Il cliente

schermata-2017-01-05-alle-11-15-48

recensione del film:
IL CLIENTE

Titolo originale:
Forushande

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati – 124 min. – Iran, Francia 2016.

Una bella coppia affiatata, marito  e moglie (Shahab Hosseini e Taraneh Alidoosti, rispettivamente) nella Teheran di oggi.
Sono colti e giovani; belli e  spregiudicati: condividono gusti, aspirazioni e il lavoro da attori (attualmente sono impegnati nella più famosa pièce di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore). Lui, Emad, al mattino è anche professore in una scuola in cui è amato e stimato dagli studenti; lei, Rana, si occupa di imparare la sua parte come attrice. Difficile sarebbe distinguerli da una qualsiasi coppia occidentale della loro condizione, se non fosse per la sciarpa rossa e setosa che copre il capo di lei: non è più il tempo del velo nero che mortificava giovinezza e femminilità, però: scivola spesso, lasciando scoperte morbide ciocche di capelli.
Conosciamo abbastanza bene il regista, tuttavia, per lasciarci illudere dal ritratto ottimistico dei due sposini in attesa di chissà quale roseo futuro: se è vero che a Teheran le cose stanno rapidamente cambiando e che il tumultuoso sviluppo economico ora lascia un po’ in ombra gli integralismi degli ayatollah, è altrettanto vero che molti problemi nuovi si presentano a chi vive in quella realtà: il vecchio stato sta andando a pezzi rapidamente, ma sembra lasciare dietro di sé sedimenti e vuoti che difficilmente possono essere compensati da una cultura troppo recentemente acquisita per costituire un saldo riferimento delle giovani generazioni.
Basta un incidente fortuito infatti, per mettere in crisi il matrimonio, solidissimo all’apparenza, di Emad e Rana. All’improvviso aveva mostrato segni di crollo imminente il palazzone dove i due abitavano: in fretta e furia erano stati costretti a lasciare l’appartamento, trasferendosi in quello di un amico, da poco rimasto senza inquilini e che, per la verità, non era stato sgombrato completamente, ma lo sarebbe stato presto, non appena la precedente affittuaria avesse trovato un’adeguata sistemazione agli oggetti che aveva chiuso a chiave in una stanza. Rana, però, aveva fretta di organizzarsi rapidamente, perciò il trasloco era avvenuto all’insegna del nervosismo e dell’insoddisfazione, alla quale, di lì a poco, si sarebbero aggiunte le dolorose conseguenze dell’incidente imprevisto che avrebbe sconvolto la vita di entrambi. Si era introdotto, infatti, nella loro casa, qualcuno che aveva cercato di approfittare di lei, sotto la doccia e sola in casa. La sua pronta reazione aveva messo in fuga l’aggressore, ma lo spavento e una brutta caduta avevano indotto i vicini di casa, accorsi per il trambusto, a farla ricoverare all’ospedale, dove infatti il marito l’avrebbe ritrovata.

Nella prima parte del film, dunque, il regista ci presenta il quadro generale entro il quale si sviluppa il racconto, insieme a molti particolari che acquisteranno chiaro significato nella seconda, quando i due coniugi, di fronte al fatto imprevisto, stavano perdendo la lucidità razionale che li aveva precedentemente contraddistinti. Per Rana, che non intendeva chiedere alcuna protezione alla polizia, nel timore che una sua denuncia innescasse sospetti e dubbi anche su di lei, l’affronto subito assumeva sempre più il carattere dell’ossessione, ciò che le impediva di stare in casa da sola e di dedicarsi al proprio lavoro. Per Emad, la sofferenza era conseguente a quella di lei, di cui aveva condiviso la scelta di non presentare denuncia, anche se ora intendeva da solo scoprire il colpevole per punirlo a dovere, confondendo evidentemente l’esigenza di giustizia con la vendetta personale, che infatti avrebbe messo in atto con dura e spietata determinazione. Null’altro posso aggiungere, perché il film è un thriller appassionante e, fino alla conclusione, molto teso. Mi sembra, però, che mentre il parallelismo fra il film e la tragedia di Arthur Miller diventa evidente solo alla fine del racconto, molto chiara (forse anche troppo), invece, sia la corrispondenza metaforica fra il crollo del palazzo, la fretta del trasloco, l’insoddisfazione di non trovare un posto alle proprie cose e la situazione dell’Iran, oggi, paese i cui abitanti sono maggiormente disposti ad aprirsi al mondo esterno, abbandonando le certezze religiose e morali di un passato opprimente, con una rapidità e un’urgenza tali che non possono che provocare crisi, sbandamenti e contraddizioni di non poca importanza nella vita collettiva e individuale.
Film affascinante, costruito con cura attenta anche ai più minuti particolari, ottimamente diretto e benissimo recitato: da vedere.

guardare avanti (Il passato)

Schermata 11-2456620 alle 18.17.19recensione del film.
IL PASSATO

Titolo originale:
Le Passé

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Tahr Rahim, Ali Mossaffa, Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouazani, Babak Karimi, Valeria Cavalli – 130 minuti – Francia-Italia 2013

Il luogo in cui Farhadi colloca il suo nuovo film è Sevran, piccola località della periferia di Parigi. Qui, insieme alle sue due figliolette, Lucie e Lea, vive Marie (splendida Bérénice Bejo), una giovane donna che lavora nella farmacia, a pochi passi dalla tintoria di Samir (Tahr Rahim), colui che dovrebbe diventare il suo terzo marito. Nulla ci viene detto del passato di Marie, ma ne cogliamo la continuità: sono del primo marito le due bambine che vivono con lei, alle quali ha fatto da padre Ahmad (il bravissimo Ali Mosaffa), il secondo marito, la cui presenza anche a distanza di anni, è da loro rimpianta. Ahmad, invece, se n’era andato, tornando in Iran, perché probabilmente estenuato dalle continue recriminazioni di lei, che avevano alzato fra loro una vera barriera: quella metaforica lastra di vetro che all’aeroporto, al ritorno di lui, irrimediabilmente li separa. Marie l’ha richiamato a Parigi perché, per sposare Samir, deve ottenere il divorzio da lui e ha bisogno della sua presenza in tribunale. Il suo nuovo compagno è padre del piccolo Fouad: ora abitano tutti insieme da lei, nella sua casa grande e molto trascurata, che entrambi cercano di rendere più accogliente riparando i guasti e ritinteggiando le pareti e le porte scrostate (senza avvedersi però dell’ingorgo, metaforico a sua volta, sotto l’acquaio di cucina, che potrebbe allagare la casa, rendendo vane le iniziative intraprese). Samir, anche se vuole sposare la sua compagna, che è in attesa di un figlio suo, è angosciato dalle condizioni della prima moglie, che giace da molto tempo in ospedale in stato di coma irreversibile, per aver tentato il suicidio senza apparente motivo; non lo ama, inoltre, né lo accetta Lucie (Pauline Burlet), inquieta adolescente che gli sta facendo una guerra senza esclusione di colpi. L’arrivo di Ahmad, se pare dapprima portare altri motivi di frizione in quella situazione già molto tesa, si rivela utile però per le sue capacità di mediatore comprensivo, che cerca di far emergere i veri motivi delle contrapposizioni più accese: quelli fra Marie e Lucie, la piccola ribelle che non vuole più tornare a casa e quelli fra Lucie e Samir. Ecco, dunque, i protagonisti del gioco crudele che Farhadi mette in scena con questo film: tre adulti, tre bambini e una donna in coma, assente, ma incombente sulla famiglia che sta per formarsi, in cui gli adulti e anche Lucie sono lacerati da profondi sensi di colpa le cui radici emergeranno a poco a poco nel corso del racconto, che procede come un thriller assai ben costruito, anche se un po’ troppo artificioso.

In questa sua ultima fatica il regista torna a parlare di alcuni problemi che già aveva affrontato nei precedenti: About Elly e Una separazione. Per l’argomento trattato e per l’attenzione con la quale il regista si sofferma sulle sofferenze dei bambini di fronte agli sconquassi delle famiglie, questo film sembra proseguire la narrazione di Una separazione, mentre il tema del suicidio, probabile in About Elly, messo in pratica in questo film, sembra ancora stimolare l’indagine del regista sui fatti della vita che non hanno sempre un perché, o forse non ne hanno uno solo, essendo il cuore umano insondabile, il che rivela l’inutilità del cercare una causa (o più di una), soprattutto quando si vorrebbe trovare una colpa che è, in fondo, ciò che fanno i diversi attori del dramma. L’Iran dei due primi film è lontano: là era l’assurdità di arcaiche leggi religiose, tenacemente salvaguardate dal potere politico, a rendere paradossalmente difficile la possibilità di composizione dei conflitti. Qui, invece, tutti sembrano spinti dall’esigenza di rendere chiare e trasparenti le ragioni del proprio agire: ognuno si attribuisce responsabilità forse inesistenti o ne attribuisce, senza sconti, agli altri, ciò che dà luogo a spossanti discussioni che si avvitano su se stesse, non portano ad alcun risultato, ma rischiano di disgregare ulteriormente la nuova famiglia che Marie aveva cercato di mettere insieme. Davvero molto meglio, allora, abbandonare il passato e affidarsi a un futuro senza storia e senza memoria? Le ultime scene, per altro bellissime, del film, ci dicono che forse questo non sempre è possibile.
La pellicola può piacere molto e merita certamente di essere vista, perché è comunque un buon film, certamente non un capolavoro come i due precedenti.

Pirandello a Teheran (Una separazione)

recensione del film:
UNA SEPARAZIONE

Titolo originale:
Jodaeiye Nader az Simin

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi,
Shirin Yazdanbakhsh, Kimia Hosseini, Merila Zarei, Shahab Hosseini, Leila Hatami
– 123 min. – Iran 2011.

Un visto regolare per uscire dall’Iran non è facile da ottenere: per questo Simin, che lo ha tanto atteso e che ora, finalmente, lo possiede, vorrebbe servirsene per lasciare il suo paese e trasferirsi, con tutta la famiglia, negli Stati Uniti, dischiudendo per il futuro della figlia Termeh migliori prospettive. Nader, suo marito, è trattenuto, però, a Teheran dall’affetto solidale per il padre, che, malato di Alzheimer, non può essere abbandonato. In attesa della decisione del giudice, in merito alla sua richiesta di separazione, Simin tornerà alla famiglia d’origine, mentre Termeh, che ha soli 11 anni, resterà col padre, sperando che la madre torni sui suoi passi, poiché, come spesso accade ai figli dei separati, ama teneramente entrambi e vorrebbe che riprendessero a vivere con lei.
Anche badare a un padre malato e non più autosufficiente non è facile, se si lavora, a Teheran come in qualunque altro luogo: Nader, perciò, decide di ricorrere all’aiuto di una signora, Razieh, che si prenda cura del vecchio durante la sua assenza.
Neppure per Razieh, tuttavia, sarà facile svolgere questo lavoro, per molte ragioni: la donna è incinta e non dovrebbe sottoporsi a fatiche che potrebbero metterne a rischio la gravidanza; svolge un compito senza che il marito, disoccupato, irascibile e violento, ne sia informato; è molto insicura nell’affrontare i problemi delicati che può incontrare nel suo lavoro: non sempre il Corano, di cui è convintissima seguace, sembra permetterle alcune operazioni indispensabili al malato, ma apparentemente in contrasto con la lettera del testo sacro.
Da questo intrecciarsi di tabù, divieti, menzogne più o meno esplicite, prendono il via gli sviluppi imprevedibili del film, che rappresenta un mondo, quello di Teheran, fatto di contrasti, e di separazioni, perciò, non solo coniugali. Vivono infatti in realtà contigue, ma poco comunicanti, le due coppie: Nader – Samin e Hodjat – Razieh, esponenti i primi di una middle class in buone condizioni sociali; i secondi di un proletariato, probabilmente poco urbanizzato, per il momento, con problemi di lavoro, e di povertà, ma anche con comportamenti ispirati a un fondamentalismo religioso che negli arcaici ordinamenti giuridici e giudiziari di quel paese trova ascolto e protezione. Colpisce, infatti, un aspetto, per gli occidentali quasi incomprensibile: il contrasto fra la modernità della capitale iraniana, il suo sviluppo tumultuoso, il suo traffico convulso, l’uso diffusissimo dei telefoni cellulari, o degli elettrodomestici, e l’inadeguatezza delle leggi, l’incapacità di distinguere fra reato e peccato, soprattutto fra i ceti più bassi della società, che essendo privi di cultura, sono perciò stesso incapaci di agire con autonomia tanto da ricorrere, quando sono in dubbio sul da farsi, all’autorità appositamente prevista per avere le indicazioni necessarie ad agire secondo il Corano. La scena in cui viene rappresentata questa realtà è fra le più drammatiche e impressionanti del film e descrive meglio di molte parole l’inconciliabilità del fondamentalismo religioso (non solo musulmano, direi) con le esigenze della vita urbana. Poco comunicanti sono inoltre il mondo maschile e quello femminile: il rapporto di coppia nella realtà familiare è senza parità e i mariti, descritti in genere come incapaci di stabilire veri rapporti sociali, riescono a rendere ingarbugliato e complicato ogni problema, creando situazioni al limite dell’assurdo che toccherà alle donne cercare di affrontare e risolvere con quella tenacia paziente che proviene anche dalla più profonda coscienza delle implicazioni dolorose dei problemi aperti. Le conseguenze di questi diffusi elementi di separatezza profonda sono nell’impossibile approdo a momenti di mediazione accettabile per tutti: ognuno rimane arroccato alla propria verità, in un quasi pirandelliano gioco delle parti, in cui ciascuno continua a recitare se stesso, con grande sofferenza delle due bambine, la piccola Somayeh, figlia di Razieh e Hodjat, e Termeh, che a caro prezzo conquisterà la propria capacità di scegliere con chi stare. Il film segue, attraverso il movimentato uso della camera a mano, il crescendo del groviglio attorno cui la vicenda si avviluppa, con l’effetto di stabilire una piacevole corrispondenza fra l’oggetto rappresentato e il modo della rappresentazione, soprattutto apprezzabile nella concitazione di alcuni momenti del film, particolarmente quelli che riprendono i luoghi che dovrebbero essere i più tranquilli (l’ospedale, il tribunale o l’intimità della casa), ma che catalizzano e fanno emergere, al contrario, le tensioni sotterranee fra i protagonisti. Un gran bel film, finalmente, una splendida regia, un’impeccabile recitazione.