Tristana – Il romanzo e il film


Dopo aver rivisto Tristana (qui la mia recensione), mi è nata la curiosità di leggere il romanzo di Benito Pérez Galdós, a cui Luis Buñuel si è in qualche modo ispirato. Preciso subito che non intendo dire se sia più bello il romanzo o il film, perché sono due opere completamente diverse, appartenenti, fra l’altro, a epoche diverse. Buñuel ha spiegato, nelle sue memorie e anche in alcune interviste, che di questo romanzo (che gli sembra inferiore ad altri dello stesso scrittore), due elementi lo avevano colpito, soprattutto: la figura di Don Lope e la gamba tagliata di Tristana, mentre aveva visto il personaggio di Horacio con molta antipatia, il che, secondo me, spiega le ragioni dello scarso rilievo che il film gli attribuisce. Mi pare che il regista, rispetto al romanzo, introduca molti elementi di interesse, a cominciare dalla scelta di Toledo, quale scenario del film. La bellissima e decaduta antica capitale della Castiglia, riassume in sé, molto meglio di Madrid, le caratteristiche dell’Hispanidad franchista, bersaglio polemico sotteso a tutto il film: splendido isolamento; arroccamento intorno alle antiche glorie e agli antichi valori; repressione di qualsiasi comportamento “irregolare”dei ceti subalterni, che l’isolamento della città permette di meglio controllare; paternalismo nei rapporti sociali. Don Lope rappresenta nel film soprattutto l’arbitrio reazionario della classe dominante, le cui stranezze (anticlericalismo, rifiuto delle regole civili di convivenza, misconoscimento delle leggi dello stato, libertinismo) vengono accettate all’interno di una indiscutibile gerarchia sociale in cui i dominati, come Tristana, soccombono perché mancano della forza necessaria a ribellarsi. La gamba tagliata può quindi rappresentare anche l’ineluttabile destino sociale di Tristana, costretta, dalle sue condizioni, ad accettare un giogo che le fa orrore, perché le riporta alla memoria le umiliazioni subite fin dalla sua adolescenza. Tenterà, perciò, di volgere a suo vantaggio le affettuose attenzioni che ora Don Lope le dedica, facendosi sposare e diventando quindi rispettabile agli occhi delle autorità locali: poliziotti, notabili e preti, per i quali tuttavia nutre il più profondo disprezzo.
Nulla di tutto ciò nel romanzo. Benito Pérez Galdós (1843 – 1920) lo scrisse nel 1892, rappresentando una vicenda che solo a grandi linee possiamo ritrovare nel film, poiché, a parte la diversa collocazione geografica dello scenario in cui la storia di Tristana si svolge (Madrid, come ho già detto) l’autore ha molto scavato dal punto di vista psicologico nel personaggio della giovane protagonista, che, anche fisicamente è lontanissima dall’immagine offerta dalla Deneuve. L’affetto filiale per Don Lope è in lei sempre presente: egli è buono, generoso e l’aiuta: non può essere odiato per aver approfittato di lei. L’amore per Horacio, pittore squattrinato, dall’opaco passato nella drogheria dello zio, le permette di maturare prendendo coscienza di sé e della condizione di inferiorità delle donne, condannate dal matrimonio e dalla maternità a dipendere dai soldi degli uomini. Quanto più, però, la giovinetta acquista coscienza della propria dignità e del proprio valore, tanto più Horacio se ne allontana, perché il sistema di valori nei quali crede lo porta a diffidare di una donna indipendente, che cerca in primo luogo di bastare a se stessa. La distanza fra i due, dapprima solo mentale, diventerà reale durante la vacanza in campagna di Horacio con la vecchia zia (che gli lascerà beni e ricchezze). In questa circostanza il giovane abbandona l’arte e la pittura perché ha scoperto un grande entusiasmo per la vita naturale, il che provocherà la prima vera crisi dei loro rapporti. Questa viene descritta molto bene nella parte forse più interessante del romanzo, a questo punto epistolare: dal carteggio fra i due e soprattutto dalle lettere e dalle parole di Tristana, assistiamo al curioso progressivo cancellarsi dell’ immagine fisica di Horacio dalla memoria di lei; le restano nel cuore, però, soprattutto gli echi dei loro discorsi un po’ esaltati e del loro particolare linguaggio amoroso. Don Lope, che ha da tempo compreso che Tristana è innamorata, non ne è, tuttavia, molto geloso, perché la sua esperienza del mondo e degli uomini gli suggerisce in primo luogo una certa indulgenza verso le “cotte” del tutto naturali all’età di lei, poi perché conosce la giovane e sa che non si accontenterà facilmente di un uomo mediocre, capace di molte parole, ma non di vero e profondo trasporto e comprensione: la malattia di Tristana presto diventerà il banco di prova che Horacio non riuscirà a superare. Il matrimonio fra l’anziano gentiluomo e la giovane sfortunata, sarà, in questo caso, il preludio a una vita serena di reciproco sostegno.
Il romanzo ha una struttura narrativa complessa e spesso indulge, soprattutto nella prima parte a una certa enfasi predicatoria e moralistica che certamente è alquanto lontana dalla straordinaria sintesi con la quale la vicenda e i personaggi ci si presentano nel film, che è, anche per questa ragione, opera indipendente e del tutto originale.

QUI la mia recensione del film

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4 pensieri su “Tristana – Il romanzo e il film

    • Sono d’accordo con quanto esponi sul romanzo “Tristana”. Bunuel sicuramente si ispira all’opera di Galdòs ma la rielabora sottolineando l’oggettiva casualità degli accadimenti che segnano la vita dei protagonisti. Lo scrittore, al contrario, narra una vicenda in cui i tre personaggi principali, la fanciulla orfana, il tutore, il pittore (e in tono minore la cameriera Saturna) vivono la propria esistenza scegliendo la via da percorrere a seconda della propria educazione e cultura, seguendo personali pulsioni e passioni e convinzioni . La storia, quindi, si svolge in modo semplice e lineare: i protagonisti sono minuziosamente analizzati. Don Lope, conservatore autoritario, padre padrone e alla fine felice possessore di Tristana. Tristana, fanciulla abusata, ma poi amante appassionata, che cerca di realizzare attraverso l’amore per Horacio, il desiderio di poter vivere in modo indipendente e autonomo: desiderio che si spegne per effetto della lunga assenza dell’amante e per la crudele malattia che la colpisce e che la riconduce al ruolo di moglie sottomessa di Don Lope.
      Bunuel si impossessa dei personaggi e pone l’accento sulla casualità degli eventi che li riguardano anche se, a mio avviso, in essi non viene mai meno la capacità di scegliere i propri percorsi di vita. Don Lope vuole Tristana per sè e la ottiene con le intimidazioni, con la persuasione occulta, con il falso liberalismo, e alla fine con il matrimonio religioso. Tristana teme e odia il suo tutore, ama e respinge Horacio, esprime e soffoca la sua sensualità, è affascinata dalla morte e ne è atterrita. Sceglie di tornare a casa quando si ammala: forse non ha altra scelta, forse è obbligata. Di fatto, è indifferente nei confronti di Horacio e lo respinge; si dedica a opere di beneficenza, si sposa con il tutore e lo lascia morire perchè responsabile della sua infelice vita.

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      • Chi non muore, si rilegge! Bentornata e grazie del contributo.
        Credo che Tristana (nel film) sia anche lei coinvolta dalla condanna buñueliana del mondo decrepito da cui, consapevolmente e opportunisticamente si è lasciata inghiottire. A differenza di Don Lope che a quel mondo appartiene e di cui condivide la visione classista e valori che gli assicurano libertà, rispetto e privilegi, Tristana, contro quel mondo, aveva tentato la sua strada, ma la malattia inattesa l’aveva riportata là dove forse avrebbe potuto essere curata. Il suo disprezzo va ora a Horacio, che l’ha riconsegnata a Don Lope, ciò che le permette di misurare l’intensità dell’amore del giovanotto e di rifiutarlo sprezzantemente. Tanto vale, allora, utilizzare i vantaggi che sul piano sociale il matrimonio coll’anziano tutore le garantirà! Il mondo dei notabili di Toledo le fa orrore, ma ora la rispetterà, poiché appartiene, finalmente, anche lei a quel ceto di privilegiati che accetterà i suoi comportamenti bizzarri, le sue intemperanze e le sue prepotenze, ma che non avrebbe mai accettato la sua aperta ribellione. Non riesco a non dare una lettura politica di questo: l’anti-franchista Buñuel aveva visto l’adeguarsi opportunistico del ceto medio, nonché di molti, anche fra coloro che avevano condiviso con lui gli ideali anarchici e libertari degli anni giovanili, al potere del dittatore. Quello che, almeno secondo me, rende straordinario il film è che l’intento polemico (che mi pare innegabile) non si traduce nella rappresentazione di personaggi stereotipati e legati rigidamente al ruolo di buoni o di cattivi: sono infatti, sia Don Lope , sia Tristana, personaggi dotati di una piena e dolente umanità, della quale partecipiamo come spettatori. Il romanzo è altra cosa, se non altro per essere stato scritto quando ancora la dittatura franchista non si poteva neppure prevedere.
        .

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