L’amore bugiardo-Gone Girl

Schermata 2014-12-22 alle 15.58.49recensione del film:
L’AMORE BUGIARDO – GONE GIRL

Titolo originale:
Gone Girl

Regia:
David Fincher

Principali interpreti:
Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens, Patrick Fugit, Carrie Coon, David Clennon, Missi Pyle, Sela Ward, Scoot McNairy, Lee Norris, Casey Wilson, Kathleen Rose Perkins, Emily Ratajkowski, Boyd Holbrook, Lola Kirke, Jamie McShane – 145 min. – USA 2014.

Poiché questo è un bel thriller assai teso, mi limiterò a descriverne l’intreccio molto sommariamente, anche perché all’interno della storia molte e contraddittorie sono le “verità”, che ci vengono raccontate: esse corrispondono a diversi punti di vista e ribaltano continuamente le “verità” precedenti. La narrazione costruisce asimmetricamente il ritratto dei due principali personaggi, Nick (Ben Affleck) e Amy (Rosamund Pike), coppia di giovani, sposati da cinque anni. La mattina del quinto anniversario del loro matrimonio, Nick, rientrando a casa, non aveva trovato Amy: nella loro tranquilla abitazione del Missouri era probabilmente successo qualcosa di molto grave, poiché in ogni stanza si vedevano i segni della colluttazione violenta che di lì a poco sarebbe stata drammaticamente confermata dagli agenti di polizia, i quali, subito accorsi, avevano individuato abbondanti tracce di sangue frettolosamente ripulito. Il comportamento di Nick, nel ricostruire per i poliziotti il proprio passato con Amy, era apparso ambiguo e reticente, cosicché alcuni di loro avevano cominciato a sospettare che egli avesse ucciso la moglie occultandone successivamente il corpo e simulando l’aggressione. Alla “verità” di Nick, che racconta e si difende, si contrappone, nella seconda parte del film, quella di Amy, i cui scritti ritrovati lasciavano intravedere una profonda crisi della coppia che Nick aveva taciuto, ciò che confermava i primi sospetti e incrementava nella pubblica opinione un orientamento violentemente colpevolista e grossolanamente giustizialista, sostenuto da campagne mediatiche incredibilmente arroganti . 

Fra i numerosi temi del film, che non è solo un thriller, il più evidente è proprio quello della crisi del rapporto fra Amy e Nick, che si colloca all’interno della profonda crisi dell’economia americana, che costringe i due brillanti giovani, impegnati nel mondo dell’editoria e del giornalismo, a rivedere i propri progetti ridimensionando le rispettive ambizioni e imparando ad accontentarsi di una vita meno brillante, non più a NewYork, ma nel Missouri, dove forse sarebbe stato possibile attendere tempi migliori, vivendo rispettivamente da casalinga (ma che noia!) e da barista. Si era creata invece la situazione ideale perché lo scontento e la frustrazione di entrambi riducessero in briciole il loro legame amoroso, e perché in breve Amy e Nick si sentissero due perfetti estranei, se non due nemici. Nello scarto fra le prospettive ideali e la grigia realtà si consumava perciò un dramma fatto anche di indifferenza, di tradimento, di perfidia, e purtroppo di odio, come avremo modo di vedere nel corso del film. Gli sviluppi successivi del racconto, riportandoci allo scenario dei fatti, ci dicono che nulla è come appare e, inoltre, che, nella nuova e crudele corsa al successo di chi tenta di farsi strada sgomitando, si vanno affermando giornalisti specializzati nel tradire la loro professione per “fabbricare” verità che fanno vendere più giornali o conduttrici televisive la cui aggressiva spregiudicatezza aumenta l'”audience” (e il business); che finte inchieste, anziché chiarire, sguazzano fra storie fangose manipolando l’opinione pubblica, senza rendere alcun servizio alla giustizia, ma limitando e condizionando pericolosamente la libertà di ciascuno, costretto ad adeguare i propri comportamenti all’immagine che di lui i “media” spietatamente hanno costruito con quei sistemi. Questo aspetto del film è molto importante, a mio avviso, poiché, coinvolgendo i due protagonisti, spiega l’inquietante evolversi della situazione e l’assai sorprendente finale.

La pellicola, che è ottimamente realizzata e adeguatamente recitata da un Ben Afflek imbolsito quanto basta per sottolinearne la pigra sottovalutazione degli eventi che lo riguardano, e da una Rosamund Pike giustamente misteriosa e perfida, è opportunamente proposta, in questo periodo dell’anno, a chi vuole evitare i cinepanettoni d’ordinanza. Il regista si è ispirato al romanzo di Gillian Flynn (che lo ha sceneggiato), dal titolo Gone Girl (2012), tradotto in italiano per l’editore Rizzoli nel 2013, con lo stesso strampalato titolo che condivide col film: L’amore bugiardo.

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il film che non c’era (Argo)

recensione del film:

ARGO

Regia:

Ben Affleck

Principali interpreti:

Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, Victor Garber, Tate Donovan, Clea Duvall, Scoot McNairy, Rory Cochrane, Christopher Denham, Kerry Bishé, Bob Gunton, Tom Lenk, Keith Szarabajka, Christopher Stanley, Barry Livingston, Chris Messina, Michael Parks, Richard Kind, Zeljko Ivanek, Philip Baker Hall, Michael Cassidy, Taylor Schilling, Kyle Chandler, Cas Anvar, Adrienne Barbeau, Titus Welliver – 120 min. – USA 2012.

Iran, 1979: a Teheran, cuore della rivoluzione islamica, l’ambasciata americana è nell’occhio del ciclone. In questo scenario si svolge la vicenda vera che il film racconta, accaduta, in quei giorni lontani, subito dopo la cacciata dello scià, l’odiatissimo Reza Palhawi che i rivoluzionari avrebbero voluto processare e che gli USA, invece, avevano aiutato ad allontanarsi, per ospitarlo. Questo è l’antefatto, narrato brevemente con l’ utilizzo di immagini e filmati d’epoca, dopo il quale la pellicola immediatamente si sposta sul  gruppo degli impiegati che, all’interno dell’ambasciata, si preoccupavano di bruciare e tritare i documenti e le prove del coinvolgimento americano nelle azioni violentemente antipopolari del sovrano, in una lotta contro il tempo, perché la folla, diretta dalle milizie islamiche di Khomeini, premeva sull’ambasciata per entrare e arrestare i suoi occupanti. Dopo l’uscita e il conseguente arresto degli addetti all’ambasciata che diventeranno ostaggi nelle mani dei rivoluzionari e oggetto di trattativa diplomatica fra i governi, erano rimasti, a completare il lavoro di distruzione dei documenti, solo sei impiegati, che vennero dapprima segretamente ospitati presso l’ambasciata canadese e che successivamente vennero liberati con una operazione, celata a lungo (fu Clinton a rivelarla), ad alto rischio, audace e insieme molto temeraria, che si concluse felicemente grazie anche a una serie incredibile di circostanze fortuite, ma soprattutto grazie al sangue freddo e all’audacia di un giovane uomo della CIA, Tony Mendez (Ben Affleck), che mise a punto un piano che sembrava così inverosimile e irrealizzabile da suscitare i dubbi dello stesso governo americano che rischiò  di mandarlo a monte.

Argo è il titolo di un film che mai vide la luce, ma che fu studiato nei minimi particolari, grazie anche all’intelligenza e alla generosità di un vero produttore cinematografico, che prestò uomini, denaro e competenze per realizzarne il progetto e renderlo credibile: gli organismi statali americani avrebbero dovuto essere esclusi da qualsiasi forma di coinvolgimento. Sotto falso nome e sotto le mentite spoglie di un regista canadese, Mendez riuscì a ottenere il permesso, per sé e per una troupe di sei uomini, addetti ai lavori, di perlustrare le vie di Teheran in cerca delle location necessarie alla realizzazione di un film fantascientifico, Argo, nonché l’autorizzazione a ripartire con un volo della Swissair dall’aeroporto di quella città. In un lasso di tempo brevissimo, i sei impiegati divennero esperti operatori, sceneggiatori, soggettisti, fotografi, tanto che, superando le molte resistenze e le paure, quanto mai comprensibili e umane, furono in grado di affrontare la situazione. L’intera operazione, però, era resa assai ardua dagli sviluppi imprevisti della rivoluzione, dai repentini mutamenti e dalle crescenti difficoltà che imponevano nuovi percorsi, nuove giustificazioni, nuove invenzioni. I racconti paralleli delle vicende dei sei impiegati, scettici, ma disperatamente costretti a recitare la loro parte; della solitudine di Tony Mendez, che più di ogni altro vedeva i rischi reali e improvvisava spesso sul momento i comportamenti che sembravano adatti; dei pasticci del governo americano che impartendo contrordini insensati si rivelava il peggior nemico del successo del disperato tentativo di portare tutti in salvo, si fondono in questo film in modo sorprendentemente interessante, e fanno letteralmente volare il tempo delle due ore di spettacolo, poichè riescono a trasportarci nel clima infuocato della rivoluzione khomeinista, della sete di giustizia del popolo dell’Iran, ma anche dell’ intolleranza fanatica che stava emergendo e colla quale anche oggi gli iraniani democratici stanno facendo i conti. Il film è a mio avviso molto bello, poiché, nella perfetta fusione dei diversi piani del racconto che è insieme thriller spionistico e ricostruzione attendibile della realtà storica e politica di allora, riesce a essere un importante elemento di conoscenza delle ragioni remote per le quali, ancora oggi, tutto il mondo guarda con apprensione alle questioni iraniane e ai problemi di quel popolo. La splendida regia domina la complessa materia con grande capacità di contenere in una narrazione pulita e senza effetti speciali la magmatica realtà rappresentata, lasciando parlare i fatti, che per la loro intrinseca drammaticità sono più che sufficienti a catturare l’attenta partecipazione degli spettatori.