la legge del mare – (Terraferma)


recensione del film:
TERRAFERMA

Regia:
Emanuele Crialese

Principali interpreti:

Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T, Martina Codecasa, Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Tiziana Lodato, Rubel Tsegay Abraha, Claudio Santamaria, Francesco Casisa – 88 minuti – Italia, Francia 2011

Chi vuol vedere questo bellissimo film italiano deve munirsi di un’abbondante quantità di fazzoletti. Potrebbero servire!

In un’isola del Sud italiano, vicina alla Sicilia, ma abbastanza piccola da essere ignorata dai mappamondi, come dice in un momento di sconforto Giulietta (Donatella Finocchiaro), la vita delle famiglie dei pescatori locali si svolge senza troppe scosse, anche se il mare è sempre più avaro di pesce e, spesso, traditore. All’inizio della vicenda raccontata da Crialese, infatti, questo mare ha da poco inghiottito un padre di famiglia, lasciando una vedova, Giulietta, e un ragazzo, Filippo (Filippo Pucillo), senza futuro. La donna avverte il bisogno di uscire dall’isola alla volta del continente per dare alla sua vita una prospettiva economica più sicura, mentre Filippo, che ha solo vent’anni, è ancora incerto sul da farsi, e ha in mente di utilizzare nei mesi estivi la barca di famiglia, Santuzza, anche per portare a spasso i turisti che hanno cominciato a scoprire l’isola e a villeggiarvi. La casa, opportunamente riattata, viene affittata a studenti in vacanza; la pesca che il nonno Ernesto intende proseguire nelle ore notturne, sarà finalizzata a una modesta offerta di pasti familiari, mentre il servizio di spiaggia viene organizzato dallo zio Nino (Beppe Fiorello), che distribuisce bibite e ombrelloni e cerca anche di fare l’animatore. Il progetto non ha però fatto i conti con la realtà dei poveretti che fuggono dall’Africa verso l’Italia, per i quali l’isola costituisce un primo approdo. I barconi dei migranti, col loro carico di dolore e di speranza, saranno soccorsi dai pescatori della Santuzza, secondo le solidali leggi del mare, che Ernesto non intende violare, ma che immediatamente confliggono con le leggi di un governo disumano e razzista che della lotta all’emigrazione ha fatto la propria bandiera propagandistica. Lo svolgimento drammatico del film evidenzia il contrasto fra l’umanità civile e accogliente dei pescatori, che non ammette di lasciare senza soccorso chi è in pericolo di vita e l’ottusità spietata dei funzionari – burocrati, solerti esecutori di ordini che non tengono conto delle ragioni delle persone in carne e ossa, ma che applicano alla lettera le leggi che , assecondando il diritto del più forte, colpiscono i più deboli. Qualcuno ha parlato di Terraferma come di un film verghiano, quasi una versione moderna dei Malavoglia. Secondo me, i punti di contatto, che pure ci sono, sono, però, alquanto esterni. Non sembrano sufficienti, infatti, né la presenza del vecchio nonno, né la morte di un figlio in mare, né la voglia di modernità che attraversa i giovani dell’isola, per sostenere una derivazione dal romanzo: manca la dimensione corale del racconto, in cui l’autore tace per dar voce, unicamente, ai diversi punti di vista dei narratori popolari, manca l’ironia, espressione del distacco verghiano dalla materia raccontata. Tutto è, invece, fortemente tragico in questo film; l’origine del dolore dei più poveri e infelici è individuata con chiarezza nella cultura dominante, superficialmente edonistica, individualistica e vuota di valori, emblematicamente rappresentata dal barcone dei turisti, dove si canta e si balla, non solo molto diverso da quello che, col suo dolente carico umano, abbiamo conosciuto, ma suo antagonista, poiché le barche dei disgraziati trasportano gente di cui si vorrebbe addirittura ignorare l’esistenza. Dopo un doloroso percorso “di formazione”, il giovane Filippo sceglierà la sua strada, accettando quella legge del mare che non può ammettere eccezioni o deroghe, così come il nonno ha sempre sostenuto.
Il film, che ha avuto il prestigioso riconoscimento veneziano del Premio Speciale della Giuria per la miglior regia, è fra i più interessanti della recente produzione italiana, sia perché finalmente vi si racconta il paese in cui viviamo (nonché i vizi profondi che lo connotano, purtroppo anche in questo difficile momento), con la giusta durezza della indignazione morale; sia per l’alto valore civile che esprime. Crialese mostra, nella direzione di tutti gli attori, una mano ferma e sicura, e ci presenta immagini non turistiche di una bellissima isola siciliana, fotografata con eccezionale sensibilità cromatica ed evocativa, riuscendo a trasformare la fluidità del mare fino a farlo diventare, nell’ultima scena, quasi una roccia, un cristallo non adattabile ai crudeli capricci umani.