Giovani si diventa

Schermata 2015-07-12 alle 14.38.13recensione del film:
GIOVANI SI DIVENTA

Titolo originale:
While We’re Young

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried, Charles Grodin, 
Adam Horovitz, Maria Dizzia – 97 min. – USA 2014.

Cornelia (Naomi Watts) e Josh (Ben Stiller) sono una coppia di coniugi newyorkesi da poco  quarantenni; non hanno figli e si sentono perciò pienamente liberi. I figli, per la verità, erano stati cercati a lungo, ma senza successo: per questa ragione Cornelia aveva deciso di abbandonare ogni progetto in proposito; tralasciando le cure ormonali a cui si era sottoposta e, di comune accordo con lui, aveva impresso un indirizzo diverso alla propria vita, nella convinzione condivisa che chi non ha figli, in fondo, disponga di una libertà sconosciuta a chi, trattenuto da obblighi genitoriali, è costretto a sacrificarvi la propria carriera professionale e e il proprio tempo libero. Ora Cornelia è un’affermata produttrice cinematografica che vive abbastanza serenamente la propria esistenza; Josh è invece un regista in piena crisi creativa, che vorrebbe concludere un documentario da tempo iniziato, ma non ci riesce.
Il film inizia allorché la nascita, invero un po’ tardiva, di un bebé, che allieta la coppia dei loro amici di sempre, Marina e Fletcher (Maria Dizzia  – Adam Horowitz), li fa sentire un po’ meno liberi e decisamente più soli: i due sono tutti presi dalle necessità del neonato e non hanno occhi che per lui, cosicché, come spesso accade in questi casi, i legami si allentano insieme al diversificarsi degli interessi e delle preoccupazioni, ciò che li costringe a rimettere ancora una volta in discussione le proprie scelte.
Gli amici se ne vanno, dunque? In realtà altri si presentano e sono amici interessanti, più giovani, prima di tutto: sono Jame (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), una simpatica coppia di sposini venticinquenni, assai dinamici e sempre in movimento, ma soprattutto assetati di sapere e di vita. I due sono sufficientemente raffinati da apprezzare molte delle esperienze  culturali più importanti delle passate generazioni e insieme sufficientemente disincantati e spregiudicati da impadronirsene come di cosa propria, senza troppi scrupoli. Si tratta, d’altra parte, soprattutto di cose che sarebbero destinate alla spazzatura e all’oblio, come i vecchi vinili, le obsolete videocassette, gli oggetti desueti che, come le inutilizzate macchine da scrivere, o i vecchi cappelli, fanno bella mostra di sé nel loro alloggio di Manhattan in cui tutto si accumula, per essere intelligentemente ri-usato al momento giusto. La sorprendente e sincretica bulimia della giovane coppia si estende dagli oggetti alle idee: senza che i “vecchi” Cornelia e Josh se ne avvedano, i due ragazzi assorbono come spugne concetti e progetti; valutano opportunità e prospettive che potrebbero aprirsi all’improvviso e che essi sono ben attenti a non farsi sfuggire, mostrando cinismo e spregiudicatezza davvero incredibili agli occhi della coppia più matura e anche ai nostri occhi. Lo scontro fra generazioni assai vicine nel tempo sembra essere dunque il tema del film, che, però, si rivela anche assai più complesso, poiché evidenzia il disorientamento dei quarantenni, nonché la loro irrimediabile sconfitta, inadeguati come sono ad accettare i compromessi necessari a sopravvivere nel mondo spietato di oggi, ai quali, invece, i più giovani pragmaticamente si adattano, ciò che li rende più simili agli anziani veri, cioè a coloro che invecchiando avevano da tempo perso ogni illusione e ogni speranza di cambiare il mondo, come il seguito del film (che non intendo ovviamente rivelare) mirabilmente ci dimostra.

Il regista Noah Baumbach, creatore dei bellissimi ritratti di Frances Ha. e di Greenberg, si conferma anche in questo film uno straordinario narratore del disagio profondo che deriva dall’inconciliabilità fra le aspirazioni ideali che contraddistinguono la giovinezza di molti e la realtà del denaro e del mercato che invadendo ogni aspetto della nostra società, distorce ogni esigenza di verità e di onestà, confinando nell’ambito dell’irrilevanza velleitaria la vita degli uomini che vorrebbero rimanere fedeli a se stessi e ai propri valori. Il racconto del regista, anche questa volta, si avvale di un registro narrativo ironicamente malinconico e ci consegna, attraverso i ritratti antitetici di Josh e di Jame, due credibilissimi personaggi. Meno caratterizzati e più convenzionali, invece, i personaggi femminili. Peccato! La NewYork del film è soprattutto quella degli interni, anche se il tema ricorda alcuni film del primo Woody Allen, Manhattan, soprattutto, indirettamente citato. Ottima la performance di tutti gli attori. Un bel film, tra i pochi meritevoli di una visione in questo periodo di scarsa qualità dell’offerta cinematografica nelle nostre sale.

un amabile velleitario (Lo stravagante mondo di Greenberg)

Recensione del film:
LO STRAVAGANTE MONDO DI GREENBERG

Titolo originale:
Greenberg

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Brie Larson, Juno Temple, Chris Messina, Dave Franco, Mark Duplass, Max Hoffman, Chris Coy, Trent Gill, Zoe Di Stefano, Sydney Rouviere, Karen Strong, Nick Nordella, Koby Rouviere, Jessica Mills, Samuel Thacker, Phoebe James, Trace Webb, Celeste Pechous – 107 min. – USA 2010

Dopo vent’anni di New York, l’ormai ultra quarantenne Roger Greenberg torna a Los Angeles, la sua città, sistemandosi provvisoriamente in casa del fratello che è partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam. Il ritorno è l’occasione per rivedere vecchi amici, vecchi amori e per fare, anche, un bilancio della propria esistenza. Dell’antica (e sempre viva in lui) passione per la musica poco è rimasto nell’ambiente che Grenberg aveva frequentato: troppo diversi sono gli interessi di chi ha messo su casa, si è fatto una famiglia e ha dovuto provvedere ai propri figli, come l’amico Ivan, che avrebbe dovuto diventare suo partner e collaboratore nel complesso musicale a lungo progettato, negli anni dei sogni giovanili. Ivan è adesso un uomo che ha conosciuto i compromessi nel lavoro, nella vita sentimentale, nel matrimonio. Beth, sua moglie, un tempo amata da Roger Greenberg, è una donna matura, quasi spenta, che sente il peso dei figli e del difficile rapporto col marito. Roger ha visto polverizzarsi gli ideali e i sogni giovanili e ne è rimasto travolto: si è male adattato alla realtà; ha progettato senza realizzare; si è innamorato senza costruire, si è isolato dal mondo, ne ha avuto paura e si trova, ora, impossibilitato a decidere. Nell’eterno conflitto fra principio del piacere e principio di realtà, Roger ha scelto il primo e continuerebbe a farlo, nonostante le cure ricevute a New York in una clinica per malattie nervose. Purtroppo, però, anche a Los Angeles continua a manifestare il suo carattere velleitario poiché, quasi con disappunto, è riuscito a crearsi nuovi legami che impediscono il pieno realizzarsi dei suoi progetti: Florence, ad esempio, la bella assistente della famiglia del fratello, dalla quale è fortemente attratto e dalla quale vorrebbe, però, fuggire, partendo per l’Australia (ma senza soldi e, soprattutto, senza l’inseparabile burro di cacao per le labbra!). Si sente legato anche dall’affetto per il cane Mahler, che gli è stato affidato, che si è ammalato, che ora sta amorevolmente curando, e per il quale sta, forse, per terminare la cuccia che ha iniziato, mettendo alla prova la sua millantata abilità di falegname. Il ritratto di Greenberg è l’interessante rappresentazione delle nevrosi di un uomo che non si è integrato nel mondo di oggi, che è interessato esclusivamente a produrre, a fare i soldi, al successo volgare: le cure non lo hanno guarito, perciò egli è rimasto quel fanciullone fragile, un po’ svitato, ingenuo, che lo rende simpatico a chi, come lui, non si adegua e non sa però tradurre il proprio disagio in progetto davvero alternativo, limitandosi a scrivere una serie interminabile di sterili lettere di protesta. Il regista realizza questo bel ritratto di personaggio fuori dagli schemi con intelligente e indulgente ironia, con simpatia quasi amorevole, facendone scaturire una spiazzante comicità. Non stupisce che alcuni spettatori, forse i più giovani, lo trovino irritante, perché i suoi tic, le sue incertezze, le sue velleità, le sue paure ne fanno l’esatto contrario di quell’uomo sicuro di sé e determinato che viene continuamente proposto come esemplare. Bellissima interpretazione di Ben Stiller, perfetto nei panni, non facili da indossare, di un così complesso personaggio