Tu, mio di Erri de Luca


Ricevo e pubblico con grande piacere una recensione di Gianna Montanari:

TU, MIO

di ERRI DE LUCA – Universale Economica FELTRINELLI -Milano. 114 pagg. € 6)

Quella che avevo fra le mani era l’ottava edizione del libro, del marzo 2004, ma Tu, mio è stato pubblicato la prima volta nel febbraio 1998.

Ambientata in un’isola della costa napoletana, nel secondo dopoguerra, quando Napoli è ancora preda degli americani, è la storia di un’estate di un sedicenne in vacanza. La sua vacanza è felicità di andare scalzo e di andare a pesca, ma è anche l’incontro con una ragazza più grande di lui, che tutti chiamano Caia. L’adolescente, attratto da Caia, scopre il suo vero nome, Haia, e viene a sapere che è ebrea. Un po’ alla volta scoprirà il suo mistero, il suo passato di dolore. Per cenni Haia (o Haiele) glielo spiegherà, perché nel ragazzo lei riconosce suo padre, che ha perso a causa delle persecuzioni agli ebrei; nella voce del ragazzo, nei suoi gesti e nel suo linguaggio Haia vede, o crede di vedere, la voce, i gesti e il linguaggio di tate. L’incontro con Haia e con Nicola, un pescatore che ha vissuto la guerra, porta il ragazzo a capire qualcosa del passato traumatico che è stata la guerra, anche se non l’ha vissuta. La sua risposta è un gesto di rivolta che oggi ci appare assurdo; anche nel 1998 lo era, mentre una malintesa mentalità sessantottina forse lo avrebbe non dico giustificato, ma in qualche modo compreso. In questo finale, se non c’è la maturazione del ragazzo, c’è l’uscita dall’infanzia (ma forse no!, perché il suo modo di vendicare Haia è davvero infantile.
Quindi ho trovato fragile la trama, mentre ho molto apprezzato lo stile. Tutto è scandito da un tempo narrativo molto sapiente, in cui la vicenda è vista attraverso gli occhi dell’io narrante, dalla prima parte, in cui prevale il tempo della vacanza, cioè l’evasione dalla città e dalle sue regole, il contatto col mondo dei pescatori, al tempo dell’incontro con Haia, alla maturazione del progetto di vendetta. Ho trovato molto colorito il linguaggio. Un esempio a pag. 12:

Il sole è una mano di superficie, una carta vetrata che sgrossa d’estate la terra, la pareggia, la liscia, asciutta e magra a fior di polvere. Coi corpi fa lo stesso.

Mi è piaciuta molto la rappresentazione dell’adolescente, il ragazzo piccolo in mezzo a quelli appena più grandi di lui, il suo innamoramento, la sua presa di contatto con la storia appena passata attraverso i dialoghi con Nicola e con Haia; verso la fine il ragazzo ha un dialogo con il padre, che ha nei suoi confronti come un affondo d’intelligenza e d’intuizione che per un attimo spezza la scorza dei rapporti familiari convenzionali. Mi ha convinto molto meno la parte un po’ esoterica per cui Haia ritiene (e anche il ragazzo lo crede, lo vive) che nel giovane amico si sia incarnato suo padre, che si serve di questo giovane corpo per istituire un contatto con lei. Per i miei gusti è un espediente un po’ forzato. Per il resto, ripeto, ho ammirato la sapienza compositiva, l’intelligenza del discorso e la bellezza delle immagini e del linguaggio.

Gianna Montanari Bevilacqua
Torino, 26 ottobre 2012.

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