il tradimento e il potere (The Housemaid)


recensione del film:
THE HOUSEMAID

Titolo originale: Hanyo

Regia:
Im Sang-soo

Principali interpreti:
Jeon Do-yeon, Lee Jung-Jae, Youn Yuh-jung, Seo Woo, Park Ji-young, Ahn Seo-hyun, Hwang Jung-min, Moon So-ri, Kim Jin-ah – 105 minuti – Corea del sud 2010

All’inizio, il film ci presenta l’aspetto convulso di una Corea in cui le antiche città hanno lasciato il posto a enormi conglomerati urbani molto simili a quelli occidentali, con i fast-food, le luci notturne e le tragedie individuali vissute in tremenda solitudine. In questa realtà si colloca la vicenda della giovane Euny, assunta, dopo attenta valutazione, da una ricchissima famiglia, perché si occupi di Nami, la prima figlia dei coniugi Hoon ed Hera, ora in attesa dei due gemelli che la bella Hera partorirà di lì a poco. Presto, però, in un crescendo di tensione, il film assume il carattere di un noir psicologico ad alto contenuto erotico: Hoon si infila, senza perdere troppo tempo, infatti, nel letto di Euny, e quasi subito la rende incinta. La gelosia di Hera non si fa attendere: la donna teme venga insidiata dalla nuova arrivata la posizione sociale di rilievo che credeva ormai acquisita e inattaccabile, grazie al matrimonio, ai figli già fatti e a quelli che ha in mente per il futuro, vero strumento del suo potere. Hera non accetta il tradimento. A differenza di altre donne coreane consapevoli che, sposando un ricco, il tradimento è “parte del pacchetto”, (come le ricorderà brutalmente la madre, sottolineando la tacita compravendita alla base dell’unione matrimoniale), Hera non permetterà che il suo futuro sia ipotecato dalla presenza di Euny, né permetterà che i suoi figli (gli unici col diritto di eredità) condividano alcunché con i figli di Euny e del marito. Forse questo era avvenuto in passato, quando ai figli illegittimi, in qualche modo il padrone provvedeva: questo probabilmente era avvenuto nella vita della serva più anziana; ora il potere non può che essere indiscusso e totale. Su consiglio della perfida madre, perciò la donna mette in atto una crudele strategia per liberarsi della serva e del bambino. Nella moderna Corea del capitalismo, dei consumi affluenti e dell’ostentazione pacchiana della ricchezza, infatti, pare permanere, ancora più feroce, la vecchia mentalità castale, impersonata ora da individui, come Hoon e la moglie, privi di scrupoli, potenti senza mediazioni e senza pietà, cui sono concessi lussi e raffinatezze di ogni tipo, dai costosissimi vini occidentali, alla villa piena di oggetti di design, allo sfizio di eseguire (molto bene, per altro), le belle sonate beethoveniane al pianoforte. La condizione sociale di Hoon gli dà questo diritto, finalizzato esclusivamente al proprio individuale piacere. La figura di Euny è certamente la più complessa, nelle sue ambiguità e contraddizioni: è sinceramente tenera, affezionata alla bambina, che quasi subito la accetta volentieri; è devota anche a Hera, ma non si oppone alla violenza padronale, anzi pare gradirla e sollecitarla, con l’intento, forse, di affiancare Hera nel cuore di Hoon, se non di soppiantarla: a questo pare alludere la scena del bagno nella vasca di lei, che sta partorendo lontano da casa. Sarà Hoon a rimettere le cose “a posto”, tornando a parlarle con il lei, ristabilendo quindi ruoli e gerarchiche distanze.
Magnifico il finale, sorprendente e spiazzante, infuocato e gelido in un bellissimo ossimoro che difficilmente si dimentica.
Questo film è il remake di un altro, dallo stesso titolo, realizzato nel 1960 dal regista Kim Ki-young, considerato il padre del cinema coreano. Im Sang-soo, ha firmato questa nuova versione, presentandola a Cannes nel 2010 e al festival del noir di Courmayeur di quello stesso anno. Il regista ha dichiarato di aver voluto, però, riscrivere completamente la sceneggiatura, non solo per portarne ai nostri giorni il contenuto, ma soprattutto per modificarne profondamente il significato, incentrando l’interesse sul rapporto servi- padroni, anziché sull’ inquietante presenza femminile giunta a insidiare la tranquillità della famiglia, così com’era nella versione del 1960.