Sangue del mio sangue

Schermata 2015-09-09 alle 20.25.53recensione del film
SANGUE DEL MIO SANGUE

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Filippo Timi, Lidiya Liberman, Fausto Russo Alesi, Alba Rohrwacher, Federica Fracassi, Alberto Cracco, Bruno Cariello, Toni Bertorelli, Elena Bellocchio, Ivan Franek, Patrizia Bettini, Sebastiano Filocamo, Alberto Bellocchio – 107 min. – Italia, Francia, Svizzera 2015.

Collegando le due parti del film, Marco Bellocchio ha inteso raccontare (così afferma) la continuità della storia di Bobbio, il suo paese natale, di antichissime origini, essendo sorto nei primi secoli dopo Cristo nei pressi del monastero di San Colombano. La storia del film inizia nel 1600, quando il minuscolo agglomerato di case era diventato un  borgo di artigiani, muratori e commercianti a cui dava di che vivere il monastero, trasformato ora in convento di clausura femminile. Si aprivano su oscuri corridoi le celle spoglie e poco illuminate che ospitavano le giovinette, le quali, ufficialmente, volevano sacrificare all’amore di Dio e alla sua gloria la propria vita, che, invece, erano state rinchiuse in quel luogo, obbligate dalle loro ricche o nobili famiglie, che intendevano evitare la frammentazione del patrimonio, inevitabile qualora avessero dovuto provvedere alla loro dote*. Non è strano, perciò, che le piccole celle delle suore forzate nascondessero amori segreti e cuori spezzati: drammi grandi e piccoli, che, se scoperti, davano l’occasione per allestire processi e condanne “esemplari”, ciò che puntualmente si verificò allorché un alto prelato, della potente famiglia che dominava dal castello sulle colline intorno a Bobbio l’intera vallata del fiume Trebbia, si uccise, facendo emergere la “peccaminosa” storia del suo amore  per la bella suor Benedetta (interpretata da Lidiya Liberman).

Fu il fratello gemello di costui che, raccogliendo il dolore disperato della vecchia madre, si recò a protestare col priore del convento che non aveva concesso al suicida i funerali religiosi, cosicché ora, il suo corpo si trovava in terra sconsacrata.  Il giovane, Federico (Pier Giorgio Bellocchio), fu subito rassicurato: l’empia donna, cui si era provveduto a tagliare ben corti i capelli (Satana, come è noto, trovava facile asilo nelle chiome femminili!) avrebbe quasi certamente confessato la sua alleanza col demonio, dopo di che il funerale religioso sarebbe stato possibile. La vicenda del film prosegue in due direzioni: da una parte si descrivono con dovizia di particolari assai orripilanti le torture contro la presunta assatanata, dall’altra gli incontri furtivi fra il gemello superstite e la poveretta, che, dopo aver perso il suo innamorato, pareva consolarsi (invero velocemente!) con lui di tanto strazio. Non riuscirà, però, a superare la prova del fuoco: confesserà l’alleanza con Satana e riuscirà a non morire fra i tormenti delle fiamme; in compenso sarà murata viva per volontà del gruppo di inquisitori che darà, finalmente, il via libera ai funerali religiosi.

Nella seconda parte del film, ambientato ai nostri giorni, Bobbio è diventato un paesetto di qualche migliaio di abitanti; il convento non ospita più le tenere pulzelle sacrificate dalle famiglie, bensì un vecchio demente, chiamato il conte (Roberto Herlitzka), che passa il suo tempo a letto, circondato da servi e parenti mentre canta Ta pum, il ritornello del canto degli alpini della prima guerra mondiale. Dall’interno della sua dimora conventuale il vecchio non si muove mai, se non di notte, come i vampiri cui forse Bellocchio intende accostarlo, sia perché è la riproposizione di uno dei feroci inquisitori della prima parte del film, sia perché gli è rimasto un solo dente, sia perché nonostante la demenza, esercita su tutto il paese un oscuro potere attraverso i suoi legami con la massoneria locale. Dove sia il collegamento fra le due parti del film, probabilmente ce lo può dire solo Bellocchio: forse nel riproporsi degli stessi attori, alcuni dei quali sono sangue del suo sangue, nel senso che sono suoi figli? o forse nella scoperta che, finito il dominio dei religiosi, un altro dominio si esercita sugli uomini? Non pare una scoperta molto originale! Chi siano i nuovi dominatori degli uomini di Bobbio è un altro mistero del film: saranno i massoni che insieme al vecchio tramano per vendere il convento? Saranno i russi che vogliono comprarlo e farne un albergo? Come si vede un vero puzzle di difficile ricomposizione. L’incertezza nell’uso dei registri narrativi, poi, non aiuta a chiarire gli intenti del regista: tutta la prima parte all’interno del convento è un tentativo abbastanza serio di ricostruire una storia cupa e inquietante alleggerito da un solo sprazzo umoristico, di stampo boccaccesco, all’interno del castello, dove due donne per una sola notte condividono insieme a Federico i piaceri carnali, fra mille finte ripulse e falsi pudori (Alba Rohrwacher, Federica Fracassi). La seconda parte, invece, è raccontata con toni da commedia all’italiana assai grevi.

Recensire un film come questo diventa molto imbarazzante, essendo Bellocchio, piacciano o no i suoi film, uno dei più apprezzati registi italiani, nonché un intellettuale sempre molto lucido e attento ai problemi della nostra società. Egli ha dichiarato di avere un’età in cui finalmente ha potuto concedersi di realizzare i progetti più capricciosi e anarchici, che aveva lasciato a lungo nei cassetti. Bene per lui, molto meno bene per noi, che abbiamo assistito alquanto allibiti a una simile performance, molto pasticciata e insensata.

*Questa prassi, molto nota, è stata narrata più volte dalla letteratura e dal cinema. Credo, anzi, che dato il gran numero di film che narrano di interni conventuali, monache lussuriose, torture e processi alle medesime, condotti con perfidia sadica dai prelati maschi si potrebbe considerare di dar vita a un ennesimo genere cinematografico: quello conventuale.

Il racconto dei racconti – Tale of Tales

Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

l’isola di Gelsomina (Le meraviglie)

Schermata 05-2456806 alle 23.12.26recensione del film:
LE MERAVIGLIE

Regia:
Alice Rohrwacher

Principali interpreti: Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci – 111 min. – Italia 2014.

IlGrand Prix Spécial della Giuria, al Festival di Cannes che si è appena concluso, è andato al film italiano di Alice Rohrwacher, di cui mi accingo a parlare.

Alice Rohrwacher, la regista che aveva egregiamente diretto Corpo Celeste, la sua opera prima, piccolo e riuscito film di qualche anno fa, ispirato a un romanzo di Annamaria Ortese, ritorna sul tema dell’adolescenza e della difficoltà di crescere, che sembra quindi essere una caratteristica costante della sua ispirazione creativa. In questo secondo film, però, l’indagine sui turbamenti dell’adolescenza è condotta all’interno di una realtà sociale molto più angusta: un nucleo familiare che vive nell’isolamento tenacemente voluto dal padre, quasi un patriarca a cui tutta la famiglia si assoggetta. E’ tedesco e si chiama Wolfgang questo padre-padrone (Sam Louwyck); è acculturato e animato da una profonda volontà, che è anche una scelta ideologica, di isolarsi nella bellezza della natura un po’ selvaggia e anche di isolarvi i suoi cari: egli ha messo in piedi, a questo scopo, in una cascina vicino al Trasimeno, una comunità agricola che dovrebbe diventare autosufficiente, scambiando con altri prodotti il frutto del lavoro familiare, dedicato principalmente all’ apicultura e all’allevamento di ovini. Ci sono quattro figliolette, in questa piccola comunità familiare, tra cui la sola Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) è abbastanza grande per lavorare e seguirlo nel lavoro delle api, nel controllo e nella pulizia delle arnie; le sorelline, anche se assai più piccole, aiutano, tuttavia, dopo la smielatura, come possono e come sanno, raccogliendo il miele e badando bene di non farlo uscire dal secchio, perché questo padre è anche molto severo e non tollera il minimo spreco. La madre, Angelica (Alba Rohrwacher), che ha un ruolo marginale nella gestione economica della piccola azienda, perché tutte le scelte, anche le più strampalate, spettano a Wolfgang, ha tuttavia una funzione preziosa per le figlie, che teneramente ama, poiché in qualche misura le protegge dagli scoppi d’ira di Wolfgang. La famigliola, purtroppo, non vive nel migliore dei mondi possibili, perciò la realtà del mondo esterno che il padre avrebbe voluto ignorare e comprimere si insinua nel gruppo familiare senza troppi complimenti: i cacciatori invadono con i loro spari la quiete e il silenzio del luogo; i pesticidi, usati dagli agricoltori non lontani, avvelenano i fiori e le api che ne succhiano il nettare; gli adeguamenti igienici ormai vengono richiesti, a tutela della salute pubblica a tutti quelli che vendono prodotti alimentari; il turismo di massa, invadente e vorace, cerca luoghi nuovi che fagociterà e distruggerà. La televisione, con i suoi concorsi a premi, diventa l’apri-pista di migliaia di turisti in cerca del nuovo, del genuino, del prodotto tipico, e anche di qualche stanza in un posto “rustico”, ma pieno di comfort, da utilizzare magari solo per un weekend. Non per nulla il vicino, quello dei pesticidi, al passo con i tempi, si dedicherà all’agriturismo! Eppure quella TV, volgare e tanto demonizzata dal padre, a Gelsomina piace, perché porta un po’ di novità nella vecchia cascina e anche perché lei aspira, come ogni adolescente, a crearsi un modello di vita diverso da quello familiare; perché, inoltre, vi scorge un simulacro di quella libertà di cui sente l’urgenza per allontanarsi dal mondo dell’infanzia e per progettare il suo futuro. Anche se continua a fare il suo dovere, aiutando il padre, la vita che fa le sta molto stretta. Nella descrizione delle sue inquietudini troviamo le cose migliori del film: la regista è, infatti, davvero bravissima nel rappresentare le emozioni più delicate, i conflitti non detti, e spesso indicibili in quanto non solo generazionali: sono conflitti fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, non sapendo bene, però, che cosa si vorrebbe essere davvero. Gelsomina è allora sorella di Marta, la protagonista del film precedente, nonché di tutti noi che da adolescenti ci siamo sentiti lacerare dalle inquiete contraddizioni di un’età assai difficile, in cui l’amore per la famiglia è ancora forte, ma l’esigenza di emancipazione comincia a farsi sentire, anche violentemente, creando sensi di colpa e molta sofferenza. L’isola del Trasimeno, lontana ma raggiungibile, diventa allora l’emblema di uno spazio privato, tutto da conquistare e da vivere in piena libertà, senza padri, senza madri e anche senza le pesanti responsabilità  che Wolfgang le aveva affidato, contando un po’ troppo sulla propria autorità e sulla sua timida remissività.

Ho tralasciato di parlare di altri personaggi, pur presenti nella storia, come Martin, il giovanissimo in affidamento alla famiglia, a sua volta isolato da un probabile e autistico mutismo elettivo, che tuttavia trova un modo per comunicare, persino con le api… attraverso la sua sopraffina capacità di fischiare e Cocò, la giovane che insieme ad Angelica si occupa di ovini, di cui non mi è sembrata chiara la funzione nella famiglia. Il film, d’altra parte, presenta non pochi difetti, fra i quali, principalmente l’assenza di una spiegazione un po’ più approfondita del comportamento paterno e della sua sciagurata propensione a imporre a tutti la propria volontà, anche quando, sprecando troppi soldi (l’acquisto di un cammello!), accelera la rovina economica della sua piccola comunità.
Si tratta in ogni caso di un film bello, spesso poetico, capace di tener viva l’attenzione dei molti spettatori che seguono trepidanti le vicende di Gelsomina.

le baruffe palermitane (Via Castellana Bandiera)

Schermata 09-2456561 alle 08.02.48recensione del film:
VIA CASTELLANA BANDIERA

Regia:
Emma Dante

Principali interpreti:
Elena Cotta, Emma Dante, Alba Rohrwacher, Renato Malfatti, Dario Casarolo – 94 minuti – Italia-Svizzera 2013

Questa è la storia di una lite per futili motivi, una baruffa rionale che avviene in Via Castellana Bandiera, a Palermo, per una questione di precedenza: quale delle due auto, che si stanno fronteggiando nella viuzza periferica del capoluogo siciliano, così stretta da consentire il passaggio di una sola vettura alla volta, indietreggerà per far passare l’altra? Come si vede, si tratta di un piccolo problema, amplificato oltre misura dall’impuntarsi orgoglioso delle due automobiliste, ben decise a farne una questione di principio, quando basterebbe l’uso della ragione, unito a un po’ di rispetto reciproco, per risolvere rapidamente il contrattempo. La situazione di stallo che si viene a creare perdura per l’intera giornata, durante la quale le due guidatrici, nonostante il caldo soffocante dell’estate palermitana, resistono eroicamente nelle rispettive auto e prosegue durante la notte, in un crescendo di folli comportamenti, che degradano progressivamente la loro dignità umana. Rosa (Emma Dante) e l’anziana Samira (Elena Cotta – Coppa Volpi a Venezia, quest’anno) si fronteggiano, spinte da un sordo rancore senza apparente spiegazione. In realtà, però, entrambe hanno un vissuto alle spalle che vorrebbero dimenticare: Rosa, palermitana emigrata a Milano, contro la volontà materna, è tornata in questa sua città solo per compiacere Clara (Alba Rohrwacher), la donna che ama, invitata al matrimonio di un amico, ma non riesce a evitare che i ricordi dolorosi si impadroniscano di lei, disorientandola e facendole rivivere il vecchio conflitto; Samira, molto anziana, quindi potenzialmente identificabile con la madre amata e odiata, è originaria di Piana degli Albanesi, ha perso la figlia trentottenne per un cancro e ora vive soprattutto per il nipote, che le sembra continui la vita di lei, ma sente tutto il peso della sua esistenza, ormai priva di senso. L’impasse in cui ambedue si sono cacciate e l’orgogliosa ostinazione di cui danno prova, non è altro quindi che la rappresentazione metaforica della difficoltà a uscire da una difficilissima situazione: alla giovane Rosa non resta che andarsene, imboccando decisamente una via d’uscita, mentre alla vecchia Samira non resta che la morte, catartica soluzione di una tragedia troppo a lungo sopportata nel mutismo della propria incomunicabile sofferenza.

Il racconto potrebbe diventare claustrofobico, se si comprimesse negli angusti spazi dell’abitacolo delle due piccole utilitarie, in cui, per tutta la durata del film, vivono le due donne, così come claustrofobici erano stati Cosmopolis, e anche, in parte,  Holy motors. In realtà, questa insolita sfida da  western, in cui si fanno coinvolgere le due rivali, si svolge nello scenario delle case fatiscenti che sono ai lati della via Castellana Bandiera, abitate da uomini e da donne che tutto osservano dalle finestre, guardando, commentando e scommettendo, interagendo, perciò, con le due protagoniste e dando vita, collettivamente a un grande e inconsueto spettacolo “teatrale”, di cui anche i personaggi dietro alle quinte sono parte integrante, come nelle Baruffe chiozzotte di Goldoni, che, per alcuni aspetti possono essere ricordate a proposito di questo film. Le Chiozzotte infatti hanno in comune con questa pellicola almeno tre elementi: la grottesca irrilevanza dell’accadimento all’origine dell’azione drammatica; la quinta delle case che celano al loro interno l’umanità “plebea” (secondo la definizione goldoniana), che non perde mai il contatto con l’azione scenica; la parlata vernacolare, frutto del serissimo studio linguistico che fu di Goldoni, ma che è anche di Emma Dante, altrettanto attenta all’uso di una lingua plausibile, in un ambiente, come in questo caso, sottoproletario. Il tono complessivo del lavoro di Emma Dante, però, è durissimo, lontano da qualsiasi forma di goldoniana bonarietà poiché la regista, insieme alle numerose suggestioni culturali del teatro classico, porta sullo schermo carne, sangue, dolore e lacerazioni, secondo la sua visione tragicamente sensuale della vita, espressa anche con il bellissimo colore della fotografia. Allo stesso modo, pur non mancando suggestioni della Giara pirandelliana nella rappresentazione paradossale e grottesca, siamo anche in questo caso abbastanza lontani dall’ amaro e rassegnato sorriso pirandelliano, sul quale prevale la necessità della scelta volontaristica, che tagli il nodo delle contraddizioni irrisolte. Opera colta, non facile, ma assolutamente da vedere e da meditare.

Uno scenario terribile (Bella addormentata)

recensione del film:
BELLA ADDORMENTATA

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi – 110 min. – Italia 2012

Molteplici equivoci si sono addensati su questo film, il primo dei quali è che riguardi la vicenda di Eluana Englaro. In realtà Bellocchio, attraverso i documenti di allora (febbraio 2009), evoca quella vicenda terribile, e anche il vergognoso e strumentale schierarsi del governo contro le decisioni dei magistrati, utilizzandola quale scenario di tre diverse storie che hanno solo qualche pallida somiglianza con quella di Eluana, ben più drammatica. Nel film, pertanto, si intrecciano tre racconti, nettamente diversi fra loro, che hanno in comune solo lo sfondo storico dell’Italia degli anni berlusconiani quando, sostenuti dal governo che stava per far approvare una legge ad hoc, in buona o in mala fede, alcuni cattolici fondamentalisti si mobilitarono per bloccare l’ambulanza che stava trasportando Eluana nel luogo dove avrebbe potuto morire in pace e dignitosamente, dopo 17 anni di vita vegetativa e di sofferenze inaudite. La ricostruzione di questi fatti è precisa e accurata e suscita più di un’inquietudine: ragazzini indottrinati e fanatici che cercano visibilità attraverso la sceneggiata dell’acqua o anche usando strumentalmente povere creature handicappate che portano al collo la scritta Ammazzate anche noi: una delle pagine più cupe della nostra storia recente.
Uno dei protagonisti del film, il senatore di Forza Italia Uliano Beffardi (Toni Servillo) si trova in grave imbarazzo nei confronti del suo partito, sia perché ha mantenuto i principi laici che avevano connotato il suo passato da socialista, sia perché aveva dolorosamente aiutato a morire sua moglie, che glielo aveva chiesto come atto d’amore estremo. Questo episodio, che mi ha pienamente convinta, non è solo il racconto della crisi di coscienza di una onesta persona, ma è anche la storia di un uomo tormentato dal dubbio, in mezzo a senatori furbacchioni, carrieristi, nonché a cinici e disillusi yes-men, pronti a votare come vuole il grande capo pur di assicurarsene i favori e i conseguenti vantaggi. Questa gente, calpestata la propria dignità personale, sguazza nella palude dell’opportunismo come l’ippopotamo nell’acqua melmosa: la scena stupenda della sauna collettiva, mentre lo psichiatra (Roberto Herlitzka, bravissimo!) dispensa pillole e consigli sciagurati, mi è parsa una citazione dal Faust di Sokurov (il bagno nella grotta) molto opportuna e molto naturalmente inserita, perfetta metafora di una situazione di diabolica efferatezza, mascherata da indulgente saggezza.

Le altre due storie, a mio avviso, non sono altrettanto interessanti e convincenti: non lo è quella della Divina madre, in cui Isabelle Huppert (che peccato!), atea devota, trascura marito e figlio che hanno bisogno di lei, per occuparsi solo di Rosa, cadavere tenuto in vita da un respiratore artificiale; non lo è neppure quella della giovane drogata, che tenta più volte il suicidio, mentre il medico continuerà ostinatamente a soccorrerla impedendoglielo. In entrambi i casi le ragioni dei laici vengono sostenute da persone socialmente poco accettabili: l’egoista e la drogata, analogamente a quanto avviene nell’episodio, minore certamente, del giovane pazzo che lancia un bicchiere d’acqua contro il volto di Maria (Alba Rohrwacher), la figlia del senatore Uliano, fanaticamente convinta della necessità di “salvare” Eluana. In conclusione, dunque, il film presenta alcuni aspetti non solo molto positivi, ma, direi, eccellenti, anche se nel complesso sembra risentire di un eccesso di prudenza del regista e lascia una sensazione, probabilmente ingiusta, di sgradevole e un po’ pasticciona ambiguità .