Vittorino Curci – Presentazione


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Presentazione del libro “ABBASSA LA TUA RADIO PER FAVORE – Storia di Michele Montanari, divo degli anni ‘40”, di Gianna Montanari Bevilacqua, RAI Eri, Roma 2012

Nella fotografia: Gianna Montanari fra il segretario dell’UTEN, Vito Liuzzi (a sinistra) e Vittorino Curci

Tre anni fa, il 12 settembre 2009, L’UTEN, in collaborazione con il Comune, organizzò per la prima volta a Noci una manifestazione in onore di Michele Montanari. Per l’occasione l’amministrazione comunale deliberò di intitolare una strada a questo artista che, a cavallo tra gli ’30 e ’40, fu un vero divo della canzone italiana. Con il libro che presentiamo stasera, scritto da Gianna Montanari Bevilacqua e pubblicato dalla RAI Eri, gli appassionati e gli studiosi di quel mondo legato agli anni gloriosi della radio, possono disporre di un’opera documentata, ben scritta e di piacevolissima lettura, che ricostruisce la vicenda umana e artistica del nostro illustre concittadino. Noi nocesi non possiamo che esserne contenti, anche perché con quest’opera andiamo a sistemare un altro pezzo della storia di Noci nel Novecento.
Il libro presenta una eccellente prefazione di Felice Liperi, critico musicale di Radiotre e di Repubblica, di cui condivido tutto tranne un punto, quando definisce questo lavoro una biografia romanzata. Non credo si tratti di una biografia romanzata così come, d’altra parte, non è neppure la classica biografia sviluppata con criteri meramente ed esclusivamente storiografici. Nel racconto dei  fatti, senza romanzare nulla, l’autrice è anche testimone diretta di alcuni momenti della vita di Michele Montanari per cui talvolta – è inevitabile – cerca anche di interpretare i fatti che ha vissuto direttamente non facendosi mai un problema del proprio coinvolgimento affettivo (per esempio, quando parla della nonna Caterina, di cui dirò qualcosa più avanti).
“La storia comincia a Noci”. Schermata 11-2456242 alle 15.23.10Questo il titolo del primo capitolo. Ma allorché arriviamo alle ultime pagine del libro scopriamo che la storia finisce anche Noci, con una toccante lettera dell’autrice al padre, diciassette anni dopo la sua morte. Mi sento di dire, e sono sicuro che Gianna condividerà questa mia opinione, che il nostro paese sia un vero protagonista di questo libro. E non solo perché qui è nato Montanari – il 16 settembre 1908, in via Cappuccini ’97 (tra parentesi: nella manifestazione di tre anni fa non dissi che sono nato anch’io nella stessa via di Montanari… in quella via Cappuccini che in seguito divenne via Roma e che oggi è via Aldo Moro) – ma perché proprio qui, a Noci, nel 2007, percorrendo con occhi nuovi i luoghi che videro suo padre bambino, l’autrice sentì affiorare nella mente le prime suggestioni del racconto. Qui, inoltre, in occasione della manifestazione di tre anni fa, Gianna fu esplicitamente incoraggiata da tutti noi ad affrontare l’impresa di scrivere questo libro. Le dicemmo senza mezzi termini che nessuno meglio di lei avrebbe potuto cimentarsi in un lavoro del genere. Ora che il libro è stampato, e lo abbiamo finalmente tra le mani, possiamo anche dire la verità: Gianna, tre anni fa, ti abbiamo mentito… anche se la nostra è stata una bugia innocente. Ti abbiamo mentito perché eravamo ben consapevoli delle difficoltà che avresti incontrato (non è stato forse questo il libro più faticoso tra quelli che hai scritto finora?) ed eravamo ben consapevoli anche che i figli che raccontano la vita dei propri genitori hanno sì il vantaggio di accedere a documenti privati e di poter utilizzare un gran numero di ricordi personali, ma questo loro vantaggio è allo stesso tempo un limite perché, non essendoci il dovuto distacco rispetto all’argomento trattato, l’autore o l’autrice può essere tentato di omettere qualcosa al fine di migliorare il profilo pubblico del proprio genitore. Ora, se uno storico può legittimamente esprimere questo genere di dubbi, io che non sono uno storico, ma semplicemente un ammiratore di tuo padre, uno dei tanti nocesi che amano tutti coloro che hanno reso grande la nostra piccola patria (Heimat, come la chiamano i tedeschi) posso permettermi tutte le libertà che voglio per difendere tutta la verità racchiusa in queste pagine. Mi permetto solo, a mo’ d’esempio, di menzionare un fatto. Non svelo l’argomento per non togliere ai lettori il piacere della sorpresa, ma l’epilogo del tuo libro racconta un episodio che nell’economia complessiva del lavoro avresti potuto anche trascurare e che tuttavia, immagino, abbia comportato per te un conflitto interiore non indifferente. Eppure l’hai fatto. E dopo averlo fatto, rinfrancata dalla luce di quell’ultimo raggio di verità, hai potuto chiudere il tuo racconto con queste bellissime parole: “Resta il mistero di ciascuno, insondabile. Resta l’amore che abbiamo donato e ricevuto”. Parole che secondo me sono la sintesi e la chiave di lettura di questo tuo libro:
1. “Resta il mistero di ciascuno, insondabile”.
(Davanti a questa verità anche gli storici devono arrendersi).
2. “Resta l’amore che abbiamo donato e ricevuto”.
(Queste parole mi hanno fatto pensare a un grande scrittore torinese come te, Gianna,  e che come te amava la letteratura anglo-americana. Sto parlando naturalmente del mio amatissimo Pavese e di queste parole importantissime per lui che leggiamo nel “Dialoghi con Leucò” e nell’ultimo biglietto da lui lasciato prima del suicidio : “L’uomo mortale, Leucò, / non ha che questo d’immortale. / Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”.
Rispetto alla ricerca dell’immortalità attraverso il ricordo che si porta e il ricordo che si lascia, mi sembra che le tue parole, Gianna – “Resta l’amore che abbiamo donato e ricevuto” – siano ancor più profonde di quelle dello stesso Pavese. Del resto, non fu proprio l’assoluta mancanza d’amore a segnare la sua tragica fine?)
Non mi nascondo dietro un dito: questo libro mi ha fatto pensare a tante altre cose, oltre alla storia di Michele Montanari. E questa, indubbiamente, è una qualità che hanno solo i libri nei quali si sente pulsare un’anima. Per esempio – e così riprendo un discorso a cui accennavo prima – uno storico non si sarebbe soffermato più di tanto sulla figura della nonna Caterina, la madre di Montanari, ma Gianna lo fa con un sentimento e una grazia che vanno al di là della pura logica del racconto. E lo fa, oltretutto, a partire da una semplice fotografia.

Di lei so ben poco, l’ho vista in una fotografia che dovrebbe risalire all’incirca al 1914: all’epoca ventinovenne, in quel “fermo immagine” ha un bel viso ovale con gli zigomi un po’ pronunciati, gli stessi che riconosco nel mio volto e in quello delle mie sorelle, e una bella massa di capelli scuri; l’espressione è seria. È abbigliata con ricercatezza: indossa una giacca con ampi revers bordati e bottoni che sembrano metallici; sotto la giacca, una camicia senza colletto, impreziosita da una collana a girocollo, con un nodo brillante centrale. Accanto a lei, uno per lato, i due figli: Filomena, piccolissima, è in piedi su una sedia chiara coi braccioli, agghindata con una cuffietta bianca fermata da un largo nastro, polsini e colletto di pizzo sul cappottino, ghette bianche su stivaletti allacciati, anche Michelino è molto elegante nel suo cappotto dall’ampio colletto bianco in sintonia con i polsini. Ha i capelli pettinati a frangetta (lui, che per il seguito della sua vita avrebbe portato i capelli alti sulla fronte) e con le due mani stringe un cerchio, il giocattolo ormai in disuso che troviamo solo nelle immagini di quel tempo; l’espressione è un po’ corrucciata. Probabilmente la fotografia era destinata al marito di Caterina, che era andato a cercar fortuna in America; forse sua moglie sapeva già di essere ammalata e pensava con angoscia alla sorte dei suoi bambini. Con le braccia li stringe a sé: una mano è posata sulla spalla di Michelino, con l’altra tiene delicatamente per il colletto Filomena. Caterina morì di tisi il 26 aprile 1915, quando la piccola Filomena aveva quattro anni e il fratello non aveva ancora compiuto sette anni (pp. 19-21)

È evidente che la minuziosa descrizione dei più piccoli dettagli della fotografia e il tentativo quasi di insinuarsi nei pensieri della donna ritratta sono i segni di un percorso – una sorta di viaggio di ritorno con forti valenze, direi, persino autobiografiche – che l’autrice, ad un certo punto della sua vita, decide di compiere per conoscere qualcosa in più non solo di suo padre ma anche di se stessa.
Nel 2001 la scrittrice Fleur Jaeggy pubblicò da Adelphi un palpitante e delicato romanzo che racconta il desiderio di una figlia di varcare la soglia dell’affetto e della memoria per conoscere l’estraneità del padre morto. E così intraprende un viaggio verso se stessa che ha inizio quando tempi e sensibilità interiori sono giunti a maturazione. Il titolo del romanzo è “Proleterka”, che poi sarebbe il nome della nave da crociera su cui metaforicamente si svolge il viaggio.  Ad un certo punto la protagonista della storia ricorda il giorno in cui è morto suo padre e si rende improvvisamente conto di qualcosa a cui non aveva mai pensato. “A quel tempo”, dice, “non pensavo ai morti. Loro vengono incontro tardi. Richiamano quando sentono che diventiamo prede ed è ora di andare a caccia” (p. 9).
Io credo che in questo libro, accanto alla fedele e documentata ricostruzione della vita di Michele Montanari, accada qualcosa del genere. E questo aspetto è qualcosa che non lascia indifferente il lettore, anzi, lo coinvolge ancor più nel racconto perché non credo vi sia essere umano che possa sottrarsi a quel dolore del ritornoche è l’esatto significato della parola nostalgia.
Non meno significativo, per il suo carattere extra-biografico, mi sembra un altro bel passo del libro, quando Gianna parla con fervore di come venivano rappresentate le donne nelle canzoni degli anni ’40.

Ma quale donna è celebrata in questa produzione canora? Anche qui basta elencare alcuni dei termini presenti nei titoli e nei testi – “bambola”, “bambina”, “vestita di rosa”, “come una fata” – per cogliere la distanza fra quella fanciulla dolcissima e ingenua che dovrà svegliarsi all’amore, e i personaggi disincantati, tormentati e ironici che popolano le canzoni dopo l’avvento dei cantautori. […] Invece negli anno ’40 del XX secolo la donna delle canzoni era ancora quella esaltata dai menestrelli che si rifacevano all’amor cortese; il fatto che quelle canzoni “non avessero storia”, ma ripetessero, sia pure con delle varianti, sempre lo stesso cliché indicava, ahimè, che non di donne vere si trattava, ma di un’idealizzazione piuttosto lontana dalla realtà del momento. In fatti, se è vero che nell’ideologia del fascismo erano temi essenziali il razzismo e il disprezzo della donna, se è vero che le donne non potevano insegnare nella scuola media superiore, se è vero che l’intelligenza femminile era oggetto di derisione, queste belle canzoni piene  di gentilezza inchiodavano la donna al suo ruolo subalterno, pur abbellito di tutti gli orpelli del caso. In questa ottica, anche un uomo del suo tempo come Michele Montanari finiva per apparire come un ingranaggio inconsapevole di un meccanismo maschilista (pp. 55-56).

Qui siamo in un contesto chiaramente sociologico che non risparmia critiche a una concezione della donna che oggi, per lo meno sul piano culturale, è completamente superata. E mi sembra giusto condividere le parole di Gianna nella misura in cui non attribuisce responsabilità personali a suo padre che di quei testi, di quelle canzoni, era soltanto un interprete, un bravissimo interprete, e tutt’al più, come tutti i suoi colleghi, donne comprese, “un ingranaggio inconsapevole di un meccanismo maschilista”.
In verità, la facilità e la durezza con cui giudichiamo il passato a volte è davvero impietosa. La nostra incapacità di tenere conto della situazione oggettiva in cui sono maturati certi fatti che a distanza di tempo non riusciamo a comprendere, spesso diventa l’insana premessa per cercare capri espiatori. Ed è quello che in qualche misura succede anche a Michele Montanari, nel dopoguerra, quando inizia per lui un periodo di vero e proprio ostracismo. Nel parlare di queste vicende le parole di Gianna si caricano di una comprensibile passione.
Cerco brevemente di inquadrare i fatti.
Nel giugno del ’40 l’Italia entra in guerra al fianco della Germania. L’EIAR, l’emittente radiofonica di Stato, introduce nel suo palinsesto serale una nuova trasmissione, “Le canzoni del tempo di guerra”, nella quale le varie orchestre di musica leggera (Angelini, Barzizza ecc.) sono chiamate ad eseguire canzoni di propaganda politica a sostegno del regime. Tra i cantanti che per le loro caratteristiche vocali sono considerati adatti a quel tipo di repertorio c’è anche Montanari a cui vengono affidati brani come Vincere, vincere, vincere, Il canto dei volontari(in duetto con Rabagliati), La canzone dei sommergibilie altri ancora.
Passa qualche anno e gli effetti devastanti del conflitto mondiale si fanno sentire anche sulla vita di Montanari. Nel  dicembre del ’42 viene chiamato alle armi. Dopo qualche mese a Lecce, nel  marzo del ’43 è a Roma in una compagnia di artisti che fa spettacoli per le forze armate. Montanari rimane a Roma anche dopo l’8 settembre perché non può ricongiungersi con la sua famiglia che è Bari. Quando finalmente la guerra finisce decide di tornare subito a Torino dove però le cose, nel frattempo, sono cambiate, specialmente per lui che qualche anno prima aveva cantato quelle canzoni legate al fascismo. Anche altri lo avevano fatto, ma nei confronti della sua persona c’è un ostracismo più che evidente, al punto che viene chiamato sempre meno nei programmi di musica leggera della radio. Qual era dunque la sua colpa?

Ci ho pensato molto e sono arrivata a queste conclusioni: in primo luogo, ha cantato quelle canzoni perché era pressoché costretto a cantarle e immagino che un rifiuto, oltre che impensabile, avrebbe significato la fine della sua carriera di cantante; d’altra parte, penso anche che non le abbia cantate malvolentieri e che provasse simpatia per il regime fascista, che attraverso l’E.I.A.R. lo aveva fatto diventare, da giovane squattrinato qual era, un cantante famoso; è pur vero che di politica s’interessava poco e si dichiarava incompetente in materia (p. 74).

E che cosa, poi, gli veniva di fatto contestato? Gianna scrive:

A questo punto mi spiego meglio il motivo per cui, dopo la guerra, trovò difficoltà a riprendere la sua collaborazione con la RAI: non veniva tanto messo in discussione il fatto di aver cantato i pezzi simbolo della guerra fascista, quanto l’averli cantati troppo bene; era preferibile non dare troppo spazio a quella voce, che anche con altri pezzi avrebbe immediatamente richiamato alla memoria quelle canzoni (p. 78).

Che l’espressione artistica possa svilupparsi soltanto in un contesto di libertà, credo che oggi sia fuori discussione. Una verità che il Novecento ha acquisito una volte per tutte è che se l’arte viene soffocata da pressioni esterne, i risultati sono immancabilmente scadenti. E tuttavia, anche se si trova in condizioni ambientali sfavorevoli, essa concentra sempre in sé una forza primordiale incontrollabile che non si fa sottomettere facilmente e che prima o poi trova una via di uscita. Prendiamo il caso del nazismo. Nonostante l’attenzione che il regime dedicava alla comunicazione di massa, negli anni della guerra la canzone di maggior successo fra le milizie tedesche fu, come è noto, Lili Marleen, una canzone di struggente malinconia che di certo non spronava i soldati contro le linee infuocate del nemico ma risvegliava semmai in loro un prepotente desiderio di tornare a casa. I gerarchi nazisti, primo fra tutti Goebbels, ministro della propaganda, tentarono in ogni modo di osteggiare quella canzone, arrivarono al punto di proibirne la diffusione radiofonica. Ma alla fine furono tali e tante le proteste dei soldati che dovettero cedere. Insomma, presero mestamente atto che qualcosa, nelle loro strategie di comunicazione, non aveva funzionato.
E in Italia? Cosa accadde in Italia con le famose “canzoni del tempo di guerra” trasmesse ogni sera dalla radio? Ascoltiamone una, la più conosciuta di tutte.

Qui si potrebbero fare diverse riflessioni… sul testo e la musica di questa canzone… su cosa oggettivamente trasmette agli ascoltatori al di là di ogni calcolata intenzione di autori ed “esperti” della propaganda fascista… sulla particolare tessitura timbrica della voce di Montanari… sulla immediatezza e l’irriducibilità del linguaggio musicale… sulla peculiarità, dal mio punto di vista, irripetibile di questa esecuzione se si considera il particolare stato di grazia che Montanari viveva in quel lontano autunno del 1940 (il successo artistico nel suo momento più alto, il recente matrimonio, lo stato d’animo di un uomo di 32 anni che sta per diventare padre per la prima volta)… Ma per ragioni di tempo non posso dilungarmi su questi argomenti.
Quando Gianna nel libro ricorda le difficoltà di reinserimento, che suo padre incontrò negli anni del dopoguerra, ha parole tenerissime:

All’epoca io ero piccola, ma vedevo mio padre come un uomo che aveva conosciuto il paradiso e lo aveva perso. E questo io lo intuivo perfettamente, anche senza capirne bene i motivi (p. 105).

E più avanti:

Ho sempre pensato che i pochi anni di grande successo siano stati per lui più una sfortuna che una fortuna, che ha condizionato tutta la sua vita (p. 115).

Da queste mie frettolose considerazioni – e concludo – si evince chiaramente che attraverso le pagine di questo libro la figura di Michele Montanari, sia nella sua dimensione artistica sia in quella umana, venga fuori in tutta la sua ricchezza e complessità, e poiché sono sicuro che nessuno di noi non possa vivere al di fuori di quella che un grande poeta del nostro tempo chiama “la comunione dei vivi e dei morti”, oggi posso dire che annovero tra i miei amici più cari anche Michele Montanari. Un amico che non ho conosciuto personalmente ma di cui ho soltanto il vaghissimo ricordo di una sera d’estate degli anni ’60, quando ero soltanto un ragazzo, in occasione di una mostra di pittura organizzata dalla Pro Loco presso la Piscina comunale. Certo, è poco per parlare di vera amicizia, ma nel tempo e nello spazio che ci è dato su questa Terra abbiamo infinite possibilità di incrociare le vite degli altri e di scambiare con esse emozioni e sentimenti autentici e profondi. Credo ne valga le pena, anche se c’è oggettivamente un limite a tutto questo. Gianna lo dice benissimo: alla fine, “resta il mistero di ciascuno, insondabile”. Ma resta anche, per nostra fortuna, “l’amore che”, direttamente o indirettamente, “abbiamo donato e ricevuto”.

Noci 3 novembre 2012

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