madri e figli (…E ora parliamo di Kevin)

recensione del film:
E ORA PARLIAMO DI KEVIN

Titolo originale:
We Need to Talk About Kevin

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:
Tilda Swinton, Ezra Miller, John C. Reilly, Jasper Newell, Rocky Duer, Ashley Gerasimovich, Siobhan Fallon, Alex Manette, Kenneth Franklin, Leslie Lyles, Lauren Fox, Ursula Parker, James Chen, Leland Alexander Wheeler, Aaron Blakely, Jennifer Kim, Anthony Del Negro, Caitlin Kinnunen, Erin Maya Darke, Joseph Melendez, Neil Hardy
– 110 min. – Gran Bretagna, USA 2011

Questo affascinante e tragico film è la storia del difficile rapporto tra una madre e un figlio, forse non voluto, ma certamente accolto con grande disponibilità a capire e ad amare. Ancora in fasce il piccolo Kevin pare animato da odio profondo nei confronti della madre Eva, impensierita e stupita dolorosamente per la sua aggressività, mentre predilige il padre (meno ansioso di lei), che nei suoi confronti si muove con serena tolleranza, essendo sempre favorevole a perdonare e a comprendere. Il padre, Franklin, aveva voluto tenacemente il trasferimento della famiglia da New York, dove la donna lavorava, a un piccolo centro in mezzo ai boschi e alla natura, più adatto della grande metropoli alla crescita di un bambino. Eva, quindi, per il piccolo Kevin aveva sacrificato il proprio lavoro e la realizzazione di sé, ma non era stata compensata, sul piano affettivo, dall’ atteso e sperato mutare del comportamento del figlio nei suoi confronti: l’odio di Kevin, anzi, sembrava raffinarsi col tempo, tanto diventavano feroci i colpi che il piccolo, con studiata perfidia, riusciva ad assestarle, coll’esplicito scopo di ferirla con progressione crescente, parallelamente all’emergere in lui del pensiero razionale.
La nascita di Celia, la sorellina, complicò la già complessa dinamica inter-familiare, fino a compromettere l’unità stessa della famiglia. Alla vigilia del sedicesimo compleanno, cioè nel tempo legale ancora utile per evitare la pena di morte, Kevin arrivò a organizzare la strage nella scuola, in seguito alla quale fu condannato a una reclusione di pochi anni. In sintesi questa è la vicenda che il film ci racconta, ma il modo di narrare della regista scozzese Lynne Ramsay fa sì che non ci si trovi solo dinanzi a una tragedia annunciata. E’ Eva (nome non certo casuale), infatti, che, rimasta completamente sola e odiata dai suoi vicini di casa, ripercorre in un continuo avvicendarsi di passato e presente tutta la sua vita, ricostruendola in una serie di flash-back che sono la dolorosissima rivisitazione degli episodi più significativi, interrogandosi e interrogandoci sui perché dei drammatici accadimenti, su quello che non avrebbe dovuto fare, schiacciata dai sensi di colpa, che da sempre, di fronte a immani tragedie si impossessano delle donne, come se il peso del male nel mondo non potesse che essere loro addossato.
Questo densissimo film, a mio avviso, ci sfida a pronunciarci sulla fondamentale domanda della filosofia morale: il male che si impadronisce dell’uomo ha davvero sempre e solo spiegazioni psico-sociologiche? Siamo davvero sicuri dell’affermazione rousseauiana, ormai quasi luogo comune, secondo la quale l’uomo nasce buono e viene solo in seguito corrotto dall’ambiente che lo circonda? Il film insinua, inoltre, inquietanti dubbi anche su altri luoghi comuni: le presunte gioie della maternità, il dovere della dolcezza materna, la bugiarda serenità della famiglia televisiva, gli innocenti pargoli ecc. per presentarci una realtà durissima di lacrime e di sangue, che ci riporta ai personaggi tragici archetipici della cultura greco-occidentale, che tutti sembriamo aver dimenticato. Di eccezionale efficacia la recitazione di Eva: Tilda Swinton, la cui mimica facciale rappresenta l’indicibile dei suoi stati d’animo nel tempo, nonché dei suoi timori. Altrettanto eccellente l’interpretazione dei bambini che condividono il personaggio di Kevin, così come quella di John C. Reilly nella parte paciosa e un po’incosciente di Franklin.

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sesso e solitudine (Shame)

recensione del film:
SHAME

Regia:
Steve Mc Queen

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware,Lucy Walters, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Jay Ferraro, Mackenzie Shivers, Alex Manette, Briana Marin, Frank Harts, Kate Dearing, Wenne Alton Davis, Eric Miller, Stephane Nicoli, Carl Low, Neal Hemphill, Mari-Ange Ramirez, Rachel Farrar
Gran Bretagna, 2011 – 99 minuti
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Di Brandon (Michael Fassbender), giovane di origine irlandese, della sua storia e dei suoi trascorsi familiari e amorosi, il film non ci dice nulla, perché il regista entra immediatamente “in medias res” e ci presenta il personaggio nella sua dimora newyorkese, alle prese con le operazioni quotidiane fra il risveglio, la doccia e l’ufficio. Più avanti incontreremo la sorella, la graziosa Sissy (Carey Mulligan), cantante nei locali della notte newyorkese, inquieta e insicura, che si rifugia a casa di Brandon, non sapendo dove andare per un incontro amoroso. Sapremo da lei di un primo soggiorno nel New Jersey, e del successivo stabilirsi a New York, breve tragitto, ma indizio di una posizione sociale certamente migliorata. Di fatto l’appartamento di Brandon è bello e luminoso, con vista sulla metropoli davvero bellissima, così come è bellissimo il panorama della città dai piani alti dell’edificio dove Brandon lavora: una fra le città più affascinanti del mondo.
Lo scenario è però anche quello delle tragedie personali di Sissy e di Brandon, persone fondamentalmente sole, alle prese con i loro problemi: la piccola Sissy, porta, nelle numerosissime cicatrici sulle braccia, i segni di un più volte reiterato tentato suicidio; il giovane Brandon nasconde sotto il bel volto, apparentemente sereno, l’ossessione che, come una droga che ha ormai prodotto assuefazione, lo spinge in modo incontrollabile alla ricerca del piacere sessuale, senza badare al come, al dove, al quando, al con chi. La conseguenza di questa irrefrenabile foia è il degrado nei rapporti umani e sociali, che affiora alla coscienza, soprattutto quando alcuni fondamentali episodi lo portano a provare vergogna di sé e dei suoi comportamenti, poiché contribuiscono a isolarlo dalla sorella, dalla gente dell’ufficio, nel quale egli occupa una posizione eminente, nonché da ogni vero rapporto d’amore, per il quale la sua esuberanza sessuale si mostra per quello che è, cioè miserabile e insufficiente. La condanna alla solitudine più profonda e l’infelicità crescente vengono sottolineate dal colore sempre più livido della pellicola, dal prevalere della NewYork notturna dei locali malfamati e ancora una volta frequentati in un crescente “cupio dissolvi” senza sbocco.
Il regista racconta con l’eleganza e la freddezza necessarie a un soggetto così scabroso la discesa agli inferi del protagonista, avvalendosi della stupenda recitazione di tutti gli attori, soprattutto di Michael Fassbender, perfetto nella difficilissima parte dell’erotomane sempre più turbato e della tenera Carey Mulligan, brava anche come cantante (come è struggente sentirla in NewYork, NewYork!), che ha compreso come attraverso il corpo si possano trasmettere, se si vuole, parole di solidarietà accogliente e di affetto, quelle proprio che vorrebbe sentire intorno a sé.