amore e favole (Quando meno te l’aspetti)

Schermata 06-2456460 alle 00.49.08recensione del film:

QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Titolo originale:

Au bout du conte

Regia:

Agnès Jaoui

Principali interpreti:  

Jean-Pierre Bacri, Agnès Jaoui, Agathe Bonitzer, Arthur Dupont, Valérie Crouzet, Dominique Valadié, Benjamin Biolay, Laurent Poitrenaux, Beatrice Rosen, Didier Sandre, Nina Meurisse, Clément Roussier  – 112 min. – Francia 2013

Quanto influiscono sui nostri comportamenti le fiabe, quelle che i bambini (non tutti, a quanto si vede nel film) prendono sul serio, quelle che rappresentano un mondo pieno di insidie, puntualmente superate e che si concludono invariabilmente raccontandoci che vissero tutti felici e contenti? Quante sono le ragazze che cercano per la vita il principe azzurro delle favole? La regista di questo intelligente e ironico film sembra dirci che esistono in questo campo “credenti” e non credenti. Questi ultimi sono rarissimi: Pierre (Jean- Pierre Bacri), che si proclama continuamente ateo e razionalista, vive, in realtà, molto ansiosamente l’attesa della fatale scadenza del 14 marzo. In quel giorno, secondo la predizione di qualche cialtrone, egli morirà. Per non smentire la sua fama di uomo lucido e intelligente, Pierre non ne parla con la sua compagna, ma rende impossibile la loro convivenza poiché si chiude in sé, diventando sempre più cupo e intrattabile e inducendola ad andarsene. Anche i “credenti” sono pochi, perché la maggior parte delle persone sa distinguere fra realtà e immaginazione, tuttavia Laure (Agathe Bonitzer), per esempio, non solo crede alle favole, in modo particolare al Principe Azzurro, ma crede anche ai propri sogni, che, analizzati da qualche cialtrone, sembrerebbero trovare conferma nei fatti. Laure infatti aveva sognato di essersi perduta in un bosco di notte, ma di aver trovato l’aiuto del suo principe, che di colpo aveva cancellato la sua paura angosciosa mettendola in salvo. Il problema diventa come identificare il bel Principe: sarà Sandro (Arthur Dupont), il bravissimo violinista, figlio di Pierre,

o sarà Maxime (Benjamin Biolay), bello e tenebroso, incontrato davvero in un bosco, ma che di cognome fa Wolf, particolare a cui l’ingenua “credente” Laure non ha troppo badato?… Il povero Sandro diventerebbe con Laure un vero Cenerentolo (la regista si diverte a disseminare indizi di questa deriva), data la differente appartenenza sociale delle famiglie dei due ragazzi. La povera Laure diventerebbe con Wolf, invece, una delle tante vittime del Lupo cattivo, una delle troppe donne del suo catalogo di fascinoso Don Giovanni: non proprio ciò che si aspettava dalla vita. Il problema vero è che gli amori nascono per caso, sono per loro natura capricciosi, e sono imprevedibili, perché traggono la loro origine, principalmente, da quella fascinazione fatta di simpatia e di desiderio, assai poco razionalizzabile, che può durare oppure no, che può interrompersi improvvisamente o altrettanto improvvisamente riaprendere vigore, senza alcun perché, come le storie dei personaggi testimoniano. Le vicende del film si sviluppano mentre, parallelamente, una brava animatrice, Marianne (la stessa regista Agnès Jaoui), organizza per una scuola primaria lo spettacolo di fine anno. Naturalmente la donna sta da tempo preparando i bambini a imparare bene la loro parte, sceneggiando le fiabe e cercando di far comprendere loro che si tratta di recitarle, cioè di fingere. Quando però lo spettacolo andrà in scena, la bimba che dovrebbe baciare il rospo per farlo diventare il bel principe azzurro rifiuterà di farlo, riparando in un angolo del proscenio, semplicemente perché il bimbo-rospo non le piace, non è il suo principe, così come non lo è mai stato neppure durante le prove! Questa bella metafora ci riporta al gioco delle schermaglie amorose e ci aiuta a comprendere la logica sorridente del film, in cui i richiami alle favole sono continui e abbastanza riconoscibili. Meno riconoscibile, forse, ma molto presente, almeno secondo me, la commedia di Marivaux: Le jeu de l’amour et du hazard, già utilizzata, per una recita scolastica, in un bellissimo film di Abdellatif Kechiche, La schivata (L’esquive). Il film della Jaoui, pertanto, non solo dialoga col mondo dei racconti di favole, ma anche, attraverso il cinema di Kechiche, con la commedia di Marivaux, cioè col racconto degli amori nascenti e del caso. Un ottimo cast per una bella e colta commedia, il cui titolo originale è Au bout du conte (Alla fine del racconto). Che male abbiamo fatto per meritare questi strampalati titoli italiani?

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un progetto di giovani per vivere di musica (Bus Palladium)

Recensione del film:

BUS PALLADIUM

Regia:

Christopher Thompson

Principali interpreti:
Marc-André Grondin, Arthur Dupont, Géraldine Pailhas, Elisa Sednaoui, François Civil,Jules Pélissier, Dominique Reymond, Karole Rocher, Abraham Belaga, Naomi Greene -100 min. – Francia 2010.

Visto ieri al Torino Film Festival (unico film che di questa manifestazione sono riuscita a godermi) mi è sembrato un film interessante e accuratamente costruito da un regista alla prima opera, anche se Christopher Thompson non è nuovo nel mondo del cinema (ha fatto l’attore e anche lo sceneggiatore).
Si dice che fra non molto arriverà nelle sale. Non un capolavoro, ma certamente un film da vedere, accolto da applausi al termine della rappresentazione.

Opera prima del regista francese Christopher Thompson, questo è un film su un gruppo di giovani amici che, a Parigi, negli anni ’80, dopo l’ adolescenza, pensano di realizzare il sogno, coltivato da anni, di creare una band di musicisti rock, forti del successo che già ottengono, esibendosi ogni sera in un locale parigino: il Bus Palladium, appunto.
Manu, Lucas, Jacob Mario e Philippe vivono questo sogno con adesione più o meno profonda, secondo il modo più o meno convinto col quale ciascuno di essi accetta il principio di realtà, preparando, cioè, comunque, un’alternativa all’eventuale fallimento del progetto. Il più fragile di questi ragazzi sembra essere Manu, il cantante estroso e creativo, quello che scommette davvero solo sul successo del gruppo, e che è assolutamente incapace di immaginare il suo futuro al di fuori di esso. Nonostante un promettente esordio nel mondo dello Star System, la band, che si è battezzata Lust (lussuria), incontrerà parecchie difficoltà, alcune delle quali sono legate alle ferree leggi della discografia, cioè di un mondo che pretende di produrre continue novità, senza alcun rispetto dei bisogni e dei limiti dei singoli musicisti; mentre altri problemi si aggiungeranno quando una donna, Laura, una “groupie”, susciterà l’amore sia di Manu, sia di Lucas che, dopo essere stati amici inseparabili, diventeranno rivali. Lucas, mal sopportando la concorrenza sentimentale, deciderà di mettere a frutto la sua laurea in architettura, lasciando il gruppo (determinandone perciò il disfacimento) e abbandonando Manu al suo destino, quasi inevitabile, di drogato che nella sregolatezza e nella trasgressione crederà di compensare le sue delusioni, mantenendo viva la sua ormai inutile vena creativa.
Il film ci parla, quindi, di una difficile maturazione, in un mondo in cui poca attenzione viene dedicata a un’età fra le più difficili, nella quale spesso i giovani vengono lasciati soli e dei quali vengono sottovalutate le necessità profonde, che non sempre coincidono con le ragioni del solo guadagno a qualsiasi costo. Il tema non è fra i più originali, ma viene trattato con mano abbastanza sicura dal regista che, nella sua precedente esperienza di attore e di sceneggiatore, ha potuto constatare direttamente, con ogni probabilità, la crudeltà con cui vengono stroncate le speranze e le illusioni di molti giovani. La musica, pur essendo largamente presente nel film, non costituisce la struttura intorno alla quale viene costruita la narrazione, ma semmai accompagna con il suo diverso modularsi, i momenti di gioia, di incertezza e di disperazione che costituiscono l’ossatura del racconto. Buona la recitazione degli attori, bellissima e raffinata la fotografia, che ben corrisponde alle diverse esigenze espressive che si alternano nel film.