L’infanzia di un capo

recensione del film:
L’INFANZIA DI UN CAPO

Titolo originale:
The Childhood of a Leader

Regia:
Brady Corbet

Principali interpreti:
Tom Sweet, Robert Pattinson, Bérénice Bejo, Stacy Martin, Liam Cunningham, Sophie Curtis, Rebecca Dayan, Caroline Boulton, Luca Bercovici, Michael Epp, Roderick Hill, Scott Alexander Young, Jeremy Wheeler, Patrick McCullough, Andrew Osterreicher, Jacques Boudet – 113 min. – Francia 2015.

Questo singolare film è l’opera prima, molto promettente, di Brady Corbet, cineasta con pedigree di tutto rispetto come attore cinematografico (dal remake americano di  Haneke – Funny Games – a Lars von Trier – Melancholia – a Gregg Araki – Mysterious Skin-), nonché  televisivo (Law & Order). Presentato a Venezia due anni fa, il film ottenne un prestigioso riconoscimento per la migliore opera prima; ora finalmente lo vediamo anche nelle nostre sale. Al centro del film è l’infanzia del piccolo Prescott (Tom Sweet), figlio di un importante diplomatico americano, in servizio a Parigi al termine della Prima guerra mondiale, impegnato a condurre, per conto del presidente Wilson, le trattative di pace fra gli stati belligeranti, in vista del  trattato di Versailles. Su questo sfondo storico, evocato anche attraverso l’utilizzo molto pertinente di abbondante materiale fotografico e cinematografico di repertorio, si svolge il drammatico percorso di formazione in tre atti (tre scatti d’ira, dice il regista) del bambino, il cui angelico aspetto non riesce a celare i problemi che oscuramente ne turbano la serenità. Qualche breve accenno, nel corso del film, ci permette di accostare il comportamento talvolta crudele di Prescott alla deprivazione affettiva che aveva accompagnato la sua infanzia: era troppo preso dalla propria missione politica quel padre (Liam Cunningham), così come era troppo attenta all’osservanza astratta dei precetti religiosi quella madre (Bérénice Bejo), ciò che aveva spinto il piccino fra le braccia dell’anziana governante, l’unica persona capace di offrirgli l’affettuosa tenerezza di cui aveva bisogno. Molto spesso, però, Prescott era stato così gratuitamente provocatorio o così spropositatamente violento da lasciarci il dubbio che l’oscurità del suo cuore fosse invece un aspetto connotativo del suo carattere bizzarro. In ogni caso la durezza della sua formazione parrebbe la spiegazione del suo futuro da leader politico tirannico e malvagio come quelli che avevano infestato, con la loro presenza, l’Europa nel Novecento, dopo la prima guerra mondiale. Questo determinismo psicologico mi è parso l’aspetto forse meno convincente del film, che ha però grandi pregi: una straordinaria fluidità narrativa, sempre molto tesa e avvincente, sottolineata dal magnifico e martellante accompagnamento musicale; una meticolosa ricostruzione ambientale; la sobrietà del racconto, durissimo e scarno; l’eccellenza dell’interpretazione degli attori; la nitidezza delle immagini sul fondo cupo delle dimore dell’epoca, appena fuori Parigi e a Versailles, luogo di una cena assai poco festosa.
Il buio, la notte, l’oscurità connotano l’intera pellicola e diventano quasi equivalenti, sul piano simbolico, delle difficoltà angosciose del piccolo Prescott e di quelle, non meno dolorose, dei suoi genitori incapaci di comprendere. Da vedere!

Annunci

Dopo l’amore

schermata-2017-01-20-alle-18-04-57recensione del film:
DOPO L’AMORE

Titolo originale:
L’économie du couple

Regia:
Joachim Lafosse

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens – 100 min. – Francia, Belgio 2016

La fine di un matrimonio, forse (come lascerebbe intendere il titolo italiano come al solito alquanto arbitrario) dopo una storia d’amore. Il fatto è che, quand’anche ci fosse stata, nel film non se ne vede che una pallidissima traccia, subito cancellata dal ritorno del sentimento predominante nella moglie, Marie (la bella e brava Bérénice Bejo), ovvero l’odio. Marie, infatti, non solo non ama più Boris (Cédric Kahn), ciò che sarebbe comprensibile e che capita spesso anche nelle migliori famiglie, ma lo detesta, non sopporta la sua presenza e gli vomita addosso contumelie di ogni tipo, con l’obiettivo di fargli perdere ogni dignità, e di umiliarlo davanti agli amici, ai parenti e persino alle due figliolette, le deliziose gemelline che assistono sempre più sgomente alle scenate fra i genitori, che amano entrambi, con una leggera predilezione per il padre, certamente più paziente con loro, più disponibile a condividerne i giochi, a raccontare qualche favola prima che si addormentino, ad assecondarne gusti e predilezioni. Le ragioni del livore di lei sono probabilmente profonde e non vengono dette, anche se Marie non fa che parlare di soldi: dalle loro parole si comprende che Boris ha una storia di immigrazione dalla Polonia alle spalle e che ha avuto e continua ad avere difficoltà a trovare lavoro. È costretto perciò, il poveretto, a convivere con lei in una bella casa, acquistata da lei (che a quanto si capisce è di famiglia ricca) e ristrutturata con gusto e competenza da lui, che ne rivendica, perciò,  la proprietà in misura paritaria.

Il film che è un Kammerspiel condotto con piglio asciutto, senza alcuna indulgenza sentimentale, per un’ora e mezza procede accumulando dispetti e cattiverie, mortificazioni e ripicche né lascia intravedere soluzioni possibili se non quella che in genere viene adottata in ogni paese civile: il ricorso a un giudice che decreti la separazione legale di una coppia irrimediabilmente scoppiata. Ci voleva tanto?
Si esce dalla sala con la sgradevole sensazione di aver assistito senza volere e quasi dal buco della serratura a una interminabile serie di velenosissime accuse e controaccuse fra coniugi, alle quali non si capisce perché si debba in qualche misura partecipare.
Si può anche non vedere.

Fai bei sogni

schermata-2016-11-16-alle-16-58-17recensione del film:
FAI BEI SOGNI

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero, Barbara Ronchi, Fabrizio Gifuni, Linda Messerklinger, Miriam Leone – 134 min. – Italia, Francia 2016
.

Non è la famiglia de I pugni in tasca, né la narrazione ha la stessa rabbia violenta, ma neppure questa famiglia se la passa molto bene. Alla fine del film, forse, capiremo perché, e usciremo dal cinema col sollievo di chi, durante tutta la durata della proiezione, ha partecipato con emozione alle vicende di Massimo, da piccolo (Nicolò Cabras), da adolescente (Dario Dal Pero), e da adulto (Valerio Mastandrea) quando sembra aver trovato, finalmente, il senso della propria vita. Il racconto, che Bellocchio ha liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, si svolge a Torino in un arco temporale di quasi quarant’anni (dagli inizi degli anni ’60 alla fine degli anni ’90) e si sviluppa intrecciando i tre momenti della vita di Massimo al cui centro è l’evento tragico della morte della madre (Barbara Ronchi).

La mamma
Era un po’ stravagante, quasi bizzarro il comportamento di quella madre: se giocava a nascondino con Massimo, rimaneva a lungo negli scatoloni di cartone per sottrarsi alla sua vista incurante delle sue ricerche febbrili, delle sue ansie e delle sue paure; si spostava senza meta sui tram, senza trovare mai la fermata giusta per scendere; si incupiva all’improvviso senza apparente ragione; amava evocare il mondo spaventoso e insieme fascinoso di Belfagor, era reticente col marito; era all’origine probabilmente della crescente tensione in famiglia…ma era una madre unica, speciale. Indescrivibile la gioia di Massimo quando la ritrovava e poteva rifugiarsi fra le sue braccia: ogni angoscia se ne andava, si dileguava l’ansia, mentre subentrava la coscienza orgogliosa della protezione sicura, della presenza costantemente amorosa, di un angelo che vegliava sul suo sonno, propiziandogli i bei sogni evocati nel titolo del film e del romanzo.
Poi, all’improvviso, la morte, o, almeno, così si diceva: Massimo non ci credeva affatto: l’avevano portata via in una scura bara di legno, ma ciò non era altro che un’ingiustizia, il segno di un complotto contro di lei: altro che l’eterno riposo delle preghiere funebri! Se riposo aveva da esserci, non avrebbe potuto che essere breve: prima o poi la mamma si sarebbe risvegliata tornando da lui. La rimozione del lutto era diventata, d’altra parte un imperativo categorico per tutti gli adulti della famiglia, che tendeva a occultare la verità, sia per un tabù diffuso in ambito torinese, relativo alla morte per suicidio, che da sempre viene negato ipocritamente e allontanato come una vergogna gravissima, sia per l’inadeguatezza, avvertita da tutti, verso la difficile rivelazione. Il padre poi aveva pensato che la scuola prestigiosa e la cultura, soprattutto quella dei preti, avrebbero trovato il modo di far arrivare a Massimo le risposte che egli non intendeva dare al figlio, e che, inoltre, dalla passione sportiva (dalla amatissima squadra del Torino) sarebbero arrivate anche a Massimo molte gioie e soddisfazioni, così da rendere meno dolorosa quella perdita.

La scuola e l’età adulta
Tanti compagni, qualche amicizia, ma poca vera confidenza. La morte taciuta a tutti: la mamma è negli Stati Uniti! Sarebbe stato un vecchio prete (grande Roberto Herlitzka), studioso di astronomia e soprattutto uomo pensante, a chiarire a Massimo alcuni concetti, il primo dei quali aveva a che fare con la realtà fattuale: nulla di più reale della morte, condizione perché la vita continui. Crescere significa prenderne atto e proseguire a vivere, nonostante la morte, ciò che richiede molto coraggio: è una condanna per tutti gli uomini, ma anche l’opportunità per dare un senso a ciò che fanno. Paradiso, aldilà, ritrovarsi dopo la morte non sono che speranze che appartengono a chi crede, importanti certamente, ma non in grado di offuscare la realtà crudele della solitudine e del dolore universale.
Non era stato facile, purtroppo, per Massimo, nemmeno da adulto, elaborare quel lutto che non riusciva a capire, neppure ora, giornalista brillante e stimato a cui si continuava a far credere a una morte per “infarto fulminante”. Una provvidenziale crisi di panico e qualche spiegazione di Elisa (Bérénice Bejo), il medico del pronto soccorso che l’aveva visitato, lo avrebbero indotto a cercare la verità che gli occorreva per riconciliarsi con le ragioni del proprio vivere.

Lasciare andare il passato, costruire da sé con coraggio il futuro, emergendo come Elisa aveva fatto col suo tuffo dall’altissimo e quanto mai metaforico trampolino, forse gli sarebbe stato possibile; in ogni caso avrebbe tentato, nonostante le ipocrisie, le mezze verità, le troppe bugie!

Il film, per quanto si sia ispirato al romanzo autobiografico di Gramellini, per fortuna non è una biografia che vada ad aggiungersi alle troppe circolanti in questo momento sugli schermi (si sarà capito che non amo i biopic!), ma è una narrazione compiutamente bellocchiana, con una famiglia che al proprio interno racchiude, per nasconderli e ignorarli, i dolori più strazianti, rimuovendoli nell’illusione che prima o poi si potranno superare, compromettendo seriamente in tal modo l’equilibrio emotivo di quel figlioletto vivace, lasciato da solo a elaborare una tragedia troppo grande per lui. Allo stesso modo, appartengono tipicamente al cinema di Bellocchio l’interesse per la figura materna, la religiosità inquieta e quasi disperata del vecchio prete, una delle pagine più interessanti e “vere”del film. Un ottimo cast (Valerio Mastandrea superlativo) un’accurata e letterariamente pregevole sceneggiatura e la bellissima fotografia “scura” di Daniele Ciprì aggiungono ulteriore interesse a questa pellicola, opera finalmente degna del regista famoso che negli ultimi due film aveva, a mio avviso, alquanto deluso. Da vedere.

guardare avanti (Il passato)

Schermata 11-2456620 alle 18.17.19recensione del film.
IL PASSATO

Titolo originale:
Le Passé

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Tahr Rahim, Ali Mossaffa, Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouazani, Babak Karimi, Valeria Cavalli – 130 minuti – Francia-Italia 2013

Il luogo in cui Farhadi colloca il suo nuovo film è Sevran, piccola località della periferia di Parigi. Qui, insieme alle sue due figliolette, Lucie e Lea, vive Marie (splendida Bérénice Bejo), una giovane donna che lavora nella farmacia, a pochi passi dalla tintoria di Samir (Tahr Rahim), colui che dovrebbe diventare il suo terzo marito. Nulla ci viene detto del passato di Marie, ma ne cogliamo la continuità: sono del primo marito le due bambine che vivono con lei, alle quali ha fatto da padre Ahmad (il bravissimo Ali Mosaffa), il secondo marito, la cui presenza anche a distanza di anni, è da loro rimpianta. Ahmad, invece, se n’era andato, tornando in Iran, perché probabilmente estenuato dalle continue recriminazioni di lei, che avevano alzato fra loro una vera barriera: quella metaforica lastra di vetro che all’aeroporto, al ritorno di lui, irrimediabilmente li separa. Marie l’ha richiamato a Parigi perché, per sposare Samir, deve ottenere il divorzio da lui e ha bisogno della sua presenza in tribunale. Il suo nuovo compagno è padre del piccolo Fouad: ora abitano tutti insieme da lei, nella sua casa grande e molto trascurata, che entrambi cercano di rendere più accogliente riparando i guasti e ritinteggiando le pareti e le porte scrostate (senza avvedersi però dell’ingorgo, metaforico a sua volta, sotto l’acquaio di cucina, che potrebbe allagare la casa, rendendo vane le iniziative intraprese). Samir, anche se vuole sposare la sua compagna, che è in attesa di un figlio suo, è angosciato dalle condizioni della prima moglie, che giace da molto tempo in ospedale in stato di coma irreversibile, per aver tentato il suicidio senza apparente motivo; non lo ama, inoltre, né lo accetta Lucie (Pauline Burlet), inquieta adolescente che gli sta facendo una guerra senza esclusione di colpi. L’arrivo di Ahmad, se pare dapprima portare altri motivi di frizione in quella situazione già molto tesa, si rivela utile però per le sue capacità di mediatore comprensivo, che cerca di far emergere i veri motivi delle contrapposizioni più accese: quelli fra Marie e Lucie, la piccola ribelle che non vuole più tornare a casa e quelli fra Lucie e Samir. Ecco, dunque, i protagonisti del gioco crudele che Farhadi mette in scena con questo film: tre adulti, tre bambini e una donna in coma, assente, ma incombente sulla famiglia che sta per formarsi, in cui gli adulti e anche Lucie sono lacerati da profondi sensi di colpa le cui radici emergeranno a poco a poco nel corso del racconto, che procede come un thriller assai ben costruito, anche se un po’ troppo artificioso.

In questa sua ultima fatica il regista torna a parlare di alcuni problemi che già aveva affrontato nei precedenti: About Elly e Una separazione. Per l’argomento trattato e per l’attenzione con la quale il regista si sofferma sulle sofferenze dei bambini di fronte agli sconquassi delle famiglie, questo film sembra proseguire la narrazione di Una separazione, mentre il tema del suicidio, probabile in About Elly, messo in pratica in questo film, sembra ancora stimolare l’indagine del regista sui fatti della vita che non hanno sempre un perché, o forse non ne hanno uno solo, essendo il cuore umano insondabile, il che rivela l’inutilità del cercare una causa (o più di una), soprattutto quando si vorrebbe trovare una colpa che è, in fondo, ciò che fanno i diversi attori del dramma. L’Iran dei due primi film è lontano: là era l’assurdità di arcaiche leggi religiose, tenacemente salvaguardate dal potere politico, a rendere paradossalmente difficile la possibilità di composizione dei conflitti. Qui, invece, tutti sembrano spinti dall’esigenza di rendere chiare e trasparenti le ragioni del proprio agire: ognuno si attribuisce responsabilità forse inesistenti o ne attribuisce, senza sconti, agli altri, ciò che dà luogo a spossanti discussioni che si avvitano su se stesse, non portano ad alcun risultato, ma rischiano di disgregare ulteriormente la nuova famiglia che Marie aveva cercato di mettere insieme. Davvero molto meglio, allora, abbandonare il passato e affidarsi a un futuro senza storia e senza memoria? Le ultime scene, per altro bellissime, del film, ci dicono che forse questo non sempre è possibile.
La pellicola può piacere molto e merita certamente di essere vista, perché è comunque un buon film, certamente non un capolavoro come i due precedenti.

le ragazze degli anni ’60 (Tutti pazzi per Rose)

Schermata 06-2456448 alle 06.41.10recensione del film

TUTTI PAZZI PER ROSE

Titolo originale:                                               Populaire

Regia: Régis Roinsard

Principali interpreti:

Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo, Mélanie Bernier, Nicolas Bedos – 111 min. – Francia 2012.

Questo film delizioso ricostruisce con molta cura alcuni aspetti della società francese alla fine degli anni ’50, quando i nuovi modelli di femminilità della commedia rosa del cinema americano cominciarono a imporsi anche in Europa, indicando alle ragazze la via d’uscita dalla subalternità familiare: riuscire a ottenere il lavoro più ambito dalle donne all’epoca, quello da segretaria. Il regista francese Régis Roinsard ci presenta la vita sonnolenta delle piccole realtà paesane della bassa Normandia, dove le ragazze venivano educate nell’attesa del matrimonio, secondo la volontà dei padri e nel rispetto delle tradizioni consolidate, raccontandoci la storia di Rose Pamphyle, giovane figlia del proprietario del bazar di un paese. Rose è destinata a un buon matrimonio, col meccanico locale, per il quale tutto è già predisposto senza il suo consenso: la poveretta, infatti, non solo non ne vuol proprio sapere, ma sta imparando a scrivere a macchina per rendersi indipendente dalla tutela paterna e andarsene a vivere nella vicina città di Lisieux, magari facendosi assumere come segretaria dall’assicuratore Louis Echard, che ne cerca appunto una. La giovinetta non ha le doti di una grande segretaria, ma è una dattilografa velocissima, anche se usa due sole dita. Questo suscita subito l’interesse di Louis, che ha in mente un ambizioso progetto: farla gareggiare nei campionati di velocità dattilografica regionali e nazionali in vista dei campionati mondiali negli Stati Uniti. All’epoca le gare di questo tipo erano seguite da migliaia di tifosi, dagli amici, ai familiari, ai colleghi, fino ai sindaci, o addirittura alle autorità nazionali, perché, come bene spiega il film nel suo svolgersi, il premio non era solo il suggello di una gara sportiva, ma costituiva la premessa di affari colossali grazie all’enorme ritorno pubblicitario per i modelli delle macchine usati dalle campionesse. La piccola storia della tenacia di Rose, che si esercita per vincere le gare di dattilografia fino allo stremo delle forze, si intreccia con la sua fermissima volontà di conquistare Louis: veniva dato per scontato, infatti, all’epoca, che una brava segretaria cercasse di far innamorare di sé il capo e se lo sposasse: la rivalità fra le aspiranti segretarie al momento dell’assunzione era fatta anche di colpi di rossetto e di spazzola, di abitini col vitino di vespa e con la gonna scampanata.

Tutto il film ci riporta con precisione quasi filologica e con molta ironia a quei tempi: dagli abiti, alle pettinature, ai tacchi a spillo, agli arredi, ai bijoux, agli stereotipi e alla mentalità di quegli anni, in cui convivono le giovani, decise a vivere col loro lavoro, insieme alle donne, magari di poco meno giovani di loro, ancora legate all’immagine della casalinga coi bigodini in testa. Siamo lontani dagli anni del femminismo e delle rivendicazioni che ne seguirono, ma le ragazze che avevano imparato a vincere le loro rivali con grinta e anche con una certa dose di sorridente ferocia, presto impareranno ad attrezzarsi per lotte molto più decisive. Film-commedia-sentimentale davvero bello, che raccontando con grazia e levità sorridente, senza sdolcinature, una storia irrimediabilmente lontana, riesce a farla vivere, collocandola, come in un cannocchiale rovesciato, in un mondo favoloso, quando le donne cominciavano appena a uscire dal bozzolo soffocante che in Normandia o altrove le aveva avvolte, anche lanciandosi a ballare il modaiolo Cha-cha-cha de la sécrétaire.

Il regista, molto promettente, alla prima opera, si avvale di un ottimo cast di attori, fra i quali spicca Bérénice Béjo, recente premio per la migliore interpretazione femminile al festival di Cannes, ma già ottima prima donna del film The Artist.

Ancora una volta il titolo italiano si distingue per improprietà: evidentemente l’originale Populaire (che era il nome della macchina che a Rose aveva garantito i premi più ambiti) pareva troppo rozzo!

“inattualità” dell’artista (The artist)

recensione del film:
THE ARTIST

Regia:
Michel Hazanavicius

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller- 100 min. – Francia 2011.

Se un attore del cinema muto avesse desiderato dire qualcosa, lo si sarebbe dovuto considerare un matto e perciò sottoporre a un crudele elettrochoc. Nel 1927, anno che viene indicato come quello in cui il racconto ha inizio, viene in tal modo trattato il temerario attore che vorrebbe parlare: il cinema era ancora muto, ma comunicava benissimo; gli interpreti erano molto bravi e dotati di grande professionalità; essi conoscevano il modo per parlare col corpo, oltre che cogli occhi; si esprimevano con la gestualità, in cui erano diventati maestri, con la danza, con la mimica facciale ed erano così noti, per questo, da essere riconosciuti e ammirati anche quando camminavano per strada. Così era anche per gli animali che recitavano con loro: il cagnolino del famoso George Valentin, il protagonista di questo bellissimo film (un grandissimo Jean Dujardin), era talmente espressivo che davvero … gli mancava la parola, come a George; ma sarebbe davvero servita?
Nessuno aveva ancora considerato che la perfezione e la raffinatezza raggiunta dal cinema muto avrebbe dovuto fare presto i conti con due fattori imprevisti da molti degli addetti: il perfezionarsi della tecnologia e il mercato. L’introduzione del sonoro era, ormai, questione di poco tempo: già a partire dal 1929 si cominciò a costruire il film, cercando di accompagnarlo con la musica, e, dopo un po’ si sincronizzarono azioni e rumori; fra non molto si sarebbe trovato il modo di far parlare con la loro voce anche gli attori. George Valentin non crede che la cosa possa riguardare in alcun modo professionisti della sua esperienza e della sua popolarità: egli pensa che nel mercato del cinema ci sia posto per tutti: per chi vuole affrontare le novità senza badare troppo alla qualità della recitazione (così farà Peppy Miller, la giovane e briosa aspirante attrice che George lancerà e che successivamente occuperà un grande posto nel suo cuore), così come per chi preferisce continuare a rivolgersi a quel pubblico raffinato ed esigente che apprezza l’arte straordinaria degli attori che si esprimono con colta ricercatezza. Le cose non andarono così: anche gli ammiratori più fedeli erano curiosi estimatori della tecnologia, cosicché presto gli spettacoli sonori spiazzarono quelli muti, facendo finire nel dimenticatoio anche i grandi interpreti che non volevano adattarsi, come il grande George Valentin, cui la crisi del ’29 darà il colpo di grazia. Tutta questa vicenda è raccontata con intelligenza e cultura dal regista parigino Michel Hazanavicius, che insieme ai due splendidi protagonisti, Jean Dujardin e Bérénice Bejo, dà vita non a un film sul cinema muto, ma a un film muto e per di più in bianco e nero, quanto di più inattuale si possa immaginare in un’epoca così tecnologica come la nostra, in cui molti sembrano apprezzare soprattutto gli effetti speciali, il 3D, quasi fosse, ancora una volta, “la meraviglia” il fine della creazione artistica. Quest’opera è quasi una meditazione sul cinema, e più in generale sull’arte, che è nemica della moda, per sua natura effimera, ma è invece passione e lavoro, creazione che per durare nel tempo è sempre “inattuale”, in quanto destinata a scontrarsi con i luoghi comuni in ogni tempo e in ogni epoca. Film di grandissimo impatto emotivo, che, per quanto muto, parla a tutti noi come pochi altri, molto consigliabile a coloro che amano il cinema vero, i bravi attori e i registi intelligenti e sensibili.