Saint Amour

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recensione del film:
SAINT AMOUR

Regia:
Benoît Delépine, Gustave Kervern

Principali interpreti:
Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette, Gustave Kervern, Andrea Ferreol, Chiara Mastroianni, Izia Higelin, Ana Girardot, Michel Houellebecq – 101 min. – Francia, Belgio 2016

Il padre è Jean (Gérard Depardieu); il figlio è Bruno (Benoît Poelvoorde); il taxista è Mike (Vincent Lacoste): sono i tre protagonisti di questo film che ci porta in giro per la Francia nelle terre del vino, dalla Borgogna a Bordeaux, ricordandoci, sia pure molto da lontano, Sideways (2004) di Alexander Payne. I rapporti fra il padre, che è un agiato allevatore di tori, e il figlio, che lavora nella sua azienda, sono difficili, poiché Bruno, con la contrarietà del padre, non vorrebbe continuare quell’attività e, ora che è in vacanza, vorrebbe passare una settimana fra libagioni e donne, con le quali non riesce però a stabilire un rapporto decente: pieno di complessi e privo di autonomia, sembra non essersi mai liberato dell’ingombrante (in tutti i sensi) presenza del padre, che è invece sicuro di sé e realizzato. Jean, però, nonostante l’aspetto “autorevole” è a sua volta un uomo fragile, che trova la sua sicurezza solo comunicando i propri problemi, attraverso il cellulare, alla moglie defunta, fingendo di continuare un impossibile dialogo affettuoso con lei. Mike, il taxista, sembra essere dei tre l’unico personaggio davvero contento di stare al mondo: è, infatti, un giovane belloccio, che racconta di essere felicemente sposato con una donna di cui ha conquistato il cuore, ciò che gli permette di dispensare i propri consigli a Bruno, affinché, imparando dal suo esempio, smetta di affliggersi e trovi finalmente l’amore che desidera. In realtà, le sue frequenti deviazioni dalla strada principale ce lo mostrano alle prese con ragazze che di lui conservano un pessimo ricordo tanto che, non appena lo riconoscono, lo aggrediscono senza troppi complimenti.
La verità che ciascuno di loro cela accuratamente diventerà chiara dopo che Venus (Céline Sallette) una bella donna-amazzone, quasi una divinità boschereccia, li ospiterà nel proprio agriturismo riuscendo a ottenere da ciascuno di loro la piena confessione delle rispettive debolezze, nonché la piena realizzazione del desiderio che più profondamente la tormenta. Nel film si susseguono, pertanto, situazioni spiazzanti e sorprendenti, che movimentandolo dovrebbero tenere desta la nostra attenzione. Non accade sempre, però, perché alle sorprese gli spettatori fanno presto l’abitudine e di solito le prevedono agevolmente.

Una doppia regia, già sperimentata e collaudata in alcuni film precedenti e anche una produzione multinazionale per un road movie demenzial-popolare che, personalmente, ho trovato qualche volta gradevole, ma più spesso noioso. Il finale, poi, mi è parso una specie di mega-spot del Fertility day. Si può vedere, ma non è fondamentale! Ottimi (ma c’è bisogno di dirlo?) Gérard Depardieu e Benoît Poelvoorde

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Dio esiste e vive a Bruxelles

Schermata 2015-11-30 alle 21.16.48recensione del film.
DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Titolo originale:
Le Tout Nouveau Testament

Regia:
Jaco Van Dormael

Principali interpreti:
Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière, Didier de Neck, Marco Lorenzini, Romain Gelin, Anna Tenta, Johan Heldenbergh – 113 min. – Lussemburgo, Francia, Belgio 2015

Giacomo Leopardi, ponendosi il problema del dolore nel mondo, si era chiesto se gli dei dell’Olimpo non ne fossero i crudeli responsabili, quando, per vincere la noia della loro esistenza oziosa, avevano deliberato di godersi, dal cielo, lo spettacolo dei nostri travagli e delle nostre sofferenze. Non credo che il regista di questo film ne sia stato ispirato, ma i versi famosi* del nostro poeta mi sono tornati alla mente all’inizio della mia visione.

Il dio di questo film, forse lontanamente identificabile con quello del Vecchio Testamento, vive a Bruxelles in una casa di poche stanze, una delle quali è solo sua: un agghiacciante luogo claustrofobico, che tra le pareti, arredate con cassetti inaccessibili pieni delle memorie millenarie delle sue malefatte, ospita il computer, grazie al quale egli progetta le peggiori catastrofi per l’umanità,  quelle che, in seguito, per divertirsi, osserverà alla TV, davanti alla quale passa le sue giornate. Egli è un dio molto strano, trasandato e sporco, prepotente e dispettoso, oltre che terribilmente maschilista: dopo aver creato il mondo, egli aveva plasmato l’uomo a propria immagine e gli aveva affiancato una donna, col compito di sottometterla, come aveva fatto lui con sua moglie, una casalinga infelice, obbligata a ubbidirgli, sempre e comunque, senza alcun diritto, né sindacale, né di parola. Gli aveva dato due figli quella poveretta: un maschio, JC, che se n’era andato per agire di testa propria (infatti, con l’aiuto degli Apostoli si era permesso di scrivere un Nuovo Testamento) e una femmina, ancora piccola ma con idee ben chiare, ribelle e riottosa, di nome Ea. Anche la piccina vorrebbe fuggire come JC; ci terrebbe, anzi, ad aggiornare il Nuovo Testamento: a questo scopo si era impadronita di soppiatto delle chiavi della stanza paterna, dalla quale, via sms, aveva inviato a ciascun uomo la comunicazione anticipata della data di morte, dopo di che, in modo avventuroso, seguendo un disagevole percorso, era arrivata, come Alice, dall’altra parte del suo (fortunatamente perduto) paradiso. Non le sarebbe stato difficile trovare gli apostoli (parecchie le donne), che col racconto della loro vita le avrebbero permesso di mettere insieme il Nuovo Nuovo Testamento.

Il film procede accumulando personaggi e situazioni: ogni nuovo evangelista ha una storia da raccontare, nonché un lasso di tempo più o meno breve per continuare a vivere: conoscendone la scadenza, si organizzerà al meglio, sotto gli occhi benevoli di Ea, che, in quanto donna, è mite (!) e intende lasciare al mondo un messaggio di giustizia e di compassione. Il grande tema del dolore sembra dunque risolversi in una rappresentazione leggera e ironica, quasi stemperandosi in una favola natalizia per adulti graziosa e a tratti assai divertente. Gli aspetti dissacranti sono lontani da qualsiasi blasfemia, nonostante qualche citazione di Buñuel, il cui corrosivo e graffiante agnosticismo rimane, comunque, molto esterno al film. Le invenzioni argute e brillanti non mancano e neppure gli sprazzi di intelligente osservazione che, pur  rendendo il film assai gradevole, non ne fanno un capolavoro. La sua innegabile piacevolezza è dovuta in gran parte alla grande e spiritosa interpretazione degli ottimi attori, fra i quali spiccano una invecchiata e ancora bellissima Catherine Deneuve, nella parte dell’evangelista sposa di un tenero gorilla, nonché l’eccellente Benoît Poelvoorde, nella parte di Dio.
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*Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl’infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?

(Leopardi: Bruto minore vv: 49-51. – dicembre 1821)

che spreco! (Il mio migliore incubo)

recensione del film:
IL MIO MIGLIORE INCUBO

Titolo originale:
Mon pire cauchemar

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussollier, Virginie Efira, Corentin Devroey -’99 min. – Francia, Belgio 2010.

Non è nuova, né originale, l’idea di questo film, (la stessa, per esempio, che ispira anche Quasi amici): far convivere due persone che più diverse non potrebbero essere, creando un legame così profondo fra loro, da poter ignorare diversità e differenze. Qui sono un uomo e una donna le persone che, dopo essersi casualmente incontrate, durante un consiglio di classe, scoprono, dopo un inizio all’insegna della reciproca antipatia, di non poter più far a meno l’uno dell’altra, pur rimanendo se stessi, cioè mantenendo inalterate le diversità profonde che li connotano.
Lei, Isabelle Huppert, è una raffinata e algida signora parigina di mezz’età, che dirige con competenza e cultura una Fondazione d’arte contemporanea; lui, Benoît Poelvoorde, è un rozzo perdigiorno, senza arte né parte, col chiodo fisso delle donne, possibilmente formose, secondo un suo ideale esclusivamente quantitativo della bellezza femminile. Da questi presupposti di solito non nasce una storia d’ amore; in questo caso, infatti, sembra nascere soprattutto una storia di sesso, favorita dalla lunga astinenza di lei, che, diventata madre, aveva chiuso la propria vita sessuale, dedicandosi esclusivamente a organizzare, da manager instancabile, il lavoro, ma dimenticando completamente la propria fisicità.
Questa storia difficile viene raccontata in modo banale e volgarotto dalla regista, che mi è parsa del tutto priva di quella capacità di analisi introspettiva che caratterizza di solito il lavoro dei registi francesi. Il pubblico che si aspetta un film di qualità ne esce deluso, né riesce a comprendere per quali misteriosi motivi attori famosi e raffinati sprechino le loro capacità e il loro nome in imprese di gusto così dubbio. Notazione marginale: perché i titoli originali vengono tradotti in questo modo? Perché pire, che vuol dire peggiore, diventa in italiano migliore?

terapia di coppia (Emotivi anonimi)

recensione del film:
EMOTIVI ANONIMI

Titolo originale :
Les emotifs anonymes

Regia:
Jean-Pierre Améris

Principali interpreti:
Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud.
Francia, Belgio, 2010 – 80 minuti

Le terapie di gruppo delle associazioni anonime in cui molte persone condividono con altre i propri problemi e le proprie angosce sono davvero efficaci?
Angelique, la timidissima protagonista di questo film, è solita frequentare un gruppo di “emotivi anonimi”, proprio ora che sta vivendo un momento di profondo disagio: era un’ottima cioccolataia, e aveva fornito, grazie alla sua arte sopraffina e alla sua inventiva, pralineria di eccelsa qualità alla più raffinata pasticceria della città, ma lo aveva fatto…sotto mentite spoglie: fingendosi un eremita che aveva trasformato il proprio romitorio in un laboratorio artigianale di cioccolato. In tal modo aveva realizzato se stessa senza comparire, conciliando, quindi, la passione per il cioccolato e la professionalità con la sua inguaribile timidezza. Gli squisiti e inimitabili cremini, ora, morto il suo datore di lavoro, potrebbero rilanciare la cioccolateria alla quale si presenta per ottenere una adeguata occupazione, ma il nuovo padrone la assume come rivenditrice dei suoi prodotti aziendali, mediocri e poco richiesti dal mercato. Angelique, che è appassionata creatrice di piccoli capolavori al cioccolato, capace di accostare i gusti con audace inventiva, per la sua goffa emotività rifugge dal mettersi in gioco rivelando le sue doti e accetta quanto le viene proposto. D’altra parte, anche il nuovo datore di lavoro, Jean-Réné, è timidissimo e goffo quanto lei, e forse più di lei, soprattutto con le persone dell’altro sesso. Il film è la storia di questo difficilissimo incontro fra emotivi, che si piacciono, si stimano, si amano, come è subito intuibile, ma fanno di tutto per complicare le cose involontariamente. La terapia di coppia si rivelerà forse vincente.
Filmettino sorridente e gracile, salvato dalla eccezionale interpretazione dei due timidoni (Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré), adatto a chi apprezza, nel periodo delle feste natalizie, un cinema divertente senza eccessivi filosofemi. Va, tuttavia, lodato per la finezza dell’analisi psicologica e per l’assoluta mancanza di volgarità, il che, nel periodo degli italici cine – panettoni, non è un merito secondario.