L’ufficiale che salvò la bandiera: Adolfo Rivoir


Schermata 02-2456705 alle 20.17.31Pubblico con grande piacere la recensione di Gianna Montanari al volume curato da Ivetta Fuhrmann, che ha studiato e dato alle stampe le memorie di un coraggioso ufficiale italiano, internato militare dopo l’8 settembre 1943

L’UFFICIALE CHE SALVO’ LA BANDIERA
Diario di prigionia in Polonia e Germania

ADOLFO RIVOIR

a cura di Ivetta Fuhrmann – introduzione di Gian Enrico Rusconi

Torino – edizioni Claudiana 2013.
Pagg. 126
€ 14,50

Agli amici e alle amiche del blog di Laulilla segnalo questo bel libro che Ivetta Fuhrmann ha dedicato a Adolfo Rivoir, pubblicando il diario che il fratello di sua madre, militare di carriera, aveva tenuto durante la deportazione e la prigionia in Polonia e in Germania dall’8 settembre 1943 al ritorno a casa, i primi di settembre del 1945. Il diario fu ritrovato dai figli di Adolfo, Giorgio e Fernanda, circa due anni dopo la morte del padre, avvenuta nel 1973. Ivetta lo lesse nel 1998 e, trovandolo interessante, si è applicata alla sua pubblicazione, dopo un lavoro di attenta documentazione per ricostruire la biografia di Adolfo Rivoir, inserita nel contesto della società valdese della Val Chisone e Val Pellice. Infatti il Rivoir, nato a Vallecrosia nel 1895, era figlio di genitori di fede valdese originari di Prarostino, nel Pinerolese. Il padre Alessandro (nonno materno di Ivetta), avendo vinto il concorso per maestro principale o paroissial, si trasferì a Torre Pellice, dove crebbero i suoi sette figli. Adolfo era il secondogenito. Il lavoro di ricerca della curatrice, oltre alla ricostruzione filologica del diario, si è esteso anche all’inquadramento storico relativo alla seconda guerra mondiale e in particolare alla storia militare; tutti questi elementi sono fusi in un discorso preciso, agile e scorrevole.
La storia di Adolfo Rivoir è quella di molti della sua generazione, ma con qualche differenza che emergerà dal discorso generale: combattente nella prima guerra mondiale come sottufficiale di complemento, viene ferito gravemente, prima sul Monte Fior, poi sull’Ortigara. Gli vengono concesse la medaglia d’argento per il combattimento al Monte Fior, la medaglia di bronzo per i fatti avvenuti durante il ripiegamento del 1917. Nel frattempo, ha scelto la carriera militare. Combatte in Libia e in Eritrea. All’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 Adolfo Rivoir è già un uomo maturo, sposato e con due figli piccoli. Combatte sul fronte greco-albanese e il 15 dicembre 1940 è ferito gravemente sul Var i Lamit tanto che i suoi compagni d’arme lo danno per morto. Si salva e nel luglio 1941 a Bari è lo stesso Mussolini a consegnargli la medaglia d’oro. Quando riprende in pieno le forze è assegnato al Comando del 5° Reggimento alpini, quale comandante della caserma di Fortezza, presso Merano. L’8 settembre, in assenza di ordini specifici dei suoi superiori, è catturato dai tedeschi e ha inizio la sua prigionia, raccontata giorno per giorno nel diario.
La prima tappa dell’esodo forzato, dopo il terribile viaggio in treno e a piedi, fu Tschenstochau in Polonia, sede dello Stalag 367, dal 14 settembre ’43 al 10 agosto ’44. La seconda tappa fu Norimberga, Stalag D, fino al 29 gennaio ’45, quando venne trasferito a Berlino; di lì il 19 febbraio arriva a Altengrabow, Stalag A. Il 4 maggio del ’45 Adolfo Rivoir vede il campo passare sotto il comando dei sovietici e l’8 maggio comincia l’odissea del ritorno che si concluderà con l’arrivo a Torre Pellice il 5 settembre 1945.
Untitled-1Gian Enrico Rusconi nell’Introduzione rileva il contributo importante che il diario offre, accanto agli altri scritti di militari deportati in Polonia o in Germania dopo l’8 settembre, per la conoscenza della condizione degli “Internati militari italiani” (Imi): «Il loro numero è stimato a circa 650.000 uomini, la loro esperienza interessa la storiografia, ma anche la memoria collettiva degli italiani». Per molti anni la loro vicenda è stata rimossa, anzi quasi contrapposta alla scelta di chi combatté la Resistenza armata; solo recentemente l’interesse degli storici si è concentrato su quell’esperienza drammatica, riconoscendo che fu Resistenza anche quella dei militari prigionieri che fino all’ultimo rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica sociale italiana, rinunciando così a tutti i vantaggi che tale giuramento avrebbe comportato: possibilità di rientrare in Italia o, almeno, di godere di un vitto e una condizione di vita nel campo più decente.
Adolfo Rivoir fa parte della maggioranza che non giurò, non tanto in nome di un convinto antifascismo, che non gli apparteneva, anche se del fascismo non aveva mai apprezzato lo stile magniloquente, quanto in nome della fedeltà alla monarchia, e, soprattutto, in nome della sua dignità.
Il fatto eccezionale della prigionia di Adolfo Rivoir fu la conservazione della bandiera del V Alpini, che egli al momento dell’arresto riuscì a portare con sé, conservandola e nascondendola, sfuggendo sempre ai controlli dei tedeschi, fino a portarla in salvo in Italia. Un’impresa inaudita, di cui si trova notizia in diversi diari di commilitoni. Da notare che per questo comportamento eroico non ricevette nessun riconoscimento: quando, finita la guerra, andò a consegnarla alle superiori autorità, la cosa fu considerata esclusivamente da un punto di vista burocratico: un’amara delusione per Rivoir, che a quel punto restituì anche le sue medaglie. «Qualcuno, vedendo Rivoir nel corridoio del ministero si sarà chiesto perché piangeva lacrime di dolore. Era il dolore di un eroe, decorato di medaglia d’oro al valor militare, che, dopo aver arrischiato la vita per porre in salvo la bandiera del suo reggimento, veniva liquidato con una ricevuta come se anziché consegnare il simbolo sacro della patria avesse restituito una bandiera di segnalazione fuori uso». Tuttavia la sua carriera continuò brillantemente, e si concluse con la direzione del Collegio militare della Nunziatella di Napoli.
Il diario è un resoconto asciutto e dettagliato degli spostamenti, dei nuovi arrivi di militari nei vari campi, di quanti sono malati, di quanti sono morti, delle terribili condizioni di vita, del vitto scadente e insufficiente, delle dispute fra compagni di prigionia per assicurarsi un cucchiaio di brodaglia in più; sicuramente tenere il diario fu anzitutto un modo per non perdere la cognizione del tempo e della propria stessa identità, per non lasciarsi andare preda di eventi che non era in grado di dominare. Lo stile sobrio diventa però spasimo quando Rivoir pensa alla moglie e ai figli e attende con ansia lettere da Mimì. Quando parla del freddo patito durante gli appelli all’aperto in pieno inverno e della crudeltà dei loro aguzzini non si abbandona a deplorazioni, si limita a descrivere i fatti, però chiude il discorso scrivendo: «Ricordare!» o «Ricordare sempre». È un acuto osservatore dei comportamenti dei suoi compagni di prigionia e sa valutare concretamente le prepotenze non solo dei tedeschi, ma dei russi “liberatori”, che per certi aspetti non li trattano molto meglio.
Quando i tedeschi, tenendo conto del suo stato di salute e del suo essere medaglia d’oro, gli offrono il ritorno in Italia a patto che dichiari fedeltà alla Rsi, rifiuta di far propria la dichiarazione d’impegno: «Mi impegno, sulla mia parola d’onore, in caso del mio rilascio e ritorno in Italia, di osservare le leggi della repubblica sociale italiana e di non intraprendere azioni che possano arrecare danni alla rep. soc. italiana, alla grande Germania ed ai suoi alleati». «Io, naturalmente, non accetto questo contratto!!!», fu il suo commento.
E questa non è resistenza? Possiamo, in conclusione, far nostre le parole di Gian Enrico Rusconi circa la “vera bandiera” che Adolfo Rivoir conserva intatta: «La “vera bandiera” che si è portato addosso non è tanto quella fisica del suo reggimento, ma quella ideale della fedeltà alla Patria. Noi a tanti anni di distanza e cresciuti in una cultura diversa, possiamo restare ammirati o semplicemente stupiti. Ma è questa la chiave per capire la sua testimonianza». E dovrebbe essere questa, aggiungo io, la chiave per orientarsi anche oggi in una società che è diventata un labirinto di cui non si possiede il bandolo, un gioco di specchi che illude e delude. Se la parola “patria” ci sembra anacronistica, sostituiamola con “mondo intero” o “valori umani” oppure chiediamoci quale senso attuale può assumere tale parola: forse così potremmo ritrovare l’orientamento necessario per non smarrirci. E se pensiamo che oggi sia difficile resistere alla moltitudine dei messaggi da cui siamo bombardati, dalla miriade di limitazioni e costrizioni che ci avvolgono, pensiamo alla “terra desolata” in cui Rivoir e i suoi compagni seppero fare la giusta scelta.

Gianna Montanari
Torino,16 febbraio 2014

La fotografia di Adolfo Rivoir, che è tratta dal libro curato da Ivetta Fuhrmann, reca sul retro questa scritta: “Al maggiore Rivoir con affettuosa cordialità. Curzio Malaparte. Col de la Seignes, Giugno 1940″

16 pensieri su “L’ufficiale che salvò la bandiera: Adolfo Rivoir

  1. Grazie per aver pubblicato il racconto di mio padre riguardante la prigionia in Germania. Per me e’ sempre bello anche
    se doloroso ricordare quanto ebbe a patire questo grande ufficiale degli Alpini.In fede Giorgio Rivoir.

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    • Quelle pagine del diario mi hanno colpita profondamente, per il ritratto che ci danno dell’uomo, schivo e riservato, della sua dignitosa coerenza, delle sue doti di umanità, nonostante i giorni terribili. Grazie di questo suo commento, che ho accolto con grandissimo piacere.

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  2. Sono stata a Bologna, invitata con Gian Enrico Rusconi, a presentare L’ufficiale che salvò la bandiera. Gli ex allievi della Nunziatella, che avevano conosciuto Adolfo Rivoir quale comandante del loro Collegio, avevano organizzato l’evento. Il libro è stato molto apprezzato anche perché poco sapevano della storia del loro “Colonnello”, tale era e così lo chiamavano. Lui non aveva mai fatto parola della sue dure esperienze militari. Siamo stati accolti dalle scuole ed Accademie militari, dagli ufficiali in congedo ed in servizio, dai responsabili dell’Ufficio storico militare di Bologna e da altre personalità italiane, del Nord del Centro e del Sud. L’incontro è avvenuto al Circolo degli ufficiali della città. Ho potuto constatare la permanenza vivida del ricordo del Direttore del Collegio militare della Nunziatella, l’affetto e l’ammirazione ancora presente della persona, di cui sono stati sottolineati il coraggio e la rettitudine: un uomo tutto di un pezzo come oggi non ne esistono più, è stato detto più volte. Questo desiderio di onestà e pulizia morale è forse perché oggi non esistono più uomini simili?

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  3. Ho trovato una fonte molto importante per integrare quanto riportato sul libro.
    Un diario, scritto il giorno del ferimento, dal medico Tenente Gianni Bianchi, che ha prestato le prime cure a Rivoir . Nelle pagine successive si parla del suo complesso trasporto verso la 31 Batteria
    (il diario e’ a Pieve di Santo Stefano – citta’ dei diari )

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  4. Eccezionale biografia. Sono il capogruppo alpini di vallecrosia intitoliamo i giardini ad Adolfo Rivoir il 9 e 20 luglio 2016 vorrei mettermi in contatto con la sig.ra Ivetta grazie lascio i miei dati. Mi trova su fb come turone giuseppe.

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