Il padre d’Italia

recensione del film:
IL PADRE D’ITALIA

Regia:
Fabio Mollo

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola – 93 min. – Italia 2017

Siamo sempre più coscienti che la tenerezza materna, convenzionalmente ritenuta una naturale disposizione dell’animo femminile, sia una qualità umana che possiedono in ugual misura anche molti maschi della nostra specie, che possono perciò svolgere molto bene il ruolo dell’accudimento materno, contrariamente a ciò che si era creduto nel corso dei secoli. Anche se in Italia questa verità è accettata con molta difficoltà per il persistere di inveterati pregiudizi, in molti stati nord europei, nei paesi francofoni in Europa e in America, nonché nel mondo anglosassone è stata da tempo accolta e regolamentata anche a livello giuridico.
Nel 2009 François Ozon ci aveva raccontato, in un film molto bello, Il rifugio, la storia di una giovane donna incinta che non aveva accettato di diventare madre: aveva perso imprevedibilmente il proprio compagno e non si sentiva pronta per quel compito che riteneva troppo impegnativo per lei. Avrebbe portato a termine la gravidanza, ma avrebbe lasciato il proprio bebè alle cure di Paul, il fratello gay del suo giovane fidanzato scomparso, di cui conosceva il profondo desiderio di avere un figlio a cui dare e da cui ricevere affetto.
Il regista italiano Fabio Mollo con questo film, si inserisce in qualche misura nella discussione in corso nel nostro paese su questo tema, raccontandoci una storia che con quella di Ozon ha molti aspetti in comune, a cominciare dal nome del protagonista, Paolo, che è gay come Paul e che sente come Paul di poter dare affetto e protezione alla neonata creatura che una giovanissima fanciulla, Mia, aveva partorito prematuramente, per abbandonarla subito dopo il parto. Nelle mani del regista italiano, però, la vicenda di Paolo e Mia è fin dal primo momento una una storia improbabile e strampalata, che inizia con un inverosimile incontro fra lei, Mia (Isabella Ragonese), incinta, e lui, Paolo (il bravissimo Luca Marinelli), in un locale dei gay torinesi nel quale egli era andato per trovare consolazione a una recente delusione d’amore.

Dal loro primo fortuito incontro era iniziata la storia di solidarietà-attrazione (si potrebbe dire, forse, invidia dell’utero gravido) che avrebbe portato Paolo a seguire Mia (abbandonando il proprio lavoro che, per quanto precario, gli dava da vivere), ad accettarne bugie, incoscienza irresponsabile e trasgressioni incredibili in un viaggio lungo la nostra penisola, durante il quale avrebbe maturato la decisione di riconoscere il figlio non suo, di cui lei non voleva occuparsi affatto. Non intendo ulteriormente addentrarmi nei particolari della vicenda, molto debole per le numerose incongruenze, per la sommaria analisi psicologica del personaggio di lei (assimilabile a troppe protagoniste “sbiellate” della commedia italiana), per la stereotipata rappresentazione del sud italiano, nonché per l’eccessivo uso di metaforoni banali (quegli oscuri tunnel che lasciano intravvedere una lontana uscita luminosa, forse li abbiamo già visti un po’ troppe volte per commuoverci!). I due protagonisti sono bravi attori un po’ sprecati in questo road- movie secondo me poco convincente. Peccato!

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tre fratelli in Calabria (Anime nere)

Schermata 09-2456926 alle 23.42.31recensione del film:
ANIME NERE

Regia:

Francesco Munzi

Principali interpreti:

Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi – 103 min. – Italia, Francia 2014.

Il racconto della vita di tre fratelli originari di Africo*, paesetto della Calabria ai piedi dell’Aspromonte, è al centro di questo film, presentato con successo di critica (soprattutto di quella italiana) e di pubblico all’ultimo Festival veneziano.
E’ una storia che per certi aspetti si colloca all’interno della tradizione regionalistica e neorealistica di molto nostro cinema, ricontestualizzata nella realtà di oggi, però, quando la dimensione internazionale dei problemi non può essere elusa neppure ad Africo, luogo che sembra essersi fermato ai tempi arcaici dei pastori-patriarchi, dove la lingua nazionale non è mai arrivata e dove “Garibaldi fece una brutta fine”. Arrivano dall’estero, infatti, più precisamente dall’Olanda, i soldi che due dei fratelli protagonisti della vicenda destinano alla famiglia: Luigi (Marco Leonardi) ne guadagna molti grazie al controllo del traffico di droga, che ha nel porto di Amsterdam il proprio centro operativo; suo fratello Rocco (Peppino Mazzotta) li ricicla a Milano, ripulendoli con la copertura di una improbabile attività di imprenditore. Il terzo fratello, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, non si è mai allontanato da Africo, dove conduce orgogliosamente una vita modesta, quasi povera, fra le capre che porta al pascolo e che gli permettono un commercio pulito di prodotti ovini. Non ha rapporti molto stretti con i due fratelli malavitosi, se non nei brevi periodi in cui essi ritornano al paese per rivedere la vecchia madre (Aurora Quattrocchi), per distribuire balocchi e profumi fra la parentela, soprattutto femminile, rimasta lì ad attendere, e, soprattutto, per decidere affari poco chiari, che possano accrescere il prestigio della “famiglia”.

La grande preoccupazione di Luciano è il figlio Leo (Giuseppe Fumo), un ragazzo intorno ai vent’anni che non lavora, come molti altri suoi coetanei non solo in Calabria, né sa come impiegare il proprio tempo: non vuole fare il pastore come il padre e preferisce rimuginare, invece, su una antica faida paesana che Luciano vorrebbe lasciarsi alle spalle, nonostante l’offesa che lo aveva reso orfano da piccolo e che aveva precipitato l’intera famiglia nel “disonore” della povertà e della scarsa considerazione sociale. Egli vede, con angoscia, che il figlio si sta avventurando in pericolose e stolide provocazioni nel paese, e paventa il suo inevitabile avvicinarsi a Luigi e a Rocco, che ai suoi occhi di ragazzo poco riflessivo paiono gli unici capaci di proteggerlo dopo le bravate, nonché gli unici in grado di restituire alla famiglia l’onore e il rispetto che merita. In questo clima matura la tragedia terribile e imprevista che si abbatterà su tutti loro, vanificandone progetti e aspettative e distruggendo ad uno ad uno i colpevoli e gli innocenti, ma spezzando, infine, la catena delle faide e delle vendette. Per questo carattere di catastrofe fatale, inspiegabile e catartica, degna delle antiche rappresentazioni teatrali, alcuni critici hanno parlato di film costruito come una tragedia greca di cui sarebbero ravvisabili almeno alcuni elementi: la prevalenza maschile degli attori; il ruolo subalterno delle donne, sfondo corale della vicenda; la presenza di un protagonista sconfitto nel proposito di evitare a ogni costo la conclusione drammatica; il tema della vendetta; l’elemento satiresco dei capri. Al di là delle esagerazioni, mi pare in ogni caso che il finale della pellicola, assai sorprendente, costituisca la parte migliore dell’intero lavoro, perché, allontanandosi dal carattere documentario della parte centrale, introduce alcuni elementi di riflessione e insinua qualche dubbio circa il ruolo deterministico dell’ambiente sulla storia dei personaggi, rendendola  meno angusta e gettando una luce più interessante su tutto quanto il film, che resta pur sempre radicato, quanto alle immagini, ai comportamenti e alla lingua, nella piccola realtà di Africo. Attenta e accurata la regia; bravissimi gli attori; belle le immagini di una Calabria poco turistica davvero.