un fumetto francese per un kolossal (Snowpiercer)

Schermata 02-2456717 alle 14.33.15recensione del film:
SNOWPIERCER

Titolo originale:
Seolguk-yeolcha

Regia:
Bong Joon-ho

Principali interpreti:
Chris Evans, Kang-ho Song, Ed Harris, John Hurt, Tilda Swinton, Jamie Bell, Octavia Spencer, Ko A-sung, Kenny Doughty, Ewen Bremner – 126 min. – Corea del sud, USA, Francia 2013.

Una glaciazione inattesa impedisce all’umanità di sopravvivere, ma pochi fortunati si mettono in salvo su un’Arca dei nostri tempi, ovvero un treno che percorre a folle velocità il pianeta fra ghiacci e nevi, ospitando, sui suoi vagoni, i salvati.

All’interno dell’Arca si trovano i mezzi necessari per la sopravvivenza, che un occulto potere ha predisposto e organizzato, sulla base di avanzate conoscenze scientifiche, grazie alle quali è possibile sfruttare quelle poche risorse che la natura è in grado di offrire ancora: l’acqua principalmente, ricavabile dalla neve e riciclabile con severi criteri di razionamento. Analogamente, le risorse alimentari, distribuite con razionalità, senza nulla sprecare e molto riciclando (anche troppo!), si rivelano sufficienti per i superstiti.
Non tutto, però, funziona secondo le previsioni del misterioso ideatore del congegno, Wildorf (Ed Harris): vediamo, fin dalle prime scene di questo film, che una quantità considerevole di sopravvissuti, laceri, sporchi e macilenti, sono anche molto scontenti della loro vita e si stanno organizzando per ribellarsi contro di lui, responsabile delle miserevoli condizioni in cui vivono.

I criteri con i quali l’inavvicinabile Wildorf ha organizzato il convoglio sono, a ben vedere, assai poco trasparenti, ma si ispirano in primo luogo alla durissima repressione di qualunque forma di dissenso: la salvezza è possibile solo a patto che venga mantenuta una ferrea disciplina (chi si ribella verrà punito con inaudita efferatezza), e in secondo luogo a una organizzazione rigidamente classista dei diversi vagoni che non può, per nessuna ragione, essere discussa.

Nel lunghissimo treno, infatti, vivono, ignorandosi, uomini, donne, bambini, vecchi, che sono poco o mediamente o molto privilegiati, secondo l’appartenenza di classe.
Quelli dell’ultimo vagone, cui vengono affidati i compiti più umili e faticosi, e che ora si ribellano, hanno il solo “privilegio” di essere sopravvissuti e di continuare a vivere, ma la loro vita si fa sempre più pesante e dolorosa, ai limiti dell’insopportabilità.
Gli ospiti degli altri vagoni vivono, invece, in condizioni meno terribili, poiché Wildorf ha creato ambienti adeguati all’annosa appartenenza al ceto medio-alto dei viaggiatori che sono confortati dalla presenza di serre bellissime, ricche di fiori e frutti e che dispongono inoltre di biblioteche e scuole dove una volonterosa insegnante spiega ai loro bambini che la cosa più riprovevole è quella di non accettare la propria condizione sociale…

Vicini alla locomotiva guidata da Wilford, infine, si trovano gli ospiti di riguardo, nel lusso di sempre. Solo una persona si può spostare dal primo all’ultimo vagone con grande libertà, poiché gode della fiducia incondizionata del guidatore: la signora Mason (Tilda Wilson), che ne è la portavoce e che per conto di lui distribuisce punizioni feroci, affiancata e aiutata da soldati ubbidienti e minacciosi.

Durante le due ore di proiezione, dunque, il film ci offre non tanto un quadro fantascientifico post apocalittico, che lo farebbe assomigliare, sia pur lontanamente a The Road (il film che fu tratto dal romanzo di Cormac McCarty), quanto una metafora del mondo d’oggi e delle ingiustizie su cui si fonda la costruzione gerarchica della società dei privilegi e dei privilegiati, che sul nostro pianeta ora sono incalzati dai popoli che non accettano più di subire l’ingiusto dominio di chi si ritiene meritevole, per nascita, dei vantaggi e dei lussi che lo differenziano dal resto dell’umanità: quasi un monito per l’Occidente.
Il film esce nelle nostre sale preceduto dall’attesa di molta parte del pubblico e degli addetti ai lavori, anche per il gran nome del regista, poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato dalla critica di tutto il mondo.

Ispirato a un fumetto francese, “Le Transperceneige” di Jacques Lob, e girato col concorso determinante della produzione americana, il lavoro di Bong Joon-ho è costato un occhio per aver richiesto un enorme lavoro (anche solo per  la costruzione di quel treno lunghissimo) oltre che per aver impegnato un grandissimo numero di attori di grande richiamo internazionale, ciò che ne fa, al momento, il film coreano più caro della storia. Non tutto, però, è connotato dagli stilemi del Kolossal di qualità: molto suggestive sono le riprese dello spettacolare scenario di ghiaccio e di neve, girate nel paesaggio dei dintorni di Praga così come quelle che rappresentano le città disseccate dal gelo e rese inabitabili.

Il film, dunque, sviluppa un tema inquietante, attuale, in modo spesso grottesco e sgradevole, la cui allegorica attualità, chiarissima sotto la finzione fantascientifica, ne rende molto consigliabile la visione.