La douleur

recensione del film:
LA DOULEUR

Regia:
Emmanuel Finkiel

Principali interpreti:
Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet, Emmanuel Bourdieu, Anne-Lise Heimburger, Patrick Lizana, Joanna Grudzinska, Caroline Ducey – 127 min. – Francia, Belgio, Svizzera 2017

1944 – Nella Parigi occupata dai nazisti viene arrestato Robert Antelme, uno dei più attivi militanti politici antinazisti che insieme ad altri intellettuali aveva costituito una cellula di Resistenza contro gli invasori e contro il regime collaborazionista di Vichy.
L’uomo era il marito di Marguerite Duras (1914–1996), la famosa scrittrice che dei fatti di quell’anno, così legati alla storia della Francia e alla propria storia personale, aveva tenuto un diario, ritrovato da lei stessa tra le carte alcuni decenni dopo, e diventato nel 1985 il romanzo  La douleur.

Il film
Il regista Emmanuel Finkiel racconta, come voce fuori campo nelle primissime scene del film, del ritrovamento di quelle pagine dimenticate, e si fa garante, anche attraverso un fugace ricordo della propria simile storia familiare, della loro veridicità storica: la scrittrice, nelle pagine di La douleur aveva narrato, nella sua prosa personalissima, gli ultimi mesi dei Tedeschi a Parigi; l’arrivo della flotta aerea alleata, di cui gli antifascisti seguivano, anche attraverso Radio Londra, il progressivo avanzare dalla Normandia, e soprattutto, la estenuante attesa del ritorno dei prigionieri dai campi di concentramento.
Fedele al romanzo, dunque, la storia è vista dagli occhi di Marguerite Duras (la bravissima Mélanie Thierry), protagonista della profonda riflessione sul dolore, tema centrale del film, che le sue stesse parole ci comunicano, ciò che lo rende particolarmente suggestivo, a patto di vederne la versione originale, sottotitolata: il modo migliore per cogliere, ascoltandola, la musica poetica della sua bellissima prosa, che è lucidissima e insieme molto appassionata, poiché ne riflette sia l’indicibile e lacerante angoscia, sia l’incertezza e la trepidazione per la sorte di Robert, nonché  il senso di colpa per averlo tradito con Dyonis Mascolo (Benjamin Biolay), l’amico impegnato come lui nell’organizzazione antinazista, mentre diventa sempre più evidente la preoccupazione ansiosa dei compagni *di Robert Antelme, che dopo il suo arresto erano maggiormente in pericolo ed erano stati  costretti ad aumentare la vigilanza per evitare che qualche involontaria imprudenza li esponesse all’arresto, alla tortura e alla deportazione.

La prima parte del film ci parla dei tentativi molto rischiosi di Marguerite, di conoscere la sorte del marito incontrando un funzionario francese, Pierre Rabier (da Benoît Magimel interpretato magnificamente), addetto, per volontà del governo di  Vichy (e perciò al servizio della Gestapo), all’ordine interno: piccolo uomo senza qualità, meschino nell’invidia sociale degli intellettuali affermati a cui vorrebbe rassomigliare, perfetto esemplare della banalità del male e dei malvagi di cui aveva parlato la Arendt,.

Gli incontri avvenivano nei ristoranti frequentati dalla media e piccola borghesia reazionaria e portavano inevitabilmente il segno dell’ambiguità: mellifluo, goffamente galante, lusingato dalle attenzioni di una scrittrice, Rabier promette ma non mantiene, allude ma sostanzialmente minaccia ed è un vile pronto a fuggire insieme agli altri collaborazionisti e all’esercito occupante che, finalmente sconfitto, ora arrotolava le ingloriose bandiere, nel tripudio delle persone per bene. Lo strazio dell’attesa, il dolore e l’angoscia, però avevano messo in forse la salute psico-fisica di Marguerite, che, delusa a ogni nuovo arrivo dei superstiti dell’orrore concentrazionario**, viveva  in una dimensione di torpido sfinimento tra incubi e allucinazioni che sempre meno distingueva dalla realtà. Era arrivato, infine, tra gli ultimi e moribondo il povero Robert: un uomo che le sciagure avevano profondamente trasformato, irriconoscibile nell’aspetto e nel profondo del cuore, che Marguerite non avrebbe più amato.

La regia di Finkiel non sempre convincente, ma nell’insieme non priva di efficacia, riesce nell’audace scommessa di mantenere la grandezza e la poesia del romanzo, senza venir meno all’imperativo categorico del cinema: raccontare per immagini. Lo fa abolendo il controcampo e mantenendo sempre in primo piano Marguerite, nonché, quando occorre, sfocando digitalmente gli sfondi e i personaggi in maniera graduale, fino alla loro riduzione a ombra significativa, secondo il probabile modello dell’ungherese László Nemes.

Un film da vedere.

*fra essi anche François Mitterand, sotto il falso nome di François Morlan e interpretato nel film da Grégoire Leprince-Ringuet

**Il senso di angoscia allucinatoria e impotente erano presenti in molti che si erano illusi nel ritorno dei parenti a lungo attesi e che ora non si rassegnavano alla nuova realtà francese che aveva cancellato troppo in fretta il dolore per tornare a vivere in fretta, senza fare i conti con le colpe che avevano reso possibile la tragedia.

amore e favole (Quando meno te l’aspetti)

Schermata 06-2456460 alle 00.49.08recensione del film:

QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Titolo originale:

Au bout du conte

Regia:

Agnès Jaoui

Principali interpreti:  

Jean-Pierre Bacri, Agnès Jaoui, Agathe Bonitzer, Arthur Dupont, Valérie Crouzet, Dominique Valadié, Benjamin Biolay, Laurent Poitrenaux, Beatrice Rosen, Didier Sandre, Nina Meurisse, Clément Roussier  – 112 min. – Francia 2013

Quanto influiscono sui nostri comportamenti le fiabe, quelle che i bambini (non tutti, a quanto si vede nel film) prendono sul serio, quelle che rappresentano un mondo pieno di insidie, puntualmente superate e che si concludono invariabilmente raccontandoci che vissero tutti felici e contenti? Quante sono le ragazze che cercano per la vita il principe azzurro delle favole? La regista di questo intelligente e ironico film sembra dirci che esistono in questo campo “credenti” e non credenti. Questi ultimi sono rarissimi: Pierre (Jean- Pierre Bacri), che si proclama continuamente ateo e razionalista, vive, in realtà, molto ansiosamente l’attesa della fatale scadenza del 14 marzo. In quel giorno, secondo la predizione di qualche cialtrone, egli morirà. Per non smentire la sua fama di uomo lucido e intelligente, Pierre non ne parla con la sua compagna, ma rende impossibile la loro convivenza poiché si chiude in sé, diventando sempre più cupo e intrattabile e inducendola ad andarsene. Anche i “credenti” sono pochi, perché la maggior parte delle persone sa distinguere fra realtà e immaginazione, tuttavia Laure (Agathe Bonitzer), per esempio, non solo crede alle favole, in modo particolare al Principe Azzurro, ma crede anche ai propri sogni, che, analizzati da qualche cialtrone, sembrerebbero trovare conferma nei fatti. Laure infatti aveva sognato di essersi perduta in un bosco di notte, ma di aver trovato l’aiuto del suo principe, che di colpo aveva cancellato la sua paura angosciosa mettendola in salvo. Il problema diventa come identificare il bel Principe: sarà Sandro (Arthur Dupont), il bravissimo violinista, figlio di Pierre,

o sarà Maxime (Benjamin Biolay), bello e tenebroso, incontrato davvero in un bosco, ma che di cognome fa Wolf, particolare a cui l’ingenua “credente” Laure non ha troppo badato?… Il povero Sandro diventerebbe con Laure un vero Cenerentolo (la regista si diverte a disseminare indizi di questa deriva), data la differente appartenenza sociale delle famiglie dei due ragazzi. La povera Laure diventerebbe con Wolf, invece, una delle tante vittime del Lupo cattivo, una delle troppe donne del suo catalogo di fascinoso Don Giovanni: non proprio ciò che si aspettava dalla vita. Il problema vero è che gli amori nascono per caso, sono per loro natura capricciosi, e sono imprevedibili, perché traggono la loro origine, principalmente, da quella fascinazione fatta di simpatia e di desiderio, assai poco razionalizzabile, che può durare oppure no, che può interrompersi improvvisamente o altrettanto improvvisamente riaprendere vigore, senza alcun perché, come le storie dei personaggi testimoniano. Le vicende del film si sviluppano mentre, parallelamente, una brava animatrice, Marianne (la stessa regista Agnès Jaoui), organizza per una scuola primaria lo spettacolo di fine anno. Naturalmente la donna sta da tempo preparando i bambini a imparare bene la loro parte, sceneggiando le fiabe e cercando di far comprendere loro che si tratta di recitarle, cioè di fingere. Quando però lo spettacolo andrà in scena, la bimba che dovrebbe baciare il rospo per farlo diventare il bel principe azzurro rifiuterà di farlo, riparando in un angolo del proscenio, semplicemente perché il bimbo-rospo non le piace, non è il suo principe, così come non lo è mai stato neppure durante le prove! Questa bella metafora ci riporta al gioco delle schermaglie amorose e ci aiuta a comprendere la logica sorridente del film, in cui i richiami alle favole sono continui e abbastanza riconoscibili. Meno riconoscibile, forse, ma molto presente, almeno secondo me, la commedia di Marivaux: Le jeu de l’amour et du hazard, già utilizzata, per una recita scolastica, in un bellissimo film di Abdellatif Kechiche, La schivata (L’esquive). Il film della Jaoui, pertanto, non solo dialoga col mondo dei racconti di favole, ma anche, attraverso il cinema di Kechiche, con la commedia di Marivaux, cioè col racconto degli amori nascenti e del caso. Un ottimo cast per una bella e colta commedia, il cui titolo originale è Au bout du conte (Alla fine del racconto). Che male abbiamo fatto per meritare questi strampalati titoli italiani?