le baruffe palermitane (Via Castellana Bandiera)


Schermata 09-2456561 alle 08.02.48recensione del film:
VIA CASTELLANA BANDIERA

Regia:
Emma Dante

Principali interpreti:
Elena Cotta, Emma Dante, Alba Rohrwacher, Renato Malfatti, Dario Casarolo – 94 minuti – Italia-Svizzera 2013

Questa è la storia di una lite per futili motivi, una baruffa rionale che avviene in Via Castellana Bandiera, a Palermo, per una questione di precedenza: quale delle due auto, che si stanno fronteggiando nella viuzza periferica del capoluogo siciliano, così stretta da consentire il passaggio di una sola vettura alla volta, indietreggerà per far passare l’altra? Come si vede, si tratta di un piccolo problema, amplificato oltre misura dall’impuntarsi orgoglioso delle due automobiliste, ben decise a farne una questione di principio, quando basterebbe l’uso della ragione, unito a un po’ di rispetto reciproco, per risolvere rapidamente il contrattempo. La situazione di stallo che si viene a creare perdura per l’intera giornata, durante la quale le due guidatrici, nonostante il caldo soffocante dell’estate palermitana, resistono eroicamente nelle rispettive auto e prosegue durante la notte, in un crescendo di folli comportamenti, che degradano progressivamente la loro dignità umana. Rosa (Emma Dante) e l’anziana Samira (Elena Cotta – Coppa Volpi a Venezia, quest’anno) si fronteggiano, spinte da un sordo rancore senza apparente spiegazione. In realtà, però, entrambe hanno un vissuto alle spalle che vorrebbero dimenticare: Rosa, palermitana emigrata a Milano, contro la volontà materna, è tornata in questa sua città solo per compiacere Clara (Alba Rohrwacher), la donna che ama, invitata al matrimonio di un amico, ma non riesce a evitare che i ricordi dolorosi si impadroniscano di lei, disorientandola e facendole rivivere il vecchio conflitto; Samira, molto anziana, quindi potenzialmente identificabile con la madre amata e odiata, è originaria di Piana degli Albanesi, ha perso la figlia trentottenne per un cancro e ora vive soprattutto per il nipote, che le sembra continui la vita di lei, ma sente tutto il peso della sua esistenza, ormai priva di senso. L’impasse in cui ambedue si sono cacciate e l’orgogliosa ostinazione di cui danno prova, non è altro quindi che la rappresentazione metaforica della difficoltà a uscire da una difficilissima situazione: alla giovane Rosa non resta che andarsene, imboccando decisamente una via d’uscita, mentre alla vecchia Samira non resta che la morte, catartica soluzione di una tragedia troppo a lungo sopportata nel mutismo della propria incomunicabile sofferenza.

Il racconto potrebbe diventare claustrofobico, se si comprimesse negli angusti spazi dell’abitacolo delle due piccole utilitarie, in cui, per tutta la durata del film, vivono le due donne, così come claustrofobici erano stati Cosmopolis, e anche, in parte,  Holy motors. In realtà, questa insolita sfida da  western, in cui si fanno coinvolgere le due rivali, si svolge nello scenario delle case fatiscenti che sono ai lati della via Castellana Bandiera, abitate da uomini e da donne che tutto osservano dalle finestre, guardando, commentando e scommettendo, interagendo, perciò, con le due protagoniste e dando vita, collettivamente a un grande e inconsueto spettacolo “teatrale”, di cui anche i personaggi dietro alle quinte sono parte integrante, come nelle Baruffe chiozzotte di Goldoni, che, per alcuni aspetti possono essere ricordate a proposito di questo film. Le Chiozzotte infatti hanno in comune con questa pellicola almeno tre elementi: la grottesca irrilevanza dell’accadimento all’origine dell’azione drammatica; la quinta delle case che celano al loro interno l’umanità “plebea” (secondo la definizione goldoniana), che non perde mai il contatto con l’azione scenica; la parlata vernacolare, frutto del serissimo studio linguistico che fu di Goldoni, ma che è anche di Emma Dante, altrettanto attenta all’uso di una lingua plausibile, in un ambiente, come in questo caso, sottoproletario. Il tono complessivo del lavoro di Emma Dante, però, è durissimo, lontano da qualsiasi forma di goldoniana bonarietà poiché la regista, insieme alle numerose suggestioni culturali del teatro classico, porta sullo schermo carne, sangue, dolore e lacerazioni, secondo la sua visione tragicamente sensuale della vita, espressa anche con il bellissimo colore della fotografia. Allo stesso modo, pur non mancando suggestioni della Giara pirandelliana nella rappresentazione paradossale e grottesca, siamo anche in questo caso abbastanza lontani dall’ amaro e rassegnato sorriso pirandelliano, sul quale prevale la necessità della scelta volontaristica, che tagli il nodo delle contraddizioni irrisolte. Opera colta, non facile, ma assolutamente da vedere e da meditare.

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