sebben che siamo donne… ( We want sex)


Recensione del film
WE WANT SEX

Titolo originale:
Made in Dagenham

Regia:
Nigel Cole

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson, Geraldine James, Rosamund Pike – 113 min. – Gran Bretagna 2010.

Film da vedere, né tragga in inganno il titolo: vi si parla di tutto, fuorché di sesso, che invece, a quanto pare, sembra ossessionare quelli che curano l’edizione italiana dei film. Che dire? Andate a vederlo: se amate la giustizia, la parità dei diritti, le parità che non dipendono dagli attributi maschili o femminili, questo film non vi deluderà.

Questo è un bel film, con un titolo che sembra pensato apposta per catturare qualche ingenuo, sedotto da pruriginose promesse. In realtà le donne che vengono raccontate nel film non vogliono sesso, ma vogliono parità, di salario innanzi tutto, perché sembra ovvio che, a parità di mansione, corrisponda una parità di trattamento economico per uomini e donne. Il film tuttavia ci ricorda che da soli quarant’anni, dopo una lotta dura e difficile, questo principio di giustizia elementare è stato raggiunto in Europa, e neppure dappertutto, se è vero come sappiamo da inchieste e statistiche recenti, che in Italia, per esempio, anche oggi il lavoro femminile è meno retribuito di quello maschile. Attraverso il racconto del film, inoltre, emergono molti altri problemi della donna lavoratrice: il basso salario, infatti, fa comodo anche ai mariti, che mantengono saldamente nelle loro mani il ruolo di capo famiglia, cui spettano le decisioni: mentre alle donne spettano, oltre al lavoro mal retribuito, le camicie da lavare e stirare, la cura dei figli, il farsi carico delle nevrosi e ossessioni dei maschi di casa. Questa condizione faticosa e ingiusta è, però, trasversale ai più diversi settori della società: riguarda le operaie della Ford a Dagenham, protagoniste della storica rivolta del 1968, così come le mogli dei dirigenti della medesima fabbrica, perché, anche se si sono brillantemente laureate a Cambridge, per il marito sono elementi della casa, utili solo per portare alla tavola degli uomini quel particolare tipo di Stilton che deve essere servito alle persone importanti. Non è un caso, perciò, che si crei, fra donne, una solidarietà che prescinde dall’appartenenza sociale e che sarà uno degli elementi che permetterà alle operaie di resistere in sciopero, nonostante tutto, cioè nonostante l’opposizione dell’intero universo maschile, da quello padronale (ovvio) a quello familiare (ovvio) a una ampia sezione di quello sindacale (molto meno ovvio) a quello politico del Labour Party, al potere in Gran Bretagna in quel momento, e in cui un solo ministro (donna) accetta di prendere in mano la questione per arrivare a un accordo. Impressiona nel film la determinazione di queste donne, la voglia di lottare senza lasciarsi intimidire dalle minacce dei dirigenti che fanno intendere di essere pronti a “delocalizzare” la produzione delle auto (ricorda qualcosa di molto recente questo discorso!) creando disoccupati in Gran Bretagna, se le operaie non rinunceranno alla parità. Colpisce il loro orgoglio: bastano poche parole della loro leader, Rita O’ Grady, perché anche la più fragile di loro non accolga il tentativo di divisione messo in atto dal padrone, che le promette un futuro da modella: una bella scritta sul ventre nudo ricorderà al fotografo e al padrone che l’obiettivo è la lotta per la parità. Tutto questo è detto con grande semplicità dal regista, che non è, né vuole rassomigliare a Ken Loach, ma che nei toni leggeri di una commedia ben recitata, dirige ottimamente un lavoro che ci racconta un’importantissima pagina del nostro recente passato (ma siamo così sicuri che non ci riguardi ancora?)

Annunci