CATTIVI


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MAURIZIO TORCHIO
CATTIVI

 

Einaudi editore
pagg.182
€ 19

 

Recensione di Gianna Montanari

“Da cinque anni non salgo nemmeno all’aria. La cella è lunga quattro passi e larga un paio di braccia distese. Se mi alzo in punta di piedi tocco il soffitto. È uno spazio a misura d’uomo. A misura mia”. Parole di un ergastolano in cella d’isolamento, la voce narrante di Cattivi, l’ultimo libro di Maurizio Torchio dopo Piccoli animali del 2009. L’autore, torinese classe 1970, laureato in Filosofia, in questo libro esplora l’universo carcerario con l’attitudine di uno scienziato che con la lente d’ingrandimento osserva l’oggetto della sua ricerca; poi scrive con una prosa asciutta da cui promanano tensione e violenza che tuttavia non esplodono nell’urlo. Per Goffedo Fofi Maurizio Torchio “ha scritto uno dei libri più belli sulla condizione carceraria o, per estensione, sulla condizione umana”. In mancanza quasi totale dei nomi dei personaggi (al massimo conosciamo i soprannomi) e senza collocazioni geografiche precise, la storia è sospesa in un’atmosfera rarefatta, tanto da diventare paradigma di una condizione esistenziale di sofferenza e solitudine.
Torchio ha scelto di trattare del carcere per un interesse sociale e culturale nato in un periodo in cui ascoltava Radiocarcere, una trasmissione che affrontava il tema in modo molto concreto, attraverso lettere e telefonate che aprivano uno squarcio su realtà drammatiche e su storie inedite; lo interessava molto quel mondo che si caratterizza per ciò che “toglie”: libertà, esperienza, affettività e ha voluto ambientare nel carcere una specie di ricerca del tempo perduto. Oltre a incontrare direttamente detenuti, guardie, direttori di carcere, si è documentato su fonti letterarie e d’archivio. “Ci sono situazioni all’interno delle carceri che tornano attraverso i secoli – afferma – ; il mio libro è un frullato di letture di libri contemporanei e di cinquanta, ottant’anni fa, italiani e americani, oltre che di incontri”.
Il detenuto in isolamento ha partecipato al sequestro di una donna di cui è stato carceriere e anche in qualche misura innamorato, ricambiato, per quell’intreccio di odio e amore che può legare la vittima al suo carnefice; ha poi peggiorato la sua posizione uccidendo una guardia per dimostrare agli altri carcerati che lui non era un infame, ovvero un collaboratore di giustizia. Adesso ha tempo per ricordare e per descrivere i suoi compagni di prigionia, che non sono solo i detenuti, ma anche le guardie, che condividono la solitudine dei prigionieri, in un universo dove tutti i valori sono stravolti; è un mondo caratterizzato dalla dipendenza del recluso, afferma Maurizio Torchio: “Il carcere è una macchina per creare dipendenze, il che genera regressione; se hai bisogno di chiedere per lavarti, per mangiare, per ogni funzione elementare della vita, ti rattrappisci. Ci sono anche le eccezioni, ma chi è entrato in carcere da giovane può forse crescere culturalmente, ma non avrà mai una maturazione emotiva. Togli esperienza, crei dipendenza. Quelli che escono a cinquant’anni sono come dei bambini”. Così il carcere diventa il luogo in cui “c’è chi si prende cura di te…”. Infatti il carcere, paradossalmente, è come una mamma che ti cura, ti coccola, ma è anche gelosa; per questo ai detenuti non è concessa l’intimità degli affetti e negli incontri con i visitatori è consentito solo il contatto delle mani.
Il nostro mister X ha avuto e avrà ancora tutto il tempo per osservare e studiare il comportamento dei suoi compagni, detenuti e guardie: adesso sa tutto del suo carcere, di Toro, il criminale di riguardo di cui tutti, guardie comprese, riconoscono l’autorità, di Comandante, il vecchio direttore che ha perso la sua credibilità facendosi prendere per il naso da Martini e dalla professoressa; riconosce il variare dell’ora e della stagione, seguendo il tragitto della luce. Sembra che non gli importi dell’isolamento totale a cui è ridotto; la sua vita è persa, non può sperare in niente, però spera: “Il carcere ti dice: Tu non sei niente. E ti lascia il dubbio di poter essere tutto. Dopo. Ti costringe a continuare a pensare al dopo, anche se non hai speranza di uscire”. E allora c’è chi spera di finire la vita in un mondo da cartolina, ad esempio una spiaggia tropicale, mentre lui preferisce il mare a Nord, fra i ghiacci, e si immagina assistente di scienziati chiusi in laboratori glaciali di quattro metri per quattro.
Cattivi (dal latino captivi cioè prigionieri) si legge d’un fiato, anche se l’autore ha impiegato cinque anni a scriverlo. Notevole l’incipit, che parte dall’ispezione corporale a Toro quando torna dalla giornata di permesso; solo nel terzo capitolo, breve come tutti gli altri, la voce narrante assume una fisionomia propria; la storia del sequestro della Principessa del caffè, a cui è dato parecchio spazio, non è solo una storia di formazione al contrario, con l’ingresso del protagonista in una strada senza ritorno, ma anche, nonostante la brutalità del contesto, una storia di sentimenti inespressi, di pudore e rispetto.

Gianna Montanari – Torino 2 giugno 2016

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Il libro ha ottenuto alcuni importanti riconoscimenti:

Premio Lo Straniero 2015 (XXIII edizione)
Premio Giuseppe Dessì 2015 (XXX edizione)
Premio Vincenzo Padula 2015 (VI edizione)
Premio Nazionale Letterario Pisa 2015 (LIX edizione)
Premio Letterario Città di Moncalieri 2015 (XXXVI edizione)

nonché lusinghieri giudizi da parte di noti intellettuali:

Uno dei libri più belli sulla condizione carceraria o, per estensione, sulla condizione umana.Goffredo Fofi

Trasforma l’esattezza della descrizione in un’emozione capace di deflagrare nell’intelligenza e nel cuore del lettore.Luigi Manconi

Un luogo metafisico, uno scrittore incredibilmente bravo.Antonio Pascale

Merita senz’altro la definizione di iper-romanzo (allegorico, politico, impressionantemente realistico).Gabriele Pedullà

Scrittura pressoché perfetta, talmente controllata da sembrare la più naturale del mondo.Sara Honegger

QUI è possibile trovare il sito web di Maurizio Torchio