120 battiti al minuto

recensione del film:
120 BATTITI AL MINUTO

Titolo originale:
120 battements par minute

Regia:
Robin Campillo

Principali interpreti:
Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud, Ariel Borenstein, Aloïse Sauvage, Yves Heck, Emmanuel Ménard, François Rabette – 135 min. – Francia 2017

Quando leggo sullo schermo che sto vedendo “una storia vera, vorrei uscire dalla sala. L’offerta di “storie vere” non è mai stata così ricca: in Tv, su Internet, sui giornali e sui rotocalchi non si parla che di “storie vere”. Chi ama il cinema, però, si aspetta una verità diversa da quella dell’informazione e delle cronache e ricorda, con Magritte, che l’immagine di una pipa n’est pas une pipe!
Anche questa, dunque, è “una storia vera”, ma l’espressione abusata non basta a spiegare  il caloroso consenso seguito alla proiezione di Cannes, la commozione di Almodovar e il prestigioso Gran Premio della Giuria, ottenuto dal regista, il franco-marocchino Robin Campillo alla sua terza opera. Si tratta di un film che evoca una realtà filtrata dalla memoria: quella degli anni ’90 a Parigi, quando Mitterand, socialista ma non troppo, era al governo e si muoveva fra le mille ipocrisie di chi vorrebbe non scontentare nessuno, mentre cresceva la delusione e il dissenso di ampie fasce della popolazione. L’AIDS, che aveva cominciato a diffondersi in Europa negli anni ’80, era ancora una malattia sconosciuta e “maledetta”, e minacciava anche a Parigi la vita di migliaia di giovani, mentre le case farmaceutiche francesi speculavano sulla loro pelle, tenendosi lontane dalla ricerca e dalla sperimentazione, ma continuando a produrre inutili farmaci  sintomatici o palliativi.
In questo contesto avevano vissuto la loro tragica storia d’amore Sean e Nathan, due giovani gay interpretati, rispettivamente, da Nahuel Pérez Biscayart e da Arnaud Valois.
Sean aveva solo ventotto anni, era sieropositivo e si distingueva per il coraggio lucido attraverso il quale manifestava la propria volontà di vivere. Era fra i più ascoltati e anche discussi esponenti dell’Act Up-Paris*, l’associazione di sieropositivi attraverso la quale egli riusciva a promuovere alcune clamorose e provocatorie iniziative per informare, con la  massima visibilità. l’opinione pubblica della possibilità di prevenire l’AIDS: la distribuzione di preservativi nelle scuole, la sistemazione di un gigantesco profilattico sull’Obelisco di Place Concorde, la colorazione della Senna con finto sangue…
Nathan, da poco a Parigi, era entrato nell’Act-Up per trovare amici e gli si era avvicinato, attratto dalla sua vitalità appassionata e dalle sue posizioni di radicale intransigenza. Così era iniziata la loro storia, senza prospettive, poiché si facevano sempre più precarie le condizioni di salute di Sean. Nonostante ciò il loro rapporto era stato  gioiosamente passionale e profondamente tenero: Sean era attento a proteggerlo dal contagio e Nathan si sarebbe prodigato per rendergli meno dure le sofferenze nei momenti difficili della malattia e dello sconforto, fino all’estremo aiuto, per permettergli di morire con dignità e dolcezza, risparmiandogli ogni altro inutile strazio.

Il mélò, che parrebbe dietro l’angolo, è evitato grazie alla prodigiosa capacità evocativa del regista, a cui riesce quasi miracolosamente di prendere le giuste distanze dalle emozioni che avevano un tempo coinvolto anche lui, colorando di ironia dolce e indulgente, e persino di gioia,  quella storia lontana su cui si è ormai posata la polvere del tempo, evocata a sua volta dalla bellissima e durissima metafora delle ceneri di Sean che avvolgono in una nuvola bianca i dirigenti delle case farmaceutiche e il loro sontuoso banchetto offerto ai ragazzi del Act Up-Paris in segno di conciliazione. Da vedere, tenendo presente che il film è durissimo ed è stato vietato, in Italia, ai minori di 14 anni.

* L’associazione era simile a quelle sorte in numerose città negli Stati Uniti: si proponeva di diventare il più importante punto di riferimento dei malati siero-positivi e delle loro famiglie,
L’Act Up-Paris era nato come strumento di lotta contro l’ inaccettabile disinformazione, tollerata dalle autorità politiche e assecondata dalle industrie dei farmaci, a parole solidali con le richieste dei malati.

Annunci

la legge del mare – (Terraferma)

recensione del film:
TERRAFERMA

Regia:
Emanuele Crialese

Principali interpreti:

Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T, Martina Codecasa, Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Tiziana Lodato, Rubel Tsegay Abraha, Claudio Santamaria, Francesco Casisa – 88 minuti – Italia, Francia 2011

Chi vuol vedere questo bellissimo film italiano deve munirsi di un’abbondante quantità di fazzoletti. Potrebbero servire!

In un’isola del Sud italiano, vicina alla Sicilia, ma abbastanza piccola da essere ignorata dai mappamondi, come dice in un momento di sconforto Giulietta (Donatella Finocchiaro), la vita delle famiglie dei pescatori locali si svolge senza troppe scosse, anche se il mare è sempre più avaro di pesce e, spesso, traditore. All’inizio della vicenda raccontata da Crialese, infatti, questo mare ha da poco inghiottito un padre di famiglia, lasciando una vedova, Giulietta, e un ragazzo, Filippo (Filippo Pucillo), senza futuro. La donna avverte il bisogno di uscire dall’isola alla volta del continente per dare alla sua vita una prospettiva economica più sicura, mentre Filippo, che ha solo vent’anni, è ancora incerto sul da farsi, e ha in mente di utilizzare nei mesi estivi la barca di famiglia, Santuzza, anche per portare a spasso i turisti che hanno cominciato a scoprire l’isola e a villeggiarvi. La casa, opportunamente riattata, viene affittata a studenti in vacanza; la pesca che il nonno Ernesto intende proseguire nelle ore notturne, sarà finalizzata a una modesta offerta di pasti familiari, mentre il servizio di spiaggia viene organizzato dallo zio Nino (Beppe Fiorello), che distribuisce bibite e ombrelloni e cerca anche di fare l’animatore. Il progetto non ha però fatto i conti con la realtà dei poveretti che fuggono dall’Africa verso l’Italia, per i quali l’isola costituisce un primo approdo. I barconi dei migranti, col loro carico di dolore e di speranza, saranno soccorsi dai pescatori della Santuzza, secondo le solidali leggi del mare, che Ernesto non intende violare, ma che immediatamente confliggono con le leggi di un governo disumano e razzista che della lotta all’emigrazione ha fatto la propria bandiera propagandistica. Lo svolgimento drammatico del film evidenzia il contrasto fra l’umanità civile e accogliente dei pescatori, che non ammette di lasciare senza soccorso chi è in pericolo di vita e l’ottusità spietata dei funzionari – burocrati, solerti esecutori di ordini che non tengono conto delle ragioni delle persone in carne e ossa, ma che applicano alla lettera le leggi che , assecondando il diritto del più forte, colpiscono i più deboli. Qualcuno ha parlato di Terraferma come di un film verghiano, quasi una versione moderna dei Malavoglia. Secondo me, i punti di contatto, che pure ci sono, sono, però, alquanto esterni. Non sembrano sufficienti, infatti, né la presenza del vecchio nonno, né la morte di un figlio in mare, né la voglia di modernità che attraversa i giovani dell’isola, per sostenere una derivazione dal romanzo: manca la dimensione corale del racconto, in cui l’autore tace per dar voce, unicamente, ai diversi punti di vista dei narratori popolari, manca l’ironia, espressione del distacco verghiano dalla materia raccontata. Tutto è, invece, fortemente tragico in questo film; l’origine del dolore dei più poveri e infelici è individuata con chiarezza nella cultura dominante, superficialmente edonistica, individualistica e vuota di valori, emblematicamente rappresentata dal barcone dei turisti, dove si canta e si balla, non solo molto diverso da quello che, col suo dolente carico umano, abbiamo conosciuto, ma suo antagonista, poiché le barche dei disgraziati trasportano gente di cui si vorrebbe addirittura ignorare l’esistenza. Dopo un doloroso percorso “di formazione”, il giovane Filippo sceglierà la sua strada, accettando quella legge del mare che non può ammettere eccezioni o deroghe, così come il nonno ha sempre sostenuto.
Il film, che ha avuto il prestigioso riconoscimento veneziano del Premio Speciale della Giuria per la miglior regia, è fra i più interessanti della recente produzione italiana, sia perché finalmente vi si racconta il paese in cui viviamo (nonché i vizi profondi che lo connotano, purtroppo anche in questo difficile momento), con la giusta durezza della indignazione morale; sia per l’alto valore civile che esprime. Crialese mostra, nella direzione di tutti gli attori, una mano ferma e sicura, e ci presenta immagini non turistiche di una bellissima isola siciliana, fotografata con eccezionale sensibilità cromatica ed evocativa, riuscendo a trasformare la fluidità del mare fino a farlo diventare, nell’ultima scena, quasi una roccia, un cristallo non adattabile ai crudeli capricci umani.