La ragazza d’autunno

recensione del film:
LA RAGAZZA D’AUTUNNO

Titolo originale:
Dylda

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Kseniya Kutepova, Olga Dragunova, Timofey Glazkov, Alyona Kuchkova, Veniamin Kac, Denis Kozinets, Alisa Oleynik, Dmitri Belkin, Lyudmila Motornaya, Anastasiya Khmelinina – 134 min. – Russia 2019.

È arrivato in sala l’attesissimo secondo film di Kantemir Balagov, regista del bellissimo Tesnota, ora reperibile in DVD.
Nato nel 1991 e cresciuto alla scuola di A. Sokurov, l’enfant prodige ha imparato perfettamente a maneggiare gli strumenti del suo lavoro e questa volta ci ha raccontato, con impassibile distacco, alcune storie terribili dell’immediato dopoguerra (1945) a Leningrado, quando i nazisti se n’erano finalmente andati ed era consentito sperare che con la pace sarebbero tornate le condizioni della normalità quotidiana, per riprendere a vivere. Ai sopravvissuti si richiedevano però cure urgenti: a quelli, che erano rimasti e avevano patito la fame e il freddo resistendo per eroismo o per disperazione; a quelli che erano tornati dal fronte e che portavano nel corpo e nella mente i segni incancellabili dell’orrore più feroce e che ora, in ospedale, ricevevano le attenzioni e, quando possibile, le cure del medico e delle infermiere pietose e premurose, che tuttavia dovevano misurarsi con la scarsità dei farmaci, dei disinfettanti, dei bendaggi e persino dell’acqua, poiché il ritorno alla normalità non era questione di ore, ma di giorni e talvolta di mesi: tutto scarseggiava, persino i cani, che gli abitanti avevano sacrificato per sopravvivere.

Questo film, ispirato al romanzo La guerra non ha un volto di donna, della scrittrice Premio Nobel Svetlana Alexievich, tuttavia, non è un film sui reduci, o sui disperati che hanno perso in guerra i loro affetti, ma è una storia di donne, un racconto molto complesso e molto personale del regista che scava nel dolore femminile, spiegandone le ragioni:
Mi interessa il destino delle donne e, in particolare, di quelle che hanno combattuto nella seconda guerra mondiale […], la guerra che ha visto in assoluto la più massiccia partecipazione da parte delle donne. Come autore, mi interessa trovare una risposta alla domanda: cosa succede a una persona che la natura ha previsto per creare la vita, dopo essere sopravvissuta alle prove della guerra?

Era tornata dal fronte Masha (Vasilisa Perelygina), che a Leningrado aveva incontrato l’amica Iya (Viktoria Miroshnichenko), arruolata come lei nell’esercito, con compiti di “supporto”, eufemismo per nascondere la prostituzione organizzata dallo stato sovietico a sostegno delle truppe. Iya, detta la Spilungona (Dylda) o Giraffa per l’altezza spropositata, era presto tornata alla vita civile, ovvero a condividere con gli assediati la fame e il freddo, avendo manifestato la propria inidoneità all'”attività di supporto” nella forma di una transitoria epilessia che ne bloccava, all’improvviso, i movimenti. A lei, Masha aveva affidato Paska, il piccolo che aveva quasi miracolosamente partorito, fra un aborto e l’altro, perennemente a rischio in quella zona di guerra.

Al suo ritorno, Paska non c’era più e Iya si era assunta la responsabilità di quella scomparsa, accettando di risarcire l’amica con una maternità “per procura”, che avrebbe restituito a entrambe una ragione per vivere, allontanando i sensi di colpa e le umiliazioni accumulate nel passato e anche nel presente, quando tutti i nodi erano venuti al pettine e la disperazione era sembrata impadronirsi inesorabilmente delle loro giovani vite.

È un film sull’amicizia femminile, perciò, sugli sguardi e sui gesti della com-passione e della pietà, che si esprime senza parole, con i tempi lunghi necessari a lasciare intendere  l’indicibile; a confessare l’inconfessabile, a esprimere con timido pudore un’ambivalenza erotica che non può o non vuole palesarsi.
Sono anche altri i temi nascosti sotto il “velame de li versi strani” e sono tutti molto moderni: l’estrema pietà dell’eutanasia di fronte al dolore inutile e senza rimedio; le ingiustizie di classe e i privilegi di chi non ha dovuto sacrificare il proprio cane per nutrirsi; le lunghe code per un lavoro; l’ottusità dei burocrati; il permanere di un’arcaica cultura maschile che confina le donne e anche i “diversi” a un ruolo di perenne subalternità.
Dal film, che sembrerebbe molto triste, emerge invece la voglia di vivere dei personaggi, che sentono di nuovo in sé l’impulso a superare il momento più critico. Tutto questo diventa credibile grazie alla sinergia che si stabilisce fra le bravissime protagoniste, la volontà del regista di evitare un film “storico” per parlare con il linguaggio universale del sentire, espresso con asciutta e scarna sobrietà, lontana dal mélo e anche con i colori raffinati e caldi della splendida fotografia e dei bellissimi costumi.

Il mio capolavoro

recensione del film:

IL MIO CAPOLAVORO

Titolo originale:
Mi Obra Maestra

Regia:
Gastón Duprat

Principali interpreti:
Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Andrea Frigerio, María Soldi, Mónica Duprat, Santiago Korovsky – 100 min. – Spagna, Argentina 2018

Gaston Duprat, l’apprezzato regista che, insieme al suo inseparabile compagno di regia Mariano Cohn (entrato questa volta nella produzione del film), nel 2016 ci aveva presentato il bellissimo Il cittadino illustre, mette al centro di questo lavoro ancora una riflessione sull’arte e sull’artista nel mondo d’oggi, raccontando le vicende di Renzo Nervi (bravissimo Luis Brandoni), pittore che nella prima parte del film efficacemente incarna la diffusa convinzione secondo la quale l’artista è inevitabilmente inattuale, incapace di accettare i mutamenti della società del proprio tempo e di occuparsi della quotidianità.

Vive a Buenos Aires il nostro Renzo, nell’ alloggio-atiélier un po’ da rigattiere e un po’ da creativo, molto, in realtà, da genio e sregolatezza, stereotipo convenzionale dell’artista maudit che un tempo andava di moda. Egli non potrebbe sopravvivere, però, senza l’aiuto del gallerista Arturo da Silva (Guillermo Francella, davvero eccellente), suo grande estimatore e amico da lunga data, promotore della sua materica pittura, espressione la più genuina del comune radicamento nel paese sudamericano. Arturo Da Silva è un intellettuale cui non mancano gusto, cultura e fiuto per gli affari: qualche anno prima, quando le opere di Renzo si vendevano molto bene, la sua galleria era andata a gonfie vele; ora che i suoi quadri sembrano troppo vecchi per incontrare i gusti dei giovani compratori, Arturo sente il dovere di aiutarlo, ma è costretto ad assecondare le volubili preferenze dei collezionisti e a collocare perciò al fondo della sua  galleria le opere dell’amico.

Ai due amici, che sono i principali personaggi del film, il regista affianca Alex (Raúl Arévalo, molto credibile nella parte dell’ingenuo un po’ tonto), giovane di recente diplomato, aspirante pittore e ammiratore di Renzo Nervi, al quale vorrebbe inutilmente carpire i segreti professionali. Alex è soprattutto un ingenuo che ignora tutto del mondo e degli uomini, ma vorrebbe cambiare e migliorare l’uno e gli altri; ha molta fiducia nel pittore, che non lo stima affatto e lo sfrutta per riordinare e ripulire l’appartamento in cui vive.

Un incidente stradale imprevisto, il ricovero in ospedale di Renzo in gravissime condizioni, la sua sparizione misteriosa e l’impennarsi del valore delle sue opere in seguito alla notizia della sua morte danno ad Alex la certezza che Arturo abbia ordito un piano diabolico per eliminare l’amico pittore e guadagnare sulle opere rimaste in galleria e su quelle che un esercito di falsari sta immettendo sul mercato.

Il giovane ha con ogni evidenza capito molte cose sul funzionamento del mercato delle opere d’arte e sul loro “valore”, ma è quanto mai lontano dalla verità, molto più semplice di ogni logica complottistica e del tutto in linea con la natura degli uomini, non certo immacolata come la sua coscienza, ma molto spesso, purtroppo, incline a trasgredire clamorosamente alcune leggi morali.

Ci sarà pure un giudice a Buenos Aires, però!  C’è, infatti, ma l’ultima parola l’avrà ancora il mercato, cosicché le opere di Renzo (vere o false?) continueranno a rivalutarsi.

Evito altre rivelazioni che guasterebbero il piacere della visione di questo film che per l’originalità, la ricchezza dei colpi di scena che ribaltano continuamente le attese, la coerenza della narrazione, mi pare bene collocarsi all’interno di una tradizione argentina del racconto di truffe e raggiri grottesco, spiazzante e molto divertente che ha avuto in Fabián Bielinsky (penso a Nove regine e all’altro suo film, El Aura ), precocemente scomparso, uno dei più interessanti registi.

Il film ha lo sviluppo di una giocosa commedia che talvolta, verso la fine, sembra colorarsi di giallo, ma è in realtà anche un gran bel film sulla lealtà che mai si incrina nel rapporto fra gli amici, oltre che una pungente satira del mercato dell’arte contemporanea e dei critici d’arte ai quali la rete sembra offrire insperate possibilità di manipolazione della pubblica opinione. Da vedere!

Mr. Long

recensione del film:
Mr. Long

Regia:
Sabu (II) (nome d’arte di  Hiroyuki Tanaka)

Principali interpreti:
Chen Chang, Shô Aoyagi, Yiti Yao, Run-yin Bai, Masashi Arifuku, Tarô Suwa, Ritsuko Ohkusa, Shiiko Utagawa, Yûsuke Fukuchi, Tetsuya Chiba – 129 min. – Giappone, Germania, Cina, Taiwan 2017.

Mr Long (Cheng Chang) era un fascinoso e tenebroso giovanotto taiwanese che conduceva una doppia vita: quella del cuoco raffinato, e quella del killer che, per denaro, diventava una impassibile macchina di morte, grazie alla destrezza dei suoi movimenti felpati e alla sua abilità di muoversi nell’ombra. Si spostava velocemente, in silenzio, senza lasciare tracce, avendo studiato accuratamente ogni volta il piano che lo avrebbe reso insospettabile e inafferrabile… o quasi! L’ultima sua impresa, in Giappone, infatti, non era andata così: messo in un sacco e più volte ferito con colpi d’arma da fuoco, era riuscito a sopravvivere, non si sa come; era addirittura guarito, grazie all’assistenza affettuosa di un bambino che, silenziosamente, gli aveva fatto trovare l’occorrente per disinfettarsi e curarsi. Inizia in questo modo, sotto il segno dell’amicizia disinteressata col piccino la rigenerazione fisica e “morale”di Long, che ora, nella perferia di una grande città giapponese, riprende a fare il mestiere di cuoco, facendosi conoscere, apprezzare e stimare da molti e, purtroppo, anche riconoscere da qualcuno che avrebbe preferito dimenticare…

Forse perché era stato preceduto dal battage che di solito si riserva ai film ammessi in concorso al Festival di Berlino, questo Mr. Long  aveva acceso la mia curiosità, cosicché, senza altre informazioni, ho voluto vederlo prima che venisse sostituito dai film della nuova stagione. Dico subito che le mie attese, forse eccessive, sono state parzialmente deluse, ciò di cui mi dispiaccio. Riconosco, però, che si tratta di un’opera  singolare, in cui si mescolano e si fondono con grazia favolistica  temi, stilemi e registri di culture diverse, nell’intento evidente di costruire un film che fa dell’amicizia e dell’umana comprensione  il centro narrativo, al di là della diversità delle tradizioni, dei comportamenti e delle culture: nulla è insormontabile se si riconosce l’umanità dell’altro che viene da fuori, bisognoso di cure e di cibo. Un ottimismo sorridente, quasi alla Kaurismaki, accompagna una vicenda che si colloca fra il gangster-movie ( violentissimo e grandguignolesco) e il Wuxiaplan (col suo cavaliere errante e solitario) senza disdegnare, per altro, le suggestioni del teatro interculturale europeo e giapponese sviluppatosi nel corso del ‘900. È un film un po’ “facile” e sicuramente anche un po’ ruffiano, ma è girato con eleganza e interpretato con grande professionalità da Cheng Chang, che già avevamo visto all’opera in The Assassin (2015), affiancato dal piccolo Kenji (Shô Aoyagi). bravissimo e simpaticissimo.

 

 

 

Truman – Un vero amico è per sempre

Schermata 2016-04-27 alle 14.00.23recensione del film:
TRUMAN – Un vero amico è per sempre

Titolo originale:
Truman

Regia:
Cesc Gay

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi, Eduard Fernández, Alex Brendemühl,
Pedro Casablanc, José Luis Gómez, Javier Gutiérrez, Elvira Mínguez – 108 min. – Spagna, Argentina 2015.

Se si riesce a superare il fastidio per la solita appendice didattica del titolo italiano (Truman è il sobrio titolo originale spagnolo), si può vedere un film di notevole interesse, che affronta un tema delicato e duro con intelligenza e leggerezza così amabili da renderne la visione molto gradevole. Un vero amico è in realtà un uomo vero: true man, quello che non si lascia spaventare dalla morte prossima e inevitabile dell’amico antico e che accorre anche se la richiesta di soccorso arriva dall’altro capo del mondo, dopo anni di silenzio. Così era andata, infatti, quando Tomas, ormai canadese di adozione, (Javier Càmara) aveva raggiunto a Madrid il vecchio compagno di scuola e di avventure giovanili Julian (Ricardo Darin), che si era ammalato senza possibilità di guarire: un tumore all’ultimo stadio e giusto il tempo (quattro giorni) per un passaggio di consegne che diventava soprattutto un affidarsi alla memoria di chi sarebbe sopravvissuto accogliendo fra le proprie mani l’animale simbolo dell’amicizia eterna che tutto accetta senza giudicare né chiedere, il cane di nome Truman, vero uomo proprio come il suo padrone che se ne stava andando. L’aspetto più singolare del film è che di morte, di malattia e del cane stesso si parla pochissimo nel corso di tutta la narrazione: sono presenze-assenze nella mente e nei cuori degli spettatori, ma non incombono opprimendoli angosciosamente, perché tutto il racconto è fatto di squarci della vita quotidiana di Julian, dalla visita medica per la prognosi definitiva, al lavoro (Julian fa l’attore), alle visite dal veterinario, all’adozione in prova di Truman da parte di una famiglia di donne russe; da uno stravagante (in apparenza) viaggio all’improvviso Madrid-Amsterdam e ritorno, a qualche buona mangiata, a qualche generosa libagione… La vita dei due amici che continua, nonostante tutto, insomma, parlando il meno possibile di ciò che accadrà, che rimane sullo sfondo con discrezione, con dolcezza, perché, in fondo, morire è strettamente legato al vivere, alle cose e alle persone che si sono amate e che si devono lasciare, e che conserveranno in sé qualcosa di noi.

Credo che questo, infatti, sia anche e soprattutto un film sull’accettazione della morte, grande tabù dell’uomo occidentale che continuamente la esorcizza tenendola lontana dai suoi pensieri, dai suoi discorsi, dalla sua quotidianità.
In una intervista al Venerdì di Repubblica del 15 aprile 2016, il regista afferma:”Se dovessi raccontarlo in  parole direi che è un film sulla despedida, sull’addio… Non si vuol affrontare la morte – di un amico, di un familiare, di una persona cara – e si accampano tutte le scuse possibili… Io credo che sia importante despedirse per non avere il rimorso di quello che non si è detto, di quello che non si è fatto. Truman non è un film su chi muore, ma su chi rimane….su come tu ti relazioni alla persona che muore”.

Un altro film spagnolo ben scritto, ben diretto e ottimamente interpretato, che ci dice molto dello stato di grazia di quella cinematografia, oggi. Da vedere!

 

Mistress America

Schermata 2016-04-24 alle 15.12.15recensione del film:
MISTRESS AMERICA

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Lola Kirke, Matthew Shear, Jasmine Cephas Jones, Heather Lind – durata 84 min. – USA 2015.

New York è una città difficile per chi ci vive senza conoscere qualcuno, senza punti di riferimento che ti facciano sentire meno sola, soprattutto se sei una donna molto giovane come Tracy (Lola Kirke), sempre vissuta in provincia, avvolta nella protettiva bambagia di una madre vedova. Ora, al College, deve cavarsela da sola, cercando di sfruttare ogni opportunità per realizzare la propria aspirazione più profonda: diventare scrittrice. Il Circolo letterario al quale vorrebbe essere ammessa è di difficilissimo accesso, spesso sbarrato da altri aspiranti scrittori, compreso il ragazzo del College che, data la rivalità, si è subito pentito di averla corteggiata. Per questo la giovane aveva deciso di incontrare Brooke (Greta Gerwig), la trentenne figlia dell’uomo che presto avrebbe sposato, in seconde nozze, sua madre.

Brooke è, come altri personaggi di Baumbach , da Greenberg a Francès Ha, a Josh di Giovani si diventa, un’amabile velleitaria, una giovane donna piena di idee che non sempre riesce a rendere concrete, rimanendo tenacemente convinta, però, che prima o poi riuscirà a realizzare il sogno che coltiva da tempo, quello di aprire un ristorante hamishe, capace di offrire non solo cibo di grande qualità ai clienti, ma anche una serie di servizi che li facciano sentire a casa. Le due giovani, dunque, si incontrano e si raccontano; simpatizzano subito e si organizzano sperando di vincere le rispettive difficoltà. Le aspirazioni frustrate di Brooke forniscono, però, più di uno spunto al romanzo che Tracy ora si è finalmente messa a scrivere per diventare famosa: proprio le pagine di quel romanzo, letto a Brooke ad alta voce, per dispetto, da una donna stupidamente gelosa, rischiano di incrinare la loro amicizia per sempre.

Il film dunque fornisce, principalmente, il ritratto di due giovani donne che si muovono fra mille difficoltà nell’America di oggi, alternando alle molte sconfitte, anche qualche provvisorio successo, ma che non perdono mai completamente la fiducia in se stesse, né la voglia di farcela. In questo caso le due giovani sono assai diverse: come il personaggio di Jame  (sempre in Giovani si diventa) Tracy è “soprattutto assetata di sapere e di vita“* e si impadronisce avidamente delle esperienze di Brooke, che successivamente, nella scrittura, interpreta anche distorcendole**. Brooke, invece, nonostante le apparenze e l’ostentata sicurezza, sembra davvero la più fragile delle due, quella che continua, a trent’anni, a navigare a vista fra gli scogli e le insidie della società contemporanea contando sulla solidarietà di un’amicizia, quasi di una sorellanza che ora sente tradita**.

Quest’ultima fatica di Baumbach, perciò, ripropone il tema del confronto, che può diventare conflittuale, fra giovani-adulti e giovani che crescono e che ai primi guardano in modo da non ripeterne errori e ingenuità. All’ottima interpretazione di Greta Gerwig (che ne è stata anche la co-sceneggiatrice) e di Lola Kirke è affidata la riuscita di questo film, secondo me interessante e intelligente anche se non sempre convincente come gli altri che lo hanno preceduto.

*si tratta di un’autocitazione dalla mia recensione di quel film (i lettori mi perdoneranno!)

**Il problema è, come ben sa ogni scrittore vero, che la traduzione della realtà, senza mediazioni, è impossibile, perché la realtà grezza è da interpretare e anche da distorcere, se occorre, fino a corrispondere a ciò che egli ha in mente. Il film contiene quindi, anche una riflessione, non troppo nascosta, sull’artista, che pur utilizzando molti aspetti della vita reale, li trasforma e li piega alle proprie esigenze che attengono al processo ideativo e creativo e pertanto racconta una propria particolare “verità”.