Il terzo uomo

recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.

Annunci

Senso

 

SENSO 1recensione del film:
SENSO

Regia:
Luchino Visconti

Principali interpreti:
Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Heinz Moog, Rina Morelli, Christian Marquand, Tino Bianchi, Ivy Nicholson, Sergio Fantoni, Mimmo Palmara, Marcella Mariani, Tonio Selwart, Franco Arcalli, Nando Cicero, Goliarda Sapienza, – 115 min. – Italia 1954.

Sono passati quarant’anni dalla morte di Luchino Visconti, uno dei più grandi registi del nostro cinema, di quelli che hanno maggiormente contribuito a farlo conoscere e amare nel mondo. Difficile rendergli l’omaggio che gli si deve, dopo i fiumi d’inchiostro e le parole che per decenni hanno tentato di interpretarne l’opera. Nel mio piccolo, però, voglio provarci anch’io parlando di uno dei film che ho amato di più.

Un incipit memorabile

Il film si apre sulla scena della Fenice di Venezia dove, il 27 maggio 1866, si rappresentava Il Trovatore. Al termine della cabaletta famosa, Di quella pira (era evidentemente il momento convenuto), dal loggione veniva lanciata  sulla platea, che ancora applaudiva il tenore, una pioggia di volantini tricolori, mentre ad alta voce risuonavano gli inviti a sostenere la guerra imminente (sarebbe scoppiata il 20 giugno e durata fino al 12 agosto) contro gli Austriaci che ancora occupavano Venezia*. Con gli alti ufficiali austriaci del parterre si mescolavano ora i garibaldini, uno dei quali, Roberto Ussoni (Massimo Girotti), coordinava l’arruolamento dei volontari a supporto del fronte meridionale della guerra. Il lancio dei volantini aveva provocato un vero parapiglia: allo sgomento degli ufficiali occupanti e del veneziano conte Serpieri (Heinz Moog), che con questi aveva stabilito rapporti d’affari, facevano eco le parole sprezzanti del tenente austriaco Franz Mahler (Farley Granger), prontamente e imprudentemente rintuzzate dall’Ussoni: ne era seguita l’immancabile sfida a duello, nonché l’arresto e l’esilio del “sovversivo”. Poche scene per descrivere il concitato succedersi degli eventi e presentarne lo sfondo sociale e politico: un incipit tra i più memorabili della storia del cinema.

Una brutta storia

I fatti di quella sera avrebbero cambiato per sempre la vita di Franz Mahler e di Livia Serpieri, la moglie del conte, legata a Roberto Ussoni da rapporti di cuginanza e dagli ideali irredentisti. Livia (Alida Valli), che era una bella donna molto più giovane del marito (che le offriva tuttavia agi, prestigio sociale oltre che rispettosa devozione), aveva seguito con apprensione da un palco l’increscioso incidente che stava compromettendo il futuro dell’impulsivo cugino e ora chiedeva di conoscere il tenente responsabile dell’offesa, fiduciosa che la vicenda si potesse comporre pacificamente grazie alla propria mediazione. Nacque, da quell’incontro, la storia del suo amore appassionato per Franz, sullo sfondo eccezionale di una Venezia bellissima sia nell’oscurità inquieta di quella notte sia al levarsi del sole, quando le calli, le fondamente, i porticati, gli approdi, le prospettive del mare aperto manifestavano con caldi colori luminosi la ripresa della vita e delle attività cittadine. Questa Venezia, stupefacente e tutta viscontiana, lontana dalla città dei viaggiatori sette-ottocenteschi, stava rivelando a poco a poco il proprio fascino segreto, e sembrava quasi corrispondere all’inquietudine e alla dolcezza dell’amore nascente nel cuore di lei. I loro incontri erano proseguiti nella clandestinità delle camere d’affitto fino allo scoppio della guerra, quando Franz aveva dovuto seguire il suo battaglione nel veronese, mentre la famiglia Serpieri si trasferiva nella tenuta familiare di Aldeno, fra Trento e Rovereto.
Chi era il tenente Franz Mahler? Era un giovane disincantato fino al cinismo (e non lo nascondeva), un tenace corteggiatore delle signore ricche e insoddisfatte della buona società veneziana. Per lui, come per tutti gli ufficiali austriaci, si stava avvicinando il momento dell’impegno militare diretto: la vita da ufficiale nella zona occupata, per quanto non priva di rischi per l’ostilità latente della popolazione locale, gli aveva finora permesso di vivere fra piaceri e gioco d’azzardo senza essere soggetto a una disciplina troppo severa. La prospettiva della guerra, unita alla coscienza della probabilissima sconfitta e del progressivo e inarrestabile sgretolarsi dell’impero austriaco, metteva in forse le sue abitudini e i vizi consolidati e imponeva un impegno difficile, richiedeva sacrifici, sostenuti da una visione ideale e da uno slancio del tutto estranei alla sua edonistica visione del mondo. Franz non aveva alcuna voglia di morire né tantomeno di perdere la bellezza del suo giovane corpo per le ferite o le mutilazioni orribili, così comuni nei reduci, per di più in una guerra che percepiva come incomprensibile, senza senso. Egli, anzi, cercava i soldi delle sue ricche amanti per comprare la propria diserzione e contava sull’amore di Livia per ottenerli, ben sapendo che la donna aveva davvero perso la testa per lui: gli avrebbe infatti consegnato i denari destinati ai volontari garibaldini, attestati ora non lontani da Aldeno.
L’illusione amorosa di Livia precipitava verso la deriva abietta del tradimento degli ideali risorgimentali; sarebbe poi arrivata l’umiliazione cocente dell’ultimo incontro con Franz, a Verona, che l’avrebbe indotta a denunciarlo presso i comandi militari per aver comprato la diserzione: vendetta feroce, perseguita con determinazione orgogliosa. Al tradimento degli ideali garibaldini nei quali aveva creduto erano seguite, dunque, la delazione e la fucilazione immediata di lui, in un crescendo melodrammatico sottolineato dalla musica di Anton Brukner (Sinfonia n° 7 in Mi Maggiore). Una storia di inganni e tradimenti, attraverso la quale Visconti lucidamente racconta la più vasta crisi del progetto risorgimentale e di quei settori della società che l’avevano sostenuto. Le vicende della guerra, d’altra parte, avevano messo in luce i difetti organizzativi e politici dell’esercito italiano, le rivalità e la confusione fra i comandanti (e fra loro e il re), causa non secondaria del disastro di Custoza, a cui il film dedica una pagina lunga e importante, soffermandosi particolarmente sulle atroci sofferenze dei militari impegnati nel combattimento inutile e crudele poiché il destino di Venezia si era deciso altrove, sul piano diplomatico e non su quello militare, mentre la vittoria dei garibaldini nel Trentino (l’unica italiana in quella orribile guerra) era stata considerata irrilevante ai fini dell’annessione di quel territorio, che sarebbe diventato italiano solo alla fine della prima guerra mondiale (1918)

Visconti si era ispirato dichiaratamente a un  racconto di Camillo Boito (1836 – 1914)** di cui egli volle conservare, dopo alcune incertezze della produzione, il titolo, sia pure trasformandone la vicenda, cosicché il singolare ritratto di donna che Boito delinea assume un considerevole spessore storico e anche emblematico, facendo confluire nella sua crisi personale la vicenda di un’intera società in uno dei momenti più critici del periodo post-unitario, non dissimile, forse, da quello che egli vedeva nell’Italia dei suoi anni, coll’affievolirsi degli slanci ideali che avevano animato poco tempo prima la lotta antifascista a cui aveva egli stesso partecipato.

Al termine di questo tentativo di analisi di un film bello e difficile come questo, vorrei segnalare ai lettori le pagine dedicate a quest’opera da un’appassionata studiosa delle opere di Luchino Visconti , l’amica blogger Teresa Antolin, che ricostruisce, attraverso gli articoli dei giornalisti e dei critici di allora il clima politico e culturale all’interno del quale il film fu girato: dai dubbi della produzione, ai pesantissimi interventi della censura, ai problemi che avevano preceduto o accompagnato le riprese, alle dichiarazioni dello stesso regista, alle discussioni sul titolo, ai costumi e alla loro ispirazione iconografica…

Si tratta sempre di articoli di grandissimo interesse documentario che forniscono elementi di giudizio assai importanti.

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/2/

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/3/

 

———————————————————————

 

*era la vigilia della Terza guerra d’indipendenza, ovvero della guerra che avrebbe opposto all’Austria la Prussia, alla quale si era alleato il giovane stato italiano in vista della probabile disfatta austriaca che avrebbe permesso l’annessione del Veneto. Un riassunto abbastanza chiaro della situazione politica e militare italiana prima e durante la Terza guerra d’indipendenza italiana può utilmente essere consultato sulle pagine di Wikipedia QUI

 

**Delle opere letterarie di Camillo Boito (1836 – 1914) , nonostante l’apprezzamento di Benedetto Croce, poco ci si ricorda, forse perché egli scrisse poco e soprattutto scrisse (senza molto crederci) per sé, essendosi dedicato quasi esclusivamente alla professione di architetto progettista e restauratore in cui particolarmente si distinse (QUI le notizie); più noto di lui è il fratello Arrigo, librettista d’opera, poeta e letterato annoverato fra i nostri maggiori “scapigliati” della seconda metà dell’ottocento.

Novecento 2

Schermata 08-2456876 alle 23.53.56recensione del film:
NOVECENTO
(ancora sull’Atto primo – Atto secondo)

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti del secondo atto:
Alida Valli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Gerard Depardieu, Laura Betti, Pietro Longari Ponzoni, Robert De Niro, Werner Bruhns

Schermata 08-2456873 alle 08.57.38Alfredo aveva conosciuto Ada a Parma, nella casa dello zio Ottavio, dov’era approdato dopo l’avventura del mattino, invero poco onorevole, quando, insieme al suo amico Olmo,  si era imbattuto in una giovane prostituta epilettica. Olmo ne era tornato molto turbato: Anita, con po’ di ceffoni, lo aveva liberato dal senso di colpa. Alfredo invece, a casa dello zio, aveva incontrato lei, la bellissima Ada. Al primo impatto, in verità, non aveva potuto vederla molto bene, perché il suo viso era celato da una massa di capelli bagnati che stava cercando di asciugare. Poi, liberando la fronte, la donna aveva scoperto i suoi bellissimi occhi e acceso un sigaro, cosa assai singolare, allora, soprattutto per uno come lui, cresciuto e allevato in campagna. Ada si rivelava, poco dopo, intenditrice d’arte e di cultura, nonché capace di guidare l’auto, altra cosa rara per l’epoca, e di scrivere poesie secondo la moda futurista. Affascinante nei modi, elegante, spregiudicata e apparentemente sicura di sé, nutrita di buone letture, lasciava trasparire un’ottima educazione e una intelligente curiosità per le esperienze più diverse; aborriva la volgarità dei fascisti e la loro violenza che rifiutava di vedere, ragione per la quale talvolta si fingeva cieca. Alfredo ne era rimasto incantato: sarà lei a riportarlo a casa sull’auto dello zio. Lungo il percorso la sua particolare “cecità” si era manifestata, quando, durante il sorpasso di un convoglio di squadristi, aveva messo a rischio la propria vita e quella di lui. Saranno insieme, con Olmo e Anita, al ballo che precede l’incendio della casa del popolo.

Nella scena dell’incontro è compendiato, mirabilmente, il ritratto di Ada, connotata, nel corso di tutto il film, dall’inafferrabilità, splendidamente espressa da quei capelli che la nascondono. E’ davvero un personaggio singolare e sfuggente, come aveva avvertito subito, del resto, lo stesso Alfredo, continuamente spiazzato dal suo comportamento. Diversamente da altri, Ada era capace di astrarsi dal presente per non vedere gli orrori e le brutture che le stavano intorno, volgendo altrove, più in alto, forse, quegli occhi magnifici e limpidi, che forse cercavano aria pulita, al di sopra delle soffocanti nebbie della “Bassa”. Nei suoi pensieri inquieti, sognava di spostarsi con Alfredo verso lidi che sperava, invano, finalmente lontani dalle camicie nere: per questo insieme a lui aveva raggiunto Capri, dove zio Ottavio si stava dilettando con la fotografia artistica (ritraendo divinità boscherecce, ovvero ignudi giovanotti in posa sugli alti faraglioni). Talvolta si assentava dal presente anche attraverso viaggi “altri”, nei paradisi artificiali della cocaina, che lo stesso Ottavio si procurava su quell’isola*. L’Aventino dorato dei due innamorati a Capri, però, non sarebbe durato a lungo: un telegramma aveva avvisato lui della morte improvvisa del padre. Alla morte di Giovanni, il matrimonio di Ada e Alfredo, poco opportunamente annunciato e quasi subito celebrato, aveva acceso la speranza che nella proprietà dei Berlinghieri qualcosa sarebbe cambiato nei rapporti con i contadini. Olmo e anche Ada, a più riprese, avevano inutilmente chiesto ad Alfredo l’allontanamento di Attila, ormai convinto e spietato squadrista, a cui il giovane padrone non aveva voluto togliere la conduzione dei poderi e della casa, neppure quando, in sua presenza, Attila, che aveva appena violentato e ucciso il piccolo Patrizio Vanzini, con la complicità perversa di Regina, la sua diabolica amante, aveva cercato di massacrare di botte Olmo, accusandolo del delitto. Il fatto è che Alfredo, anche se non aveva mai amato i fascisti, aveva bisogno dei loro servigi, come tutti gli altri padroni della zona (e anche come molti industriali del nord): gli mancava la voglia, e la capacità di occuparsi direttamente delle proprietà; era diverso dal nonno che non aveva temuto di condividere con i suoi stallieri e con i contadini “sterco e sudore” e qualche buona bottiglia, talvolta. Era un “rentier”, che avrebbe preferito occuparsi d’altro, ritenendo che poche e salutari mortificazioni sarebbero state sufficienti a ristabilire le giuste distanze fra lui (era o no il padrone?) e il suo “cane da guardia”, così come Attila si lasciava definire dalla stessa Regina. Le umiliazioni, però, non facevano altro che accrescere la rabbia impotente e invidiosa del suo fattore, nonché i propositi di vendetta, anche da parte di Regina. Ora si stava sgretolando il matrimonio con Ada, che era nato troppo in fretta e male: i festeggiamenti erano stati turbati da alcuni sinistri presagi. In primo luogo Alfredo aveva notato con dispiacere l’assenza di Olmo, (Anita era morta da qualche tempo, durante il parto della loro bambina, che si sarebbe chiamata come lei): probabilmente l’amico aveva preferito andarsene per i fatti suoi, piuttosto di accettare l’umiliazione di festeggiare le nozze nella stanza dei servi. Non si era visto neppure lo zio Ottavio, che era arrivato in ritardo, ma con un un regalo speciale per la sposa: lo splendido cavallo bianco (dal nome evocativo: Cocaina), che le avrebbe consentito di allontanarsi subito, ancora coll’abito nuziale, pur di non vedere il dilagare sguaiato delle camicie nere nella bella casa, tollerato da tutti gli invitati, mentre in quello stesso giorno Attila e Regina avrebbero orribilmente stuprato e successivamente massacrato il piccolo Patrizio. Il rientro di Olmo e di Ada sul suo bel cavallo e il ritrovamento del corpo straziato del piccino, seguito dal tentativo non riuscito di  massacrare il sovversivo Olmo Dalcò, avevano chiuso una giornata da dimenticare. Ada, però, non dimenticava né l’immobilità del marito di fronte ai soprusi e alle ingiustizie di Attila, né l’ostilità aperta di Regina; aveva cercato di far qualcosa di utile, insegnando alla bambina di Olmo a leggere e a scrivere, ma questo suo impegno non era stato apprezzato né da Olmo, né da Alfredo, che di Olmo stava diventando geloso. Avrebbe allora cominciato un altro viaggio, un doloroso percorso di abbrutimento, attraverso il vino, negato nella sua casa (era Regina a custodire le chiavi della dispensa), ma ottenuto nelle osterie più sordide, dove in una memorabile e nevosa notte di Natale Alfredo era riuscito a scovarla. La scoperta, al loro ritorno, di un nuovo delitto (ancora Attila!) aveva fatto maturare in lei la decisione di troncare ogni rapporto col marito, dapprima rinchiudendosi in camera sua e successivamente abbandonando per sempre la casa e facendo perdere definitivamente le proprie tracce. Si era forse congiunta ai movimenti di resistenza che clandestinamente si stavano organizzando sull’Appennino?
Alla fine del film, cioè nel racconto del 25 aprile che, circolarmente, ci riporta al suo inizio, potrebbero indurci a crederlo alcune affermazioni di Olmo, che a quella lotta clandestina aveva partecipato ed era tornato “bello di fama e di sventura”, come l’Ulisse foscoliano. E’ certo, però, che ancora una volta la donna aveva spiazzato tutti, confermando la sua sfuggente inafferrabilità, così come la sua limpida e ferma ripulsa di ogni violenza. Torna ancora in mente quel suo sguardo alla ricerca di un mondo pulito, rispecchiandosi nel quale, il regista sembra, in conclusione, esprimere il suo giudizio su tutti i suoi personaggi.

Si è spesso rimproverato a Bertolucci una sorta di faziosità manichea, che lo avrebbe spinto a fare un film in cui tutti i buoni sono dalla parte degli antifascisti e tutti i cattivi sono dall’altra, come dimostrerebbe proprio la figura di Attila, vero genio del male. Non riesco a leggere il film in questo modo: tutte le figure rilevanti di questo film, andrebbero considerate per ciò che rappresentano emblematicamente: Olmo, tenacemente legato ai valori dei Dalcò, è ingenuo e un po’schematico nel modo di pensare e nel comportamento, incarna un modo di far politica senza molte mediazioni culturali: è un eroe coraggioso, che può suscitare simpatia, ma col quale è difficile identificarsi; Alfredo è un antifascista più complesso e tormentato, ma non è sufficientemente coraggioso per rompere decisamente con gli altri agrari impegnati a oltranza nella difesa della “roba” e, in ogni caso, è incapace di elaborare una proposta politica in grado di coinvolgere gli altri proprietari in una forma di opposizione liberale. Attila non è il cattivo per antonomasia, né lo è in quanto fascista: è un uomo mediocre, senza qualità, vile e invidioso; non è il male incarnato (che lo renderebbe un personaggio tragico), ma è piuttosto l’incarnazione della banalità del male, favorito dalla degenerazione dello stato, che rinunciava al suo compito istituzionale di far rispettare le leggi, uguali per tutti i suoi cittadini.

Schermata 08-2456875 alle 23.44.16In tutto il film, però, il vero protagonista è il “quarto stato”, esplicitamente evocato nei titoli di testa e di coda, sovrapposti al celebre dipinto di Pelizza da Volpedo e identificato qui con l’intero popolo della Bassa, che con la sua umanità e anche con la sua memoria fatta di canti, di danze, di espressioni dialettali, ma soprattutto di storie direttamente vissute o sentite raccontare, permette al regista la realizzazione di questo grande affresco corale, la ricostruzione di un’epoca, che è un pezzo fondamentale della nostra storia. E’ quasi un invito a ricordare, che si dispiega per tutta la durata della pellicola, stupefacente per la quantità di emozioni che ancora suscita, dopo tanti decenni. Mi sembra questa l’eredità duratura del film, che al di là delle singole scene, più o meno riuscite, ci dà, attraverso una serie di quadri potentissimi, un’indimenticabile rappresentazione di come eravamo.

E’ un film di parte? Lo è, ma questo è un pregio, non un limite: Bertolucci non aveva voluto affatto mettersi al centro di “opposti estremismi”, aveva voluto, invece, chiarire da quale parte ci si era dovuti schierare per opporsi all’arroganza e all’ingiustizia dei potenti, nelle zone emiliane, come dappertutto! Di questo, credo, tutti dovremmo prendere coscienza. Grazie allora a questo nostro grande regista per lo splendore lirico della prima parte, per i cupi drammi della seconda, per i personaggi indimenticabili che ancora vivono, amano e soffrono davanti ai nostri occhi, per gli attori straordinari (popolari e professionisti) che hanno dato se stessi, per le musiche meravigliose che accompagnano le scene, per la splendida fotografia di Vittorio Storaro, e grazie anche al mirabile restauro che ci restituisce il film in tutta la sua suggestione.
___
* la sniffata e la successiva danza hanno probabilmente ispirato la scena famosa dell’overdose di Uma Thurman in Pulp Fiction di Tarantino, che ha citato sicuramente questo film anche nelle Jene: il taglio dell’orecchio dell’atto 1

___
Le immagini del soggiorno a Capri di Ada e Alfredo, cioè l’inizio dell’atto 2, sono attualmente visibili su Youtube. Potete raggiungerle attraverso questo documento direttamente dal blog.