La belle époque

recensione del film:
LA BELLE EPOQUE

Regia:
Nicolas Bedos

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi, Denis Podalydès, Michaël Cohen, Jeanne Arènes, Bertrand Poncet, Bruno Raffaelli (II), Lizzie Brocheré, Thomas Scimeca, Christiane Millet – 110 min. – Francia 2019.

È di questi giorni l’uscita di La belle époque, film pregevolissimo del francese Nicolas Bedos, regista al suo secondo lungometraggio: il precedente, Un amore sopra le righe era stato in sala nella primavera dello scorso 2018, ma se n’erano accorti in pochi. Per fortuna il suo DVD è reperibile sul mercato nazionale e, a quanto ne so, Sky lo distribuisce in streaming. Peccato averlo perso su grande schermo.

Si erano conosciuti in un bar di Lione (LA BELLE EPOQUE era il nome esibito sull’ insegna) Marianne (Fanny Ardant), a quei tempi bellissima e seducente nella sua bizzarria e Victor (Daniel Auteuil), amante della bellezza, dell’arte e abile ritrattista. Era stato, per entrambi, attrazione immediata e amore a prima vista.
Aspirante disegnatore, lui, aspirante psicologa lei, si erano trasferiti a Parigi, dove lei si era laureata e dove ciascuno di loro si sarebbe realizzato nel lavoro agognato.
Si erano sposati ed era stato un bel matrimonio da cui era nato un figlio, ora affermato professionista.

L’arrivo della grafica computerizzata, seguita dall’affermarsi della riproduzione seriale di disegni anonimi e tutti uguali, nella ricerca di facile sensazionalismo, avevano messo in crisi il povero Victor, artista-artigiano, a cui era passata persino la voglia di disegnare: né aveva provato a reagire sfruttando le opportunità offerte dalle novità tecnologiche.
Marianne, forse per aiutarlo a superare le difficoltà, o forse perché stanca della sua apatia rinunciataria, aveva preso a strapazzarlo, a tradirlo, a umiliarlo, fino a cacciarlo di casa. Sarebbe stato quel loro unico figlio ad aiutarlo, presentandolo all’amico Antoine (l’intelligente e fascinoso Guillaume Canet), che – come dirò limitando all’indispensabile lo spoiler – è, nel corso del film l’originale e involontario deus ex machina che permette a  Victor di ritrovare l’autostima necessaria per continuare a vivere e a sperare.

Il personaggio di Antoine nella struttura narrativa del film

La storia di un grande amore che si logora non è un argomento nuovo nel cinema (neppure nella vita): difficile perciò renderlo appassionante catturando l’interesse di chi guarda.
Nicolas Bedos, che ha sceneggiato oltre che diretto il film, è riuscito nel miracolo e ha raccontato una vicenda, che è quasi un luogo comune, in modo appassionante, creando il personaggio inconsueto di Antoine, uomo nevrastenico, innamorato molto geloso di Margot (Doria Tillier), ma anche imprenditore col fiuto per gli affari: aveva inventato, con successo, il mestiere un po’ strano, dell’intrattenitore che ripristina, con cura quasi filologica, “eventi” storici, destinati ai ricconi che vorrebbero togliersi lo sfizio di vivere per un giorno, o per qualche ora, nel periodo storico che hanno sempre sognato. Finzione, dunque, imitazione un po’ kitsch del passato: negli Studios di Antoine, transitavano, infatti, attori vestiti da antichi legionari, cavalieri medioevali, colonialisti e schiavi, persino nazisti che avrebbero procurato brividi insoliti ai signori e alle dame sfaccendati che non sapevano come passare il tempo. Storia antica, ma, per un amico, Antoine avrebbe fatto l’eccezione di ricostruire, a prezzi stracciati, la Lione di quarantacinque anni fa (maggio ’74) e di riprodurre sulla scena, il bar (La belle époque) dell’incontro fra Marianne (interpretata da Margot)  e Victor.

Tra finzione e realtà, fra illusioni rinnovate e delusioni in agguato, questa esperienza sarebbe servita a ritrovare, catarticamente, la voglia di vivere e a rimettere insieme la coppia di un tempo?
Se vi ho incuriositi, come spero, lo scoprirete vedendo questo francesissimo, delizioso film, scritto molto bene, montato con audace ed ellittica eleganza e recitato da dio. Non è un capolavoro? Non lo so, ma certo è un bel film, presentato, fuori concorso, a Cannes quest’anno.

Burning

recensione del film:
BURNING

Titolo originale:
Beoning

Regia:
Chang-dong Lee

Principali interpreti:
Yoo Ah-In, Steven Yeun, Jong-seo Jun, Joong-ok Lee, Soo-Kyung Kim – 148 min. – Corea del sud 2018

Tornato a girare dopo alcuni anni di silenzio (Poetry era del 2008) grazie alla lettura ispiratrice di Granai incendiati* (Murakami), il regista sud coreano Chang-dong Lee ha realizzato questo gran film, in apparenza lineare nel lento svolgersi della vicenda, ricchissimo però di implicazioni estetico – gnoseologiche, che ingarbugliando un po’ le impressioni dello spettatore, lo invitano a interrogarsi sull’arte del narrare; sul vero e sul falso, in un quadro complessivo in cui non mancano, neppur molto sottotraccia, temi politici e sociali. Si tratta perciò di un’opera ardua, che mai offre risposte univoche alle innumerevoli domande che si affacciano alla mente di chi guarda.

 …Non si tratta tanto di far finta che ci siano i mandarini, ma di dimenticare che non ci sono. ( Murakami, cit.)

– Un incontro

Lui si chiama Jong-su (Yoo Ah-In); è un fattorino addetto alle consegne, con un diploma in tasca di scrittura creativa. Vuole diventare scrittore e ci prova senza successo, poiché non trova la sua ispirazione, neppure nella storia amorosa che sembra legarlo ad  Hae-mi (Jong-seo Jun), l’enigmatica donna che con la sua presenza, ma soprattutto con la sua assenza, è sempre al centro del nostro inquieto interrogarci. Anche lei ha un lavoro precario: vende coupon pubblicitari davanti a un grande magazzino, dove incontra e riconosce Jong-su, ex compagno di scuola ed ex vicino di casa durante l’infanzia in un piccolo paese vicino al Nord Corea. Le sembra strano che lui non ricordi…gli regala un piccolo orologio di plastica rosa e si accorda con lui per rivederlo.
Avverrà al bar il nuovo incontro, memorabile non tanto per ciò che accade (nulla), quanto per quello che Hae-mi racconta, con straordinaria abilità affabulatoria, incantando Jong-su: presto partirà per il Kenia, dove spera di trovare qualche Great Hunger, insaziabile nella sua fame di conoscenza e infaticabile nella sua ricerca del senso della vita, poiché, come tutti i saggi, ogni Great Hunger non si accontenta del poco cibo che è indispensabile a sopravvivere (condizione dell’uomo Little Hunger). È importante per lei, aggiunge accennando un ascensionale movimento di danza, staccarsi dai bisogni più elementari protendendosi con tutta se stessa verso l’alto, verso il cielo.
Successivamente Hae-mi avrebbe dato prova di strabiliante abilità mimica, simulando di sbucciare e inghiottire un invisibile mandarino: davvero un’insolita serata, conclusa
con un  po’ di sesso nella piccola e disordinata abitazione di lei, che gliene affida  le chiavi. Dopo la partenza, infatti Jong-su, avrebbe dovuto prendersi cura di Boiler, gattino introvabile, che non risponde ai richiami della padrona, ma che tuttavia avrebbe lasciato concretissime tracce di sé
Un frutto inesistente sbucciato; un gatto dallo strano nome che evoca l’incendio da cui si era salvato, ora sparito: dure prove davvero per il piccolo fattorino smisuratamente ambizioso, vero Little Hunger sempre più sbalordito e mai tormentato da qualche dubbio…

– Inquietudine

Costretto a tornare al paese natale per problemi familiari, Jong-su vive in attesa del ritorno di Hae-mi, che crede di amare. Sarà lui a prelevarla all’aeroporto per riportarla a casa, coll’autofurgone del padre allevatore di bestiame. Sorprendentemente la donna è accompagnata da Ben (Steven Yeun), bel giovane elegante nell’abito e signorile nei modi, connotati da quella gentilezza un po’ speciale di chi sa come mantenere le distanze, senza essere sprezzante. È sicuramente anche ricco, come vedremo in seguito, quando, “passando da quelle parti” sarà con Hae-mi in visita alla casa di Jong-su, al volante di una magnifica Porsche.
L’incontro fra i due maschi, presumibilmente rivali, evidenzia la complessità della situazione; la differenza delle origini, che è in primo luogo differenza di classe, la differenza della percezione del reale; il diverso giudizio sulla propaganda di regime, che arriva ossessivamente dal Nord Corea fino alla casa di Jong-su, avvertita come interessante da un Ben snobisticamente divertito; le diverse predilezioni letterarie: Faulkner, col suo realistico amore per le campagne (e i granai fonte di ricchezza) opposto a Scott Fitzgerald, con i suoi tormenti esistenziali.
Durante la visita, un sorprendente coming-out: Ben confessa che gode nel bruciare le serre vuote; e che, allo scopo di predisporre lo spettacolo del fuoco, egli va instancabilmente alla ricerca della serra giusta, che non contenga tracce di vita: inutile e ormai inservibile, ma sfolgorante e luminosa nell’incendio che ne conclude l’esistenza. La prossima serra sarà vicinissima alla casa di Jong-su…
Dopo quella visita, la vita di Jon-su non sarebbe più stata la stessa: la paura delle fiamme sta diventando ossessiva, cosicché il nostro aspirante scrittore ora brucia (è il caso di dirlo) molta parte della giornata a seguire Ben, per controllarne i movimenti e a individuare le serre predestinate alle fiamme, mentre, inghiottita nel nulla, sparisce Hae-mi, né Ben ha notizie di lei, l’impareggiabile affabulatrice ed evocatrice di memorie che nessuno è in grado di confermare…

La conclusione del film, che non intendo anticipare, è così straordinariamente inaspettata, che ci induce a riconsiderare tutto ciò che abbiamo visto; il ruolo dei personaggi e gli schemi entro i quali erano stati fissati dalla nostra mente.
Visione magnifica per lo splendore delle immagini, e per la densità dei loro significati, ma anche visione sconvolgente per le sorprese continue della seconda parte del film nella quale gli elementi perturbanti si susseguono, poiché il racconto procede secondo il punto di vista di Jong-su, che certo non sembra capace di volare oltre le apparenze delle cose, come pare suggerire il regista fin dall’inizio. Il punto di vista, d’altra parte, è fondamentale nella ricerca di ogni veritò, come ci dice la moderna fisica dei quanti, diventata in questo caso l’incerto e inquietante supporto delle nostre conoscenze.
———

* é un racconto breve dello scrittore giapponese Murakami Haruki, nella traduzione di Antonietta Pastore: si può leggere alle pagine 26/43 della silloge uscita nel 2009 per i tipi di Einaudi: L’elefante scomparso e altri racconti. (probabilmente reperibile, oggi, anche in formato ebook).

L’amante perduta (Model Shop)

recensione del film:
L’AMANTE PERDUTA MODEL SHOP

Titolo originale:
Model Shop

Regia:
Jacques Demy

Principali interpreti:
Anouk Aimée, Gary Lockwood, Alexandra Hay – 100 min. – Francia, USA 1968.

Il film, attualmente ancora visibile su Rai Play, è stato proposto in streaming dalla RAI negli scorsi giorni insieme ad altre otto famose pellicole che Quentin Tarantino, eccezionale presentatore dell’evento televisivo, ha utilizzato, in diversa misura, in C’era una volta a Hollywood, la sua ultima attesissima fatica.

Una storia del 1968

Los Angeles era in pieno sviluppo edilizio; interi quartieri di piccole case in legno venivano distrutte e, al loro posto, grattacieli in cemento armato sorgevano all’insegna della speculazione edilizia.

George Matthews (Gary Lockwood), promettente laureato in architettura,  si era impiegato nel settore, ma se ne era venuto via, disgustato non tanto dall’avidità dei nuovi padroni della città, quanto dal ruolo subordinato di cui, a scapito dei suoi progetti e delle sue speranze, avrebbe dovuto accontentarsi per chissà quanto tempo ancora.
All’inizio del film lo vediamo al risveglio, vicino a Gloria (Alexandra Hay), la biondina che l’aveva accolto nella modesta casetta in legno, perché amandolo (e sperando segretamente di cambiarlo), ne aveva accettato la vita un po’scapestrata di intellettuale auto-disoccupato, incapace di adattarsi alla dura legge del mercato del lavoro.
Lei, che invece accettava le offerte di lavoro che non mancavano in quel momento, voleva diventare danzatrice o foto-modella, ma non gli celava più il desiderio di un figlio e di una famiglia con lui, con modi così ricattatori e rancorosi da lasciare immaginare la prossima deflagrazione della loro vita di coppia.

George, squattrinato, alla guida dell’auto di lusso comprata a rate, cercava ora, fra gli amici in citttà, i cento dollari indispensabili per non farsela sequestrare, mentre due eventi concomitanti stavano per imporgli scelte di senso per il proprio futuro: un sorteggio aveva deciso che sarebbe partito per la guerra in Vietnam e una donna affascinante e misteriosa era apparsa all’improvviso davanti a lui che, incantato, ne seguiva da lontano l’auto bianca lungo le strade di Los Angeles. Quella bella creatura non poteva davvero passare inosservata, tutta bianca nell’abito e nel velo che ne celava, come i grandi occhiali scuri, la riconoscibilità.

L’avrebbe avvicinata al Model Shop, lo studio “artistico” in cui le modelle posavano per le foto osé scattate e sviluppate dai clienti-voyeur. Un lavoro come un altro, gli avrebbe detto lei, Lola (Anouck Aimée); un lavoro per tornare a Parigi al più presto, dal figlioletto quattordicenne che era impaziente di rivedere.
Una corrente di amorosa comprensione si era stabilita fra loro; la notte seguente, nell’abitazione di lei, confidenze, rivelazioni, ritrattazioni e ammissioini, avevano preceduto e infine concluso il loro appassionato incontro, l’unico, poiché la partenza di lei per Parigi aveva preceduto di qualche ora l’inderogabile impegno militare di luiin attesa del proprio futuro incerto,

Di questo film, piccolo ma toccante momento di nouvelle vague in terra di California, rimangono nella nostra memoria la “flanerie” in auto di George; la sua dolcezza amorosa, protetta e camuffata da un’involontaria aggressività del linguaggio; l’indeterminatezza delle cose che sarebbero accadute sulle quali incombeva la minaccia della morte possibile, non esorcizzata dal silenzio o dalla rimozione. Rimane il racconto del dolore per l’ineluttabile distacco, che Lola aveva anticipato  per evitare il melodramma scomposto degli addii e dei pianti, ma non per questo meno crudele.

L’Amante perduta ModelShop (1968) è un’opera ricca di situazioni e di personaggi  presenti anche nei precedenti film del regista francese in tournée a Los Angeles, Jacques Demy * (1931-1990), il brillante cineasta legato al gruppo della Nouvelle Vague, cui sembravano aprirsi le porte di Hollywood dopo che nel 1967 aveva fatto uscire  Les Demoiselles de Rochefort, il suo musical con Gene Kelly.

—–

* Lo aveva accompagnato, nelle diverse tappe della sua lunga e non sempre facile tourneé transcontinentale, Agnès Varda, sua moglie dal 1962.

Luna di fiele

recensione del film:
Luna di fiele

Titolo originale:
Bitter Moon

Principali interpreti:
Kristin Scott Thomas, Peter Coyote, Hugh Grant, Emmanuelle Seigner, Victor Banerjee – 139 min. – Francia, Gran Bretagna 1992.

Non è la luna degli astronomi e degli astronauti, non quella degli innamorati e neppure la luna di miele dei giovani sposi romantici: è la luna amarissima di Roman Polanski, che con significative variazioni si ispira al romanzo di Pascal Bruckner Lunes de Fiel .

Due coppie su una nave da crociera 

Diretti a Instanbul sono su quella nave Fiona (Kristin Scott Thomas) e Nigel (Hugh Grant), coniugi londinesi, che, sposati da sette anni, cercano di ritrovare nell’avventura del viaggio lo slancio amoroso dei primi tempi. La loro meta è l’India, mitico luogo di profumi e di esotiche suggestioni, ma ora, secondo un ricco indiano occasionale compagno di crociera, paese tra i più inquinati al mondo, ovunque maleodorante, rumorosissimo e sporco. Fiona non vuole credergli, convinta che la realtà non debba spezzare l’incantesimo del loro romantico sogno.
Viaggiano verso Instanbul anche uno scrittore in crisi creativa, Oscar (Peter Coyote), semi-paralizzato e costretto a muoversi in carrozzella e sua moglie Mimi (Emmanuelle Seigner): Fiona la incrocia, nella toilette delle donne, sconvolta dal pianto e dal vomito. Il tempestivo soccorso di Nigel conclude l’episodio, di cui, dopo qualche ora, egli si sarebbe ricordato, rivedendola, completamente trasformata, mentre si esibisce in una sensualissima danza nel salone-bar della nave: un saluto, una risposta sguaiata, forse insensata  (meglio averne memoria durante il drammatico finale del film) e, finalmente, dalle parole di Oscar, l’inizio di un chiarimento.

La narrazione di Oscar – Parigi e i suoi mille comignoli 

Oscar aveva visto, poco lontano, il turbamento erotico di Nigel, ne aveva notato lo smarrimento e ora gli chiedeva di ascoltare il suo racconto: gli avrebbe parlato della storia del loro amore, groviglio di passioni contraddittorie e devastanti che lo avevano schiacciato, trasformandolo in un uomo ormai incapace di provvedere a se stesso, completamente nelle mani di quella donna, tanto bella quanto spietata.
Ricco per eredità familiare, americano per origine e parigino per elezione, lo scrittore, come molti suoi illustri connazionali, aveva subìto il fascino della Ville Lumière.
Il fortuito incontro con Mimi, che viaggiava senza biglietto sul suo stesso bus, lo aveva sconvolto: al colpo di fulmine era seguita l’affannosa ricerca di lei, per qualche tempo, lungo tutti i possibili percorsi che le fermate del bus suggerivano e, finalmente, il suo ritrovamento nel ristorante in cui Mimi faceva la cameriera. Era cominciata in questo modo la storia del loro amore malato, appassionata e perversa.
Mimi, abbandonando la sistemazione provvisoria presso una compagna della scuola di danza, era entrata nella sua casa, all’ultimo piano, in una bella mansarda dalla quale si vedeva Parigi, con i suoi cieli bigi e i suoi mille comignoli… Le suggestioni musicali, che nascono inevitabilmente dal nome di Mimi, ci spiazzano un po’: forse Musetta, più che Mimi (quell’accostamento miele-fiele!) dovrebbe essere il nome della donna, ma, come è noto al regista, gli americani non vanno troppo per il sottile e sguazzano volentieri fra gli stereotipi, come si vede, d’altra parte, nel corso della rappresentazione, disseminata (è stato notato da molti critici e anche da molti spettatori) di citazioni da altri film, cosicché il déja vu attenua di molto l’effetto conturbante dei giochi erotici fra gli innamorati.
Non ritengo che questo sia un difetto del film: semmai è un indizio divertente dell’intelligenza di Polanski, che, costretto a fuggire dagli Stati Uniti, anche con questo suo lavoro (1992) si fa beffe della demonizzazione di cui è stato oggetto il suo cinema, insieme alla sua persona.
Nell’intento, anzi, di separare la finzione dalla vita talvolta egli sostituisce le parole alle immagini: lo impone il rispetto che egli deve alla sua musa, la Seigner, sua moglie, così come il riserbo che egli giustamente intende mantenere intorno alla loro vita privata.

Alla finzione e al luogo comune, invece, appartiene il crescendo delle umiliazioni reciproche fra Oscar e Mimi e dell’odio implacabile che il film ci racconta, mettendo alla prova il povero Nigel, pronto a impietosirsi per il procurato aborto di Mimi, ma del tutto incurante del bisogno di maternità di Fiona; pronto ad accettare l’erotismo banale dei finti scandali e delle pseudo perversioni, ma anche a respingere l’erotismo vero di certe confessioni che lo turbano e lo eccitano ben più della loro rappresentazione, riprova dell’ipocrisia che spesso avvolge il rapporto di coppia, nella nostra società, nella quale è difficile ammettere l’imperfetta realtà degli esseri umani.

Un bellissimo film, molto sottovalutato, raccontato attraverso una serie di flashback coinvolgenti, splendidamente recitato dagli attori tutti molto in parte, ovvero adeguatamente sfrontati, crudeli, impassibili e impacciati.

La sposa in nero

recensione del film:
LA SPOSA IN NERO

Titolo originale:
La mariée était en noir

Regia:
François Truffaut

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Claude Rich, 
Michel Bouquet, Michael Lousdale, Jean-Claude Brialy, Charles Denner, Daniel Boulanger, Alexandra Stewart, – 107 min. – Francia 1968

Altro film tanto imperdibile quanto introvabile, il cui DVD, miracolosamente, ho reperito in versione originale. Ho faticato parecchio anche a trovare il trailer: quello che conclude questa pagina ne aveva promosso la distribuzione negli Stati Uniti. Eppure è un gran bel film, nonché l’occasione per rivedere Jeanne Moreau in una interpretazione indimenticabile.

L’antefatto e il racconto

Il racconto ha un antefatto importante che viene ricostruito con un lungo flashback, durante la “confessione” di Morane (Michael Lonsdale), verso la metà del film. Morane è uno dei cinque balordi giovanotti i quali, non sapendo come passare il tempo libero, avevano organizzato una sorta di tiro al piccione dalla finestra di un appartamento di fronte alla chiesa in cui si stavano celebrando le nozze di Julie (Jeanne Moreau) e di David (Serge Rousseau), Era stato un altro di questi sfaccendati, però, ovvero il malavitoso di mezza tacca Delvaux (Daniel Boulanger perfetto nel suo phisique du rôle), a deviare il tiro verso il basso, centrando in pieno il giovane appena sposato, che Julie sgomenta aveva visto cadere e morire senza un perché. Mentre i cinque erano fuggiti subito, separandosi e giurando che non si sarebbero mai più rivisti, Julie, dopo aver cercato invano di togliersi la vita, per lei ormai senza significato, aveva indagato a lungo per identificare il responsabile dell’azione criminale riuscendo a individuare tutti coloro che avevano partecipato al macabro gioco e a raccogliere, per ognuno di loro, le notizie indispensabili per vendicare con la morte la tragedia del suo David, l’uomo che aveva amato da sempre, fin dall’infanzia.
Confidava infatti che ciascuno sarebbe caduto nella sua trappola, da Bliss (Claude Rich) il dongiovanni sedotto dal suo fare capriccioso, a Coral (Michel Bouquet), l’impiegato timido e complessato, soggiogato dal suo mistero, a Morane, il politico così narcisista (e così disattento) da non riuscire a evitare l’inganno di cui sembrava essersi accorto persino il figlioletto, il piccolo Cookie. Più difficile del previsto, invece, “giustiziare” il pittore Fergus (Charles Denner) e l’ottuso Delvaux, il vero assassino, ma, infine, la sua vendetta avrebbe raggiunto anche loro.

Il modo del racconto

Il film non rispetta la diacronia degli avvenimenti, perché Truffaut vuole prima di ogni altra cosa presentarci, con la forza delle immagini, la disperazione di Julie: la vediamo all’inizio, a qualche anno dal delitto che l’aveva resa vedova, sfogliare un album di fotografie, così evidentemente dolorose per lei da spingerla a gettarsi dalla finestra, prontamente bloccata dalla madre, che già altre volte le aveva impedito il suicidio. Il suo volto bellissimo e pieno di dolore, la sua fierezza e anche la gentilezza d’animo che si intuisce in queste prime scene non possono che conquistarci. Con la benedizione di Truffaut, dunque, Julie entra subito nel nostro cuore, dove rimarrà per il resto del film: solidarizzeremo con lei sempre, proprio perché il regista ci aveva predisposti a partecipare affettuosamente alla sua ansia di “giustizia”, né abbandoneremo questa nostra simpatia nel corso dell’intera vicenda, nonostante l’efferatezza della sua infallibile vendetta, preparata con razionale precisione nei minimi particolari, ma attuata sul momento, in modo quasi sempre imprevedibile, perché la donna è sempre pronta ad adattare i suoi piani alle circostanze, ad afferrare ogni opportunità, a far fronte prontamente agli inciampi inattesi. I progetti omicidi di Julie, tessere diverse di un solo unitario mosaico, si presentano come una sua doppia scommessa: col destino, beffardamente capace di scombinarli, e con se stessa. Emblematico, a questo proposito, il penultimo e assai complesso episodio, quello dell’uccisione del pittore Fergus, l’uomo che in lei aveva trovato dapprima la modella ideale, poi la donna sognata da sempre: i ritratti a lei somigliantissimi, che Fergus aveva dipinto ben prima di conoscerla, erano nel suo studio a testimoniarlo; il turbamento di Julie, le sue esitazioni angosciose, il suo procrastinare le sedute, nonostante il pericolo incalzante di venire smascherata da Corey (Jean-Claude Brialy), il gallerista, ci pongono alcuni dubbi sulla specificità del film: davvero solo un revenge movie, o un giallo hitchcockiano, condotto dal regista (e dalla straordinaria Moreau) come una ironica sfida? Il giudizio che me ne sono fatta, per quanto poco possa valere, è che si tratti di un’opera assai più complessa, (senza escludere, naturalmente, che la vendetta e la sfida ne siano temi centrali): un film sull’amore e sulla morte, la compagna inevitabile della vita e di qualsiasi amore che, per la sua durata nel tempo, venga fatto coincidere con la vita stessa. Questo è probabilmente il senso profondo del penultimo episodio, molto illuminante per comprendere l’intera pellicola, che continua a interrogarci e a farci riflettere a cinquant’anni dalla sua uscita.

Sole alto

Schermata 2016-04-28 alle 20.08.34recensione del film:
SOLE ALTO

Titolo originale:
Zvizdan

Regia:
Dalibor Matanic

Principali interpreti:
Tihana Lazovic, Goran Markovic, Nives Ivankovic, Mira Banjac, Slavko Sobin, Dado Cosic, Trpimir Jurkic, Lukrecija Tudor, Stipe Radoja, Tara Rosandic, Ksenija Marinkovic -durata 123 min. – Croazia, Serbia, Slovenia 2015

Tre storie d’amore in terra di Croazia, negli anni tormentati della guerra inter-etnica crudele e barbarica che dal 1991 al 1995 aveva opposto la popolazione di origine croata ai serbi che lì abitavano, essendo vissuti per secoli sul territorio dove avevano costruito case e futuro per le loro famiglie, formate spesso senza troppo badare alla purezza delle origini etniche. Tale questione sembrava essere diventata di capitale importanza solo ora, dopo che, morto Tito, si stava disgregando lo stato della Jugoslavia sotto la spinta irrazionale dei nazionalismi più estremi.
I vicini di casa o di villaggio (in questo caso i serbi) erano diventati “quelli là”, gli intrusi, gli invasori non invitati, che avrebbero dovuto tornare a casa loro (?): Il sonno della ragione* stava generando i nuovi mostri del pregiudizio, della diffidenza, della paura e dell’odio. Questa era l’aria che si respirava nel 1991, alla vigilia della guerra civile, nel tempo in cui si amavano la serba Jelena (Tihana Lazovic) e il croato Ivan (Goran Markovic), con la profondità e la forza sensuale dei loro vent’anni: raramente si era vista al cinema una rappresentazione così francamente carnale e insieme così pura e innocente dell’amore, fatto di attrazione tenera, di improvvisi capricci, di repulsioni inattese, di slanci appena turbati dall’orizzonte sempre più oscuro, mentre le frontiere si chiudevano soffocando i sogni in un presente senza speranza.

Con un bellissimo passaggio musicale si arriva al secondo episodio del film: una storia ambientata nel 2001, ovvero a dieci anni dalla prima, quando la guerra si era finalmente conclusa.
I personaggi ora si chiamano Natascia (croata) e Ante (serbo), ma (vero colpo di genio del regista) gli interpreti sono gli stessi, così come sembra essere lo stesso il paesaggio in cui si muovono, ciò che indica la continuità della vicenda che, in fondo, è unica in tutto il film. 
I disastri della guerra
* si avvertono nel villaggio di case sventrate dai bombardamenti, così come nel loro cuore di sopravvissuti, in cui il dolore per i lutti si unisce al rancore per ciò che è avvenuto.
Natascia e Ante sono giovani: lui è un bravo carpentiere, che sta riparando i danni e le devastazioni belliche nella casa distrutta e violata in cui lei è tornata a vivere con sua madre. Da Natascia, che è fortemente attratta da lui, arrivano inviti e segnali sempre più espliciti, che infine Ante raccoglie:

Lo slancio sensuale, chiarissimo anche in questo episodio, è però come offuscato dal sentire rancoroso di lei, splendidamente simbolizzato, alla fine del racconto, dallo specchio annerito che ci rimanda il loro amplesso in modo confuso e deformato: tracce di sporcizia ne hanno opacizzato la superficie, cosicché sembra riflettere immagini remotissime, prive di gioia, in una scena di grande eleganza e ricchissima di implicazioni metaforiche, che ci racconta l’impossibilità di vivere pienamente l’amore quando il passato che non si riesce a dimenticare è ancora troppo vicino e il risentimento per le offese subite non è ancora razionalmente dominabile.

Ancora uno splendido stacco musicale ci introduce all’ultimo episodio, ambientato nei pressi di Spalato in tempi più recenti: siamo nel 2011.
Marja e Luka (sempre gli stessi attori) si sono amati; ne è nato un figlio, ma ognuno si è chiuso in sé; Luka è tornato a studiare in città e preferisce non tornare in famiglia dove una madre gli ricorda il passato da soldato-eroe, per il quale egli si sente in colpa e per il quale Marija, che ha perso un fratello, ora gli vieta persino di vedere il piccolo:

Dopo un drammatico incontro fra i due che ancora si amano, una porta lasciata aperta, al mattino, dopo una notte da dimenticare, potrebbe forse preludere al perdono e alla riconciliazione, non facile ma necessario nell’interesse del bambino. Il processo di riavvicinamento, per quanto lento, forse è possibile.
L’intento politico del regista diventa più evidente in quest’ultimo episodio, ma è presente in tutto il film bellissimo che non a caso è stato realizzato dai capitali congiunti di produttori serbi, croati e sloveni. La pellicola è purtroppo poco distribuita nelle nostre sale, ma è sicuramente da vedere e molto da meditare.

Non so, né forse è interessante sapere, se questo magnifica opera, premiata a Cannes (Un certain regard) nel 2015, sia la migliore tra quelle che si sono viste quest’anno, come alcuni sostengono. Mi pare in ogni caso giusto dire che la sua visione è irrinunciabile, perché difficilmente si incontra un film così insolito e così ben risolto: dalla fotografia molto suggestiva dello splendido paesaggio, alla musica molto pertinente; dai personaggi umanamente veri e plausibili, alla sensualità aperta e profonda. Il film, inoltre, è capace di veicolare, con la massima evidenza, un messaggio morale e politico alto in modo non predicatorio, affidandosi esclusivamente alla forza delle immagini e alla grande interpretazione dei due straordinari protagonisti. Un gran bel film, insomma, tra i migliori che hanno trattato l’argomento delle guerre jugoslave, fra i quali vorrei ricordarne due: Il sentiero; Perfect Day.

*I richiami alle incisioni di Goya sono persino troppo ovvi.

un amore difficile (Una promessa)

Schermata 10-2456934 alle 23.35.35recensione del film
UNA PROMESSA

Regia:
Patrice Leconte

Principali interpreti:
Rebecca Hall, Alan Rickman, Richard Madden, Toby Murray, Maggie Steed, Shannon Tarbet, Christelle Cornil, Jean-Louis Sbille, Jonathan Sawdon – 98 minuti – Francia, Belgio, 2013

Dopo l’uscita di questo film, spero di trovare anche il racconto di Stefan Zweig del 1929 da cui il regista prende le mosse e che non è di facile reperibilità. In ogni caso, come ho più volte sostenuto, la lettura del piccolo romanzo dell’autore mitteleuropeo (che, evidentemente, il cinema sta riscoprendo, ciò di cui mi compiaccio) non dovrebbe influire sull’interpretazione di quest’opera di Leconte, almeno secondo me, per le ragioni che ho più volte esposto anche su questo blog.

Anno 1912. Friedrich (Richard Madden), giovane ingegnere di famiglia molto modesta, trova lavoro come tecnico in un’acciaieria, alla quale si dedica con tale competente serietà da impressionare molto favorevolmente l’anziano e malato proprietario, Karl Hoffmeister (Alan Rickman). Questi non solo ne ascolta i consigli, utilissimi alle fortune dell’azienda, ma ne promuove la carriera e gli destina una parte della propria grande e ricca abitazione, per ospitarlo come merita, con tutti gli agi (e anche i disagi) che una simile sistemazione comporta.
Qui Friedrich avrà modo di incontrare sempre più spesso la signora Hoffmeister (Rebecca Hall), ovvero la giovane e bella Lotte, moglie di Karl, donna raffinata, colta e sensibile, che pensa di affidare proprio a lui l’educazione del figlio Otto (Toby Murray), il piccolo erede. La forte attrazione che il giovane prova per lei, subito affascinato dalla sua bellezza e dalla sua grazia, diventa una irrealizzabile passione amorosa, per la sua ferma ripulsa, essendo Lotte ben decisa a difendere la rispettabilità che si addice alle proprie prerogative padronali, anche se, segretamente, è a sua volta molto attratta da lui. Il momento della verità e dell’ aperta confessione dell’amore invano represso arriva alla notizia della partenza di Friedrich, inviato da Karl in Messico per  due anni, col compito di seguire oltre oceano gli affari di famiglia: sarà per entrambi un distacco doloroso, temperato dalla promessa di mantenere vivo l’amore attraverso un frequente scambio epistolare: in fondo, che saranno mai due anni? Lo scoppio della guerra mondiale (1914) significa ben presto interruzione delle comunicazioni intercontinentali: le lettere attese si diradano, per cessare del tutto. Friedrich si arruola nell’esercito austro-tedesco: potrà tornare soltanto dopo otto anni, cambiato nel corpo, in seguito alle ferite di guerra e, forse, anche nel cuore. Lotte, rimasta vedova, aveva conservato in sé l’antica fiamma? Il fatto che il film sia definito “commedia sentimentale” lascerebbe intendere di sì, ma il finale contiene anche segnali ambigui, tali da rendere possibile una lettura diversa. Resta l’impressione di una regia molto accurata, attenta a evitare, grazie all’eleganza composta del racconto, gli scivolamenti lacrimosi, interessata soprattutto alla narrazione di una storia malinconica sul tempo che passa  e che ci cambia, vanificando progetti e promesse.

Sceneggiato insieme a Jérôme Tonnerre, col quale il regista aveva già lavorato precedentemente, il film è girato completamente in inglese: inglesi gli attori; inglese la lingua del film (doppiato in italiano); inglese sembra l’ambiente sullo sfondo del quale si svolge la vicenda e, infine, credibilmente inglese anche la rappresentazione del mondo della fabbrica di allora, degli operai e degli impiegati. Molto francese e continentale, invece, mi è sembrato il tema principale della vicenda, quello della lontananza amorosa, nel molteplice significato della lontananza sociale (l’inaccessibilità della donna), della lontananza nello spazio (il Messico) e della lontananza nel tempo (otto anni), che riporta alla memoria il motivo dell’amore da lontano (amor de lohn), centrale della poesia trobadorica sviluppatasi nelle corti di Provenza,  a cui la storia può essere accostata anche per altri temi: la riconoscenza nei confronti del signore, che nonostante le differenze di classe e di ricchezza ospita lui, ben sapendo che tenterà di conquistare il cuore della sua donna; l’assenza di gelosia del marito; il motivo della partenza per la guerra, al centro anche di molte storie d’amore dei romanzi cavallereschi di tradizione franco-germanica. Come si vede, un triangolo amoroso con una lunga storia!

fenomenologia dell’amore (La gelosia)

Schermata 06-2456838 alle 15.10.35recensione del film:
LA GELOSIA

Titolo originale:
La jalousie

Regia:
Philippe Garrel

Principali interpreti:
Louis Garrel, Anna Mouglalis, Rebecca Convenant, Olga Milshtein, Esther Garrel
– 77 min. – Francia 2013.

La gelosia, presentato a Venezia nel settembre 2013, nonostante la buona accoglienza internazionale, è arrivato nelle nostre sale con molto ritardo, dovuto, a mio avviso, al problema di distribuire un film di non facile interpretazione. Il film è abbastanza insolito, infatti, sia per la brevità (77 minuti), sia per l’assenza del colore che gli conferisce di per sé l’aura del film d’autore, sia per la complessità del contenuto, percepibile dallo spettatore attento che non si lasci fuorviare dall’esilità della storia raccontata. Il regista narra una vicenda abbastanza comune: Louis lascia Clothilde, che gli ha dato la piccola figlia Charlotte, perché si è innamorato di Claude in modo “definitivo”, cioè con una tale profondità da non ammettere ulteriori possibilità di innamorarsi. I due vanno a vivere insieme, ma il loro rapporto non funziona, forse compromesso dalle condizioni di povertà a cui la crisi economica li condanna. Louis (Louis Garrel) e Claude (Anna Mougalis) sono entrambi attori teatrali, ma non riescono a realizzarsi nel lavoro: lui si accontenta di piccoli contratti a tempo, assai poco pagati; lei non ottiene neppure quelli: dovrebbe rinunciare al teatro e percorrere altre strade, ma preferisce, infine, gli agi che un affermato architetto è disposto a offrirle: una bella casa, una posizione sociale più accettabile.
Questa svolta della loro storia porta alla disperazione Louis, che tenta il suicidio.

Come si vede, si tratta di una storia triste e non molto originale. Originale è, invece, il modo del racconto, che, pur nella sua brevità, analizza la complessità della fenomenologia amorosa, collegandola a quell’esigenza di possesso totale dell’essere amato, espressa con lucidità da Louis, ma presente in ogni forma di rapporto amoroso: la gelosia non riguarda, infatti, solo i due amanti, ma coinvolge circolarmente tutti i personaggi del film. Clothilde, che ha imparato da tempo a sacrificare le proprie aspirazioni per tenere insieme la famiglia,  svolgendo un lavoro che non le piace, ora che Louis se n’è andato, è gelosa del rapporto di complicità un po’ speciale che la piccola Charlotte riesce a stabilire con Claude, dal quale capisce di essere esclusa (la scena del ritorno a casa di Charlotte col berrettino di Claude è davvero struggente e ci dice molto del suo dolore silenzioso e della sua estraneità inevitabile rispetto a una parte della vita della sua bambina); a sua volta la piccola è gelosa del suo papà, che ama profondamente, ma che comprende esserle lontano, legato probabilmente, oltre che a Claude, anche a un passato familiare troppo lontano nel tempo da lei (l’evocata apparizione del vecchio padre di Louis sembra creare un gioco di specchi col presente: la gelosia del piccolo Louis, allora, era della stessa natura di quella di Charlotte, oggi). Amore e gelosia sembrano sempre e comunque inseparabili, dunque, che si tratti di amore tra amanti, o tra parenti, il che è cagione di tormento e di infelicità. Il film ci dice, infatti, che una parte di noi non può che appartenere solo a noi stessi, sottraendosi a qualsiasi desiderio di possesso assoluto dell’altro, a qualsiasi indagine sul passato e sui recessi più nascosti del cuore: l’amore necessario e definitivo, sognato da Louis, nel suo bisogno di rassicuranti certezze, non può esistere e ha quasi il carattere di una malattia.
In conclusione, l’atteggiamento distaccato di Claude, capace di amare solo in un presente che continuamente si possa riproporre come scelta, senza fantasticare sulla sua eternità nel futuro, pare essere paradossalmente il più utile alla durata del rapporto amoroso. Un piccolo film, ma quasi un teorema.

vita di Joe (Nynphomaniac)

Schermata 04-2456753 alle 00.08.19recensione del film:
NINPHOMANIAC
Volume 1 e Volume 2

Titolo originale Nymphomaniac

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti
Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove.
Durata: 110 minuti il vol.1; 123 minuti il vol.2.
Danimarca 2013.

Per parlare di questo film, ho atteso di vederne anche la seconda parte, ovvero il Volume 2.

Preceduto da una ridda di notizie fatte filtrare con molta abilità un po’ alla volta, in modo da creare un’atmosfera di attesa talvolta un po’ morbosa, è infine arrivato anche da noi, buoni ultimi, il film più atteso di Lars Von Trier, che, fin dal titolo e dalla locandina, si presenta come il più trasgressivo fra i suoi.
In realtà questo, come tutti gli altri del regista danese, è un film fondamentalmente filosofico, che dura più di quattro ore nella versione censurata per ben un’ora e mezza di proiezione (mai approvata dal regista stesso che, però, ha consentito che venissero tagliate, a quanto ne ho letto, le scene che avrebbero potuto creare problemi alla distribuzione internazionale, purché non mutasse il senso del film). Per la sua considerevole lunghezza, nonostante le robuste sforbiciate, il film è proposto nelle sale suddiviso in due parti visibili solo separatamente, risultando simile a un libro in due volumi, cosicché la prima e la seconda parte si chiamano rispettivamente vol.1 e vol.2. In ciascun volume, come in un romanzo, ma in realtà come nei precedenti film del regista, la narrazione è tematica e articolata per capitoli (otto in tutto, di cui cinque nella prima parte) che possono essere analizzati anche come singole unità narrative, pur collocandosi tutti dentro la stessa cornice che li collega.
Il Volume 1 inizia in modo alquanto cupo: nei vicoli oscuri e umidi di una città, una donna, tumefatta nel volto e visibilmente provata nel corpo che reca tracce di un recentissimo pestaggio, viene trovata a terra sanguinante da un anziano passante, che abita vicino: egli la vede e la soccorre, ospitandola in casa propria per offrirle aiuto e ascolto.
L’uomo è Seligman (Stellan Skarsgård); la donna è Joe (Charlotte Gainsbourg), che ora, comodamente distesa sul lettino e confortata dal calore dell’accoglienza e delle bevande di Seligman, inizia a raccontare la propria storia all’uomo che attentamente la ascolta .
Seligman è un singolare personaggio: è un erudito, studioso di filosofia, un logico e un matematico; sa cogliere analogie e rapporti tra le cose del presente e le costruzioni metafisiche del passato ed è, inoltre, gentile e comprensivo con Joe, di cui coglie l’urgenza di parlare di sé, ritenendosi una donna non solo infelice, ma cattiva. Per questa ragione, spesso egli ne interrompe il racconto dimostrandole, sulla base dei suoi serissimi studi, che i ricordi evocati ne restituiscono un’immagine di persona del tutto normale, anche se sessualmente esuberante (le memorie della donna iniziano rievocando la propria adolescenza insaziabilmente curiosa delle cose del sesso), senza alcuna traccia di malvagità. Tutto il primo volume si fonda su questa dialettica: al racconto di Joe fa seguito il tentativo di interpretazione “normalizzante” di Seligman, con esiti talvolta buffi, talvolta ironici, in ogni caso sempre stranianti, il che conferisce un carattere leggero e divertente* a questa parte del film in cui, per esempio, scopriremo sorpresi come la suite numerica di Fibonacci sia in qualche modo collegabile per analogia alla deflorazione di Joe, così come le scorribande di Joe a caccia di uomini che soddisfino la sua avida curiosità siano analoghe alle attività perfezionistiche di Seligman per diventare un perfetto pescatore (cap. primo)! Dei cinque capitoli del Volume 1, tutti molto interessanti, sono, secondo me, eccezionalmente belli il terzo e il quarto, rispettivamente titolati “Mrs. H”, feroce descrizione di una gelosia possessiva, ipocritamente ammantata di politically correct (grande prova d’attrice di Uma Thurman), e”Delirium”, dolorosissimo racconto in bianco e nero della morte del padre di Joe per delirium tremens, vista con gli occhi e anche col corpo di lei, adolescente inquieta (è Stacy Martin l’attrice che recita la parte di Joe a quell’età) che per la prima volta prende coscienza di quel male di vivere, che è secondo me la chiave di lettura di questo come dei precedenti film di L.V.T. (non solo degli ultimi: tornano spesso alla mente i terribili AntichristLe onde del destino,  Dancer in the Dark e anche Dogville).
Nel Volume 2, proseguendo nell’evocazione del proprio passato, Joe ricostruisce la storia complessa del suo rapporto con Jerome (Shia LaBeouf), l’unico amore della sua vita. “Forget about Love” è, però, il significativo sottotitolo del film. Credo che per comprendere la triste e quasi disperata seconda parte di questo film e insieme di molti altri film di questo regista, questo sottotitolo sia decisivo: cercherò di chiarire perché, precisando però che si tratta di una mia personale interpretazione, quella che mi rende più chiaro quel suo cinema difficile e durissimo, aggiungendo che si tratta di un’interpretazione filosofica e non psicologica: in poche parole, che, a mio avviso, la depressione c’entra assai poco. C’ entra, invece, e molto, a mio parere, una visione del mondo che ha radici in alcuni aspetti dello gnosticismo, che hanno attraversato la cultura occidentale nel corso dei millenni, introducendovi l’inquieto e incessante nostro indagare sul senso della vita, sul senso del suo riprodursi grazie all’impulso sessuale, cioè grazie al manifestarsi dell’energia primordiale che anima la materia di cui siamo costituiti, come tutti gli altri esseri viventi, condannati come noi alla sofferenza, al dolore e alla morte, inevitabilmente. L’amore, naturalmente finalizzato alla riproduzione della vita, ha, secondo il regista, questo negativo imprinting: lo si deve dimenticare, quindi. Dimenticare l’amore, ma come? E’ forse possibile nei due modi che il film sembra indicare (almeno fino al sorprendente e amarissimo finale): attraverso lo studio che permette la sublimazione dell’istinto riproduttivo, così come fa Seligman, lo studioso vergine, che se ne tiene fuori, mantenendo la capacità di comprendere il dolore degli altri, oppure attraverso la ricerca mai sazia del piacere allo stato puro così come fa Joe, che intende, invece, pagandone lo scotto doloroso, dedicarsi solo a questo, incessantemente. E’ significativo, a questo proposito, che Joe si allontani volontariamente e orgogliosamente dalle donne “dipendenti sessuali”, che non vogliono essere chiamate ninfomani e che cercano di superare, attraverso la terapia del confronto di gruppo, il problema della sessualità compulsiva, per diventare donne perfettamente “normali”, adatte a vivere nella famiglia e nella società. Non a caso Joe riconoscerà, alla fine del film, nel frassino solitario, cresciuto faticosamente con nodi e contorcimenti che ne rivelano la resistenza tenace, la pianta che le rassomiglia, quella che, come lei, ha rivendicato contro le avversità, la propria diversità ostinatamente.

Questo, mi pare, va detto per cercare di chiarire in primo luogo a me stessa il significato generale di questo film, punto di approdo del lungo percorso cinematografico di un autore difficile e controverso, spesso provocatorio negli atteggiamenti e nelle parole, irritante come pochi altri. Non so dire, però se il film mi abbia completamente convinta, come invece mi aveva convinta Melancholia: ho semplicemente cercato di capirlo, riflettendoci molto a lungo.

*Dicendo divertenti, mi riferisco al significato etimologico della parola: è come se i discorsi dell’uomo deviassero l’attenzione dalle cose raccontate verso problemi altri, per l’appunto diversi (dal latino de-vertere: volgere altrove), cercando di sublimarne la sostanza grevemente carnale.