Girl

recensione del film:
GIRL

Regia:
Lukas Dhont

Principali interpreti:
Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen – 105 min. – Belgio 2018.

Era Victor, alla nascita, ma quel nome non lo voleva e aveva voluto “ribattezzarsi” Lara, cosicché Lara era diventata, per tutti, persino per la sua carta d’identità.
Era giovanissima Lara; l’avresti detta un’adolescente in boccio, se non fosse stato per quel corpo legnoso, dalle ossa troppo grandi, e soprattutto per quell’appendice insopportabile del suo sesso che non riusciva proprio a nascondere, nonostante ci provasse, schiacciandoselo stoicamente sul corpo col nastro adesivo. Certo non era facile trasformare, come le sarebbe piaciuto, quell’involucro di carne e ossa, di cui si sentiva prigioniera, in un corpo femminile morbidamente aggraziato, anche se l’impresa non era impossibile: avrebbe potuto contare sul sostegno affettuoso di suo padre che, per aiutarla, aveva trasferito l’abitazione, la scuola dell’altro figlio nonché la propria attività di taxista dal Belgio francofono ad Anversa, nei pressi dell’ospedale dove alcune equipes specializzate ne avrebbero seguito il percorso fino alla conclusione, quando, finalmente sarebbe stata la creatura femminile che da sempre sentiva di essere; per ora doveva accontentarsi delle cure ormonali massicce che, inibendo lo sviluppo maschile, lentamente le avrebbero dato l’apetto di una ragazza, la Girl del titolo del film.

Lara, dunque, era un’adolescente transgender che forse stava vivendo nel migliore dei mondi possibili, senza saperlo, però, tutta presa com’era dal suo problema, e dall’impazienza di vederlo risolto, ciò che era acuito anche dalla volontà di non sfigurare nella prestigiosa Scuola Reale di Danza classica che l’aveva ammessa ai suoi corsi, accettandone la diversità, così come le sue compagne, che mostravano, per la verità, qualche maliziosa curiosità di troppo, violandone il doloroso pudore, ma senza vera intenzione di ferirla.
Se è vero che l’adolescenza è un momento cruciale della crescita di ciascuno, per Lara, alla disperata ricerca di un corpo che testimoniasse la propria identità femminile, l’adolescenza stava diventando una tortura insopportabilmente prolungata: l’affannosa e continua ricerca davanti allo specchio di qualche traccia di mutamento non dava alcun risultato; molte invece erano le tracce sanguinanti delle ferite che infliggeva continuamente a quel corpo nel tentativo di essere come le altre, cosicché quel corpo così odiato e, si direbbe, inutilmente vessato avrebbe presto reclamato i propri diritti, mettendo in evidenza la difficoltà durissima di quella sua condizione, anche in una società civile e tollerante e in una famiglia intelligente e comprensiva.

Grazie all’uso attento della camera che segue Lara alla sua altezza, il regista, al suo primo lungometraggio, ci offre lo splendido ritratto di una creatura per la quale la ricerca dell’identità sessuale stava diventando una penosa ossessione, rendendoci partecipi e consapevoli del suo tormento e delle sue contraddizioni, senza nascondere, sotto un velo di ipocrisia, i momenti crudi del sangue e delle infezioni che ne devastavano il corpo, immagini simboliche dello strazio profondo dell’animo e del cuore.

Non mancano alcuni difetti, perdonabili, tuttavia, in un’opera prima, data anche la giovane età del regista appena ventisettenne: l’insistita ripetitività delle scene di danza; un certo compiacimento estetico un po’ languido nel colore dorato della luce diffusa negli ambienti in cui si muove Lara, dalla scuola di danza all’ospedale. Si tratta di difetti lievi, che non hanno impedito l’assegnazione della prestigiosa Caméra d’or di Cannes, lo scorso maggio, (Un certain regard) al film scelto come Migliore Opera Prima, prestigioso e indiretto riconoscimento alla direzione di Lukas Dhont. Anche la magnifica e prodigiosa interpretazione di Victor Polster nel ruolo di Lara ha ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio al migliore interprete maschile.

Film da vedere sicuramente.

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Fiore

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recensione del film:
FIORE

Regia:
Claudio Giovannesi

Principali interpreti:
Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Laura Vasiliu, Aniello Arena, Gessica Giulianelli, Klea Marku, Francesca Riso, Valerio Mastandrea – 110 min. – Italia, Francia 2016.

 

Presentato quest’anno a Cannes, alla Quinzaine des Réalisateurs, questo piccolo film di Claudio Giovannesi ci ripaga, in parte, delle delusioni di questa stagione un po’ magra di racconti cinematografici convincenti . La pellicola narra, con uno sguardo attento e affettuoso, le vicende degli adolescenti Daphne e Josch (rispettivamente interpretati da Daphne Scoccia e Josciua Algeri), che vivono la loro difficilissima età nell’ambiente triste e deprimente di un carcere minorile. Di Josch non si sa molto: si trova lì per una rapina e dice di avere una ragazza che non vuole aspettarlo fino al  termine della sua pena; di Daphne il regista tratteggia un po’ meglio la storia: anche lei è lì per rapina, poiché si impadroniva, armata di un piccolo pugnale, dei cellulari dei coetanei all’uscita della Metropolitana di Roma. Si intuisce (il regista non ce ne parla) il deserto affettivo della sua infanzia e il desiderio di un riferimento familiare, che sembrerebbe concretizzarsi, almeno in prospettiva, allorché il padre (un ottimo Valerio Mastandrea), da poco uscito di galera e ora convivente con una compagna straniera e suo figlio, torna a farsi vivo con lei e va a visitarla. Non è facile, però,  capire che cosa sia davvero importante per Daphne, essendo, come tutti gli adolescenti, combattuta fra desideri e impulsi violentemente contraddittori, che nessuna amorevole guida le ha insegnato a chiarire e a contenere all’interno di un progetto importante per il futuro. La repressione ottusa, d’altra parte, sembra essere la preoccupazione principale per il personale di quel carcere, soprattutto dopo che la scoperta di un fitto scambio di bigliettini fra lei e Yosh rivela la forte corrente di attrazione amorosa che si è creata segretamente fra i due ragazzi. I due giovani sono immediatamente separati, ciò che rende possibile un breve permesso-premio per lei, accettata provvisoriamente, senza troppo entusiasmo, nella nuova famiglia paterna. Ora nella mente di Daphne diventa chiaro che da quella parte nessun aiuto le arriverà: non le resta che ritrovare Yosh e prevedere il futuro insieme a lui.

Non intendo svelare altro di questo film, che racconta, in modo non del tutto nuovo due adolescenze difficili e probabilmente senza futuro. Ritengo che i precedenti si possano ritrovare in molto cinema francese (Truffaut, Bresson), o francofono (Dardenne), come è stato notato da molti. Personalmente lo trovo più vicino al mondo duro e disperato di Non essere cattivo, soprattutto per quel finale dolce ma senza futuro, che al di là delle migliori intenzioni, non potrà che ricacciare i protagonisti nella disperazione da cui provengono.

Molto interessanti, invece, alcuni precedenti letterari riconoscibili, da Manzoni (l’analisi dell’adolescenza inquieta della fragilissima Gertrude, lo scambio dei messaggi che la perderanno, la presenza di un padre idealizzato, ma lontano dalla comprensione dei suoi bisogni profondi), al Pasolini dei romanzi disperati. I punti di forza sono nella bellissima fotografia, nello sguardo intelligente e sempre “giusto” di un’attrice straordinaria, del tutto nuova in questo ruolo (Daphne Scoccia faceva la cameriera in un bar quando fu notata da Giovannesi), ma certo sensibilissima e bravissima interprete, insieme a Mastandrea, nonché nella bellezza delle inquadrature ispirate, sia pure con molta libertà, alla tradizione della pittura italiana più alta (la stessa immagine della locandina evoca lontanamente la Sibilla di Michelangelo). Un film da vedere.

I due primi film di Xavier Dolan – J’ai tué ma mère – Les amour immaginaires

Ho voluto accostare in questo stesso post le recensioni di entrambe le prime opere dell’allora giovanissimo regista (nato nel 1989), poiché le unifica il tema, parzialmente autobiografico, dell’adolescenza difficile. I due film furono girati a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2009 (J’ai tué ma mère)  e nel 2010 ( Les amour imaginaires): essi, pur nella loro evidente e un po’ spigolosa immaturità, portano ben chiara la sua impronta, individuabile nel gusto per il colore acceso e violentemente espressivo; nella fascinazione per le opere famose delle arti figurative; nell’interesse per l’accompagnamento musicale coinvolgente e raffinato; nella predilezione, mantenuta anche nei film successivi (ma con maggiore compostezza), per le situazioni “borderline” e anche in un certo abbandonarsi al sentimentalismo drammatico, nonché nel tema autobiografico, ricorrente anche in Tom à la ferme, dell’omosessualità. 

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J’AI TUE MA MERE

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Anne Dorval, François Arnaud, Suzanne Clément, Patricia Tulasne, Niels Schneider, Monique Spaziani, Bianca Gervais, Benoît Gouin – 96 min. – Canada 2009.

Hubert (Xavier Dolan) é un adolescente che cerca la propria identità ribellandosi violentemente, come molti altri suoi coetanei, alla famiglia, nel suo caso composta dalla sola madre separata (una magnifica Anne Dorval) che lavora tutto il giorno anche per provvedere a lui. Egli, apparentemente, la detesta: non ne sopporta il chiacchiericcio scontato e banale, il comportamento a tavola, rumoroso e poco educato, il moralismo predicatorio, la volontà ottusa di coinvolgerlo nelle sue abitudini e nelle sue amicizie, il fatto di accompagnarlo a scuola ogni giorno guidando spericolatamente l’auto e via elencando… Nulla gli piace di lei, perciò vorrebbe andare a vivere lontano, affittando un alloggio col suo amico Antonin (François Arnaud), col quale condivide aspirazioni e gusti, nonché un affettuoso e appassionato rapporto sentimentale, che naturalmente nasconde a lei. Anche Antonin ha una madre separata, una donna aperta ed evoluta, che, al corrente dell’omosessualità del figlio, l’ha accettata serenamente. Hubert, però, nonostante la rabbia che esprime con grande e insolente violenza, è un ragazzo fragile, che ha un disperato bisogno di quell’ascolto intelligente che una sua insegnante (una splendida Suzanne Clément) gli aveva offerto , purtroppo senza riuscire a evitargli l’ulteriore umiliazione del collegio. Come per Antoine Doinel, l’eroe di Truffaut (I 400 colpi), anche per Hubert la salvezza arriverà dalla fuga sulla riva del mare, dove ritroverà finalmente quella madre, che, lungi dall’aver ucciso**, come suggerisce l’iperbolico ma efficace titolo del film, ha sempre teneramente amato, poiché il suo cuore è, per lui come per tutti, quel “guazzabuglio” (ah, Manzoni!) in cui convivono inestricabilmente bene e male, odio e amore, generosi slanci e meschinità indicibili.
Il film, condotto con mano ferma e splendidamente recitato, si conclude, dunque, con un finale conciliante e un po’ mélò, ma contiene nel racconto non pochi aspetti pregevoli. fra i quali è degna di nota l’accurata indagine psicologica, che bene evidenzia le difficoltà di comunicazione fra madre e figlio, che il regista sviluppa con un realismo duro e urtante, spesso punteggiato da un ironico distanziamento, che salva la pellicola dal compiacimento estetizzante presente, invece, nel suo successivo Les amours imaginaires.
Il film fu presentato con grande successo al Festival di Cannes del 2009, nella Quinzaine des réalisateurs.

**l’aveva però “fatta morire”, dichiarando alla sua insegnante di essere rimasto orfano di madre!

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LES AMOURS IMAGINAIRES

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Niels Schneider, Monia Chokri, Anne Dorval, Louis Garrel – 95 min. – Canada 2010.

Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri) sono da lungo tempo legati da una solida amicizia, che ora mettono in forse dopo l’incontro con Nicholas, un giovane di straordinaria e ambigua bellezza, il cui classico aspetto evoca il David michelangiolesco o alcuni disegni di Cocteau. Queste suggestioni culturali sono probabilmente all’origine del fascino che Nicholas esercita sui due giovani: attratti da lui cercano di entrare nelle sue grazie, che egli sembra concedere a entrambi, non tanto per l’indecisione della scelta, quanto per il suo carattere narcisistico e vanesio. Il cuore batte al ritmo suggestivo della voce di Dalida (Bang Bang) e i giovani diventano rivali dopo tanta amicizia, ma una breve lontananza e un successivo incontro sarà per entrambi sufficiente a chiarire la natura immaginaria di un amore che non è mai esistito.

Ha affermato più volte lo stesso regista che la storia raccontata, cui nel film fanno eco storie reali di sofferenza d’amore, non è altro che la rappresentazione di una condizione, assai frequente nei giovani, di infatuazione mentale che con l’amore ha poco da spartire, poiché si alimenta di immaginazione più che di realtà, ciò che dovrebbe escludere qualsiasi somiglianza con il magnifico Jules et Jim di Truffaut, che pure qualche critico ha indicato come probabile fonte di ispirazione di Dolan. Il film, per la verità, non mi è sembrato fra i migliori del regista: nasce, evidentemente, da un intento ambizioso, ma si trascina per un’ora e mezzo di estenuato compiacimento formale assai poco interessante.

Mommy

Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.

Il tempo di Mason (Boyhood)

Schermata 10-2456955 alle 07.36.00recensione del film:
BOYHOOD

Regia:
Richard Linklater

Principali interpreti:
Ethan Hawke, Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Steven Chester Prince,Tamara Jolaine, Nick Krause, Jordan Howard, Evie Thompson, Sam Dillon, Natalie Wilemon, Shane Graham, Zoe Graham, Brad Hawkins, Mona Lee Fultz, Angela Rawna – 165 min. – USA 2014.

Il regista Richard Linklater ha ha portato a termine questo suo lavoro in dodici anni, essendosi proposto di seguire, durante tutto questo tempo, il processo di crescita e le trasformazioni di Mason, il protagonista del film, un piccino che nel 2002, anno in cui iniziarono le riprese, aveva solo sei anni. Nel mondo magico del cinema, l’invecchiamento dei personaggi è piuttosto frequente, ma di solito si realizza sostituendo gli interpreti bambini con ragazzi più adulti, o “invecchiando” gli attori che girano il film, a colpi di trucco, parrucche e vestiario. E’ più raro, invece (a meno che si tratti di documentari) che i mutamenti nel tempo vengano seguiti dal vivo, come è accaduto in questo caso:  Boyhood  è stato girato, infatti, nel corso di dodici incontri, uno per ogni anno, fra il regista e l’intero cast, secondo le scadenze previste nel progetto originario. Linklater, dopo la severissima selezione che lo aveva portato a scegliere, fra migliaia di bambini, il piccolo Ellar Coltrane, per il ruolo di Mason, aveva affidato la parte della sorella Samantha a sua figlia, Lorelei Linklater e si era avvalso, inoltre, di altri attori professionisti, fra i quali Patricia Arquette (la madre) e Ethan Hawke (il padre). Grazie alla all’impegno da tutti mantenuto nel corso del tempo, il film ha potuto continuare e concludersi secondo le intenzioni iniziali, con le correzioni alla sceneggiatura originaria che le circostanze, mutate e talvolta imprevedibili, avevano reso necessarie. Assistiamo perciò al progressivo trasformarsi, anno dopo anno, dell’aspetto di tutti i protagonisti: vediamo crescere il bambino fino alla conclusione dei suoi studi secondari, invecchiare gli adulti, cambiare i volti e i corpi, e anche mutare le abitudini e la vita di ciascuno. La vicenda, ambientata in Texas, è abbastanza semplice: Mason e Samantha, la sorellina un po’ più grande, vivono da un po’ di anni solo con la mamma, una donna graziosa che inutilmente ricerca, dopo il fallimento del matrimonio, una stabile relazione sentimentale. I due piccoli sono costretti a seguirla nei suoi spostamenti di città in città, riluttanti ad abbandonare la rete di amicizie che erano riusciti a costruire a scuola o coi vicini.  Nei weekend entrambi si incontrano col padre, cui li lega una reciproca tenerezza e un affetto profondo, alimentato dai racconti favolosi di lui, esperto del mondo, delle usanze e delle abitudini di altri popoli. Più tardi, quando Samantha passerà le sue domeniche col boy-friend, Mason e il padre condivideranno la passione per il baseball e qualche confidenza sulle ragazze, fino a che, col termine della scuola secondaria, Mason, ormai quasi adulto, partirà alla volta del College: la sua fanciullezza (Boyhood) si è conclusa.

Come si vede, la storia raccontata è una storia come tante altre: Mason non è diverso dai bambini che come lui crescono, giocano, si fanno i dispetti, combinano bricconate e vanno  a scuola poco volentieri. E’ abbastanza diffusa, anche, l’esperienza della divisione dei genitori, dolorosa per tutti e quindi anche per Mason e Samantha, che spesso sono costretti ad affrontare patrigni inadeguati e ubriaconi, a lasciare gli amici più fidati, a far finta di gradire regali di compleanno degni degli ultraconservatori texani * e ad accorgersi che persino il papà così amato non sempre mantiene le promesse! La narrazione, che avrebbe potuto raccontare cose ovvie e più volte viste al cinema, si mantiene invece sempre interessante e coinvolgente poiché ci conduce, attraverso gli occhi di Mason, nel mondo dell’infanzia, dal quale molto gradualmente egli si allontana, abbandonando elfi e fiabe e imparando dolorosamente ad affrontare le asprezze della vita, che per lui è fatta di poche gioie, di cocenti disinganni, e di solitudine malinconica, che non sempre gli adulti  comprendono come dovrebbero. Il film si sviluppa con fluida dolcezza, senza mai annoiare nelle quasi tre ore di proiezione il che dipende, secondo me, dalla finezza della regia, molto poetica, a cui la lunga durata dei tempi di lavorazione ha offerto probabilmente un’ occasione straordinaria per meditare a fondo, fra un “tournage” e l’altro, sul passaggio più delicato e difficile della vita di tutti.

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* la preziosissima Bibbia o il glorioso fucile di famiglia…

l’isola di Gelsomina (Le meraviglie)

Schermata 05-2456806 alle 23.12.26recensione del film:
LE MERAVIGLIE

Regia:
Alice Rohrwacher

Principali interpreti: Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci – 111 min. – Italia 2014.

IlGrand Prix Spécial della Giuria, al Festival di Cannes che si è appena concluso, è andato al film italiano di Alice Rohrwacher, di cui mi accingo a parlare.

Alice Rohrwacher, la regista che aveva egregiamente diretto Corpo Celeste, la sua opera prima, piccolo e riuscito film di qualche anno fa, ispirato a un romanzo di Annamaria Ortese, ritorna sul tema dell’adolescenza e della difficoltà di crescere, che sembra quindi essere una caratteristica costante della sua ispirazione creativa. In questo secondo film, però, l’indagine sui turbamenti dell’adolescenza è condotta all’interno di una realtà sociale molto più angusta: un nucleo familiare che vive nell’isolamento tenacemente voluto dal padre, quasi un patriarca a cui tutta la famiglia si assoggetta. E’ tedesco e si chiama Wolfgang questo padre-padrone (Sam Louwyck); è acculturato e animato da una profonda volontà, che è anche una scelta ideologica, di isolarsi nella bellezza della natura un po’ selvaggia e anche di isolarvi i suoi cari: egli ha messo in piedi, a questo scopo, in una cascina vicino al Trasimeno, una comunità agricola che dovrebbe diventare autosufficiente, scambiando con altri prodotti il frutto del lavoro familiare, dedicato principalmente all’ apicultura e all’allevamento di ovini. Ci sono quattro figliolette, in questa piccola comunità familiare, tra cui la sola Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) è abbastanza grande per lavorare e seguirlo nel lavoro delle api, nel controllo e nella pulizia delle arnie; le sorelline, anche se assai più piccole, aiutano, tuttavia, dopo la smielatura, come possono e come sanno, raccogliendo il miele e badando bene di non farlo uscire dal secchio, perché questo padre è anche molto severo e non tollera il minimo spreco. La madre, Angelica (Alba Rohrwacher), che ha un ruolo marginale nella gestione economica della piccola azienda, perché tutte le scelte, anche le più strampalate, spettano a Wolfgang, ha tuttavia una funzione preziosa per le figlie, che teneramente ama, poiché in qualche misura le protegge dagli scoppi d’ira di Wolfgang. La famigliola, purtroppo, non vive nel migliore dei mondi possibili, perciò la realtà del mondo esterno che il padre avrebbe voluto ignorare e comprimere si insinua nel gruppo familiare senza troppi complimenti: i cacciatori invadono con i loro spari la quiete e il silenzio del luogo; i pesticidi, usati dagli agricoltori non lontani, avvelenano i fiori e le api che ne succhiano il nettare; gli adeguamenti igienici ormai vengono richiesti, a tutela della salute pubblica a tutti quelli che vendono prodotti alimentari; il turismo di massa, invadente e vorace, cerca luoghi nuovi che fagociterà e distruggerà. La televisione, con i suoi concorsi a premi, diventa l’apri-pista di migliaia di turisti in cerca del nuovo, del genuino, del prodotto tipico, e anche di qualche stanza in un posto “rustico”, ma pieno di comfort, da utilizzare magari solo per un weekend. Non per nulla il vicino, quello dei pesticidi, al passo con i tempi, si dedicherà all’agriturismo! Eppure quella TV, volgare e tanto demonizzata dal padre, a Gelsomina piace, perché porta un po’ di novità nella vecchia cascina e anche perché lei aspira, come ogni adolescente, a crearsi un modello di vita diverso da quello familiare; perché, inoltre, vi scorge un simulacro di quella libertà di cui sente l’urgenza per allontanarsi dal mondo dell’infanzia e per progettare il suo futuro. Anche se continua a fare il suo dovere, aiutando il padre, la vita che fa le sta molto stretta. Nella descrizione delle sue inquietudini troviamo le cose migliori del film: la regista è, infatti, davvero bravissima nel rappresentare le emozioni più delicate, i conflitti non detti, e spesso indicibili in quanto non solo generazionali: sono conflitti fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, non sapendo bene, però, che cosa si vorrebbe essere davvero. Gelsomina è allora sorella di Marta, la protagonista del film precedente, nonché di tutti noi che da adolescenti ci siamo sentiti lacerare dalle inquiete contraddizioni di un’età assai difficile, in cui l’amore per la famiglia è ancora forte, ma l’esigenza di emancipazione comincia a farsi sentire, anche violentemente, creando sensi di colpa e molta sofferenza. L’isola del Trasimeno, lontana ma raggiungibile, diventa allora l’emblema di uno spazio privato, tutto da conquistare e da vivere in piena libertà, senza padri, senza madri e anche senza le pesanti responsabilità  che Wolfgang le aveva affidato, contando un po’ troppo sulla propria autorità e sulla sua timida remissività.

Ho tralasciato di parlare di altri personaggi, pur presenti nella storia, come Martin, il giovanissimo in affidamento alla famiglia, a sua volta isolato da un probabile e autistico mutismo elettivo, che tuttavia trova un modo per comunicare, persino con le api… attraverso la sua sopraffina capacità di fischiare e Cocò, la giovane che insieme ad Angelica si occupa di ovini, di cui non mi è sembrata chiara la funzione nella famiglia. Il film, d’altra parte, presenta non pochi difetti, fra i quali, principalmente l’assenza di una spiegazione un po’ più approfondita del comportamento paterno e della sua sciagurata propensione a imporre a tutti la propria volontà, anche quando, sprecando troppi soldi (l’acquisto di un cammello!), accelera la rovina economica della sua piccola comunità.
Si tratta in ogni caso di un film bello, spesso poetico, capace di tener viva l’attenzione dei molti spettatori che seguono trepidanti le vicende di Gelsomina.

una difficilissima formazione (Fish Tank)

Recensione del film:

FISH TANK

Regia: Andrea Arnold.

Principali interpreti:
Katie Jarvis, Kierston Wareing, Michael Fassbender, Rebecca Griffiths, Harry Treadaway – 123 min. – Gran Bretagna, Paesi Bassi 2009

In una degradata periferia londinese, vive Mia, quindicenne che affronta nella più squallida solitudine la sua adolescenza. La madre, che avrebbe il compito di aiutarla a superare un delicatissimo passaggio della vita, si rivela immatura e infantile: la sente come un peso e la vede come rivale in amore, mentre la sorellina è ancora molto piccola per capirla davvero. Mia, dunque, impara presto a difendersi da sola, con gli strumenti dell’aggressività, esercitata nei confronti delle amiche, che riesce perciò ad allontanare da sé, ma anche nei confronti dei maschi che tentano di abusare di lei e che sono costretti a una precipitosa ritirata. La fanciulla ha due sogni: impadronirsi di una mite cavallina bianca, malata, per sottrarla alla crudele volontà di chi la vuole abbattere, e danzare, affermandosi nel mondo dello spettacolo. A questa seconda passione, Mia si dedica con metodo, allenandosi in vista di un’esibizione, ma l’ambiente equivoco in cui verrà accolta la induce a fuggire. Il film si svolge indugiando sulle vicende della ragazzina, con pietosa partecipazione, anche quando la rabbia della giovinetta sembra oltrepassare davvero il segno, e precipitare nella tragedia anche chi è innocente e non porta alcuna responsabilità delle sue sciagure. Lo spettatore capisce che non potrà esistere per lei altro che un futuro incerto e marginale, mancandole quegli strumenti culturali minimi che le permetterebbero di affrontare la vita secondo i suoi desideri (davvero struggente la scena in cui Mia, aggirandosi nella casa di Connor, l’uomo che aveva approfittato della sua ingenuità, esprime, con lo sguardo che si posa su angoli e oggetti, il sogno di una vita normale e organizzata). La regista affronta quindi un tema non molto originale: quello dello squallore delle periferie urbane, in cui si infrangono i sogni di riscatto di un gran numero di ragazzi, che non hanno chi li ascolti e li guidi con fermezza e comprensione e, nonostante qualche lungaggine, riesce a dar vita credibile a una figura contraddittoriamente violenta e tenera come quella di Mia, splendidamente interpretata dalla giovanissima Katie Jarvis, al suo primo film.

An Education

Recensione del film:
AN EDUCATION

Regia:
Lone Scherfig

Principali interpreti:
Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker – 100 min. – Gran Bretagna 2009

Il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta viene raccontato con molta finezza dalla regista danese di questo film, che, ispirandosi alle memorie della giornalista inglese Lynn Barber, racconta una vicenda ambientata nella Londra del 1961. La giovane Jenny studia in un severo College della città, con ottimi voti, e coll’obiettivo di ottenere l’iscrizione a Oxford per l’università. Gli insegnanti e i genitori la incoraggiano in questa direzione, ma senza offrire alla ragazza motivazioni sufficienti a sacrificare il proprio tempo e la propria giovinezza allo studio. La scuola, infatti, offre esempi di severità, e anche di ottusità, soprattutto attraverso il comportamento della preside (una Emma Thompson, che nessuno immaginerebbe in questi panni, così poco consoni a lei), mentre la famiglia spera di ottenere, grazie alla affermazione della figlia, quello “status” che le è negato per la modestia delle sue condizione sociali e culturali. L’insufficienza delle motivazioni emerge con chiarezza nel momento in cui un affascinante e un po’ attempato giovanotto, corteggiando Jenny, le prospetta un avvenire del tutto diverso, fatto di piaceri, ricchezza e divertimenti. Una “Londra da bere”, in cui il denaro comincia a scorrere con una facilità sospetta, incanta la fanciulla che immagina, ora, il suo futuro in modo un po’ diverso, ma incanta anche i suoi banali genitori, che pensando a Jenny, ma anche un po’ a se stessi, ritengono che una scorciatoia sia praticabile e vantaggiosa per tutti. Il risveglio dal sogno sarà durissimo. Il film affronta dunque un momento difficile per una giovane del 1961, ma pone contemporaneamente anche il problema di come possano gli adulti rapportarsi agli adolescenti offrendo loro valori veri, che diano un senso ai sacrifici che lo studio comporta, e quale linguaggio debbano usare affinché la comunicazione fra le generazioni sia possibile. L’interesse del film è nella semplice fluidità con la quale il tema assai complesso viene raccontato e nell’ottima interpretazione degli attori, fra cui spicca in modo particolare la bravissima e molto espressiva Carey Mulligan, davvero emozionante nei panni dell’adolescente umiliata e ferita, che a durissimo prezzo raggiunge la propria maturità.