un gelido inverno


Recensione del film
UN GELIDO INVERNO

Titolo originale:
Winter’s bone

Regia:
Debra Granik

Principali interpreti:
Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Lauren Sweetser, Tate Taylor, Garret Dillahunt, Sheryl Lee, Shelley Waggener, Ashlee Thompson, William White, Casey MacLaren, Valerie Richards, Beth Domann, Isaiah Stone, Cody Brown, Ronnie Hall. – 100 min. – USA 2010.

I pregi di questo film sono certamente parecchi e mi sembrano meritevoli di essere sottolineati. Nel raccontare la cupa vicenda che vede coinvolta una ragazzina che vive nel Missouri e sulle cui spalle sta gravando un peso insopportabile, la regista ci offre una rappresentazione degli Stati Uniti molto diversa da quella che tradizionalmente ci dà il cinema. Non troviamo qui, infatti, mai, le grandi metropoli, con i loro problemi e contraddizioni, ma un desolatissimo e miserabile paesaggio invernale, dipinto con colori lividi, in cui vivono persone e famiglie, dentro catapecchie e baracche. Qui cresce Ree Dolly, poco più che adolescente, con due fratellini più piccoli, che ama teneramente, e con una madre malata e inebetita dalle vicissitudini e dal dolore. Il padre non c’è, perché la sua vita di delinquente lo ha a poco a poco condotto in galera, dalla quale ora ha potuto uscire, in attesa di processo, collaborando con la polizia. Il guaio è che se non si presenterà entro pochi giorni, la miserabile casa in cui vive la sua famiglia verrà messa in vendita, perché l’incosciente l’ha ipotecata come garanzia della sua libertà. Ree lo apprende da un poliziotto che l’avvisa: se l’uomo non risponderà, entro breve tempo, al mandato di comparizione, tutta la poverissima famiglia se ne dovrà andare. Dove e in vista di quale futuro? Questo non riguarda lo stato americano! Il doloroso e angoscioso cammino della giovinetta alla ricerca di questo padre privo di scrupoli, i suoi incontri con gli individui loschi e violenti che lo hanno avvicinato da poco, costituisce la parte centrale del film e ci offre un durissimo spaccato dell’umanità feroce che in quella desolata parte degli States vive, grazie alla produzione illegale e allo spaccio di anfetamine. In questa parte del film emerge anche il ritratto umanissimo di Ree, capace di tenerezza protettiva e materna verso madre e fratelli, ma anche di acquisire presto la durezza di cuore indispensabile per sopravvivere in quell’ambiente, unitamente alla logica omertosa che la ragazza accetta senza discutere. Il film, avviandosi alla conclusione, si fa, almeno a mio avviso, più incerto nella narrazione, oscillando fra il racconto realistico e la favola “gotica”, che emerge soprattutto nel modo della rappresentazione della spedizione notturna, alla ricerca del cadavere del padre. Oltre al compiacimento un po’ morboso per i particolari macabri, che, opportunamente, vengono solo lasciati immaginare, senza però cessare di alimentare l’orrore della rappresentazione, tutta la scena è preparata in modo da sembrare costruita in studio, più che ripresa nel vivo di un paesaggio boscoso, sia pure invernale e notturno: la foresta era quella degli altipiani del Missouri, o quella delle streghe dei film che puntano sugli effettacci spettacolari? La riuscita complessiva del film ne è risultata alquanto compromessa. Peccato! La giovane attrice Jennifer Lawrence è di straordinaria bravura. Il film ha vinto il Torino Film Festival e ha anche quattro nominations per gli Oscar.

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