La donna dello scrittore

recensione del film:
LA DONNA DELLO SCRITTORE

Titolo originale:
Transit

Regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree, Barbara Auer, Matthias Brandt, Sebastian Hülk, Emilie De Preissac, Antoine Oppenheim, Louison Tresallet, Alex Brendemühl, Agnès Regollo, Grégoire Monsaingeon – 101 min. – Francia 2018.

L’antefatto:
1940 – Marsiglia, come Casablanca, è luogo di transito dei rifugiati politici, che, fuggendo da Parigi, alla vigilia dell’occupazione tedesca, lì trovavano il porto dal quale raggiungere, al di là dell’Atlantico, i paesi più sicuri del nord e del centro America: impresa rischiosissima e faticosa; lotta contro il tempo, prima che il governo-fantoccio di Vichy, agli ordini dei nazisti, estendesse fino a Marsiglia la gelida spietatezza dei rastrellamenti contro gli ebrei e gli oppositori politici da spedire ad Auschwitz, come tutti sappiamo.

Un film straniante
A Marsiglia, Maria (Paula Beer) è in attesa dell’arrivo del marito, lo scrittore Weidel, per imbarcarsi con lui alla volta di Città del Messico: solo a lui l’ambasciata avrebbe rilasciato il visto necessario alla loro partenza. Il plico dei suoi documenti di accredito era nelle mani di Georg (Franz Rogowski), come lui rifugiato tedesco a Parigi, comunista in cerca di salvezza su un treno per Marsiglia, dove avrebbero dovuto incontrarsi, secondo i piani della rete clandestina del loro partito.
Per caso, durante il viaggio, Georg aveva appreso del suicidio di Weidel, imprevista circostanza che scombinava quei piani: non sapendo che fare, ora, delle carte in suo possesso, aveva deciso di distruggerle e di sostituirsi a lui assumendone l’identità; ricordare l’indirizzo di Maria era in fondo tutto ciò di cui aveva bisogno per ottenere per sé e per lei, dall’ambasciata messicana, il visto per il viaggio in nave: la salvezza.
In un’atmosfera di attesa estenuante, costretto a non essere se stesso, Georg si era immerso dunque nei vicoli della città, nei suoi bar e nell’universo dei rifugiati provvisoriamente a Marsiglia, vivendo i loro stessi drammi nelle code ai consolati o nella precarietà delle sistemazioni più squallide, negli alberghi e nelle case di passaggio: altre vite come la sua, sospese fra un presente di terrore disperante e un futuro forse meno angoscioso, ma, in ogni caso, incerto e sfuggente perché amore, solidarietà, amicizia, legami familiari sembravano scomparsi o calpestati da una generalizzata volontà di dominio e di sopraffazione.
Il film assume, fin dall’inizio, un carattere di spiazzante contemporaneità, ovvero di un racconto nel quale si confondono passato e presente, poiché ciò che era avvenuto nel 1940 è sovrapposto,  sullo schermo, da ciò che sta avvenendo oggi: gli strumenti della discriminazione e dell’oppressione sono gli stessi e (allora, come ora), indossando abiti del nostro tempo, aguzzini reiterano i riti orribili dell’esclusione e della discriminazione contro milioni di rifugiati che, in preda all’angoscia sono lasciati soli, senza identità, disperando di essere riconosciuti nella loro dignità umana, al di là dell’appartenenza religiosa, politica o etnica.
Durante il racconto si susseguono brevi e intense storie d’amore; episodi di amicizia; tragedie; sorprese drammatiche e inaspettate svolte, di cui sarebbe imperdonabile parlare in anticipo: meglio, secondo me, se gli spettatori si lascerannno coinvolgere dall’atmosfera misteriosa di sospetto e di intrigo che il regista costruisce molto bene, poiché nella strana realtà marsigliese in cui porto e periferie sono connotati dalla tecnologia e dalla modernità, nulla e nessuno è ciò che appare, né la voce fuori campo è sempre la stessa: indizi di una realtà oscura e indecifrabile, senza via d’uscita…
Ispirato liberamente al romanzo Transit (1944) della scrittricee intellettuale tedesca Anna Seghersil film è, a mio giudizio, pur con qualche difetto, in particolare nella parte centrale, che forse si gioverebbe di qualche taglio mirato, uno dei migliori sullo schermo, in questi giorni, ed è fra i più interessanti firmati dal regista Christian Petzold, già apprezzato nei precedenti La scelta di Barbara e Il segreto del suo volto. Ha però molto diviso la critica e soprattutto gli spettatori, non sempre convinti dalle soluzioni narrative del regista e talvolta incerti nel dipanare l’intricata vicenda. 

 

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Disobedience

recensione del film:
DISOBEDIENCE

Regia:
Sebastián Lelio

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart, Dominic Applewhite, Sophia Brown, Bernardo Santos, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Allan Corduner – 114 min. – USA 2017

Tornata a Londra per i funerali del padre, Ronit (Rachel Weisz) rivede i parenti e gli amici di gioventù, ben inseriti, ora, nella comunità ebraico-ortodossa nella quale era cresciuta ed era stata educata, ma che aveva volontariamente lasciato da più di vent’anni per non esserne soffocata: teneva troppo ai suoi progetti e alla sua libertà. Se ne era andata a New York, dove aveva messo a frutto l’appassionata conoscenza della fotografia, diventando un’apprezzata artista sperimentale, con un curriculum prestigioso, ricco di mostre e di riconoscimenti.
Aveva saputo della morte del padre, rabbino della comunità londinese e adesso era lì, a rendergli l’estremo saluto, poiché, anche se non aveva più dato notizie di sé, non aveva cessato di amarlo.
A Londra il cugino Dovid (Alessandro Nivola), compagno di giovanili trasgressioni, l’aveva accolta con evidente imbarazzo: era diventato marito di Esti (Rachel McAdams) la sua migliore amica di allora. “Noi tre eravamo una forza”, aveva ricordato Ronit, evocando i giorni della ragazza che era stata, quando, con loro, avrebbe voluto cambiare il mondo. Con Esti aveva avuto una breve storia d’amore, vero scandalo per quel rigido microcosmo yiddish, all’origine del proprio auto-esilio alla volta degli Stati Uniti, unico modo per assicurarsi la possibilità di decidere della propria vita, senza interferire con la fede della comunità di appartenenza e soprattutto senza nuocere al padre e alla sua carriera. Il suo ritorno era stato percepito come una minaccia alla tranquillità raggiunta dall’intera comunità; le sue rassicurazioni circa la breve durata della permanenza londinese non convincevano; persino Dovid diffidava di lei, ora che era insegnante di Tōrāh e candidato alla successione del vecchio rabbino, caduto in Sinagoga mentre pronunciava il suo sermone sull’amore e sulla libertà. Le ribellioni giovanili, come sogni che svaniscono al risveglio, dunque, erano rapidamente rientrate, né i fedeli avrebbero tollerato nuove trasgressioni: Esti sembrava del tutto rinsavita dalle bizzarrie giovanili ed era diventata una brava moglie devota, nonché l’insegnante di inglese della scuola ebraica, apprezzata dai genitori dei piccini che le erano affidati. Questo, almeno, stando alle apparenze, per lo più ingannevoli, come tutti sanno. I severi dettami della Tōrāh, infatti, non erano idonei per imbrigliarne il  cuore, più incline ad ascoltare i dettami d’amore…a quel modo che ditta dentro… perché l’antica fiamma per Ronit non si era mai spenta: lei aveva sperato di rivederla dopo aver avvertito la Sinagoga d NewYork; lei era tornata a corteggiarla appassionatamente, nonostante tenesse davvero molto all’affetto protettivo di Dovid, alla stima della propria comunità e nonostante ora fosse incinta…

Grande narratore di difficili storie femminili, dopo GloriaUna donna fantastica –indimenticabile Oscar* dello scorso febbraio – il regista cileno Sebastian Lelio ci offre con questo bel film  una  nuova prova della sua finezza di ritrattista, originale nel raccontare le donne che osano coraggiosamente sfidare pregiudizi e convenzionu sociali, per realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Tutti e tre questi film sono connotati da un clima di tensione sottilmente erotica, fin dalle prime scene: ripenso agli sguardi ammiccanti che Gloria lancia all’uomo che ancora non conosce, ma che con ogni evidenza le piace; ripenso al modo speciale con cui si guardano Marina e Orlando, l’uomo amatissimo col quale convive, nonostante il disprezzo e l’emarginazione a cui si sente condannata. In quest’ultimo sono le parole sacre del Cantico dei Cantici, lette da un commosso Dovid agli studenti, nella prima straordinaria e spiazzante scena, a riverberare la loro sensualità sul resto del film, nel quale l’erotismo femminile assume il duplice aspetto della trasgressione aperta e sincera (Ronit) e del fuoco nascosto che sta per divampare, facendo vacillare acritiche e costrittive certezze (Esti). Ottime le due attrici e ottimo anche Alessandro Nivola, un tormentato Dovid, incerto fino alla fine fra tradizione dottrinale e amorosa compassione. Per la prima volta, Sebastian Lelio ha girato un film lontano dal suo Cile, interamente in lingua inglese per una produzione americana, come quasi tutti gli attori.  Da vedere!

*Migliore film straniero

The Children Act-Il Verdetto

recensione del film:
THE CHILDREN ACT-IL VERDETTO

Titolo originale:
The Children Act

Regia:
Richard Eyre

Principali interpreti:
Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin, Rupert Vansittart, Rosie Boore, Nikki Amuka-Bird, Honey Holmes – 105 min. – Gran Bretagna 2017.

La bella coppia
Fiona, giudice del tribunale di Londra, cercava angosciosamente le ragioni oscure dello sfascio del proprio matrimonio ora che  Jack, suo marito, le aveva confidato la delusione per la sua crescente freddezza e per il suo negarsi da troppo tempo ai rapporti sessuali, ciò che lo aveva indotto a cercarsi un’amante, nonostante si sentisse ancora molto legato a lei, che aveva reagito sferzantemente, esternandogli tutto il proprio disgusto.
Era un brutto momento per lei, che, finora senza scosse, aveva superato le poche difficoltà della sua vita di donna privilegiata, di ottima famiglia e di ottima educazione, che aveva sposato, per amore, Jack più di trent’anni prima, e che con lui era vissuta serenamente, senza sacrificargli la propria carriera: era stata, da giovane, una brillante avvocatessa ed era infine diventata giudice, chiamata dal Tribunale di Londra ad applicare il diritto di famiglia con l’intelligenza e l’umanità che tutti le riconoscevano.
Jack era professore, all’Università, di storia antica e l’amava; si era abituato, come lei, a vivere senza figli, che nessuno dei due aveva escluso per scelta: di comune accordo avevano rimandato il loro arrivo a data da destinarsi, cosicché erano invecchiati, quasi senza accorgersi della loro mancanza; ospitavano volentieri, però, nella grande stanza degli ospiti della loro casa nipoti e nipotini.

Il giudice Fiona e i “suoi” casi difficili
Da qualche tempo si accumulavano sul tavolo di Fiona in Tribunale, e persino a casa sulla sua scrivania, carte e documenti da studiare a fondo. Forse era questa eccessiva mole di lavoro la causa del suo inaridirsi affettivo o forse ne era l’effetto, un alibi per non affrontare prima di tutto con se stessa alcuni nodi irrisolti della sua vita che ora venivano al pettine e le imponevano chiarezza.
Gli ultimi casi giudiziari erano stati davvero impegnativi e avevano sollevato interrogativi insoliti per lei che, sempre serenanente pragmatica, era stata improvvisamente costretta a decidere persino della vita e della morte, ciò che l’aveva profondamente scossa e coinvolta emotivamente: era difficile, del resto, in simili circostanze non interrogarsi sull’esistenza (anche sulla propria) sul ruolo del caso, e sul senso del vivere.
Per la prima volta, probabilmente, quando aveva deciso di autorizzare la separazione di due neonati siamesi (uno dei quali, vivendo a spese dell’altro, stava condannandolo a morire presto insieme a lui), aveva compreso la difficoltà di distinguere nettamente fra il bene e il male, incarnati quasi metaforicamente da quel “mostruoso” viluppo di membra, le cui fotografie strazianti ricomparivano nei suoi incubi notturni.

Era stato però Adam Henry, il diciassettenne malato di leucemia, a porre a Fiona il problema più grave della sua carriera, per le conseguenze imprevedibili del verdetto grazie al quale, autorizzando i medici all’uso della trasfusione di sangue per curarlo, gli aveva restituito la vita, mentre la madre e il padre, Testimoni di Geova come lui che voleva lasciarsi morire, lo invitavano ad affidarsi al dio della loro setta, rifiutando di peccare, contaminandosi col sangue altrui.
Adam dopo le trasfusioni era davvero rinato e ora, per mostrarle la propria gratitudine e il proprio affetto, la seguiva come un’ombra dappertutto, le sottoponeva le sue poesie, le ricordava con la chitarra quel canto che, durante l’incontro all’ospedale, lei gli aveva cantato sulle note di una ballata irlandese che aveva accompagnato una bella lirica di Yeats. L’ultimo loro imbarazzante incontro si era concluso con un tenero bacio dopo il quale Fiona si era vista costretta ad allontanarlo, per sempre, con dolce fermezza. Quando, disgraziatamente, la malattia era tornata, Adam, ormai maggiorenne e padrone di disporre di sé, si era lasciato morire nel ricordo di lei, rifiutando ogni trasfusione, ma lasciandole le poesie che per lei aveva scritto, insieme al rimorso.
Qualche cosa, nel loro rapporto, non aveva funzionato, ma di quella immane tragedia Fiona era davvero responsabile? In fondo non era che una piccola e generosa creatura travolta da una tempesta di dubbi angosciosi, che ora aveva davvero bisogno dell’ascolto amorevole di Jack, unica solida certezza sulla quale ora avrebbe costruito il resto della propria vita.

Dal romanzo al film
Il film ripropone la vexata quaestio dei rapporti fra le opere letterarie e la loro trasposizione cinematografica, che diventa particolarmente interessante nel caso di quest’opera, che Ian McEwan, autore del bellissimo romanzo The Children Act (edito in Italia da Einaudi nel 2014 col titolo La ballata di Adam Henry), ha sceneggiato per il regista Richard Eyre, collaborando attivamente alla realizzazione di questo bel film.
Trasposizione probabilmente non semplice, poiché si trattava di portare sullo schermo la complessa figura femminile di Fiona Maye indagandone la profonda crisi esistenziale, ma limitando (o confinando allo spazio onirico) i flashback e non avvalendosi della voce fuori campo in sostituzione del flusso di coscienza attraverso il quale, nell’opera letteraria, memoria del passato e tempo presente si intrecciano continuamente, delineando il quadro emotivo contraddittorio e incerto nel quale si muove la protagonista.
Occorreva una grande interprete come Emma Thompson per trasmettere, grazie alla profondità espressiva del volto e dello sguardo mobilissimo, nonché alla passione raggelata della recitazione, la complessità emotiva che il romanzo comunica, coinvolgendoci nella lettura. Ritengo, personalmente, che l’impresa sia riuscita.
Notevole anche l’interpretazione di tutti gli altri attori, e soprattutto di un ottimo Stanley Tucci (Jack) e del giovane Fionn Whitehead (Adam)

Quasi nemici-l’importante è avere ragione

recensione del film:
QUASI NEMICI, l’importante è avere ragione

Titolo originale:
Le brio

Regia:
Yvan Attal

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet, Nicolas Vaude* – 95 min. – Francia 2017. 

Questa volta è toccato a Le Brio, intelligente commedia francese, subire l’affronto dei nostri titolisti, diventando Quasi nemici-l’importante è avere ragione! No comment.

È la storia di Neila (Camélia Jordana), studentessa al primo anno di giurisprudenza (si era iscritta alla prestigiosa Paris II-Pantheon Assas) con l’aspirazione di diventare avvocato, impresa non facile, soprattutto quando, come lei, si abita a Créteil (la banlieu dei cittadini francesi di origine magrebina) e ci si deve adeguare alle levatacce e al sacrificio del proprio tempo per gli spostamenti quotidiani. Per lei, poi, le difficoltà si erano acuite per l’offensiva  accoglienza del professor Pierre Mazard (Daniel Auteil) che l’aveva umiliata con pesanti invettive al suo ingresso, in ritardo, nell’aula gremita in cui egli stava già tenendo la prolusione del corso di diritto. La commedia è costruita a partire da questo contrasto, sfociato ben presto nell’aperta ostilità reciproca, perché Neila mal sopportava le offese alla sua persona, al suo abbigliamento e alla sua esteriore rozzezza, mentre Mazard persisteva nelle sue provocazioni  intollerabilmente razziste e machiste, anche secondo la stragrande maggioranza degli studenti, che infatti aveva chiesto, con tanto di firme, che la Facoltà aprisse un’inchiesta sul comportamento ingiurioso del vecchio “barone”, giudicando se fosse compatibile con la sua cattedra: vero grattacapo per l’Università, che si giovava dell’apporto indiscutibilmente competente e prestigioso dell’intrattabile professore. L’annuale gara di eloquenza, fra le università parigine, sarebbe servita a rimandarne l’allontanamento, mettendone alla prova l’imparzialità di giudizio: Mazard avrebbe preparato Neila a questa gara, per dimostrare che al di là dei suoi modi sprezzanti, ciò che gli stava davvero a cuore altro non fosse che il bene degli studenti, Neila compresa. Il singolare Pigmalione, sarebbe stato davvero in grado di educare la sua Galatea? Dovrete vedere il film per saperlo, tenendo presente, però, che l’interesse del film non è tanto nella descrizione di un conflitto-scontro di culture (déja vu) che in una commedia si compone in ogni caso, quanto piuttosto nella riflessione acuta e brillante sul linguaggio della comunicazione fra gli uomini, complessa questione non solo terminologica.

Come le lezioni di Pierre Mazard sull’eloquenza si propongono di dimostrare, infatti, tutto il nostro comportamento parla di noi: il corpo, i gesti, il tono della voce, gli abiti costituiscono il biglietto da visita che comunica la nostra vera identità, insieme, com’è ovvio, alla parola che in sommo grado ha la capacità di comunicare e di convincere. Rifacendosi alla lunga tradIzione filosofica occidentale, dai sofisti a  Platone, per arrivare a Schopenhauer e alla sua Dialettica eristica – l’arte di avere ragione, il professore impartisce a Neila (e agli spettatori) molte brevissime e argute lezioni di retorica, supportate dai più grandi esempi letterari, in primo luogo dal grande Shakespeare. Il celeberrimo discorso di Antonio sulla bara di Cesare** diventa, perciò, l’exemplum su cui si costruisce il film, che forse è politicamente molto scorretto, ma sicuramente molto divertente ed efficacemente educativo nel ricordarci che l’uso consapevole dell’eloquenza non solo permette ai singoli individui di avere ragione, ma aiuta  a ottenere il consenso politico necessario (e ambiguo) per governare in tempo di democrazia. È un bene per tutti comprenderlo.

Da vedere!

*Sono presenti nel film, come materiale d’archivio, alcuni interventi di Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary, Jacques Brel, François Mitterrand.

** QUI: Marlon Brando nella parte di Marco Antonio, una vera chicca!

 

Sunset ( Napszállta)

recensione del film:
SUNSET ( NAPSZÁLLTA)

Regia:
László Nemes

Principali interpreti_
Vlad Ivanov, Susanne Wuest, Björn Freiberg, Levente Molnár, Urs Rechn, Juli Jakab, Judit Bárdos, Sándor Zsótér, Balázs Czukor – 142 min. – Ungheria, Francia 2018

1913 – La società ungherese dell’epoca era percorsa da numerose tensioni sociali e da fermenti anarcoidi che diffondevano paure  e odio, insieme all’ossessione di qualche imminente e indeterminato complotto volto a sovvertire l’ordine e la concordia fra le classi e fra le etnie che da secoli convivevano nel mondo magiaro. In questo clima si stava costruendo l’alleanza  fra la nuova ricchissima borghesia del commercio di lusso, i vecchi latifondisti e gli alti ufficiali e burocrati alle dipendenze di Vienna, la vecchia capitale imperiale, che ora spartiva i compiti amministrativi e militari con le più decentrate Budapest e Praga.

In quello stesso 1913 da Trieste aveva raggiunto la capitale ungherese col treno la bella Irisz Leiter (Julie Jakab). La giovinetta era alla ricerca delle proprie radici e della propria identità, poiché conosceva poche cose di sé e del proprio passato: sapeva con certezza di aver perso i genitori, quando, piccolissima, un incendio li aveva fatti morire distruggendo anche il palazzo che ospitava la loro abitazione a Budapest, oltre che il loro negozio-laboratorio di cappelli d’alta moda; sapeva anche di essersi salvata, lei sola dell’intera famiglia, insieme all’aiutante Oszkar Brill (Vlad Ivanov), che non le sarebbe stato difficile ritrovare. L’uomo era riuscito, infatti, a ripristinare e ingrandire l’antica modisteria, sempre più esclusiva e prestigiosa, frequentata dal bel mondo dell’epoca, la frivola e gaudente  società impegnata, anche in questa capitale come nelle altre della Mitteleuropa absburgica, nei ricevimenti, nelle feste, nei balli, nel presenzialismo mondano con la stessa spensierata gaiezza ipocrita dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Al di là della cortesia formale, Oszkar non aveva accolto Irisz nel palazzo, né le aveva offerto il lavoro che cercava e per il quale si sentiva preparata: preferiva seguire i suoi passi da lontano, senza perderla di vista mentre si dirigeva nel cuore profondo della città, scoprendone gli abitanti più miserabili, le case fatiscenti e le voci lontane. Da un uomo incontrato per caso la giovane aveva appreso di avere un fratello, alla ricerca del quale ora si sarebbe dedicata, cercando, senza grandi risultati, di penetrare sempre più a fondo nei misteri oscuri della propria vita e della capitale.

Presentato a Venezia il mese scorso, il film, diretto dal giovane regista ungherese László Nemes al suo secondo lungometraggio, era molto atteso dalla critica e dal pubblico che, pressoché unanimi, avevano decretato il successo del suo precedente Son of Saul, gran Premio della giuria a Cannes nel 2015 e successivamente, nel 2016, Oscar per il migliore film straniero.
Questa volta l’opera  non sembra destinata allo stesso consenso universale: una parte della critica, forse minoritaria, ma non proprio irrilevante, pur riconoscendo la qualità colta e raffinata del film, la suggestione innegabile della ricostruzione storica e ambientale, la squisita fotografia capace di creare le distanze anche temporali attraverso le sofisticate sfocature degli sfondi, ne ha evidenziato l’eccesso di manierismo virtuosistico, a tratti stucchevole, che ha interferito negativamente sul racconto, estremamente frammentato, spesso lasciato in sospeso in troppe vicende secondarie e che, in ogni caso, lascia una deludente impressione di incompiutezza. Le riprese, con camera a spalla, seguono gli spostamenti tortuosi di Irisz nelle stradine oscure, immergendoci nel loro viluppo caotico e nelle intuibili, ma non affatto chiare, situazioni violente e torbide che infestano, fra indistinti sussurri e grida, la capitale ungherese, riflesso metaforico della confusa realtà politica e del malessere sociale di un intero paese che sembrava aver perso, come Irisz, ogni orientamento positivo e sicuro, prefigurando sinistramente, nelle forme della protesta feroce, il sangue di Sarajevo con tutte le sue tragiche e funeste conseguenze.

Film di sicuro interesse per un buon numero di cinefili, ma non per tutti.
Visto (in versione originale sottotitolata) in anteprima a Torino, in una rassegna dedicata ai film “veneziani”. Quando (e se) arriverà nelle nostre sale, ve lo comunicherò.

L’albero dei frutti selvatici

recensione del film:
L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI

Titolo originale:
Ahlat Agaci

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Ergüçlü, Serkan Keskin, Tamer Levent, Akin Aksu, Ahmet Rifat Sungar, Ercüment Balakoglu, Öner Erkan, Kubilay Tunçer, Kadir Çermik, Özay Fecht, Sencar Sagdic, Asena Keskinci -188 min. – Turchia, Francia 2018.

Ahlat Agaci, oltre al titolo originale del film, è l’albero del pero selvatico coi rami dalle punte spinose che cresce tra i monti e le colline dell’ Anatolia nord occidentale sul Mar di Marmara, presso i Dardanelli. Ha un aspetto disarmonico e un fusto  dalla corteccia rugosissima e spesso spaccata, tutto contorto e aggrovigliato: la sua immagine ne riflette la tenace resistenza ai venti che arrivano da ogni parte spazzando quei luoghi, forgiandone il paesaggio assai aspro e poco ospitale, così come il carattere dei suoi abitanti. Eppure quel pero è una risorsa preziosa: il legno, è fra i più robusti al mondo, mentre i suoi frutti, (molto graditi agli ovini che arrivano fin lassù col loro pastore), nella loro piena maturazione, quando cadono a terra, sono dolcissimi e graditissimi anche agli uomini.

Lassù, nella regione di Çan, era nato Idris Karasu (Murat Cemcir), che aveva studiato a Çanakkale (dove sorgeva presumibilmente la Troia omerica, almeno secondo Heinrich Schliemann) ed era diventato, dopo aver vinto un pubblico concorso, maestro della scuola della città di Çan dove si era stabilito e aveva messo su famiglia, col cuore al suo villaggio poco ospitale, ai suoi vecchi, ai suoi animali e al suo pero selvatico. Voleva costruire lì la casa da godere dopo la pensione e aveva cominciato a farlo, investendoci parte del suo stipendio incurante dello scherno sprezzante della moglie e dei figli che dalla loro abitazione di città non intendevano proprio muoversi, tanto più che gli scavi per l’acqua si erano rivelati inutili e lo avevano costretto addirittura a indebitarsi. Era schiacciato da un ingranaggio micidiale lo sciagurato Idris: si indebitava al gioco per ottenere i soldi per pagare i creditori che glieli avevano prestati per scavare il pozzo: tutta la città ne era al corrente, mentre le autorità chiudevano un occhio, permettendogli di arrivare alla pensione conservando il suo posto, sempre meno prestigioso, da insegnante; intanto cresceva lo scontento in famiglia.
Suo figlio Sinan (Dogu Demirkol), al momento del film, aveva poco più di vent’anni; stava tornando a casa dopo l’università e portava con sé, come è giusto a quell’età, speranze e sogni per il futuro. Non avrebbe voluto, percorrendo la strada del padre detestato, dedicarsi all’insegnamento, per evitare di finire, com’era capitato a lui, in una piccola città sperduta e isolata dell’Anatolia profonda. I tempi erano cambiati: ai giovani con una certa preparazione culturale si offriva sicuramente di meglio. Di meglio, invece, era difficile trovare qualche cosa: i suoi compagni di studi si erano occupati nella polizia, adattandosi senza molti scrupoli, alla politica repressiva del governo e gliene avevano parlato; preferibile, allora, il concorso, tentato infine  senza convinzione e senza successo. Era forse percorribile un’altra strada, quella della scrittura: adorava scrivere e aveva iniziato un romanzo che stava concludendo nella speranza di trovare, grazie all’interessamento delle autorità locali, un editore e una rete di vendita ben organizzata che ne favorisse la diffusione. Un successo, questa volta, ma solo a metà: un editore; un articolo su un quotidiano locale e la pubblicazione di qualche centinaio di copie, rimaste invendute! Come si poteva vendere, d’altra parte, un romanzo dal titolo Il pero selvatico, evocativo di una realtà povera e lontana, in un luogo tutto proteso verso la modernità, il progresso e la ricchezza, non importa come accumulata? Quei suoi poveri libri, ora che la pioggia dell’autunno aveva cominciato a farli marcire, avevano dovuto essere ricoverati in casa, dove per altro né la sorella, né la madre li leggevano. Era forse arrivato il momento di rivalutare quel padre, ora in pensione, che aveva saldato i suoi debiti grazie alla liquidazione e che ora aveva ripreso a vivere nel suo villaggio, in compagnia dei suoi vecchi, dei suoi animali e delle bellezze straordinarie della natura?…

Questo è un film meravigliosamente lento, come tutti i precedenti firmati da Nuri Bilge Ceylan, che racconta senza fretta, ancora una volta, la sua Turchia, quella splendida Anatolia  di cui ci ha parlato in tutti i suoi affascinanti lungometraggi, di alcuni dei quali mi sono occupata negli anni scorsi*. Questo mi è sembrato il più “politico”, fra tutti i suoi lavori, ma le virgolette sono necessarie, perché egli rifugge, come sempre, da ogni aperta denuncia: come sappiamo fin dal suo primo lungometraggio, il suo non è un cinema militante, poiché preferisce offrire agli spettatori situazioni complesse, sfaccettate; dialoghi in cui le più diverse tesi si confrontano; immagini suggestive, ma non sempre limpide, così da permettere a ciascuno di noi di calarsi, con il proprio giudizio, nella storia raccontata e di trarre le proprie conclusioni:
Nelle mie opere non intendo dare nessun tipo di messaggio, perché sono una persona alla continua ricerca di un senso nella vita, la vita mi fa piovere addosso delle immagini che colloco all’interno di situazioni reali. Sono un essere umano fragile, vivo l’amore in maniera turbolenta, intensa, e lo racconto nei mei film, insieme agli altri sentimenti, per cercare di capirli. Non ho mai amato i film con i messaggi forti, devo essere io, attraverso le immagini, a trovare un mio senso. Non intendo fare il cosiddetto pifferaio, quello che incanta i topi e li porta con sé in un paese fantastico. Io poi non saprei dove portarli”... (così afferma lo stesso Ceylan nell’intervista – molto raccomandabile –  a cura di Carola Proto, riportata integralmente QUI).
È certo che la sua costante esplorazione dell’Anatolia ci permette di comprendere meglio un paese pieno di vitali contraddizioni, ponte sospeso fra l’ Occidente agnostico, pragmatico e razionalista, di cui il giovane Sinan subisce il fascino, e la tenace resistenza delle antiche tradizioni, non solo religiose, capaci di dare senso alla vita di ciascuno, ancora vive nelle campagne, dalle quali in genere i più giovani se ne vanno in cerca di meglio, ma nelle quali potrebbero tornare, quando, cadute le illusioni, rivaluteranno i “valori e le cose che contano davvero”, risucchiati dal passato più antico e oscuro di quel paese bellissimo in cui la neve perennemente sembra congelare ogni speranza di cambiamento.
Se questo, come credo, è il significato del film, allora i lunghissimi e bellissimi dialoghi, le fascinose discussioni “en plein air”, o nel chiuso di un’abitazione o di una biblioteca, piani sequenza che accompagnano il confrontarsi o anche l’ironico e civile scontrarsi dei diversi punti di vista, ne costituiscono la struttura portante e vanno seguiti con l’attenzione che non può mancare se si ama il bel cinema, anche se il film dura più di tre ore, durante le quali, talvolta, la rappresentazione onirica, spesso agghiacciante, riporta alla nostra coscienza l’estrema crudeltà del reale, al di là di ogni ipocrita politesse. Personalmente non ho provato né noia, né desiderio di uscire, tanto profondo è stato per tutto il tempo il coinvolgimento intellettuale ed emotivo che, come sempre, il regista riesce a provocare in me.
Grande film, grandi interpreti, magnifica fotografia, affascinanti riprese paesaggistiche; frequenti richiami letterari a Cechov e a Dostoijevski, ma anche (mi è sembrato) agli scontri verbali e inconcludenti fra Naphta e Settembrini raccontati da un ironico Thomas Mann-Castorp. Che cosa c’è in fondo di più incantato e magico della maliosa montagna anatolica ricoperta di neve? Forse il canto mortale delle Sirene che Ulisse aveva voluto ascoltare solo legato: la scultura moderna in legno (proprio quello del pero) del cavallo di Troia  a Çanakkale, creata per la gioia dei turisti, non a caso nel film diventa l’incubo più spaventoso di Sinan!

Ahlat Agaci, ovvero il pero selvatico, secondo la lingua turca, è diventato in italiano L’albero dei frutti selvatici… Ennesima titolazione fuorviante per il suo tono favolistico, del tutto estraneo al film che della favola non ha davvero molto.

* C’era una volta in Anatolia 
  Il regno d’inverno

Girl

recensione del film:
GIRL

Regia:
Lukas Dhont

Principali interpreti:
Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen – 105 min. – Belgio 2018.

Era Victor, alla nascita, ma quel nome non lo voleva e aveva voluto “ribattezzarsi” Lara, cosicché Lara era diventata, per tutti, persino per la sua carta d’identità.
Era giovanissima Lara; l’avresti detta un’adolescente in boccio, se non fosse stato per quel corpo legnoso, dalle ossa troppo grandi, e soprattutto per quell’appendice insopportabile del suo sesso che non riusciva proprio a nascondere, nonostante ci provasse, schiacciandoselo stoicamente sul corpo col nastro adesivo. Certo non era facile trasformare, come le sarebbe piaciuto, quell’involucro di carne e ossa, di cui si sentiva prigioniera, in un corpo femminile morbidamente aggraziato, anche se l’impresa non era impossibile: avrebbe potuto contare sul sostegno affettuoso di suo padre che, per aiutarla, aveva trasferito l’abitazione, la scuola dell’altro figlio nonché la propria attività di taxista dal Belgio francofono ad Anversa, nei pressi dell’ospedale dove alcune equipes specializzate ne avrebbero seguito il percorso fino alla conclusione, quando, finalmente sarebbe stata la creatura femminile che da sempre sentiva di essere; per ora doveva accontentarsi delle cure ormonali massicce che, inibendo lo sviluppo maschile, lentamente le avrebbero dato l’apetto di una ragazza, la Girl del titolo del film.

Lara, dunque, era un’adolescente transgender che forse stava vivendo nel migliore dei mondi possibili, senza saperlo, però, tutta presa com’era dal suo problema, e dall’impazienza di vederlo risolto, ciò che era acuito anche dalla volontà di non sfigurare nella prestigiosa Scuola Reale di Danza classica che l’aveva ammessa ai suoi corsi, accettandone la diversità, così come le sue compagne, che mostravano, per la verità, qualche maliziosa curiosità di troppo, violandone il doloroso pudore, ma senza vera intenzione di ferirla.
Se è vero che l’adolescenza è un momento cruciale della crescita di ciascuno, per Lara, alla disperata ricerca di un corpo che testimoniasse la propria identità femminile, l’adolescenza stava diventando una tortura insopportabilmente prolungata: l’affannosa e continua ricerca davanti allo specchio di qualche traccia di mutamento non dava alcun risultato; molte invece erano le tracce sanguinanti delle ferite che infliggeva continuamente a quel corpo nel tentativo di essere come le altre, cosicché quel corpo così odiato e, si direbbe, inutilmente vessato avrebbe presto reclamato i propri diritti, mettendo in evidenza la difficoltà durissima di quella sua condizione, anche in una società civile e tollerante e in una famiglia intelligente e comprensiva.

Grazie all’uso attento della camera che segue Lara alla sua altezza, il regista, al suo primo lungometraggio, ci offre lo splendido ritratto di una creatura per la quale la ricerca dell’identità sessuale stava diventando una penosa ossessione, rendendoci partecipi e consapevoli del suo tormento e delle sue contraddizioni, senza nascondere, sotto un velo di ipocrisia, i momenti crudi del sangue e delle infezioni che ne devastavano il corpo, immagini simboliche dello strazio profondo dell’animo e del cuore.

Non mancano alcuni difetti, perdonabili, tuttavia, in un’opera prima, data anche la giovane età del regista appena ventisettenne: l’insistita ripetitività delle scene di danza; un certo compiacimento estetico un po’ languido nel colore dorato della luce diffusa negli ambienti in cui si muove Lara, dalla scuola di danza all’ospedale. Si tratta di difetti lievi, che non hanno impedito l’assegnazione della prestigiosa Caméra d’or di Cannes, lo scorso maggio, (Un certain regard) al film scelto come Migliore Opera Prima, prestigioso e indiretto riconoscimento alla direzione di Lukas Dhont. Anche la magnifica e prodigiosa interpretazione di Victor Polster nel ruolo di Lara ha ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio al migliore interprete maschile.

Film da vedere sicuramente.

Le fidèle

recensione del film:
LE FIDELE

Regia:
Michaël R. Roskam

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos, Jean-Benoît Ugeux, Eric de Staercke, Nathalie Van Tongelen, Sam Louwyck,  – 120 min. – Belgio, Paesi Bassi, Francia 2017

Gino, detto Gigi, e Benedicte, detta Bibi, si erano conosciuti al termine di un raid automobilistico: lei, di famiglia alto borghese, era pilota di una vettura in gara; lui, spettatore, si trovava lì per interesse professionale: si occupava (o almeno così le aveva fatto credere) di import-export di automobili. Era nata dopo questo incontro la loro irresistibile attrazione, sfociata subito nell’amore più appassionato, quello che cambia la vita e le dà un senso. Per lui avrebbe potuto anche diventare l’occasione per lasciare alle spalle il proprio penoso passato da orfano, quello che dall’adolescenza gli aveva insegnato a difendersi con feroce determinazione, insieme al gruppo di amici con i quali aveva condiviso le strade delle periferie fiamminghe e la solidarietà violenta, unica difesa di chi vive abbandonato dal mondo. Con loro era diventato adulto e con loro aveva accuratamente progettato e organizzato numerose rapine a mano armata che avevano assicurato all’intera banda di che sopravvivere per qualche tempo. Della sua vita segreta, da sbandato delinquente, aveva accennato a Bibi, che dapprima non l’aveva preso molto sul serio, ma che aveva dovuto presto prendere atto della realtà quando, dopo l’ultima audacissima rapina, fallimentare, era arrivato il carcere e la loro forzata separazione. La fortuna ora sembrava aver abbandonato Bibi; l’azienda paterna era finita sotto il controllo della mafia albanese, mentre la sua salute era compromessa irreparabilmente: non era riuscita a portare a termine la gravidanza a lungo desiderata e la sua stessa vita era in pericolo, né al ritorno dopo la condanna, Gigi avrebbe potuto rivederla…

Preceduto da una fama discreta, presentato lo scorso anno a Venezia, quindi al Film Festival Internazionale di Toronto, interpretato da attori di tutto rispetto, sotto la direzione di Michaël R. Roskam, giovane e talentuoso regista fiammingo al suo terzo lungometraggio*, questo film è, per me, nel suo insieme, molto deludente. Eppure l’attesa di un buon film sembra all’inizio realizzarsi: molto promettente il flashback rapido dell’infanzia di Gino mentre scorrono i titoli di testa; molto bella la successiva narrazione dell’amore nascente e dei primi incontri appassionati fra Gino  e Benedicte (rispettivamente Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos, entrambi ottimamente calati nella parte). A questi momenti rapidi e folgoranti (di quelli che non si dimenticano facilmente, grazie al racconto brioso e veloce, spesso ellittico, e subito molto coinvolgente), che occupano all’incirca la prima parte del film, fa seguito la violentissima rappresentazione delle sciagurate imprese di lui, e l’incupirsi progressivo dell’intera seconda parte sotto i colpi delle disgrazie che, con effetto cumulativo, travolgono lei, il suo desiderio di maternità, il suo amore per la vita, nonché l’aspirazione a rivedere lui, ciò che trasforma la loro bella storia d’amore in un mélo noir dal crescendo così banale da annullare l’aspetto tragico della vicenda. Che peccato!

* (QUI la mia recensione molto positiva della sua precedente pellicola)

Un affare di famiglia

recensione del film:
UN AFFARE DI FAMIGLIA

Titolo originale:
Shoplifters

Regia:
Hirokazu Kore’eda

Principali interpreti:
Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Kengo Kora, Chizuru Ikewaki, Sôsuke Ikematsu, Yôko Moriguchi, Moemi Katayama, Yuki Yamada, Akira Emoto, Naoto Ogata – 121 min. – Giappone 2018.

Nelle nostre sale (poche) è distribuito in questi giorni il film che quest’anno ha vinto la Palma d’oro a Cannes, ovvero questo magnifico Un affare di famiglia, diretto da Hirokazu Kore’eda, regista giapponese che conosciamo per aver girato, sul tema della famiglia, alcuni tra i film più belli degli ultimi anni*.
Il titolo in italiano, questa volta, sembra individuare la questione principale del film: quali valori distinguono una famiglia vera da altre forme di convivenza; quello inglese, adottato quasi universalmente, invece, sottolinea la singolarità dei personaggi che compongono la famiglia di cui si occupa il regista: Shoplifters, cioè taccheggiatori.
I protagonisti dell’ultima fatica del regista, effettivamente, vivevano violando continuamente la legalità: piccoli espedienti, furterelli per arrotondare le loro magre entrate facevano allegramente parte della loro esistenza quotidiana: di quella della vecchia nonna (Kirin Kiki), la cui pensione non era propriamente quella di vecchiaia; di quella del capo-famiglia Oshamu Shobata (Lily Franky), discontinuo operaio edile nonché abilissimo ladruncolo; di quella di Nobuyo (Sakura Andò), sua moglie, impiegata in una tintoria, che senza problemi si impadroniva degli oggetti dimenticati nelle tasche degli abiti da lavare e infine di quella di Aki (Mayu Matsuoka), la cognata, che, per sostenere i costi dell’università, lavorava in un peep-show…Una famiglia, dunque, un po’ anomala, quanto meno, “trasgressiva” alla quale forse nessuno affiderebbe volentieri i propri figli…prima di aver visto il film, naturalmente!

Nella periferia degradata di Tokio, nascosta dietro siepi e alberi selvatici, si trovava l’abitazione fatiscente di questa gente marginale, ignorata dal mondo, che aveva scelto liberamente di condividere le poche risorse di ciascuno, per aiutarsi e difendendersi reciprocamente in uno spirito di piena solidarietà, di comprensione affettuosa, di ascolto e di amore generoso, capace di accogliere anche i bambini come Shota (Sôsuke Ikematsu), salvato dalla strada, nutrito e fatto crescere con cura, o come Yuri (Miyu Sasaki), chiusa fuori di casa a soli quattro anni, nel gelo dell’inverno dai “genitori”  che l’avevano lasciata al freddo e alla neve, per continuare a litigare e a odiarsi indisturbati, perché nella ricca società giapponese, anche questo era stato possibile. La nonna, con la sua saggezza, era la guida prudente di ogni decisione familiare; era stata per questo un po’ riluttante ad accogliere la piccola, poiché temeva  i guai che avrebbero potuto mettere in crisi quella sua famiglia unita:  avrebbe preferito restituirla dopo averla sfamata e curata per le ferite reali e metaforiche di cui Yuri portava le tracce nel corpo e soprattutto nell’anima. Era stata lei, però,  a voler rimanere scegliendo la famiglia vera, del tutto indifferente ai legami di sangue. I guai paventati sarebbero arrivati, purtroppo, in nome della difesa strenua della legge, applicata da giudici incapaci di intendere le ragioni dell’umanità, sostenuti però dal consenso di psicologi, assistenti sociali e benpensanti, mentre il battage di giornalisti alla ricerca di scandali, ne completava l’opera distruttiva. Ancora una volta, questo grande regista ci chiede che cosa sia davvero la famiglia, chi sia davvero il padre con questo film bello e disturbante, in cui la gioia è anche quella di una bella passeggiata sul mare che con le sue acque tranquille sembra capace di cacellare i dolori e le angosce del mondo, almeno prima della furia che potrebbe travolgere ogni cosa. Difficile dimenticare l’ansia di paternità di Oshamu Shobata, che di fronte a Shota, il ragazzino raccolto dalla strada e allevato con cura, che sta per tornare in collegio a cui i giudici lo avevano spedito… nel suo interesse, naturalmente, lo supplica di chiamarlo papà.

Non era il padre naturale, quello di sangue, l’unico riconosciuto dalla legge (benché sconosciuto al figlio),  per il quale non restano, al di là delle sentenze, che le bellissime parole manzoniane:
non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre”.

 

*Father and SonRitratto di famiglia con tempesta

Mr. Long

recensione del film:
Mr. Long

Regia:
Sabu (II) (nome d’arte di  Hiroyuki Tanaka)

Principali interpreti:
Chen Chang, Shô Aoyagi, Yiti Yao, Run-yin Bai, Masashi Arifuku, Tarô Suwa, Ritsuko Ohkusa, Shiiko Utagawa, Yûsuke Fukuchi, Tetsuya Chiba – 129 min. – Giappone, Germania, Cina, Taiwan 2017.

Mr Long (Cheng Chang) era un fascinoso e tenebroso giovanotto taiwanese che conduceva una doppia vita: quella del cuoco raffinato, e quella del killer che, per denaro, diventava una impassibile macchina di morte, grazie alla destrezza dei suoi movimenti felpati e alla sua abilità di muoversi nell’ombra. Si spostava velocemente, in silenzio, senza lasciare tracce, avendo studiato accuratamente ogni volta il piano che lo avrebbe reso insospettabile e inafferrabile… o quasi! L’ultima sua impresa, in Giappone, infatti, non era andata così: messo in un sacco e più volte ferito con colpi d’arma da fuoco, era riuscito a sopravvivere, non si sa come; era addirittura guarito, grazie all’assistenza affettuosa di un bambino che, silenziosamente, gli aveva fatto trovare l’occorrente per disinfettarsi e curarsi. Inizia in questo modo, sotto il segno dell’amicizia disinteressata col piccino la rigenerazione fisica e “morale”di Long, che ora, nella perferia di una grande città giapponese, riprende a fare il mestiere di cuoco, facendosi conoscere, apprezzare e stimare da molti e, purtroppo, anche riconoscere da qualcuno che avrebbe preferito dimenticare…

Forse perché era stato preceduto dal battage che di solito si riserva ai film ammessi in concorso al Festival di Berlino, questo Mr. Long  aveva acceso la mia curiosità, cosicché, senza altre informazioni, ho voluto vederlo prima che venisse sostituito dai film della nuova stagione. Dico subito che le mie attese, forse eccessive, sono state parzialmente deluse, ciò di cui mi dispiaccio. Riconosco, però, che si tratta di un’opera  singolare, in cui si mescolano e si fondono con grazia favolistica  temi, stilemi e registri di culture diverse, nell’intento evidente di costruire un film che fa dell’amicizia e dell’umana comprensione  il centro narrativo, al di là della diversità delle tradizioni, dei comportamenti e delle culture: nulla è insormontabile se si riconosce l’umanità dell’altro che viene da fuori, bisognoso di cure e di cibo. Un ottimismo sorridente, quasi alla Kaurismaki, accompagna una vicenda che si colloca fra il gangster-movie ( violentissimo e grandguignolesco) e il Wuxiaplan (col suo cavaliere errante e solitario) senza disdegnare, per altro, le suggestioni del teatro interculturale europeo e giapponese sviluppatosi nel corso del ‘900. È un film un po’ “facile” e sicuramente anche un po’ ruffiano, ma è girato con eleganza e interpretato con grande professionalità da Cheng Chang, che già avevamo visto all’opera in The Assassin (2015), affiancato dal piccolo Kenji (Shô Aoyagi). bravissimo e simpaticissimo.

 

 

 

L’amant d’un jour

recensione del film:
L’AMANT D’UN JOUR

Regia:
Philippe Garrel

Principli interpreti:
Éric Caravaca, Esther Garrel, Louise Chevillotte – 76 min. – Francia 2017.

 

Con il rigore formale che da sempre ne contraddistingue l’opera, Philippe Garrel continua la sua “fenomenologia” dei rapporti d’amore, concludendo con questo L’amant d’un jour la trilogia di film brevi (durano poco più di un’ora ciascuno), raccontati in un elegantissimo (e quanto mai ricco di toni) bianco e nero, iniziata nel 2013 con Jalousie e proseguita con L’ombre des femmes (2015). Da lui stesso sceneggiato, insieme a Jean-Claude Carrière (come il precedente), quest’ultimo suo lavoro fu presentato a Cannes nel 2017 per la Quinzaine des realizateurs, dove ottenne vasti consensi; in Italia non si è visto per ora, ma la speranza è che arrivi anche da noi in tempi ragionevoli.

L’inizio del film è fra i più arditamente sensuali fra quelli visti al cinema: nello spazio angusto di una toilette dell’università, un uomo e una donna hanno un infuocato rapporto d’amore: sono Gilles (Éric Caravaca) e Ariane (Louise Chevillotte), ovvero un docente della facoltà di filosofia e una delle sue studentesse.
Ariane si era innamorata di lui ascoltandone le lezioni qualche mese prima; l’aveva corteggiato a lungo e, infine, l’aveva conquistato, trasmettendo anche a lui l’urgenza del proprio desiderio. Da tre mesi i due innamorati condividevano l’alloggio di lui, fra i molti libri, nel diffuso disordine di chi poco si cura delle cose che ha intorno. La loro condizione di beatitudine immemore del mondo sarebbe stata ben presto messa alla prova dall’inatteso ritorno a casa di Jeanne (Esther Garrel), la giovane figlia di Gilles, coetanea di Ariane.
Jeanne aveva amato Matéo con tutta se stessa ed, essendosi convinta di aver trovato l’amore della vita,  aveva investito sul loro futuro tutti i suoi sogni e ogni suo progetto; Matéo, che era molto giovane, riteneva invece prematuro e inutile pensare agli anni a venire. Quando Jeanne ne aveva preso coscienza, si era sentita davvero tradita e aveva preferito abbandonarlo, nella più ostentata indifferenza di lui: ne era seguito il suo lungo e disperato singhiozzare lungo le strade vuote e silenziose della notte parigina, il ritrovamento della casa paterna e, infine, l’accoglienza affettuosa e preoccupata di Gilles, che l’aveva ascoltata e un po’ confortata, sperando che il calore della vita familiare ne avrebbe attenuato il dolore lacerante. Ci avrebbe provato anche Ariane, la mattina dopo, cercando di stabilire con lei un rapporto d’amicizia e complicità…

Emergono, nel corso del film, i problemi irrisolti dei tre personaggi principali. Gilles (alle sue spalle, più di un divorzio) si era illuso che Ariane fosse la donna giusta, insieme alla quale invecchiare, senza temere la morte* ma era imbarazzato per l’arrivo di sua figlia Jeanne, tanto che aveva limitato i focosi e rumorosi rapporti notturni con lei. Jeanne, per altro, non aveva gradito la presenza di Ariane nella “sua” casa e si era lasciata sfuggire più di una espressione ostile a questo riguardo. Ariane aveva avvertito oscuramente l’ostilità di Jeanne e ne aveva sollecitato invano comprensione e confidenza. La gelosia era tornata, come nel primo film, a oscurare, se non la felicità (concetto impegnativo e abusato), la serenità apparentemente raggiunta dalla coppia Gilles-Ariane: anche contro la loro volontà era difficile trasformare la travolgente passione che li legava in un rapporto di amore affettuoso, tranquillo e duraturo, per sua natura incompatibile con l’infedeltà anche di un solo giorno (il titolo del film) e, nella realtà dei fatti, fonte di insopportabile sofferenza, sebbene in astratto del tutto accettabile. La gelosia, sia pure di diversa natura, era probabilmente, anche per Jeanne, all’origine del suo ambiguo ruolo in tutto il film, soprattutto alla fine, quando aveva (per incoscienza?) organizzato l’ultima “scappatella” di Ariane, quella che fatalmente avrebbe concluso il suo rapporto con l’uomo che pure continuava ad amare.

Film bellissimo, raccontato con impareggiabile esprit de finesse attraverso pochi ma significativi episodi, raccordati da una voce femminile fuori campo, che, astenendosi da ogni giudizio moralistico,  permette di cogliere la profonda e sfaccettata verità di ciascuno dei personaggi. Da vedere sicuramente, se e quando sarà possibile nel nostro paese.

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* non a caso Jean-Louis Aubert, il musicista autore dello scarno commento musicale al film, accompagnerà, col suo canto,  questi malinconici versi dello scrittore Michel Houellebecq:

Lors qu’il faudra quitter ce monde
Fais que ce soit en ta présence
Fais que, mes ultimes secondes.
je te regarde avec confiance…

Traduco (indegnamente):
quando occorrerà lasciare questo mondo
fa che ciò avvenga in tua presenza,
fa che, alla fine del mio tempo,
io ti guardi con fiducia…