L’ufficiale e la spia

recensione del film:
L’UFFICIALE E LA SPIA

Ttolo originale:
J’accuse

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Hervé Pierre,
Didier Sandre, Wladimir Yordanoff, Mathieu Amalric, Damien Bonnard, Eric Ruf, Melvil Poupaud, Olivier Gourmet
– 126 min. – USA 2019

Un quarto di secolo dopo la sconfitta di Sedan (1870), la Francia, costretta a cedere alla potenza tedesca una parte del suo territorio nord-orientale, attraversava un periodo di crisi economica e sociale di vaste proporzioni, nel dilagare delle proteste e della povertà, fra propositi revanscisti, nazionalismo crescente, ricerca di colpevoli…
Il clima era da caccia alle streghe, da nemico alle porte, mentre la coesione del tessuto sociale sembrava disgregarsi.
Tirava un’aria mefitica e irrespirabile per i socialisti, le minoranze, gli ebrei:  tutti presto indicati come responsabili della disfatta, in realtà comodi capri espiatori delle tensioni e dello scontento generale. In questo clima torbido ed eversivo di montante antisemitismo, nazionalismo e diffidenza istituzionale era nato L’affaire Dreyfus.

Il film ricostruisce la brutta vicenda di Alfred Dreyfus, l’ufficiale di artiglieria alsaziano di origine ebraica, processato, privato dei gradi e dell’onore militare e, infine, esiliato all’Île du Diable, nella Guyana francese, perché riconosciuto colpevole di alto tradimento, durante un processo-farsa, senza esibizione di prove.
Il romanzo recente (An Officer and a Spy) dello scrittore inglese Robert Harris, aveva fornito il soggetto per la bella sceneggiatura di Polanski e dello stesso romanziere da cui nasce la pellicola, ovvero il racconto di uno degli episodi più scabrosi della storia europea.

Il film si apre con il lunghissimo piano sequenza in cui scorrono lentamente i grigi edifici che affacciano sul cortile degli Invalides, presso l’Ecole Militaire di Parigi.
È la gelida mattina del 5 gennaio 1895: tutto era pronto per l’umiliazione pubblica della degradazione di Alfred Dreyfus (Louis Garrel), non lontano dalla scuola in cui aveva studiato. La camera che gli si avvicina ne presenta il volto pallidissimo, mentre ascolta, sull’attenti, le accuse infamanti di aver fornito informazioni delicatissime, attinenti ai segreti militari della repubblica francese, ai nemici tedeschi. La scena ricalca, con impressionante fedeltà, l’ illustrazione di un giornale dell’epoca, offrendoci, al contempo, qualcosa di più e di diverso: lo sguardo dell’innocente, schiacciato dalla mobilitazione imponente degli apparati militari (quel cortile maestoso ne è una bella metafora), è così doloroso e la sua protesta di innocenza è così dignitosa da turbare persino l’ufficiale che aveva eseguito con impeccabile freddezza l’operazione.

Si trattava del maggiore Marie Georges Picquart (un grandissimo e umanissimo Jean Dujardin), che era stato chiamato, subito dopo la “cerimonia”, a dirigere l’Ufficio Statistica dei servizi segreti, all’interno dell’Ecole Militaire, in sostituzione del moribondo ufficiale che ne aveva custodito i documenti. Tutta la prima parte del film procede realisticamente alla ricostruzione dell’ambiente chiuso e maleodorante della palazzina, sede di quell’ufficio, attraversata da corridoi bui e fumosi, frequentata da equivoci informatori, oltre che da ufficiali diffidenti e riluttanti a fornire al nuovo capo chiavi, documenti e notizie necessarie a quasiasi attività di controspionaggio, ciò che non sfugge a Picquart, che sulle informazioni al nemico egli  vorrebbe indagare, non essendo cessate neppure con l’allontanamento all’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, del povero Dreyfus.
La sua indagine fa presto emergere alcune fondamentali verità:
– non è Dreyfus il vero informatore dei tedeschi, bensì Ferdinand Esterhazy, ufficiale dell’esercito francese, puttaniere e oberato dai debiti
– è crescente l’ostilità dello stato maggiore dell’esercito e del governo in carica nei confronti dell’inchiesta
– è l’onesto Picquart il nuovo nemico, ora: lo si pedina, lo si minaccia velatamente, si organizza una campagna diffamatoria nei suoi confronti, costringendolo, infine, al passo decisivo, all’incontro con la stampa, con alcuni prestigiosi intellettuali fra i quali Emile Zola e con Clémenceau, deputato di opposizione, per rendere pubblico lo scandaloso processo a Dreyfus.

J’accuse è il famoso titolo dell’editoriale di Zola sul quotidiano L’Aurore che diffonde rapidamente a Parigi i nomi e i cognomi di quanti, dai politici, agli uomini dei Servizi Segreti e dello stato maggiore, ai giudici, si erano fatti complici dell’ingiustizia senza perseguire i corrotti e i veri colpevoli di tradimento. La vicenda non si era ancora chiusa: altro dolore attendeva molti innocenti onesti, come Picquart, incarcerato quale complice di una fantomatica internazionale ebraica, o come Pauline (Emmanuelle Seigner), la sua amante, sposata, cui vengono tolti i figli.
Un po’ di luce, però, era penetrata nel buio di quelle stanze e molte delle bugie erano state smascherate…
Non intendo svelare altri sviluppi del film.

Il film è un coinvolgente e appassionante racconto classico di detection che si trasforma in una tesa storia di spie e di complotti, ed è particolarmente affascinante grazie anche alla fotografia bellissima, dal colore leggermente sbiadito e annebbiato, che porta con sé i segni del tempo senza cancellarne la verità, ovvero la sua faccia corrotta e impresentabile: l’oscura dimensione della Belle Epoque.
I registri del racconto sono quelli dell’indignazione, del dolore, dell’ironia che sottolinea i comportamenti ridicoli e contraddittori di un mondo vecchio, incapace di resistere alla mortifera tentazione di chiudersi al mondo, incosciente di trascinare con sé, alla rovina, l’intero paese.
Non solo una raffinata e accurata illustrazione del passato, perciò, ma un invito potentissimo a non dimenticare che le peggiori ingiustizie nascono dall’odio e dal pregiudizio alimentati dal disagio sociale e dall’incertezza del futuro, terreno di elezione per demagoghi e cialtroni di ogni tempo, anche del nostro.

Col gran premio della giuria (Leone d’argento), la Rassegna d’Arte Cinematografica veneziana di settembre ha trovato un compromesso al ribasso per chiudere l’imbarazzante parentesi delle dichiarazioni sciagurate di una presidente di giuria indegna di ricoprire la carica prestigiosa che, incautamente, le era stata affidata. Questo film, tra i più grandi film politici di Polanski, era da Leone d’oro: il pubblico attentissimo, silenzioso e commosso, che ha affollato le sale torinesi in questi giorni, lo ha capito benissimo.

* Con Roman Polanski Robert Harris aveva già sceneggiato un altro film politico (L’uomo nell’ombra – 2010) 

 

La storia dell’amore

recensione del film:
LA STORIA DELL’AMORE

Titolo originale:
The History of Love

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Derek Jacobi, Sophie Nélisse, Gemma Arterton, Elliott Gould, Mark Rendall, Torri Higginson, William Ainscough, Alex Ozerov, Jamie Bloch, Lynn Marocola, Nancy Cejari, Marko Caka – 134 min. – Francia, Canada, Romania, USA 2016

Il cinema di Mihaileanu è sempre molto interessante, soprattutto quando rappresenta l’umanità varia e composita degli Ebrei dell’Europa orientale, come era avvenuto nel bellissimo Train de Vie o  nel successivo Il concerto.
La storia dell’amore prende le mosse da un paesetto della Polonia, che nella memoria di Leo Gursky (Derek Jacobi), ormai vecchio, si collocava in una dimensione favolosa, quasi mitica: lì era nato, in un tempo remoto, il suo amore per Alma Mereminski (Gemma Arterton), che lo ricambiava appassionatamente, preferendolo ad altri corteggiatori innamorati, come Bruno e Zvi, poiché Leo, che era un grande scrittore, sapeva incantarla e farla sognare, leggendole le pagine del bellissimo romanzo che la loro storia gli aveva ispirato.
Come spesso accade nella vita, l’amore non era bastato a tenerli uniti: Alma aveva dovuto abbandonare il paesetto polacco, alla volta di New York, così come molte altre donne ebree che cercavano di mettersi in salvo con i bambini e i vecchi, durante l’occupazione nazista della Polonia, mentre lui, insieme agli altri ragazzi della sua età, si era fermato per condurre la lotta contro gli occupanti. Tante le promesse: si sarebbero scritti ogni giorno per non disperdere quell’amore prezioso; lui le avrebbe inviato anche il seguito del romanzo; si sarebbero rivisti a New Yok, dove si sarebbero sposati. Non era andata così avendo la guerra reso presto impossibili le comunicazioni: del bellissimo manoscritto “La storia dell’amore” erano rimaste poche tracce; del loro antico legame erano rimasti i ricordi di lui, poiché Alma era diventata nel frattempo una brava moglie e una madre di famiglia.
Ritroviamo Leo a New York nel 2006: ormai molto vecchio, egli viveva in una casa degradata a Chinatown, dove condivideva con l’amico e antico rivale Bruno una vita fatta di liti tormentose, gelosie retrospettive, baruffe sanguinose, ma soprattutto di solitudine profonda e di grande amarezza, poiché l’affannosa ricerca del romanzo che qualcuno, impadronitosi del vecchio manoscritto, avrebbe prima o poi dovuto pubblicare, rendeva più dolorosa la piaga mai sanata di quell’amore che non si era concluso secondo le antiche promesse.
Il film procede in modo un po’ complicato, perché alla storia infelice di Alma e di Leo si intrecciano altre vicende tutt’altro che secondarie, che ruotano tutte intorno al prezioso manoscritto del romanzo, a sua volta legato alla vita e alla morte di Isac, il figlio dei due vecchi innamorati, famoso romanziere che, riconosciuto e legittimato dall’uomo che aveva sposato lei, era vissuto ignorando l’esistenza del vero padre. Collegata a quell’introvabile manoscritto è l’educazione sentimentale e letteraria di un’altra Alma, giovanissima e bella fanciulla (Sophie Nélisse), sorella di un piccolo ebreo mistico e fondamentalista, personaggio fra i più teneri e divertenti del film.

Nell’intrecciarsi un po’ caotico di queste diverse storie (e di molte altre) lo spettatore distratto potrebbe confondersi facilmente: è questo che con ogni probabilità ha determinato il severo giudizio di qualche critico nei confronti del film che è invece, a mio avviso, un’opera di grande vitalità, che presenta momenti molto belli ed emozionanti, assai amabile nell’insieme. Mihaileanu alterna con sicurezza ai registri narrativi patetici e sentimentali, quelli buffi e comici della commedia umana a cui i bravissimi attori, interpreti dei personaggi del piccolo gruppo di ebrei newyorchesi, danno vita e verità.

Il film è l’adattamento cinematografico di un romanzo di successo della scrittrice americana Nicole Krauss (tradotto con lo stesso titolo in Italia e pubblicato dall’editore Guanda nel 2005)

Corri ragazzo corri

Schermata 2015-01-28 alle 15.36.09recensione del film:
CORRI RAGAZZO CORRI

Titolo originale:
Lauf Junge lauf

Regia:
Pepe Danquart

Principali interpreti:
Andrzej Tkacz, Jeanette Hain, Rainer Bock, Itay Tiran, Katarzyna Bargielowska, Zbigniew Zamachowski, Elisabeth Duda, Urs Rechn, Sebastian Hülk, Grazyna Szapolowska, Olgierd Lukaszewicz, Miroslaw Baka, Izabela Kuna, Przemyslaw Sadowski – 108 min. – Germania, Francia, Polonia 2013

E’ uscito per pochi giorni questo film, ispirato a un romanzo di Uri Orlev che è la storia vera del cittadino israeliano Yoram Friedman. Il film meriterebbe una lunga permanenza nelle nostre sale, sia per la sua bellezza intrinseca, sia perché il suo contenuto storico, morale e civile dovrebbe essere conosciuto da tutti, soprattutto in un paese come il nostro, dalla memoria troppo corta. La mia recensione è un invito a chi se lo fosse perso, a vederlo, sia pure solo nella versione in DVD, che spero esca al più presto.

Dopo il rastrellamento nazista del Ghetto di Varsavia, il padre del piccolo Srulik aveva sacrificato coscientemente la propria vita pur di agevolare la fuga del suo bambino, affidandogli le ultime e terribili parole, il significato profondo delle quali egli, solo a guerra finita, avrebbe compreso compiutamente. Quelle parole paterne lo invitavano a mettersi innanzitutto in salvo, a qualsiasi costo, dimenticando il proprio nome, i suoi cari e tutto quanto di bello e di amabile egli aveva conosciuto fino a quel momento, ma gli raccomandavano anche e soprattutto di non tradire mai le proprie origini, avendo sempre e comunque presente di essere ebreo.
Iniziò pertanto, col falso nome di Jurek, la drammatica fuga del piccino attraverso le foreste della Polonia, giorno dopo giorno, in ogni stagione dell’anno, anche quando il gelo non dava tregua e la fame si faceva sentire più acuta. Durante quegli anni tremendi, prima che i soldati russi attraversassero le frontiere polacche, liberando quelle terre e anche gran parte dell’Europa dall’incubo nazista, Jurek aveva incontrato altri bambini in fuga come lui, contadini polacchi che l’avevano accolto e fatto lavorare in cambio di cibo, donne che gli avevano fatto da madre nei momenti più duri, famiglie che gli avevano insegnato le preghiere cattoliche, sperando anche in questo modo di sottrarlo alla caccia dei nazisti. Altri incontri, però, erano stati molto difficili e gli avevano rivelato il volto bestiale dell’odio, come  quando si era imbattuto in uomini e donne senza scrupoli e incapaci di compassione, le cui infamie più efferate erano spesso il frutto della sete di denaro che avrebbe compensato le loro delazioni, ma anche il prodotto avvelenato del razzismo antisemita che penetrando, purtroppo, nei cuori e nelle menti, aveva imbarbarito le coscienze di troppi. A Jurek era persino capitato di vedersela con un ufficiale delle SS, che, impressionato dal suo coraggio, aveva desistito dal feroce inseguimento.

Alla fine della guerra, ormai adolescente, portando nel corpo i segni indelebili dell’ottusa persecuzione di cui era stato vittima, il ragazzo, aveva dovuto scegliere fra l’affetto protettivo della famiglia cattolica che l’aveva adottato, e l’incognita di un suo inserimento nell’orfanotrofio della Comunità Ebraica che intendeva farlo arrivare, insieme ad altri orfani, alla terra di Israele: solo allora le ultime parole del padre ne avrebbero determinato destino.
Non rivelo altro su questo film, ma ne raccomando la visione, augurandomi che siano soprattutto le scuole a utilizzarlo, perché occorre davvero che i più giovani sappiano e ricordino: a prescindere dai pregi estetici, pur presenti nella pellicola, questo è un film che deve essere visto.

Il canto delle spose

Recensione del film:
IL CANTO DELLE SPOSE

Titolo originale:
Le chant des mariées

Regia:
Karin Albou
Principali interpreti:
Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian, Karin Albou – 100 min. – Francia, Tunisia 2008

Il film è in primo luogo molto interessante perché è uno dei pochissimi che ci ricorda che anche la Tunisia subì l’invasione tedesca durante la seconda guerra mondiale (1942), e che di conseguenza fu coinvolta nella persecuzione degli ebrei. L’altra cosa che appare evidente nel film è che gli ebrei e i musulmani, soprattutto quelli di umile condizione, fino al 1942 convivevano pacificamente, condividendo gli stenti e le penurie di una vita non agiata nel rispetto della reciproca diversità, privilegiando una lettura dei rispettivi Libri nel segno della tolleranza. La propaganda antiebraica riuscì a penetrare negli strati più poveri della popolazione, grazie all’ottima “paga” corrisposta a chi si faceva delatore e persecutore, sperando anche in un futuro aiuto per liberarsi dall’occupazione francese. In questo contesto si svolge la vicenda dell’amicizia delle due ragazzine di religione diversa, Nour (musulmana) e Myriam (ebrea), cresciute insieme e diventate amiche per la pelle, che rischia di incrinarsi proprio per effetto della divisione e dei sospetti che la propaganda nazista introduce nella popolazione. L’amicizia delle due adolescenti è uno degli aspetti di maggiore interesse del film: si alimenta della confidenza delle reciproche preoccupazioni d’amore, dei sogni e delle aspirazioni segrete, condivise con dolente partecipazione da entrambe. Questo delicato e tenero rapporto è seguito con attenzione dalla regista, che mette in luce, con mano ferma e anche dura il continuo scontrarsi delle due giovani con la cruda realtà, che pare particolarmente accanirsi contro Myriam, costretta a un matrimonio con il ricco e non amato Raoul, che ha fin da subito le caratteristiche dello stupro. La regia è però attenta anche a evitare generalizzazioni facili e manichee, cosicché molti personaggi che sembrano negativi rivelano qualità umane inaspettate, di cui è quasi emblema la pietà di Raoul per Myriam, così come anche il comportamento apparentemente spietato di Myriam nei confronti di Raoul lascerà il posto a una più matura e sofferta consapevolezza del dolore. Il film quindi si rivela estremamente complesso e di non facile lettura. La regista mostra , dunque, una capacità di analisi e di scavo nell’animo umano molto profonda e raffinata, ma domina molto bene anche la rappresentazione del contesto storico, cioè dello scenario di guerra, per illustrare il quale ricorre a mezzi poco spettacolari, ma fortemente evocativi, quali gli spaventosi rumori dei bombardamenti, la marcia dei soldati, il pallore della madre di Myriam priva di sensi dopo il violento rastrellamento, la partenza dei deportati, il loro lavoro forzato.