di Karol Karol nel Film bianco di Kieslowski…), ma anche, probabilmente, letterari: lo sfuggirsi e il  riprendersi; il riso e il pianto, l’odio e l’amore hanno remote radici nella poesia, nel teatro e anche nel melodramma, quasi sicuramente parte del background culturale del bravo Pawel Pawlikowski, che con quest’ultimo suo film, quest’anno, a Cannes ha ottenuto la Palma per la miglior regia.

Un bellissimo bianco e nero** e l’insolito formato 4:3 sottolineano la distanza nel tempo dei fatti raccontati, probabilmente ispirati a Pawlikowski da una storia di famiglia, che ai genitori, infatti, ha dedicato questo lavoro.
Nel film la musica assume varie funzioni narrative: quella folklorica avvia la storia degli amanti e scandisce i successi di Zula; il jazz che Viktor suona nelle cave di Parigi ne evidenzia il carattere malinconico e triste; infine, il rock di Elvis Presley, negli anni ’60, che scatena la danza della infaticabile Zula sul tavolo di un locale parigino, ci porta verso la fine di un’epoca, preparando la conclusione della storia del grande amore, favorito dal dopoguerra della povertà diffusa e delle illusioni. Gli interpreti, ottimamente diretti, lasciano in noi un’impressione profonda di verità, così come il film, a tratti disuguale, ma sicuramente bello, insolito e da vedere.

*1949- 1964: è il quindicennio in cui si svolge la storia del film.La seconda guerra mondiale era alle spalle, ma si stava profilando la realtà della guerra fredda fra l’Unione Sovietica e gli USA, di cui l’Europa, ridefinita nei confini nazionali, stava facendo le spese. L’Unione Sovietica seguiva con preoccupazione il risorgere delle nostalgie separatiste presenti in vasti territori polacchi, direttamente o indirettamente, finiti sotto la propria egemonia politica dopo la catastrofe bellica e cercava di ottenere, anche attraverso il ricupero delle tradizioni popolari, il consenso delle masse ostili.

**come nel suo precedente Ida.

Victoria

recensione del film:
VICTORIA

Regia:
Sebastian Schipper

operatore:
Sturla Brandth Grǿvlen

Principali interpreti:
Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit, Max Mauff – 140 min. – Germania 2015.

Sturla Brandth Grǿvlen è il nome dell’operatore citato con grande evidenza, prima di ogni altro, nei titoli di coda di questo film: a lui, principalmente, va infatti il merito della sua singolare realizzazione. A fronte della sceneggiatura ridotta all’osso del regista Sebastian Schipper (una decina di pagine o poco più), egli ha girato il film per circa 140 minuti con un lunghissimo piano-sequenza che non solo segue la notte di alcuni ragazzi che per caso si erano incontrati all’uscita di un locale notturno berlinese, ma ci permette di dare un’occhiata anche agli aspetti più significativi del passato della protagonista, Victoria, la giovane di Madrid che si era allontanata dalla sua città, abbandonando il sogno, che aveva perseguito con tenacia e faticoso impegno, di affermarsi come pianista. A Berlino Victoria aveva trovato un lavoro e un alloggio, e ora aveva deciso di concedersi una notte un po’ speciale, in una discoteca: un piccolo sballo e una dormita prima di tornare alla sua quotidiana occupazione di cameriera in un bar. Non conosceva il tedesco, ma il suo ottimo inglese le permetteva di farsi ben comprendere, persino da quel gruppo di quattro amici con i quali, uscita dalla discoteca, aveva avviato una conversazione. A dire il vero, dei quattro solo Sonne riusciva a parlare in inglese e a capire le parole di lei: non a caso di tutti loro sembrava anche il più presentabile, il più gentile, il più attento e protettivo nei suoi confronti. Che i due si piacessero, e molto, si era compreso subito: dopo un lungo girovagare per le vie della città e dopo la sosta su una terrazza panoramica per godersi l’incanto di Berlino di notte, essi si sarebbero finalmente trovati da soli, in quel bar che lei avrebbe di lì a poco aperto al pubblico.
Gli accadimenti successivi spiazzeranno completamente le attese dello spettatore che immagina l’inizio della loro storia d’amore: una telefonata inattesa, infatti, avrebbe interrotto, insieme alle confidenze dolorose di lei di fronte al pianoforte del bar, anche l’amore nascente, per dare il via a una rischiosissima avventura che, coinvolgendoli entrambi, avrebbe cacciato nei guai anche lei, lontanissima dall’immaginare che una storiaccia di ricatti, di soldi, di sangue avrebbe cambiato per sempre la sua vita nel tempo brevissimo della fine di una notte .
Il film ce lo racconta, in un crescendo di tensione, seguendo in tempo reale, insieme agli spostamenti della giovane, il repentino mutare delle sue speranze e delle sue illusioni, annullate di colpo da una tragica e amarissima realtà.
L’attrice bravissima che interpreta Victoria è Laia Costa, la cui mutevole e intensissima espressività appare decisiva per la credibilità dell’intera vicenda, affiancata da un valido partner come Frederick Lau nel ruolo di Sonne.

Un piccolo film, straordinario non solo per la tecnica narrativa adottata, ma per il carattere quasi di scommessa che ha assunto la sua realizzazione (qualsiasi imprevisto incidente avrebbe potuto vanificarla), nonché per l’insperata successiva accettazione al Festival di Berlino, sorprendente anche per il regista e l’operatore. Finalmente arrivato anche da noi, merita di sicuro di essere visto e apprezzato.

Il segreto del suo volto

Schermata 2015-02-24 alle 15.16.21recensione del film:
IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

Titolo originale:
Phoenix

regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Nina Kunzendorf, Michael Maertens, Imogen Kogge, Uwe Preuss – 98 min. – Germania 2014

Del regista tedesco Christian Petzold, lo stesso di La scelta di Barbara, è questo Phoenix, in italiano tradotto con Il segreto del suo volto. La traduzione è furbesca, ma fuorviante, poiché, nel riecheggiare un altro fortunato titolo molto simile*, autorizza una lettura eccessivamente patetica del film, che sebbene abbia alcune caratteristiche del mélo, è, nelle intenzioni del regista, assai più ambizioso.
Siamo in Germania, alla fine della seconda guerra mondiale. I segni della sconfitta sono dappertutto: Berlino, occupata dai militari di quattro diversi Paesi, è un cumulo di di macerie e di sporcizia, ma anche di vergogna e di dolore. Si vive nella speranza di voltare pagina al più presto, di guardare avanti, di rimuovere rapidamente rovine e passato per rinascere, come la Fenice mitologica, dalle proprie ceneri, lasciandosi alle spalle il disonore dei compromessi col nazismo che avevano coinvolto moltissimi comuni cittadini. Non è facile, però, perché col passato i conti non sono affatto chiusi: i pochi superstiti dei lager, sfigurati per le sofferenze inaudite, di cui portano indelebili segni, sono tornati e, cercando di ritrovare quel che resta (se resta)** di un tempo andato, per ricostruire l’identità perduta nell’umiliazione dei campi di sterminio, vorrebbero ricordare gli anni più sereni, quando le case non erano distrutte, quando gli amici, o addirittura le persone amate non avevano ancora tradito. Nella contraddizione insanabile fra chi cerca di dimenticare in fretta, mettendosi in pace la coscienza, e chi invece cerca di ricordare per ritrovare se stesso, scava il regista di questo film, presentandoci la storia di un uomo, Johnny (Ronald Zehrfeld, bravissimo), e di una donna, Nelly (una splendida Nina Hoss), un tempo innamorati marito e moglie, entrambi musicisti che si esibivano in un locale notturno, il Phoenix, ora miracolosamente riaperto. Lì i due si incontrano di nuovo, ma il volto ancora livido e tumefatto di lei e la magrezza del suo corpo non permettono a lui di riconoscerla. La figura di Johnny emerge in tutta la sua ambiguità: egli aveva probabilmente venduto Nelly, ebrea, alla Gestapo e ora che la crede morta vorrebbe mettere le mani sulla sua cospicua eredità. La presenza di lei, che finge di assecondare i suoi piani in attesa di rivelargli la verità, lo turba, però, e forse fa affiorare alla sua coscienza quel rimorso che avrebbe evitato volentieri. 

La vicenda procede, con una narrazione che oscilla fra il registro patetico-sentimentale e quello noir (con richiami abbastanza evidenti a La donna che visse due volte), verso una conclusione che forse è la parte migliore del film.
Il regista si è ispirato a un romanzo francese di Hubert Montheilet, opportunamente spostando in Germania il tema del ritorno dai campi di concentramento, così da affrontare un argomento poco trattato dal cinema tedesco; egli ha inoltre volutamente disegnato i due personaggi principali come emblemi della coscienza scissa dei tedeschi dopo la guerra. L’opera, forse un po’debole sul piano narrativo, soprattutto perché i diversi registri del racconto non sembrano fondersi in modo sempre convincente, si fa seguire senza noia, grazie soprattutto alla credibilità umana che i due bravissimi interpreti conferiscono ai loro rispettivi personaggi.

Chi è interessato può leggere QUI un’intervista a Christian Petzold

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Il segreto dei suoi occhi (film argentino del 2009),

** è il titolo della poesia n° 76 del Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale(1977)

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