Copia originale

recensione del film:

COPIA ORIGINALE

Titolo originale:

Can You Ever Forgive Me?

Regia:

Marielle Heller

Principali interpreti:

Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone, Anna Deavere Smith, Stephen Spinella, Julie Ann Emery, Joanna Adler, Marc Evan Jackson, Jennifer Westfeldt, Christian Navarro

– 106 min. – USA 2018

Alla vigilia dell’assegnazione degli Oscar, forse perciò un po’ in ritardo, ecco un interessantissimo film, proprio ora nelle nostre sale. È un piccolo film americano (sorvolo sulla traduzione-spoiler del titolo che alla lettera dovrebbe essere: Potrai mai perdonarmi?), diretto dalla regista, poco nota, Marielle Heller: due film, qualche regia per la TV e ora questa biografia che ha incontrato molto successo in una piccola cerchia di cinefili per il carattere “scorretto” della vicenda, che non essendo né educativa, né “esemplare”, è proprio il contrario di ciò che in genere ci si aspetta da un “biopic”. Potrebbe riservare qualche sorpresa, questa notte a Los Angeles, con le sue tre “nomination”in vista dei premi: per la migliore attrice; per il miglior attore non protagonista; per la migliore sceneggiatura non originale.

La vicenda è tratta dall’autobiografia di una talentuosa scrittrice (1939-2014) sfortunata, depressa e solitaria: Lee Israel, nel film interpretata dalla magnifica Melissa McCarthy. La donna era nata a New York dove aveva studiato, si era laureata al Brooklyn College e dove aveva successivamente messo a frutto le sue notevoli qualità letterarie raccontando la vita di attrici o di personaggi famosi (Katherine Hepburn, Tallulah Bankhead, Estee Lauder e Dorothy Kilgallen), che aveva conosciuto di persona e intervistato. Il suo stile pungente e irriverente, specchio della sua personalissima concezione della vita e anche del suo non facile carattere stravagante e altezzosamente misantropo, per qualche anno le aveva garantito buoni guadagni, fin tanto che gli operatori del mercato editoriale le avevano voltato le spalle: il suo agente l’aveva licenziata lasciandola sola ad affrontare un futuro quanto mai incerto, perché nel paese delle opportunità, la povertà è una colpa intollerabile e l’anti-conformismo vero è un lusso fastidioso che non tutti possono permettersi. Alle personali difficoltà di comunicazione, per Lee ora si era aggiunta la depressione, nonché l’isolamento volontario nell’appartamento, un tempo prestigioso, dell’Upper East Side, che aveva ridotto ad antro così maleodorante e infetto da indurre a una precipitosa ritirata persino l’addetto alla disinfestazione. La sola compagnia di Lee era adesso quella di un vecchio gatto malato, insieme all’alcol da cui era diventata inseparabile.

Lungo la strada pericolosa dell’emarginazione sociale, in uno dei locali infimi della Grande Mela, Lee aveva incontrato Jack (un grandissimo Richard E. Grant) cocainomane, homeless, abituato da tempo a vivere di espedienti e di prostituzione, anche se gli piaceva dissimulare questi aspetti della propria esistenza dandosi l’aria dello snob, un po’ dandy. Lee e Jack, però, in fondo si somigliavano: entrambi falliti, sbandati, disillusi, quasi cinici, nonché omosessuali, ciò che rendeva impossibile qualsiasi storia di sesso fra loro. L’occasionale conoscenza si era trasformata presto in un sodalizio criminale e criminogeno, perché se da una circostanza del tutto casuale era nata in Lee la convinzione che fosse possibile guadagnare molto denaro falsificando lettere e documenti di personaggi famosi, era stato Jack, successsivamente, ad alimentare con la propria esperienza truffaldina quella fruttuosa attività, estendendo la rete organizzativa della distribuzione dei falsi e modificandola, quando ormai il sospetto che dietro le carte “preziose” si nascondesse un’abilissima mente criminale era arrivato fino ai funzionari dell’F.B.I. che in brevissimo tempo ne sarebbero venuti a capo….

Il film non è privo di difetti, poiché non sempre il racconto è veloce e spigliato come si richiederebbe; riesce tuttavia nell’intento, non facile, di raccontare una storia drammatica, mantenendo la commossa e idulgente partecipazione degli spettatori, grazie soprattutto alla finezza dell’interpretazione di Melissa Mc Carty, che si rivela attrice superba, infaticabile nel tratteggiare le più segrete e delicate sfumature dell’anima grande di una scrittrice amaramente disillusa, incapace di trovare l’ equilibrio fra i propri generosi ideali, puntualmente frustrati, e la realtà durissima della vita in una società che stava, già negli anni ’90, riducendo a merce indifferenziata sia le aspirazioni più nobili, sia le più ignobili cattiverie ideologiche. Di fronte a tanto qualunquismo morale, le piccole strategie truffaldine della povera Lee Israel diventano davvero compassionevole cosa! Un bel film, per riflettere non solo sull’arte!

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i difetti del partner (Non dico altro)

Schermata 05-2456798 alle 09.41.16recensione del film:

NON DICO ALTRO

Titolo originale:
Enough Said

regia:
Nicole Holofcener

Principali interpreti:
Julia Louis-Dreyfus, James Gandolfini, Catherine Keener, Toni Collette, Tavi Gevinson, Ben Falcone, Tracey Fairaway, Eve Hewson, Christopher Smith – 93 min. – USA 2014.

Fermo restando che i molti film sugli amori fra mature signore sole e ugualmente soli e maturi signori suscitano più di un sospetto di trovarsi di fronte al tentativo di accattivarsi un pubblico di anziani in una società che invecchia, qui abbiamo, in ogni caso, un film garbato, narrato con una certa finezza introspettiva e con partecipazione malinconica dalla brava regista, nonché recitato in modo eccellente dai due attori protagonisti: James Gandolfini, scomparso di recente, e Julia Louis Dreyfus, che in seguito a questa interpretazione ha ricevuto una nomination per i Golden Globe. Come è ovvio aspettarsi, i due protagonisti della storia, Albert ed Eve, non essendo più giovanissimi, non sono più bellissimi: un ciccione lui, che mangia in maniera un po’ smodata; una donna piccolina lei, col corpo da bambina, anche se alla bellezza fisica si dedica per professione: è una massaggiatrice, infatti, che si sposta, col lettino portatile e pieghevole assai ingombrante, per mantenere tonico e curato il corpo della sua clientela, di cui spesso diventa amica e confidente. Questo succede anche con Marianne, la poetessa, conosciuta casualmente durante un affollato ricevimento, che ora si affida ai suoi massaggi e che le racconta, quasi ossessivamente, le malefatte dell’ex marito da cui ha divorziato da tempo. Eve è del tutto ignara, per il momento, che quell’ex marito altri non sia che Albert, conosciuto nella stessa occasione, col quale ha avviato da poco una relazione. Albert non è certamente privo di difetti, come tutti gli esseri umani del resto, ma ha simpatia da vendere e anche una semplicità affettuosa e cordiale nei modi, ciò che a lei piace molto e la sta conquistando. Una storia d’amore a quell’età, però, può essere particolarmente fragile, sia perché il peso dei fallimenti sentimentali rende molto prudenti e timorosi di una nuova storia (anche Eve ha un divorzio alle spalle), sia perché, cadute le illusioni giovanili, il maggiore realismo può spingere a ingrandire impietosamente le cose che non vanno dell’altro. Se poi, ulteriori difetti, mai notati in precedenza, vengono ingigantiti dal rancore mai metabolizzato di una ex moglie, allora la relazione rischia proprio di morire sul nascere. Questo ci racconta il film (che per certi aspetti potrebbe ricordare Gloria) di cui non svelerò la conclusione, con delicatezza e con grazia, e anche con una buona dose di compassione per i due protagonisti, che in qualche modo, magari molto imperfettamente, cercano di vincere la solitudine che li attende negli anni a venire, quando le rispettive figlie se ne saranno andate definitivamente per vivere la propria vita.