così diversi, così uguali (Quasi amici)

recensione del film:
QUASI AMICI

Titolo originale:
Intouchables

Regia:
Olivier Nakache, Eric Toledano

Principali interpreti:
François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Audrey Fleurot, Alba Gaïa Bellugi, Christian Ameri, Grégoire Oestermann, Cyril Mendy
– 112 min. – Francia 2011

Uscito in Francia nel novembre dell’anno scorso, è ormai il secondo film francese di tutti i tempi per numero di spettatori e per incassi, subito dopo Giù al nord (2008); ha inoltre ricevuto nove nomination ai premi Cézar, mentre Omar Sy ha già vinto il César come miglior attore.
L’opera si ispira alla vera vicenda del ricchissimo e colto aristocratico francese Philippe Pozzo di Borgo che, tetraplegico dal 1993 in seguito a un incidente di parapendio, racconta la straordinaria storia del suo rapporto con l’aiutante – badante, ma soprattutto amico, Abdel, in un romanzo, anche tradotto in italiano col titolo Il diavolo custode, pubblicato da Ponte alle Grazie.
Piccole le variazioni dal romanzo al film, che cambia soprattutto l’origine del quasi amico Abdel: non più algerino, ma senegalese, perciò molto più nero, e non più Abdel, ma Idris, chiamato da tutti Driss.
L’incontro fra Driss e Philippe avviene durante la difficile ricerca di un aiutante, in grado di assumere il gravosissimo compito di dedicarsi a un malato paralizzato dal collo in giù: ciascuno degli aspiranti all’assunzione ha il suo bravo curriculum, le sue abilità professionali, la sua asettica serietà, ma nessuno ha la capacità profonda di rapportarsi ai desideri del malato, che è ancora giovane e ha voglia di vivere, nonostante tutto. Driss si trova, fra tutti gli aspiranti, a essere l’unico presente per caso, a non aver alcuna intenzione di impegnarsi per Philippe, ad avere alcuni precedenti penali, a richiedere solo una firma, necessaria per garantirgli di vivere d’assistenza, nonché ad adocchiare anche la possibilità di rubare un oggetto (niente di meno che un ovetto di Fabergé), da regalare al momento di ripresentarsi alla sua famiglia, nello squallidissimo alloggio di banlieu che dovrebbe riaccoglierlo, dopo un po’ di galera. Non andrà così: Philippe l’ha visto, ne ha valutato la vitalità gioiosa, ha apprezzato la sua sfrontata trasgressività, ha intuito la sua fondamentale generosità e ha preteso, nonostante lo sconcerto del suo staff di infermiere e impiegate, dei suoi conoscenti e dei suoi familiari, di affidarsi a lui, che, dopo un periodo difficile di rodaggio, diventerà davvero l’amico più affidabile e disinteressato, ma anche il suo divertente e divertito compagno di avventure e di trasgressioni. Quello che avrebbe dovuto essere un rapporto di lavoro si trasforma in una vitale condivisione delle più varie esperienze, di fondamentale importanza per entrambi: Philippe e Driss impareranno molte cose l’uno dall’altro e daranno vita a un legame profondo, grazie al quale lo stesso Philippe raggiungerà in certo modo, quell’autonomia che non può venirgli dalle cure mediche, ma solo dall’amore per quella donna che egli ha per lungo tempo corteggiato da lontano, dedicandole poesie e lettere sentimentali, ma che solo grazie al pragmatismo di Driss riuscirà a incontrare e a sposare.
Film molto interessante, emozionante e divertente, che potrebbe anche diventare l’emblema della convivenza possibile, fra uomini che finalmente non temano la diversità, e sappiano riconoscere, al contrario, la comune umanità.
Faccio notare che in italiano, per gusto dell’orrido, Intouchables è diventato Quasi amici, stravolgendo il concetto contenuto nel titolo francese e che, analogamente, il romanzo, che in francese è Le second souffle è diventato Il diavolo custode. Mi astengo da ogni malignità: i titoli parlano da sé!

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galeotto fu l’uovo (Le donne del sesto piano)

Recensione del film:
LE DONNE DEL 6° PIANO

Titolo originale:
Les Femmes du 6ème ètage

Regia:
Philippe Le Guay

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy, Muriel Solvay, Audrey Fleurot, Annie Mercier, Michèle Gleizer, Camille Gigot, Jean-Charles Deval, Philippe Duquesne, Christine Vézinet, Jeupeu, Vincent Nemeth, Philippe Du Janerand, Patrick Bonnel, Laurent Claret, Thierry Nenez, José Etchelus, Jean-Claude Jay, Joan Massotkleiner, Ivan Martin Salan – 106 min – Francia 2011

Questo bel film parla con grande finezza e leggerezza di un argomento diventato oggi molto duro: l’immigrazione. Siamo a Parigi, negli anni ’60: in un palazzo dal leggiadro aspetto Liberty, abitano al sesto piano, senza ascensore, alcune donne di origine spagnola. In questo sesto piano (che oggi si direbbe “mansardato”, ma in quegli anni lontani era il piano delle soffitte), vivono in condizioni difficili, senz’acqua, con servizi igienici (si fa per dire!) in comune. Facendo le domestiche, sperano di migliorare la loro umile condizione, ma sono fuggite dalla Spagna per sottrarsi alla povertà, o alle persecuzioni politiche, che nel loro paese, ancora soggetto alla dittatura franchista, perdurano dalla fine della guerra civile. Nel signorile palazzo, invece, i ricchi borghesi parigini occupano gli alloggi più prestigiosi. La presenza delle immigrate spagnole è, per quanto possibile, ignorata, ma per lo più mal tollerata, per le abitudini spontaneamente allegre, ciarliere e solidali delle donne, in contrasto con l’ovattata atmosfera delle famiglie benestanti e ben educate, abituate anche a celare, ipocritamente, la loro crisi: gli uomini cumulano nevrosi (ahimé, quell’uovo alla coque, che, se non perfettamente cotto, può rovinare la giornata!), mentre le donne si occupano di frivolezze mondane, ma gli impegni sono troppi e le stancano tanto! Maria, la bella e giovane spagnola piena di vita, assunta nella grigia e sonnolenta abitazione dei coniugi Joubert come nuova cameriera, riesce a farsi apprezzare dalla signora, per le sue qualità di lavoratrice, ma ancora di più dal marito di lei, per la sua avvenenza, e per la ventata di freschezza e di gioia che introduce nella casa. Il ritratto dei due coniugi è straordinario, direi la parte più riuscita del film. Nel signor Joubert, ottimo Fabrice Luchini, infatti, a poco a poco, attraverso quasi impercettibili mutamenti espressivi, si manifesta il progressivo ricupero di un’energia vitale (che pareva sepolta per sempre fra la noia della vita familiare e le opache pratiche della sua vita professionale) che ora inizia a connotare la sua vita in modo decisivo. Nella signora Joubert, invece, goffamente irrigidita nel suo orripilante abbigliamento bon ton, stenterà a farsi strada la verità di un rapporto coniugale allo stremo: quando finalmente aprirà gli occhi, sarà abbastanza intelligente per capire perché il matrimonio non ha funzionato. La conclusione del film, forse meno convincente, come sempre l’happy – ending delle belle favole, non annulla la magia di una narrazione divertente e seria nello stesso tempo, garbatamente e amabilmente organizzata intorno a un nucleo di verità assai convenzionali. Bravo il regista e brave anche le attrici, fra le quali l’almodovariana Carmen Maura, Sandrine Kiberlain nel ruolo di madame Joubert e Natalia Verbeke nella parte di Maria (di Luchini, tutto il bene possibile: l’ho già scritto).